Udite udite

Vedete che funziona, è meglio di un incantesimo…

Ho scritto dei miei progetti, ho dato loro un ordine anche secondo la semplicità di realizzazione e… magia… il primo è in parte già concretizzato. Ho già pronto un pdf, del tutto artigianale ma comunque fatto con affetto, che raccoglie gli articoli che avevo postato finora sull’eroe nei miti (l’introduzione, il primo capitolo sull’eroe sciamano e il secondo sui miti greci).

Chi lo vuole non ha che da chiedere, posso inviarvelo per email, magari metto un link anche qui, è del tutto gratuito ma, eccezionalmente, protetto da password. Del resto io per pigrizia non ho ancora fatto la pagina dei diritti d’autore (forse sarebbe il caso che le dessi priorità?) ma mi sembra scontato, tutto quello che pubblico è frutto della mia testa balzana (a meno che non sia specificato diversamente). Ovvio che mi faccia un immenso piacere se circola: reblog, recensioni, citazioni, disegni a tema, ricette gastronomiche che si ispirino ai miei post, va bene tutto, anzi, adoro tutto, ma tanto di più se citate la fonte (la sorgente, la polla, il rubinetto, insomma, ci siamo capiti).

Poi restate sintonizzati perché sono in arrivo altre novità (forse): una o due giornate a settimana fisse per il romanzo, una per i post sull’adozione, una per il seguito dei post sui miti. Il resto (poesie, racconti, citazioni, libri, musica ecc.) continuerà penso a essere postato random. Non pretendete troppo, via su, siete incontentabili! Quelle sono cose che devono seguire l’estro del momento 😀

 

IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Eracle – Parte I

Immagine dal web

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I miti che circolavano sull’origine divina di Eracle non erano dissimili da quelli riferiti per molti altri eroi. La madre Alcmena era sposa di Anfitrione, e si diceva che entrambi fossero discendenti di Perseo. Secondo il mito, però, non toccò ad Anfitrione la prima notte di nozze della sua sposa vergine: Zeus le si presentò sotto le vesti del marito vittorioso e la possedette per tre giorni, o per una notte tre volte più lunga di quelle normali. Per questo il bambino nato da quella unione aveva una forza sovrumana. Zeus era un gran seduttore di dee come di donne mortali, ma in questo caso, ci si dice, “il padre di uomini e dèi / un altro pensiero tesseva nella mente: come, per gli dèi / e per gli uomini che si nutron di pane, far nascere un difensore[1]. Ma quella stessa notte, o forse il giorno dopo, giunse anche Anfitrione, e quando Alcmena gli disse che era già stato da lei, che già le aveva narrato le sue imprese e l’aveva amata, egli comprese subito ciò che era accaduto. Dalla sua unione con la sposa nacque Ificle, il gemello mortale di Eracle.

A causa del fatto che era stato generato da una delle numerose amanti di Zeus, Eracle ebbe per tutta la vita l’ostilità della gelosa Era, e fu questo uno dei principali motivi delle tragedie che lo colpirono ma anche, attraverso le fatiche che la dea gli impose, la causa della sua grandezza.

Quando, ancora in fasce, Eracle uccise i due serpenti entrati nella stanza dove dormiva col fratello, si disse che i mostri fossero stati inviati da Era, ma anche che Anfitrione stesso li avesse posti nella culla per capire quale dei due bambini fosse figlio del dio.

Eracle veniva venerato nella sua doppia veste di dio e di eroe, ma fino alla sua discesa al Tartaro non era che un eroe umano come gli altri che lo avevano preceduto e quelli che lo avrebbero seguito, dei quali tutti si diceva che avessero origine divina, e che tuttavia avevano terminato la loro vita come comuni mortali (quasi tutti, da Perseo ad Achille: solo per Cadmo e Armonia si era parlato di un’eternità in forma di serpenti, legati dunque pur sempre agli inferi, mentre Castore, grazie all’affetto del fratello, ogni due giorni ne trascorreva uno sull’Olimpo e uno nel regno sotterraneo).

Sotto certi aspetti, Eracle appare anzi come il più umano, se pure il più grande, tra gli eroi greci: più di ogni altro egli rappresenta la quotidiana fatica dell’uomo, tanto che si potrebbe dire che le sue grandi, ciclopiche imprese sono poi assurte a simbolo della apparentemente (ma solo apparentemente) molto meno grandiosa lotta umana per la sopravvivenza.

La tradizione greca lo vedeva però superare i limiti della condizione umana fino a raggiungere, al termine della sua vita, la piena condizione di divinità, e ancora di più di questo,  il superamento del conflitto con Era, e il matrimonio con la figlia di lei, Ebe.

Rispetto a questa tradizione, la figura di Eracle nella tragedia di Euripide che da lui prende il nome appare davvero rivoluzionaria.

Qui Anfitrione rivendica per sé una sorta di doppia paternità. E’ vero, l’aver condiviso il letto della sposa con Zeus sembra l’ultimo sprazzo di orgoglio del vecchio che sta per essere ucciso dal nuovo re di Argo, Lico, per vendetta contro Eracle: ma nondimeno è un tratto che percorre l’intera tragedia, la contrapposizione del ruolo davvero paterno di Anfitrione, che difende il figlio e, per quanto può, protegge la sua prole, disposto anche a sacrificare se stesso, rispetto all’assenza di Zeus, che dovrebbe essere, di Eracle, il vero “padre naturale”, ma non fa nulla per alleviare le sue disgrazie, non si comporta affatto da “genitore”, rimane distante e irraggiungibile e sordo a ogni preghiera fino alla fine. Anzi, per la prima volta nella rappresentazione di un mito, si esprime con chiarezza l’idea che sia proprio questa la verità: una straordinaria mescolanza del seme umano e divino, che avrebbe dato vita al più contraddittorio degli eroi greci, diverso da tutti gli altri[2].

Tanto che, una volta guarito dalla tremenda follia che, per vendetta di Era, lo aveva colpito al ritorno dall’ultima sua fatica, Eracle fa una scelta radicale e del tutto contraria a quella del mito originario: decide di abdicare completamente alla sua divinità, di rinnegare il padre Zeus. Scegliendo l’umanità di Anfitrione, che appare ai suoi occhi provvisto delle doti di giustizia e di affetto che un dio, in quanto tale, non possiede, Eracle mostra di dare più importanza a questi sentimenti pienamente umani, piuttosto che alla fredda equidistanza di qualcuno che si dice padre ma che, in quanto essere perfetto, non può dargli altro che un destino sovrumano, nella gloria ma anche nel dolore. La giustizia, la morale, la compassione, la solidarietà appartengono agli uomini, dice Eracle all’amico Teseo, e non bisogna cercarli negli dei. Gli dei non hanno morale, perché sono eterni, è l’uomo a cercare il prestigio e la gloria per lasciare un segno durevole che lo compensi della sua mortalità. E il prestigio e la gloria discendono dalla protezione dei deboli. E’ la fragilità umana che dà luogo ai più alti sentimenti umani. Ma la commistione tra la fragilità umana e la potenza divina è distruttiva, sempre: anche quando dovrebbe essere mediata dalla consanguineità, anche quando, come nel caso di Eracle, sembra portare grandi doni. Questi doni finiscono inevitabilmente per ritorcersi contro l’uomo, e proprio Eracle ha sperimentato che ciò che lo distingueva dagli altri uomini, la forza con cui ha sconfitto i mostri, lo ha anche fatto “sprofondare ben al di sotto della soglia di umanità”. Di qui la scelta radicale e rivoluzionaria di negare addirittura la sua paternità immortale, rinunciando a ogni natura divina che potesse essergli stata tramandata da Zeus.

Su questa strada, l’Eracle di Seneca va addirittura oltre. La sua follia è sì indotta da Era, ma viene giustificata dal timore provocato dall’eccessiva ambizione dell’eroe, quasi un “delirio di onnipotenza”. Qui appunto la commistione tra umano e divino è tutta a carico di Eracle, che travalicando i confini riservati ai mortali, si attira la punizione divina. Nella sua megalomania, egli avrebbe potuto altrimenti, una volta tornato dall’Ade, e dunque da un regno inaccessibile per ogni altro vivente, non soltanto paragonarsi a un dio, ma addirittura scalzare il padre celeste, spodestandolo come Giove aveva fatto con Saturno[3].

E’ interessante il parallelismo che è stato proposto con il percorso di Dioniso: figlio di Zeus e dell’umana Semele, Dioniso era un Dio, e per affermare il proprio culto contro chi negava la sua natura divina, aveva sparso sangue a fiumi nella famiglia di sua madre: la stessa Semele era stata uccisa da Zeus, sia pure contro la sua volontà; la sorella Agave, fatta impazzire da Dioniso, aveva ucciso il proprio figlio, e così l’altra sorella Ino, pure colpita dalla follia insieme al marito Atamante. Alla fine, Dioniso abbandona ogni legame con la famiglia umana, tornando alla sua natura pienamente divina di figlio di Zeus. Sebbene la scelta di Eracle, nella tragedia euripidea, sia diametralmente opposta, l’obiettivo sembra lo stesso: la pacificazione delle due stirpi, quella umana e quella divina, non può ormai più avvenire, nell’età di Euripide, se non al prezzo di ristabilire una distanza incolmabile, in cui non c’è più spazio per quella “contaminazione” tra uomini e dei che era stata al contrario alla base di tutta la mitologia precedente[4].

Così, lungi dall’essere l’immagine della forza bruta, incapace di pensiero, come talvolta è stato rappresentato, Eracle era un eroe estremamente complesso. Aveva difetti umanissimi, ma centuplicati: era violento, lussurioso, ingordo. Eppure, la sua generosità, il coraggio con cui difendeva sempre i deboli, sono rimasti proverbiali quanto la sua forza. Era “bello e grande, eroico e vigoroso”, “il più grande, ma anche il più esposto alla sofferenza”, “il più valoroso degli uomini”, uomo di “straordinaria forza (e pazienza)”, che una perduta statua di Lisippo probabilmente rappresentava in una luce del tutto diversa, malinconica, pensosa, con la testa piegata in segno di fatica e di sdegno per ciò che gli si imponeva[5].

A lui si attribuiscono domande simili a quelle che assillano tutti gli uomini: Eracle ha tanti nomi, ogni popolo gliene ha dato uno diverso, dai Fenici ai Celti agli Etruschi e agli Asiatici, ed è quindi naturale che si chieda chi è, se è davvero figlio di Zeus, un essere speciale, autore di imprese uniche, o un uomo come tutti gli altri, la cui fatica, il cui dolore, non è altro che la fatica e il dolore di tutti i viventi. E se le lotte che ha sopportato sono servite a qualcosa, se sono opera sua, frutto di una sua scelta, oppure ogni cosa è predestinata dalla Moira, dal destino, e quindi la libertà di cui è così orgoglioso non è in realtà che un’illusione.

Secondo una versione del mito, Eracle si chiamava in origine Alceo[6]. Questo nome, che forse derivava dall’omonimo nonno paterno, conteneva già in sé una promessa di coraggio indomito, se alké  è appunto in greco il coraggio armato. Più tardi Era gli ispirò la follia per cui egli uccise i suoi stessi figli, e forse anche la moglie Megara. Per questo, per espiare, egli dovette cambiare nome, diventare “gloria di Era”, assoggettarsi a quella stessa dea che nel suo odio lo aveva fatto indicibilmente soffrire, e compiere quelle dodici fatiche che gli uomini hanno poi visto come simbolo della lotta di ognuno contro il male che è fuori come dentro di lui. E così anche la sua follia, la sua parte violenta e crudele ogni uomo la può riconoscere come il mostro creato in se stesso dalle proprie paure, dall’odio, dall’orrore, o, secondo un’altra prospettiva, dall’ostilità degli dei.

Anche la pazienza di Eracle è la stessa degli uomini, la pazienza di riprendere ogni giorno la lotta dell’esistenza, spesso senza neppure chiedersi perché, o se ne valga la pena.

Eracle dunque non ha affatto voglia di affrontare le sue fatiche. Egli avrebbe dovuto, secondo la volontà del suo divino genitore, regnare su Argo, ma Era aveva tramato per mettere al suo posto il cugino Euristeo, un uomo che valeva assai meno. Assoggettarlo ai capricci e alla vanagloria di quest’uomo sciocco era dunque una doppia umiliazione. Spesso le fatiche che il re imponeva al cugino erano ridicole, e certo erano quasi sempre inutili. E’ dunque solo la pazienza, la   sottomissione agli dei e la consapevolezza della propria colpa che trattengono Eracle dall’annientare quel nemico così sciocco e pauroso che neppure osa guardarlo in faccia. Ma se fosse per lui, Eracle non affronterebbe tanto volentieri le battaglie che pure costituiscono una costante della sua vita.

In questo è simile a Giasone, che “preferirebbe vivere da borghese nella sua casa”[7], e prega gli dei di liberarlo dalle sue imprese. Lui è, appunto, uno di quegli uomini che dell’eroismo hanno fatto un ruolo, quasi un lavoro. Come Eracle, e diversamente da Teseo, ad esempio, o da Achille, egli non corre incontro all’avventura, non sceglie, ma lascia che il suo destino si compia, esegue con rassegnazione quei grandi compiti che gli dei hanno voluto per lui, di fronte ai quali si sente talvolta inadeguato, e che spesso guarda con una sorta di annoiato, malinconico distacco, proprio come Eracle.

A ben vedere, con tutta la sua forza, le sue imprese grandiose, i suoi eccessi, Eracle resta l’eroe “troppo umano”, come dice Calasso (ma questa frase è stata riferita anche ad altri: Ettore, e forse anche Odisseo: è un caso che per questi eroi greci, tanto vicini agli dei, si insista così spesso sul loro opposto legame con l’uomo, i suoi vizi, i suoi timori e la sua debolezza?), e lo sprone delle sue imprese non è lo spirito d’avventura, ma la necessità.

La prima impresa di Eracle è l’uccisione del leone di Nemea, un mostro che non poteva essere sconfitto con armi, sicché l’eroe dovette battersi con lui a mani nude. Fu allora che lo scuoiò e si rivestì con la sua pelle, in questo modo identificandosi in un certo senso col mostro. Potremmo vedere questo rito come una sorta di purificazione, di catarsi: accettare il proprio lato mostruoso, rivestirsene e farlo uscire allo scoperto è un modo per cominciare a vincerlo. Euristeo invece è l’uomo che ha paura del lato oscuro, che non ha mai superato la paura dei mostri che nascono dall’oscurità dell’inconscio: per questo, quando Eracle gli getta ai piedi la carcassa del leone, egli fugge a nascondersi e impone ad Eracle di non mostrarsi mai più al suo cospetto, ma di lasciare i frutti delle sue fatiche alle porte della città e di comunicare col re solo tramite un araldo.

O forse, come è stato anche ritenuto, il leone inviato dagli dei a seminare terrore tra gli uomini, che era figlio della mostruosa dea preolimpica Echidna e che non poteva essere ferito da alcuna arma, simboleggiava la morte, e già con questa prima impresa dunque Eracle avrebbe sconfitto le forze oscure degli inferi. Allora indossare la pelle dell’animale avrebbe significato che ciò che prima recava paura e dolore avrebbe portato da quel momento la salvezza[8]. In tal caso sarebbe stato semplicemente della morte che Euristeo, invece, continuava ad avere paura.

La seconda impresa fu l’uccisione dell’idra della palude di Lerna, un mostro con molte teste (il numero variava nei racconti) di cui una sola immortale. L’idra non era mai stata vinta da nessuno, poiché ad ogni testa che le si tagliava ne ricrescevano subito due. L’enorme difficoltà della lotta ha fatto identificare anch’essa, pure ritenuta figlia di Echidna, dalla discussa natura di serpente o di cane, con la Morte[9]. Eracle chiese aiuto a Iolao, figlio di suo fratello e suo compagno in molte imprese, il quale bruciò i tronconi per impedire che le teste si riformassero. Così Eracle riuscì a tagliare anche la testa immortale, ma Euristeo rifiutò di considerare l’impresa come valida, dal momento che egli non l’aveva compiuta da solo.

Eracle catturò poi la cerva di Cerinea, un animale dagli zoccoli di bronzo e dalle corna d’oro, sacra ad Artemide. Questa avventura ricorda molto da vicino la caccia al bianco cervo dei racconti medioevali. Eracle non doveva colpire l’animale con la sua freccia, ma inseguirlo per prenderlo vivo, e questo inseguimento rappresentava il vero pericolo, perché non potendo fare a meno di rincorrere l’animale sacro – che forse anche si identificava con la stessa dea – si rischiava di lasciarsi portare “al di là del territorio di caccia conosciuto, in un altro paese, dal quale non si ritornava”[10]. In pratica, la caccia sarebbe, qui come nelle leggende del ciclo bretone, il modo in cui l’eroe si avvicina al confine col mondo sovrannaturale. la dea, insieme ad Apollo, rimproverò l’eroe di aver catturato la cerva, ma egli si difese dicendo di essere stato costretto da Euristeo, e gli dei gli consentirono allora di portarla fino a Tirinto per poi lasciarla libera.

Durante la quarta impresa, la cattura del cinghiale Erimanzio che devastava la campagna in Arcadia, Eracle uccise i centauri che, ubriachi, lo avevano assalito, lasciando solo pochi superstiti tra cui Nesso, che in seguito sarebbe stato la causa della morte dell’eroe. Dopo questa impresa Eracle si imbarcò con gli Argonauti per cercare il vello d’oro, ma essendosi fermato a cercare il proprio scudiero Ila, rapito dalle ninfe sulla costa della Bitinia, venne abbandonato dai compagni.

La quinta fatica (ma l’ordine non è certo) fu la pulitura delle stalle di Augia, re dell’Elide. Questo re era così ricco, che si diceva possedesse nei suoi armenti le ricchezze del dio del sole. Si diceva anche che i suoi occhi splendessero come i raggi del sole, e che lui stesso fosse figlio di Elio. Tuttavia le sue stalle erano così piene di sporcizia da aver provocato una pestilenza nella regione. Così al luminoso regno del sole sembra corrispondere  un opposto governo sotterraneo su un paese tetro e sudicio. Eracle deviò il corso del fiume Alfeo in modo che le sue acque entrassero nelle stalle e così le pulì perfettamente, ma Euristeo non volle riconoscergli l’impresa perché egli aveva tentato di ottenere da Augia una parte del suo bestiame in cambio del lavoro. Augia aveva acconsentito ma poi aveva rifiutato di onorare il patto, il figlio Fileo aveva criticato il padre per questo e venne esiliato. In seguito Eracle tornò in Elide, uccise Augia e mise sul trono Fileo.

Poi Eracle uccise o comunque scacciò gli uccelli della palude Stinfalia, anch’essi creature infernali dai becchi e dagli artigli di bronzo, che sterminavano uomini e animali e con le loro feci avvelenavano i raccolti.

Recatosi in seguito a Creta, Eracle catturò il Minotauro, ma lo lasciò libero: l’animale sarebbe poi stato ucciso da Teseo. L’ottava fatica fu invece la cattura delle cavalle che Diomede, re dei Bistoni di Tracia, nutriva di carne umana (anche l’ordine di queste due imprese viene talvolta scambiato).  Ancora una volta, Eracle si trovava a combattere con la Morte: i cavalli erano animali molto legati al re degli Inferi, al quale tra l’altro le anime defunte portavano in dono dei destrieri. Talvolta in certi racconti questi animali vengono rappresentati mentre lacerano un eroe, ma si tratta sempre di una raffigurazione della Morte, e così sarebbe anche nel caso di queste cavalle mangiatrici di uomini[11]. Eracle diede in pasto alle bestie lo stesso Diomede e da quel momento esse furono domate, ma in seguito vennero a loro volta divorate dagli animali selvaggi del monte Olimpo. Fu durante questa impresa che Eracle, in visita dall’amico Admeto, re di Fere, venne a sapere che la moglie di costui, Alcesti, si era offerta di morire in sua vece, e riuscì a salvarla lottando con Thanatos, la Morte. Non solo, ma dopo aver ucciso Cicno, un altro figlio di Ares, l’Eroe si trovò addirittura a lottare contro il dio. Secondo una versione Zeus sarebbe intervenuto tra i due contendenti separandoli con la sua folgore. Secondo un altro racconto, invece, l’Eroe avrebbe ferito il dio della Guerra ad una coscia con la sua lancia.

Come nona fatica Eracle doveva prendere la cintura, simbolo di potere, che Ares aveva donato alla regina delle amazzoni Ippolita. Forse perché si era innamorata di Eracle, la donna gli diede la cintura senza opporsi, ma Era, furiosa per  questa facile vittoria, convinse le altre amazzoni che Eracle voleva rapire la loro regina, ed esse attaccarono l’eroe. Eracle forse si convinse che la giovane volesse venir meno alla parola data e l’uccise; oppure, come pure si raccontava, l’Eroe rapì Melanippa, mentre Teseo che lo accompagnava rapì Antiope: Melanippa venne restituita a Ippolita in cambio della cintura, mentre Antiope rimase con Teseo, di cui si era innamorata. Al ritorno, Era aveva scatenato una tempesta che aveva ucciso numerosi compagni di Eracle e lo aveva costretto ad approdare sull’isola di Coo. Il re di questa, Euripilo, “dal portone ampio”, non era altro che un’ennesima impersonificazione del signore del regno dei morti, il cui carattere ironicamente “accogliente”, come sovrano di un popolo numeroso, compare spesso nei suoi numerosi nomi. Questa volta nella lotta l’Eroe si trovò vicino a soccombere, e fuggì, vestito da donna, presso una schiava tracia, fino a che Zeus intervenne, punì la sua divina sposa e soccorse il figlio in difficoltà.

Se anche non si volesse accreditare l’idea che il Peloponneso e la Tracia delle prime fatiche di Eracle fossero in effetti un confine, e che i luoghi dove Eracle sconfisse i suoi mostri fossero situati oltre questo confine, al di sotto della terra, è certo che le successive imprese debbono aver condotto Eracle al limite del regno dei morti, per rubare il bestiame di Gerione e per prendere le mele d’oro del giardino delle Esperidi.

Gerione possedeva dei buoi custoditi dal cane a tre teste Ortro, fratello di Cerbero e dell’idra di Lerna. Gerione stesso si diceva avesse tre teste. Nel viaggio Eracle giunse a Cadice, ove eresse le famose colonne che avrebbero segnato il limite estremo oltre il quale non vi era passaggio per l’occidente, e inoltre sconfisse il gigante Anteo, figlio della terra, che da essa quindi traeva forza ogni volta che cadeva. Eracle se ne accorse e riuscì a vincere tenendolo sollevato fino a renderlo sufficientemente debole da poterlo uccidere. Addormentatosi, ebbe poi un’avventura con i pigmei che abitavano la regione, che richiama molto da vicino quella di Gulliver con i Lillipuziani. Poi, per dirigersi a Oriente dove risiedeva il mostro Gerione, Eracle colpì il sole con una freccia, e il sole, forse per timore, forse per ammirazione, o divertito dalla sua impudenza, gli diede la coppa d’oro con la quale ogni giorno compiva il suo viaggio sull’oceano, diretto ad est. Si narra anche di diverse deviazioni che Eracle fu costretto a compiere per riportare il gregge intero a Micene, poiché molti tentarono di rubargli i preziosi armenti. Si spinse fino in Mauritania, fondò il regno degli Sciti in Russia, arrivò in Italia dove uccise Caco, figlio di Vulcano (il nome latino di Efesto, certo un altro essere in stretto rapporto col regno dei morti) e dove un giovane toro riuscì a fuggire e dal suo nome vitulus prese nome la terra chiamata Vitalia e in seguito Italia. Infine, combattendo e uccidendo il gigante Alcioneo, Eracle avrebbe contribuito alla vittoria degli dei olimpici contro i giganti, figli della terra, prima di tornare finalmente a Micene con i buoi che Euristeo aveva sacrificato a Era.

Per la successiva impresa Eracle dovette chiedere consiglio alle Moire, poiché non poteva raggiungere senza aiuto divino il giardino delle Esperidi. Esse gli spiegarono che se fosse riuscito a trattenere Nereo, il vecchio che non mentiva mai, nonostante le sue metamorfosi, questi gli avrebbe indicato il cammino. Così infatti fece Eracle. Nel suo viaggio si imbatté in Prometeo incatenato alla roccia e lo liberò: Prometeo gli suggerì di non entrare egli stesso nel giardino da dove non sarebbe mai potuto tornare. Avrebbe invece dovuto convincere Atlante a prendere i pomi sostituendolo nel suo compito di reggere la volta celeste. Il titano accettò di fare quanto gli si chiedeva, ma al ritorno rifiutò di riprendere il proprio posto e decise di portare egli stesso i frutti a Euristeo. Eracle finse di acconsentire, ma lo pregò di caricarsi il cielo sulle spalle ancora per qualche minuto, in modo da potersi fasciare la testa a svolgere il compito più facilmente. Atlante si lasciò convincere e naturalmente appena Eracle ebbe in mano le mele fuggì in Grecia. Secondo un’altra versione invece fu lo stesso Eracle a prendere le mele, uccidendo il serpente Ladone dalle molte voci, che le custodiva e che non chiudeva mai gli occhi. Esso sarebbe stato trasformato da Era nella costellazione del Serpente.

Sappiamo già che molti eroi rivelavano un rapporto con “l’altro regno” nel loro nome, come Cadmo, o nella sorte cui andavano incontro dopo la morte, come lo stesso Cadmo e sua moglie Armonia, come Castore e Polluce e molti altri. Tuttavia prima di Eracle solo Perseo aveva compiuto, da vivo, un vero e proprio viaggio nell’“altro regno”, e si era trattato di un viaggio simbolico. Quello che Eracle compì per la sua dodicesima e ultima fatica fu invece reale: egli si recò effettivamente nell’Ade per catturare Cerbero, il cane infernale. Euristeo sperava così di liberarsi del suo rivale, mentre fu proprio sconfiggendo Ade in persona che Eracle conquistò l’immortalità. Per poter scendere nel regno degli inferi egli fu iniziato ai misteri di Eleusi, e poi venne accompagnato da Atena ed Ermes, la guida delle ombre, che lo accompagnarono. O forse in realtà i due dei soccorsero Eracle dall’inganno dei misteri, che non lo avrebbero aiutato. Eracle incontrò Meleagro, che gli raccontò di come fosse stato ucciso, ancora giovanissimo, durante la caccia al cinghiale calidonio: egli aveva voluto dare le spoglie dell’animale ad Atalanta poiché ella lo aveva colpito per prima e anche perché era innamorato di lei; i due fratelli della madre del giovane, in collera per la vittoria accordata a una donna, avevano cercato di sottrarle il premio, e Meleagro li aveva uccisi. Quando il giovane eroe era nato, le Moire ne avevano predetto la morte quando un tizzone che era nel fuoco si fosse consumato: la madre allora aveva tolto il legno dal camino e lo aveva nascosto dove nessuno potesse trovarlo. Alla notizia dell’uccisione dei fratelli lo aveva gettato nel fuoco provocando così la morte di suo figlio. Poi, in preda ai rimorsi, si era a sua volta uccisa. Eracle, commosso alla storia del giovane, promise di sposarne la sorella Deianira. Poi creò molti danni nel Tartaro. Si battè perfino con lo stesso Ades e lo ferì, poi incontrò Teseo e Piritoo, legati alla sedia dell’oblio dal giorno in cui avevano tentato di rapire Persefone. Ades acconsentì a lasciargli portar via Teseo, colpevole solo di aver aiutato l’amico, mentre la punizione di Piritoo doveva essere eterna. Inoltre gli lasciò prendere Cerbero, purché non usasse armi e con la promessa di riportarlo subito indietro, non appena esaurito il compito affidatogli da Euristeo, e così l’eroe fece.

IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – I Dioscuri

I Dioscuri – foto dal web

            Come molti eroi greci, i due gemelli Castore e Polluce avevano una doppia origine, mortale e divina: erano figli di Leda, moglie di Tindaro o Tindareo, perciò chiamati anche Tindaridi; ma sono meglio noti come Dioscuri, Figli di Zeus, per la nota leggenda secondo cui il dio li avrebbe avuti seducendo Leda in forma di cigno. Sarebbero dunque nati, come le sorelle Elena e Clitemnestra, da un uovo, sulla rocciosa isola di Serifo.

            Una versione più tarda riteneva che Castore e Clitemnestra fossero figli di Tindaro, e dunque mortali, mentre Polluce ed Elena sarebbero stati immortali.

            I due gemelli parteciparono alla spedizione degli Argonauti e al ritorno aiutarono Giasone e Peleo a distruggere il regno di Iolco, il cui re Acasto aveva in passato tentato di ingannare e di far morire Peleo.

            In seguito si innamorarono di due cugine, Febe e Ilaira o Ileira e le rapirono. A loro volta le due fanciulle erano figlie del mortale Leucippo oppure del dio Apollo. Esse si chiamavano Leucippidi, che vuol dire Bianche cavalle del cielo, e il significato dei loro nomi, la Pura e la Serena sembra anch’esso riferirsi alle fasi lunari. Esse erano state promesse in sposa da Leucippo a un’altra coppia di gemelli, Idas e Linceo, cugini dei Dioscuri, figli del mortale Linceo oppure del dio Poseidone.

            Dal rapimento di Febe e Ileira o, secondo un’altra versione, da un furto di armenti compiuto insieme dai quattro cugini a seguito del quale Idas e Linceo si sarebbero impadroniti con l’inganno dell’intero bottino, nacque la rivalità tra le due coppie di gemelli.

            E’ noto che Afrodite aveva promesso a Paride, che l’aveva eletta più bella tra tutte le dee, l’amore di Elena, la più bella tra le donne. Ma Elena era sorella dei Dioscuri, e benché il suo sposo Menelao l’avesse lasciata sola, fino a che essi la proteggevano non sarebbe stato possibile al principe troiano rapire la giovane. Accadde dunque che quando Paride venne a trovare i Dioscuri, accompagnato da Enea, venne dato un banchetto in onore dei due ospiti asiatici, al quale parteciparono Idas e Linceo. Questi presero a dire che Castore e Polluce avevano rapito le loro spose per non pagare al loro padre il prezzo della dote: e allora i due fratelli dissero che avrebbero ripagato Leucippo portandogli in dono ricchi armenti, e partirono per rubare le bestie dei cugini.

            Così Elena rimase incustodita, e Paride poté sedurla e portarla con sé a Troia, dando origine alla guerra narrata nell’Iliade.

            Nel frattempo anche Idas e Linceo lasciarono il banchetto per raggiungere i due cugini. Questi se lo aspettavano, e per questo Castore era rimasto nascosto in una quercia in agguato. Ma Linceo Occhio di lince se ne accorse e lo disse al fratello, che colpì Castore con una lancia. Polluce, l’immortale, uccise sia Linceo che Idas, ma quando raggiunse Castore e vide che stava morendo, pregò Zeus di far morire anche lui. Il dio, commosso da questa prova di affetto, lasciò al giovane la scelta: salire all’Olimpo e restarvi per sempre da solo, oppure scendere per l’eternità un giorno agli inferi col fratello, e un altro giorno vivere con lui sull’Olimpo. Egli scelse questa seconda strada, e da allora i Dioscuri partecipano per sempre della luce e dell’oscurità. Ma forse tutte le più famose coppie di gemelli dell’antichità greca erano in fondo la rappresentazione di un lato oscuro e di un lato luminoso, degli opposti inseparabili.

            Secondo una variante del mito, i due fratelli salirono al cielo trasformati nella costellazione dei Gemelli.

            Venerati insieme ad Eracle e ad altri, essi però rappresentavano forse qualcosa di più degli altri eroi: ad Atene avevano il titolo di Anakes, “Signori” o “Protettori”[1]: si riteneva che essi accorressero a cavallo rapidissimi in soccorso da chiunque si trovasse in pericolo, sia in battaglia, sia soprattutto in mare. Infatti essi erano considerati anche dei del mare, e in questa veste si presentavano non come cavalieri, ma come esseri celesti alati: la loro presenza era segnalata dai fuochi di sant’elmo sulle navi, alla cui comparsa le tempeste si placavano.

[1]Anthony S. Mercatante, Dizionario universale dei miti e delle leggende,  II edizione Newton Compton, trad. in italiano di Rita Gatti e Lucilla Rodinò, p. 165; v. anche K. Kerényi, op. cit.,  p. 333-334

Cadmo e Armonia

Immagine dal web

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            Il mito di Cadmo e Armonia si pone anch’esso a metà strada tra il mondo degli dei e quello umano, poiché anche questa celebre coppia è considerata a un tempo divina e terrestre. Certo Cadmo  aveva nella sua famiglia un gran numero di dei. Suo padre Agenore si diceva nato da Libia e Poseidone. Libia era figlia di Epafo e dunque nipote della povera Iò, con cui Zeus si era unito sotto forma di toro, e che Era per gelosia aveva trasformato in giovenca. Iò a sua volta era figlia di Inaco, nato da Oceano e Teti. La sposa di Cadmo, Armonia, era ritenuta figlia di Ares e Afrodite, la loro figlia Semele avrebbe dato alla luce Dioniso, l’altra figlia Ino sarebbe stata a sua volta venerata dopo la morte come dea.

            Cadmo era partito dalla casa dei genitori per cercare la sorella Europa che, come Iò qualche generazione prima, era stata rapita da Zeus ed era scomparsa: il capostipite dunque di tanti eroi delle fiabe alla ricerca di una sorella portata via da un essere di un mondo “altro”. Il padre gli aveva vietato di tornare a casa se non avesse ritrovato Europa, “spietato per troppo affetto”, dice Ovidio[1].

            Egli tuttavia non trovò la sorella, e non osando tornare a casa finì per trovare invece la sua sposa e per fondare un regno, quello di Tebe. Seguendo, su suggerimento di un oracolo, una vacca sacra, la condusse al luogo del sacrificio. Tuttavia, per compiere il rito aveva bisogno di acqua, e sulla fonte regnava un drago, figlio di Ares, evidentemente l’originario sovrano di quelle terre ancora selvagge:

“… un serpente generato da Marte, tutto irto di creste d’oro; fiammeggiano gli occhi, il corpo è tutto rigonfio di veleno, ha tre lingue che vibrano, i denti sono disposti in tre file[2].

            Qui la solitudine di Cadmo viene sottolineata come un aspetto del suo essere in un certo senso “primo uomo”: gli altri abitanti della terra, che pure esistevano, erano nati dal fango, esseri così primordiali da non alterare sostanzialmente la solitudine dello stato primitivo. Cadmo si presenta anch’egli come un uomo primitivo: “portava addosso la pelle strappata a un leone, per armi una lancia dalla punta di ferro lucente e un dardo, ma soprattutto, più forte di qualsiasi strumento, il coraggio[3]. Sebbene Ovidio parli di una lancia e di un dardo, sembra che in origine l’eroe non avesse armi, e avesse ucciso il drago con una pietra (le raffigurazioni di Cadmo con la spada sono più tarde).

            Anche secondo Ovidio Cadmo lanciò un macigno: “Quel colpo avrebbe sconquassato una gran cinta di mura con tutte le sue alte torri: il serpente rimase incolume”. Allora l’eroe lanciò il dardo, che il serpente riuscì a svellere dal proprio corpo, ma senza riuscire a strappare il ferro.

Allora sì che gli crebbe la rabbia. Un flusso di sangue gli gonfiò la gola, una bava bianchiccia gli spumeggiò intorno alle fauci pestifere, e la terra rimbombò spazzata dalle squame e l’alito nero che gli usciva dalla bocca infernale ammorbò e infettò l’aria. Ora si raggomitola con le spire che fanno un cerchio immenso, ogni tanto si drizza più dritto di un lungo fusto, ora con impeto travolgente si slancia come un fiume ingrossato dalle piogge e abbatte col petto le piante che incontra”.

            Dai denti del drago, usati come semi, nacque una stirpe di guerrieri armati, alcuni dei quali si uccisero tra loro. I superstiti vennero chiamati Sparti, “i seminati”.

            La sua opera di fondatore si compì con il matrimonio con Armonia, la “unificatrice”, figlia dell’amore e della guerra.

            Alle nozze dei due sposi intervennero tutti gli dei, e fu questo l’ultimo banchetto in cui i due mondi si avvicinarono così tanto. Dopo quel momento, l’intimità tra dei e uomini scomparve, e del resto neppure la coppia che ne fu protagonista ebbe vita felice: Semele volle vedere Zeus nella sua divina potenza, e ne fu incenerita prima di dare alla luce il piccolo Dioniso; la sorella Ino uccise i due figli e si gettò in mare; Agave impazzì e in preda a furia dionisiaca uccise il proprio figlio Penteo; e Autonoe ebbe il triste compito di raccogliere le spoglie del figlio Atteone tramutato in cervo e divorato dai suoi stessi cani per l’ira di Artemide che egli aveva visto durante il bagno.

            Alla fine della loro vita, Cadmo e Armonia ripresero il loro ruolo di dei legati agli inferi, tramutandosi in una coppia di serpenti. Se ancora ci fosse qualche dubbio sul ruolo di signore primordiale della natura che il serpente ucciso da Cadmo doveva avere, basta leggere, ancora una volta, le parole dell’acuto Ovidio. Cadmo è ormai un uomo vecchio, prostrato dalle tante disgrazie che hanno colpito la sua famiglia, e così si rivolge all’amata moglie Armonia:

Forse era un serpente sacro quello che trafissi con la mia lancia ai tempi in cui lasciammo Sidone, e del quale seminai i denti, semi mai visti, nel suolo. Se gli dei si preoccupano di vendicarlo con un’ira così spietata, possa io stesso protendermi, serpente, su un lungo ventre”.

            Cadmo viene subito accontentato e Armonia, per amore, chiede e ottiene di seguirne le sorti. I due serpenti vanno a vivere nel bosco e “Ancora oggi, non fuggono l’uomo né lo aggrediscono per ferirlo. Serpenti pacifici, non hanno dimenticato che cosa furono un tempo[4]

[1]Ovidio, op. cit., pag. 93

[2]Ibidem, pag. 95

[3]Ibidem, pag. 95

[4]Ibidem, pag. 160-63

L’eroe – Continua

Supereroe, Umano, Essendo, Potere, Vivo, Presente

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Provo ad andare avanti con questo argomento dell’eroe che mi affascina…

Almeno fino a che non ha cominciato ad essere raccolta per iscritto, la fiaba è rimasta per chi raccontava come per chi ascoltava (non solo bambini: i racconti erano in genere per tutti) uno spazio di libertà, di gioia, di immaginazione e di fantasia. Certo, chi raccontava – sempre un adulto – ovviamente esercitava un controllo, tuttavia necessariamente meno stringente, per l’immediatezza del mezzo orale, non così accurato, studiato come il mezzo scritto.
Oggi è apparentemente vinta la battaglia contro chi voleva proporre ai bambini modelli del tutto astratti dalla realtà, improntati a una bontà zuccherosa e irrealistica, e una serietà (o meglio seriosità) della cultura che vieta il sorriso perché “distoglie dal dovere” e proibisce l’immaginazione presumibilmente perché sfugge al controllo ed è quindi pericolosa.
La scelta tra i libri di fiabe sembra in effetti vastissima, con innumerevoli rielaborazioni, libri-gioco, libri sonori, riduzioni per tutte le età, ma non tutto è risolto: la quantità di offerta rende difficile la scelta, e come osservava Bettelheim, spesso sembra non solo più facile, ma anche più opportuno, più sicuro rivolgersi a versioni edulcorate che purgano la storia dei suoi elementi più sanguinosi, cruenti, e oscuri, per “proteggere” il bambino.
Ma proteggerlo da che cosa? Qui sta il punto.
Spesso la fiaba sembra davvero estremamente violenta: foreste spaventose, mostri, vendette crudeli contro i malvagi, pretendenti alla mano della principessa che muoiono per non essere riusciti nell’impresa, sono tutti aspetti che possono fare molta paura. Ma, avverte Bettelheim, si tratta di una paura salutare: che noi gli diamo o meno da leggere Cenerentola, il bambino è geloso dei suoi fratelli e si sente talvolta umiliato e maltrattato. Che gli raccontiamo la versione originale o quella edulcorata di Biancaneve, lui vede talvolta la mamma come una “matrigna” e la rivalità tra genitore e figlio è cosa nota, o dovrebbe esserlo. Il bambino vive i conflitti della crescita, vive la sua parte oscura, i suoi “mostri”, di cui non conosce la natura.
Noi pensiamo forse, non facendogli conoscere le fiabe, di proteggerlo da questi mostri, dagli aspetti più paurosi della vita, ma è proprio il contrario: grazie alle fiabe lui può dare un nome a queste paure, identificarle con l’orco, la strega, la matrigna, e può credere che, come l’eroe, anche lui potrà sconfiggere i suoi “mostri” e, nonostante le difficoltà, avere una buona vita. Una volta che egli ha raggiunto una maggior dimestichezza con le fiabe, gli elementi paurosi tendono ad assumere meno importanza, e quelli rassicuranti prevalgono: l’ansia originaria si trasforma allora nel grande piacere dell’ansia affrontata e dominata con successo ,, che non è altro, in fondo, che la caratteristica principale che noi cerchiamo nell’eroe.
E qui veniamo all’altra accusa che è stata mossa alle fiabe, quella di essere troppo “ottimistiche”, con quel lieto fine “improbabile”.
Ma anche a questa critica Bettelheim ha risposto in modo esauriente. In primo luogo, occorre appunto distinguere tra fiabe originali e versioni edulcorate: in generale le fiabe tradizionali sono tutt’altro che “rosee” e mostrano al bambino il mondo in tutti i suoi aspetti, sia pure con il linguaggio simbolico che è a lui più facile da comprendere: il lupo, la strega, il malvagio che si appropria dei meriti dell’eroe e tenta di sposare la principessa al suo posto, oltre ad essere espressioni delle paure del bambino sono anche rappresentazioni di altrettante parti “oscure” che sono non solo dentro lui stesso, ma principalmente nel mondo.
Mai viene detto al bambino che il mondo è un luogo idilliaco e che tutto gli sarà facile: al contrario, il messaggio è che le cose buone per sé si conquistano solo a prezzo di lotte, di fatica, di dolore e di rischi mortali. Cappuccetto Rosso avverte che l’ingenuità uccide, Biancaneve ci dice che l’eccessivo narcisismo di un genitore lo conduce a distruggersi da sé.
Ma per poter dare significato alla fatica che fa a crescere, il bambino deve anche poter credere che questa fatica potrà davvero condurre a un risultato.
Le fiabe gli dicono ciò di cui ha bisogno, con il suo linguaggio, quello delle immagini, dei simboli. In questo senso l’arte della fiaba potrebbe essere l’arte di Ermes, il dio del thélgein, dell’incantesimo, della fascinazione . Il dio che racconta menzogne che hanno però il sapore della verità. Che è capace del più elaborato inganno, ma mantiene sempre l’innocenza del bambino, un “odore di fasce e di latte”. Che confonde, tace, si nasconde, parla per oscure metafore, ma è pur sempre il messaggero di Zeus e il portatore, dunque, malgrado le apparenze, della verità più alta e più pura, quella che nasce dalla saggezza del dio più antico del mondo unita a quella del bambino che non cresce mai e che ride di tutto (incluso se stesso).
Anche Socrate parlava del mito come di un incanto, un vincolo magico che cattura l’anima .
Nel mondo del bambino, così come in quello delle fiabe, gli animali e gli oggetti parlano, aiutano, ostacolano. Inoltre, la fiaba parte da un tempo remoto e da un paese lontano, quindi rassicura immediatamente il bambino sul fatto che non si parla specificamente di “lui”, non è detto che sia “lui” a odiare i suoi fratelli, ad amare sua madre e voler uccidere suo padre, ad essere umiliato da una matrigna che pretende da lui tante cose. Nello stesso tempo, dentro di sé il bambino sa che tutte quelle cose sono vere anche per lui, e il fatto che siano accadute anche a qualcun altro significa che sono “normali”, che lui non è un “mostro”.
E’ anche per questo che è importante che l’eroe non sia un essere perfetto, invincibile e privo di difetti, con il quale il bambino certo non potrebbe identificarsi e che sarebbe anzi per lui fonte di ansia spaventosa, ben sapendo di non potergli assomigliare. La fiaba dunque non è immorale come la vedeva la pedagogia moralistica di anni non troppo lontani , perché la sua violenza non è affatto gratuita.
Ma neppure si può dire che si tratti di letture amene prive di qualsiasi contatto con la realtà. Il lieto fine non è dettato da un ottimismo superficiale, ma, come si è visto, da una ben precisa esigenza del bambino, quella appunto di poter credere che le sue difficoltà saranno premiate dal raggiungimento di qualcosa di buono, sia questo l’amore per un’altra persona o semplicemente il superamento di una dolorosa fase di crescita e il raggiungimento di un livello superiore di maturità.
Non sono le fiabe tradizionali a insegnare alle ragazze a restare in attesa del principe azzurro, del compagno perfetto: nelle fiabe il principe azzurro – come si dimostra da tutta la trama – rappresenta il risultato di un faticoso, lungo e doloroso processo con cui si esce dal proprio narcisismo (il “sonno” della Bella Addormentata, o il palazzo dove tutti i desideri sono realizzati nella Bella e la Bestia, ecc.) per imparare a porsi in relazione con un’altra persona, perché solo la relazione può far superare la paura della morte e dell’abbandono. Questo è il vero senso del “vissero felici e contenti”: non l’immortalità, non una vita perfetta, ma la raggiunta consapevolezza che consente di rapportarsi agli altri in modo positivo e quindi, non sentendosi più soli, venire a patti con la nostra difficile mortalità.
Sono semmai, purtroppo, molte versioni “adattate” delle fiabe popolari, nelle quali non si dà spazio alla ricerca, al superamento dei lati oscuri, al coraggioso uscire dai propri terrori e dai propri “mostri”, ma si propone un mondo, questo sì perfetto, irreale e del tutto inverosimile in cui i due eroi non fanno altro che trovarsi e vivere poi una vita meravigliosa che non si sono conquistati, che non “meritano” e che il bambino stesso non può che sentire come impossibile.
La fiaba ha certamente tra i suoi compiti fondamentali quello di far crescere nel bambino un proprio senso morale; ma è importante che esso gli venga trasmesso non con astratti concetti etici, ma attraverso ciò che gli appare concretamente giusto e quindi di significato tangibile.
Nelle fiabe non viene taciuto il pericoloso fascino che il male può avere nella realtà, basta pensare alla potenza del gigante, alla forza magica della strega; esso inoltre può anche avere temporaneamente la meglio, come le sorellastre che maltrattano Cenerentola o il falso eroe che prende il posto dell’eroe vero. Ma quello che è importante è che alla fine il male è sempre perdente. Non è quindi tanto il fatto che alla fine il cattivo sia punito che conta, anche se è importante, ma il fatto che il crimine non paga: il bambino “sceglie” l’eroe non perché è virtuoso, ma perché è più attraente: per questo egli si identifica con lui e con le sue lotte, sopporta con l’eroe prove e tribolazioni, e trionfa con lui quando vince.
Il bambino non si chiede se vuole essere buono, ma acquista la coscienza di sé identificandosi con qualcuno. Se questo qualcuno è dotato di qualità positive, il bambino desidererà avere anche lui quelle qualità.
Anche nelle fiabe dove l’arricchimento non è dovuto alla virtù, come Il gatto con gli stivali o Il fagiolo gigante che possono dirsi in questo senso “amorali”, hanno comunque la diversa e non meno importante funzione di dar al bambino la convinzione che anche il più umile può farcela: consentendogli così di affrontare la vita con la fiducia di poter sormontare le sue difficoltà, di fronte alle quali egli si sente spesso così insignificante da temere che non sarà mai in grado di valere qualcosa.
In questi casi le paure dell’eroe, la sua insicurezza, lo sconforto di fronte ad imprese apparentemente impossibili sono emozioni assai vicine a quelle del bambino che si trova di fronte alle spaventose lotte legate alla crescita e non sa se riuscirà a superarle.