Di mal di testa e altri dolori

Oggi ho mal di testa. Mi sono svegliata col mal di testa e non è passato neanche con le pastiglie. Forse sono i lavori, la polvere, il rumore, oppure l’umido, o troppo computer, chi lo sa. Ma pensavo. Che fortuna, essere nati dalla parte giusta del mondo. Dove per “giusta” si intende quella parte (piuttosto piccola) del mondo dove puoi permetterti di preoccuparti dello stress da lavoro, o decidere se ristrutturare casa o no, e in entrambi i casi sopportarne le conseguenze, che sono comunque sopportabili. Lo so che anche qui c’è chi ha problemi ben più gravi, se non tragedie personali. Ma comunque, se hai veramente tanta fame, un modo per mangiare lo trovi, se ti ammali, le cure sono a livello di paese civile, e gli effetti della guerra li senti soltanto nel senso che forse, magari, potrebbero arrivare i temutissimi profughi (per la cronaca, uno dei miei figli si sentì dare del profugo, non tanto tempo fa, come se fosse un insulto. Con l’invito a tornarsene a casa sua, che, sempre per la cronaca, è anche casa mia). E così pensavo, nascere dalla parte giusta del mondo non è mica una colpa. Però non è neanche un merito. È una fortuna, né più né meno. E so che è banale, ma penso che dovremmo ricordarcene, non solo per gli altri, per non essere ingiusti verso chi sta peggio, ma per noi stessi, per non sentirci vittime predestinate della sfiga, che oltretutto, di sicuro non aiuta a vivere meglio.

Prendo le distanze

Come il Barone Rampante di Calvino, mi pare sempre più necessario, per la mia sopravvivenza, mantenere una certa distanza dal mondo, o almeno da una parte di mondo. Cosimo partecipava alla Rivoluzione Francese e alla Restaurazione senza mai scendere dagli alberi, dentro alle cose, ma anche fuori da esse, appassionandosi anche, prendendo certamente posizione, ma con lo sguardo disincantato di chi sa che le rivoluzioni passano, che ciò che oggi sembra nuovo sembrerà, domani, molto più vecchio di quel che l’ha preceduto.

I miei personali alberi sono i libri, il cinema, la scrittura. Cerco di capire, ma non mi sento (non voglio sentirmi) appartenente a questa visione che divide il mondo in buoni e cattivi, “noi” e “loro”, e chi non è con me è contro di me. L’altroieri ho avuto un altro primo premio per una poesia in un concorso che mi è molto piaciuto, dell’Associazione Assolutamente Azzurro di Vergato (Bologna), ho ascoltato le poesie dei bambini, la tenacia ostinata di chi cerca di educarli a vedere la bellezza nella loro vita e ad arrabbiarsi in una maniera costruttiva, che aiuti a stare meglio, e non peggio.

Ieri, poi, mi è arrivato Robin. Gli occhi allegri del capitano di un rimorchiatore in un libro per bambini, come li aveva definiti un giornalista. Mi tuffo in quell’allegria che non rinnega la malinconia, né la rabbia o il dolore, se è per questo, ma conserva una gioia profonda che non si lascia sopraffare mai.

Provo anch’io a essere felice a modo mio, e qualche volta ci riesco.

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Ancora da “Il mio nome è Rosso”

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“Quando vidi suo figlio per la prima volta capii cos’era che, ormai da anni, ricordavo male del volto di Şeküre. […] Per dodici anni, girando di città in città, con la fantasia mi era piaciuto ricordare la bocca di Şeküre più grande, avevo sognato labbra più regolari, più carnose, irresistibili come una grande amarena lucida.

Significa che se avessi avuto con me un ritratto del volto di Şeküre dipinto con i metodi dei maestri italiani, non mi sarei sentito spaesato, a un certo punto dei miei dodici anni di viaggio, credendo di non ricordare affatto il viso dell’amata che mi ero lasciato alle spalle. Perché se dentro di te, inciso sul cuore, vive il volto della persona amata, il mondo è ancora la tua casa.”

Si può scrivere senza sporcarsi di “polvere mondana”?

“If I had sooner made my escape into the world, I should have grown hard and rough, and been covered with earthly dust, and my heart might have become callous by rude encounters with the multitude. But living in solitude till the fullness of time was come, I still kept the dew of my youth and the freshness of my heart.”

Con questa citazione, l’articolo del Time che potete trovare qui: Hawthorne History intende provare la misantropia dell’autore della Lettera Scarlatta, il quale, dopo un lungo periodo vissuto in ritiro e in ristrettezze, divenne famoso e per un breve periodo anche ricco grazie a quel romanzo, finendo tuttavia col ripiombare abbastanza presto nelle difficoltà economiche. Tradotta, la frase suona pressappoco così:

“Una più precoce fuga nel mondo mi avrebbe reso duro e brusco e ricoperto di polvere mondana e i rozzi incontri con la moltitudine avrebbero forse indurito il mio cuore. Avendo invece vissuto in solitudine fino che venne il tempo giusto, mantenni la rugiada della mia giovinezza e la freschezza del mio cuore”.

Non ho mai amato Hawthorne, benché sia forse ingiusto dire così: ho provato ai tempi dei tempi a leggere la sua opera più nota senza riuscire a finirla. E mi chiedo oggi se con l’istinto non avessi percepito questa reciproca incomprensione tra l’autore e il mondo. Perché forse, è un pensiero che mi è venuto stasera e prendetelo con le pinze, nel mio leggere in apparenza un po’ come capita, forse un filo conduttore in realtà c’era, almeno tra gli autori che ho amato/amo di più:  anche in quello più atrocemente critico nei confronti dell’umanità (penso per esempio a Swift), si intuisce una rabbia che viene dall’esserci, nel mondo e col mondo, dal vederlo da dentro e dal non riuscire, pur vedendo tutti i suoi difetti, a non amarlo nonostante tutto, pur magari di quell’amore tempestoso e confinante con un odio da amante tradito. Tradito, ma non sconfitto e certo mai imbrigliato e reso semmai più lucido dal fatto che lo spirito di osservazione è acuito tanto dalla delusione quanto dalla passione.