New Orleans 24/10/2018 – French Quarter (e qualche considerazione personale del tutto fuori tema)

Il Vieux Carré e altre case sulla linea del tram St. Charles, senza trascurare il fatto che eravamo in piena Voodoo Fest, che dura tutta la settimana precedente Halloween. Halloween, per esempio, è una cosa che in qualche modo celebro anche in Italia, ma in America acquista tutto un altro sapore. C’è questo miscuglio tutto particolare di dialogo tra vivi e morti, di lutto e di memoria, di effetto catartico per fare i conti con la paura e il dolore della perdita e di sdrammatizzazione, di macabro e di scherzoso, ma anche di vera e propria celebrazione, un po’ come i banchetti e i festeggiamenti che presso certi popoli seguono immediatamente i riti funebri, per dire che tutto sommato, è vita anche questa, e che comunque i legami veri non si rompono mai, e quello che si celebra, dopotutto, è proprio questo. Io avverto, e amo profondamente, questa partecipazione che coinvolge le città nella loro interezza e ciascun individuo ugualmente nella sua interezza.

Del resto penso che se una qualche forma divina c’è, dev’essere probabilmente inclusiva, e non deve dispiacerle troppo questa commistione di sacro e profano, materiale e spirituale, tradizionale e contemporaneo, importato (da tempo immemorabile o di recente, poco importa) o autoctono, cristiano, pagano e altro ancora. Per cui capisco perfettamente le critiche allo “Halloween italiano”, specialmente alcune (legate all’aspetto più commercial-consumistico che comunque l’accomuna a tutte le altre feste, se non vissute profondamente), ma non le condivido. L’idea che ognuno debba strettamente tenersi la sua cultura (di quando? Delle caverne? Del medioevo? hmmm… già troppe mescolanze, all’epoca…), così come quella delle precedenze e dei privilegi la trovo molto difficile da associare a una qualunque divinità. E poi, siamo proprio sicuri che se così fosse, darebbe la precedenza agli Italiani? o agli occidentali? o ai terrestri, se è per questo? o agli abitanti della Via Lattea? Magari ci sono infinite altre galassie prima di noi, di cui non sappiamo niente… Sì lo so, sono uscita dal seminato, ma dopotutto, scrivo apposta per questo, per uscire impunemente dal seminato, andare fuori tema, ora che posso (revenge! [cit.]).

La leggerezza dell’infinito

Due giorni splendidi, con un gruppo che amo moltissimo. È un gruppo di “psicoterapia avanzata”, nel senso che siamo tutte persone che hanno finito la terapia ma affiniamo i nostri strumenti incontrandoci e lavorando insieme 4-5 volte l’anno. Ne esco ogni volta più forte e questa è stata particolarmente intensa. Emozioni, colori, il mio amatissimo mare, ricordi, sensazioni presenti e una porta aperta sul futuro, dietro la quale ho visto, per la prima volta con questa chiarezza, che quello che voglio è prima di tutto scrivere, o forse, anzi, solo scrivere. Ho avuto un senso fortissimo di morte e rinascita, qualcosa che mi ha coinvolta completamente, mi sono sentita come se fossi immersa nel mare e avessi il mare dentro di me, tutto il mio corpo era mare, e si è perso e ritrovato sull’onda di un fremito vitale, di una tale dolcezza e bellezza da stordire. Davvero non ho più paura. Sono io. Sono l’ala dell’aereo che si muoveva nel mio presente, e il cielo in cui volava, sono piena di amore e passione, di tenerezza ed energia, ho finalmente riconosciuto la mia capacità di scompigliare, riprendermi in mano la mia scintilla di follia, a cui tengo tanto, il gioco, la leggerezza dell’infinito. Sono io e sono in movimento, e amo così tanto esserci che neanche io sapevo fino in fondo quanto.

68. The Angriest Man in Brooklyn

Solo tu potevi interpretare un film così. Sulla rabbia, sul dolore e la paura che sono sempre dietro ogni rabbia e dietro l’isolamento (lo sapevi dai tempi di Mork). Sul fatto che vivere significa farci i conti per aprirsi alla felicità possibile. Credo diventerà un altro dei miei più amati. Dicono che sia tutt’altro che perfetto. Forse è per questo, sai. A volte penso che più sono imperfetti, più li amo. Tocca argomenti che sento moltissimo e lo fa in questa maniera per me tanto più profonda e commovente proprio nel suo essere sentimentale e leggera al tempo stesso. L’ho guardato ieri sera pensando, sarà una cosa fatta, visto che oggi è il giorno in cui parlo dei tuoi film. E invece oggi l’ho rivisto quasi tutto, per avere ben impressi in mente i toni, gli sguardi, le parole. Non necessariamente per riportarli qui, solo perché comunque ci fossero, in mezzo a tutto il resto, anche non visti, ma percepiti.

Due vite che rischiano di andare in malora, quella di Henry e quella di Sharon. L’uno reso furioso dalla morte di uno dei due figli, e che non riuscendo a vivere il suo dolore altro che nella forma di quella rabbia costante, si è alienato la moglie e l’altro figlio, il fratello e tutte le persone che avrebbero potuto stargli vicino. L’altra che odia altrettanto il mondo, pur essendo molto più giovane, perché già sta rischiando di lasciar andare alla deriva i suoi sogni. Tocca a Sharon dire a Henry che ha un aneurisma al cervello che gli lascia pochissimo da vivere, e di fronte a una delle sue crisi di rabbia, finisce per dirglielo nella peggior maniera possibile, al che Henry se ne va senza neanche rivestirsi.
Henry cerca di recuperare il tempo perduto mettendo in quell’ora e mezza più cose che può, ma essendo fuori allenamento nell’esprimere le emozioni positive, rischia di incasinarsi ulteriormente. Vorrebbe riunire vecchi amici a una festa, far l’amore con sua moglie (quale potrebbe essere la posizione più “giusta” in una situazione del genere?), riconciliarsi con il figlio, ma a parte il suo caratteraccio, che non rende le cose più facili, incappa in molti di quei contrattempi che spesso sperimentiamo quando abbiamo fretta e tutto sembra congiurare contro di noi, mentre Sharon parte all’inseguimento per trovarlo e portarlo in ospedale. L’alternanza di speranze, delusioni, buone intenzioni e pessime messe in pratica si riflette in quella faccia che è l’essenza stessa della libertà di espressione.

Insomma, se qualcuno si aspettasse un film molto triste si sbaglierebbe perché no, non lo è, e qui è l’aspetto straordinario. Al contrario, almeno a tratti è divertentissimo. Macabro, nemmeno. Beh, forse un pochino. Henry viene da una famiglia ebrea di New York, dopotutto. Indubbiamente scava nelle emozioni più forti, ma è attraversato interamente da quell’ironia che mi è così cara, che non dissacra ma allevia, entra più profondamente dentro e graffia quel tanto che basta perché la verità delle emozioni possa colpirti, ma senza ferire. Affrontando a viso aperto la violenza di alcune delle cose che ci devastano il cuore, perché possiamo parlarne se le accogliamo, e sorriderne significa accoglierle. Purché in quel sorriso ci sia tutta l’intensità possibile, perché è denso il nostro sentire, e deve esserlo, è giusto che lo sia.

E’ spiritoso, commovente, tenero, caldo, affettuoso.
Dicono che l’amore è puro e generoso. Non è vero. E’ meschino ed egoista. Ti volevo nello studio con me perché non riuscivo a concepire niente di meglio che averti vicino. Quello che volevi tu, che sognavi tu, io non volevo ascoltarlo. E poi, tuo fratello. Perché? Che razza di Dio, che razza di mondo è questo? E’ solo una stramaledetta truffa. Il dolore, dicono che poi passa. Stronzate. Non tenerti la rabbia dentro, dicono. Lasciala andare. Ti ucciderà. Fanculo, dico io. La rabbia è l’unica cosa che mi hanno lasciato. La rabbia è il mio rifugio, il mio scudo. La rabbia è il mio diritto di nascita.

E’ quello spazio tra il cuore e lo stomaco, tra la realtà e la trasfigurazione, tra la poesia e l’esistente, tra la vita come vorremmo che fosse e quella che è, che non è necessariamente peggiore, solo diversa. Il resto sta a noi. Cosa faresti se sapessi che ti resta poco da vivere? Cercherei il modo di essere felice. E allora perché non lo fai?
Non sono concetti nuovi, anzi. Si accompagnano da sempre ai pensieri che non possiamo fare a meno di avere sulla temporaneità del nostro esserci. Ma sono espressi in un modo che li senti vivi, ti ci picchi, combatti davvero contro quello che ti impedisce di portarli nella tua vita. Sono carne e sangue, sono nostri come difficilmente li sentiamo quando ci scivoliamo sopra intravedendo con occhi distratti una delle infinite citazioni sul non lasciarsi vivere.
Sulla mia lapide ci sarà scritto, Henry Altmann, 1951 trattino 2014. Non ci avevo mai pensato prima, ma non sono le date che contano. E’ il trattino.

Per otto giorni, Henry Altmann non si arrabbiò mai, neanche una volta. Tranne che proprio alla fine, quando disse alla morte di andare a farsi f..re. Poi riportò i suoi pensieri sulle cose che amava, e levò le ancore.
E’ un’accettazione senza resa, quella faticosa dolcezza che si conquista attraversando tutto il resto. Difficile togliermi dalla testa l’idea che tu sapessi fin troppo bene di cosa stavi parlando. Non avevi ancora risposte sicure, ma in cuor tuo sapevi. Comprese le ceneri nell’acqua, e magari anche tu odiavi l’idea, ma in fondo era l’unico modo di non separarti mai del tutto dalla terra.

 Perdonate quello che può apparire come uno spoiler, ma in realtà non lo è, perché non è la fine che conta, quella la si conosce fin da subito. Mi è venuto spontaneo utilizzare la seconda persona, rivolgermi a Robin direttamente, mi succede spesso, ma nelle recensioni di solito cambio, almeno quando le inserisco qui. Questa volta, ho deciso di lasciarla com’era. Il regista è Phil Alden Robinson, di cui non ho visto altri film. Sharon è Mila Kunis, Aaron Altmann (il fratello) è Peter Dinklage, la moglie è Melissa Leo, tutti molto intensi secondo me, ma non sono in grado di dare giudizi “tecnici”. Nota: le traduzioni sono mie, ho solo la versione inglese del film quindi non conosco i dialoghi italiani del doppiaggio.

Prismi, ricordi e uragani

Tutti noi sappiamo di avere un’infinità di mondi dentro. Le persone che amiamo e ammiriamo di più spesso sono quelle che scardinano le nostre certezze, abbattono i cliché e non si lasciano incasellare in alcun modo. Persone al tempo stesso contraddittorie ed estremamente coerenti, ricchissime di sfaccettature che come in un prisma scintillano di colori diversi a seconda del luogo e del momento da cui le guardi, eppure si ricompongono in un tutto inscindibile.

E’ buffo, allora, che ci intestardiamo comunque, prima o poi, a cercar di rinchiudere queste persone in una qualche casella. Abbiamo bisogno di creare categorie e di classificare, pur quando qualcuno ci affascina per il fatto stesso di avere un numero maggiore di mondi e sfaccettature di quanti siamo abituati a vederne. Forse persino di più in questo caso, perché siamo affascinati ma anche intimoriti, preoccupati, magari un po’ contrariati, per quanto ci sforziamo, quello che è insolito e non comune ci sbilancia un po’ e quindi facilmente ci irrita; se una persona ci piace, cerchiamo di ricondurla a una sorta di armonia universale, o quanto meno al nostro personale senso di armonia: dopotutto era uno di noi, anche i ricchi piangono, il clown triste, la depressione dei comici, il lato oscuro della fama. Tu ne hai sempre sorriso, ogni volta che ti accorgevi di questi tentativi, continuando poi per la tua strada senza arrabbiarti – talvolta con un po’ di amarezza – e senza lasciarti cambiare.

E’ come se ci piacesse scompigliare il nostro mondo per un poco, così tanto per fare, per gioco, con la certezza che l’ordine sarà presto ripristinato. Il vento può muoverci i capelli, purché non ci agiti troppo e non ci faccia volare. Ma queste persone, quando sono sostanza e non apparenza, sono uragani, magari anche dolci e gentili, ma pur sempre uragani, e un uragano non lo riconduci all’ordine. Dovremmo desiderare soltanto di trovarci lì mentre passano, accettare lo scompiglio che lasciano e non cercare di cambiare la loro direzione o il loro movimento, che è perfetto così com’è, con tutta la sua illogicità, anzi, proprio per la sua illogicità, o meglio ancora, per il fatto che risponde a una logica insolita.

Dell’accanimento della vita contro chi meno lo meriterebbe quasi tutti ne abbiamo esperienza, fa male l’ingiustizia, male male, tanto da pensare che una forma di giustizia superiore deve esserci e se non c’è, bisognerebbe inventarla. Io ancora non so accettare che uno degli uomini più geniali, creativi, generosi, eccentrici, discreti, gentili, umili, buoni e altruisti al mondo abbia dovuto affrontare un destino che è forse il peggiore che possa capitare: perdere pezzo per pezzo la memoria e la ragione (oltre al controllo sul proprio corpo) ed esserne consapevole.

Ad ogni piccolo tassello che si aggiunge sempre più mi rendo conto che non solo eri unico e speciale (a nostro modo lo siamo tutti), ma che a questa unicità tu avevi saputo non dare un confine. La tua grandezza è tanto più preziosa perché bisogna cercarla, scoprirla, può forse intuirsi ma non è palese, mai e poi mai ostentata, ché tu poi neanche ci credevi del tutto.

E allora con tutto il dolore e l’ingiustizia che a volte mi agitano dentro come furie, penso che sono contenta che tu abbia dato alla tua donna una giornata speciale per dirle addio e abbia deciso di morire tenendo quell’addio ancora negli occhi e nel cuore. Che tu non fossi affatto infelice, come forse, egoisticamente, avremmo voluto, anche per non doverti rimproverare di una decisione che del resto non era di nessun altro che tua (mentre per qualche forma di morale che non capisco, non si dovrebbe poter morire fino quando l’infelicità e la pena non abbiano consumato completamente noi e le persone che abbiamo accanto). E anche, forse, perché nel nostro cuore molti di noi avrebbero voluto poterti rendere felice, ed era più facile pensare che nessun altro ne fosse capace. Se pure di depressione hai mai sofferto, non è stata quella la causa della tua decisione. Sono contenta che abbia mantenuto la scintilla di follia che ti eri scelto tu, e non quella che ti sarebbe stata imposta dalla malattia, contenta che abbia deciso di morire integro, finché eri vivo, senza lasciarti ghermire da alcuna forma di costrizione, neppure quella della morte. Sono contenta (forse il termine contenta suona strano in questo contesto, ma so che tu capiresti e questo mi basta) che tu abbia mantenuto fino all’ultimo quella capacità infinita di pensare agli altri prima di tutto e di prenderti cura di loro, che era in fondo la base di tutta quella gioia di vivere che, qualunque cosa dicano, hai sempre posseduto e trasmesso. Tu non ascoltarli, hai fatto bene a tenerti stretti i ricordi che ti erano rimasti, impedire che fossero cancellati, mai, né prima né dopo, perché se perdi quelli, cosa ti resta poi da desiderare al di là dei sogni? Ah, la tua memoria, la memoria prodigiosa con cui ricordavi una per una le battute di qualunque spettacolo e il nome di chiunque ti incrociasse per la strada, la memoria che hai voluto conservare, per quanto possibile, fino all’ultimo, in questo modo, almeno, resterà nel ricordo di chi resta. Più grande della tua memoria, solo la tua forza d’animo, con cui hai voluto sperare fino all’ultimo, per amore della vita e delle persone che amavi, che un finale diverso fosse possibile. Quando è stato chiaro che non era così, hai preso quell’amore e tutto il coraggio di cui disponevi, che non era poco, era un bel peso da portare, ma senza pensarci troppo ne hai fatto un fagotto, come quello dei viandanti di un tempo, te lo sei caricato sulle spalle e sei partito per il tuo cammino, lasciando a chi restava la parte migliore di tutto quello che avevi dato e avuto.

Tu sei il mio uragano, amore mio, lascia che ti chiami ancora così, nonostante tutto, sapessi come è stato importante per me trovarmi lì mentre passavi, com’è stato importante vederti e cercare solo di capirti, senza fare altro, per potermi capire, raccogliere quell’infinito numero di ricordi che hai lasciato per cercare di non perdere mai la mia memoria. Ci sono molti modi di incontrarsi. La mia ricerca non è finita. Io sono sempre qui.

Nuovo Inizio

Anche quest’anno l’anniversario è passato e del resto io l’ho celebrato a modo mio. A me non servono gli anniversari, persino quello del mio matrimonio se lo ricordano meglio gli altri, e non è perché non m’importi, proprio l’opposto.

Gli omaggi resi a uno come te, poi, uno che è stato così incommensurabilmente vivo,  mi fanno quasi paura. Qualche film, sempre quelli, un paio di frasi a effetto, una battuta e il dovere è compiuto. Quant’era bravo, che peccato, eh, si sa, la tristezza dei comici, signora mia… Mi si digrignano i denti. Io la presenza e l’assenza delle persone che ho amato la vivo ogni giorno e la tua persino di più, forse perché dopotutto non ho bisogno di dimenticare per riprendere a vivere.

Tradisco i miei amori di terra per una finestra vista mare, sottraggo tempo e pensieri e loro lo sanno, forse questo non mi giustifica, ma non c’è giustificazione che tenga. Tradire me non posso.

Ho detto molto di quello che poteva essere giusto condividere qui, e anche  di più. Nel tempo ho lasciato ogni pudore, quel fondo di vergogna che ancora provo, a volte, quando mi trovo a parlare di te faccia a faccia con qualcuno. Ma ho smesso di nascondermi, di evitare di pronunciare il tuo nome, anche dirlo a chiare lettere è una forma di amore e di rispetto. Non sono l’unica a essere strana e comunque questa stranezza di cui un tempo mi sarei preoccupata, oggi l’ho molto cara. Le mie ragioni le conosco solo io, posso provare a spiegarle, è uno dei motivi del libro, ma restano comunque mie.

Per questo ho condiviso molto, fin troppo, il resto fa parte del libro e se entrerà qui, sarà in quella veste. Il libro… è come se adesso, scrivendo di te qui, mi allontanassi, ti sentissi più distante; non era così prima, in questo momento però è così, è il libro la cosa che mi fa sentire più vicina e ci sto girando intorno perché non è facile scavare dentro se stessi, chi può saperlo meglio di te? L’essenziale ha bisogno di tempo e se lo merita, quindi a quello voglio dedicarmi anima e corpo. Forse non riuscirò a rendere straordinaria la mia vita ma è sicuramente straordinario questo lasciarmi andare alle emozioni, tutte, nessuna esclusa, con sempre meno interesse per il limite del decoro, accogliendo tutte le capacità del mio cuore fino in fondo.

Ma basta celebrazioni, non hai voluto essere seppellito allora, dovremmo forse farlo adesso? Basta l’oceano a custodire memorie, il resto sono azioni, pensieri, arte, e si deve vivere.

Dopo giorni di tramonti, stamattina mi sono svegliata in tempo per vedere l’alba. Qualcosa di nuovo sta per iniziare. O ricominciare forse.

Orson         Mork, I know this may be painful, but tell me exactly how you felt when Mandy passed on.

Mork          Hm. Well I felt anger at first and anguish and a sense of deep loneliness.

Orson         I can’t even fully comprehend one emotion. All those emotions at once. It must cause insanity.

Mork          Well, it does at first, sir. Then after you have time to think, you realize the good side.
You realize that love can extend beyond universes and even beyond death.

/

Mork, so che potrebbe essere doloroso, ma dimmi esattamente cosa hai sentito quando Mandy è morta.

Ecco, rabbia, dapprima, e poi angoscia, e un senso di profonda solitudine

Non riesco neanche a comprenderne appieno una sola, tutte queste emozioni nello stesso momento, dev’essere una cosa da impazzire.

Sì, signore, in un primo momento succede. Poi, dopo che hai il tempo per pensarci, capisci che c’è un lato positivo. Ti rendi conto che l’amore può andare oltre gli universi, persino oltre la morte.
(Mork in Wonderland, da Mork e Mindy, seconda stagione 1° ep.)

LA LETTRICE DELLA DOMENICA 15. Sepulveda

Le rose di Atacama          Sepúlveda è un autore che amo molto. Tra i suoi libri, questo è uno dei miei preferiti, se non il preferito, forse anche perché è stato il primo. Mi è stato regalato molti anni fa, e da lì mi è venuta voglia di leggere gli altri. Sono “storie marginali”, come le chiama l’autore, di eroi quotidiani, persone poco conosciute che fanno cose straordinarie solo per passione, senza clamore; o di eventi che restano nella memoria solo di chi li ha vissuti in prima persona, e di chi deciderà di leggere e sarà lì al momento giusto per cogliere lo spettacolo effimero di quei piccoli fiori rossi che sbocciano nel deserto per morire dopo poche ore. Le rose di Atacama, appunto. Un bellissimo libro.  In L’amore e la morte si parla di Zorba. Sì, il gatto di La gabbianella e il gatto. Che era anche un gatto realmente esistito, compagno amatissimo da tutta la famiglia dello scrittore. Per una di quelle coincidenze che ci emozionano di solito profondamente, a Zorba è stato diagnosticato un cancro incurabile proprio nel momento in cui Sepúlveda riceveva la prima copia del romanzo della Gabbianella appena uscito. E lui ha dovuto parlare ai suoi figli della morte. So che capirete questa citazione così lunga di un racconto tanto breve.

Ho lottato con le parole cercando quelle più adeguate per spiegare loro due terribili verità.

La prima era che Zorba, per una legge che non abbiamo inventato noi, ma che dobbiamo accettare anche a spese del nostro orgoglio, sarebbe morto, come tutto e come tutti. La seconda era che dipendeva da noi evitargli una fine atroce e dolorosa, perché amare significa non soltanto fare la felicità dell’essere amato, ma anche evitargli le sofferenze e salvaguardare la sua dignità.

So che le lacrime dei miei figli mi accompagneranno per tutta la vita. Come mi sono sentito disgraziato, debole, davanti alla loro mancanza di difese. Come mi sono sentito miserabile davanti all’impossibilità di condividere la loro giusta ira, il loro rifiuto, il loro canto alla vita, le loro imprecazioni contro un Dio che per loro e solo per loro avrebbe trovato in me un credente, e anche davanti all’impossibilità di condividere le loro speranze, invocate con tutta la purezza degli uomini nel loro momento migliore.

La morale è un attributo o un’invenzione dell’umanità? Come potevo spiegare ai miei figli che avevo il dovere di salvaguardare la dignità e l’integrità di quell’esploratore di tetti, di quell’avventuriero dei giardini, terrore di ratti, scalatore di ippocastani, bullo di cortili al chiaro di luna, eterno abitante delle nostre conversazioni e dei nostri sogni?

Come potevo spiegare che ci sono malattie che hanno bisogno del calore e della compagnia dei sani, mentre altre sono solo un’agonia, solo un’indegna e terribile agonia, dove l’unico segno di vita è il veemente desiderio di morire?

E come rispondere al drastico “perché lui”? Il nostro compagno di passeggiate nella Selva Nera. Che gatto folle!, mormorava la gente quando lo vedeva correre accanto a noi oppure seduto sul portapacchi della bicicletta. Perché proprio lui? Il nostro gatto di mare che aveva navigato con noi su un veliero nelle acque del Kattegat. Il nostro gatto che, appena aprivo la portiera dell’auto, era il primo a salire, felice all’idea di viaggiare. Perché proprio lui? A che mi serviva aver vissuto tanto, se non sapevo rispondere a questa domanda?

Un nome da torero            L’avventura di un anomalo “investigatore” alla ricerca di un tesoro nascosto molto compromettente che è al tempo stesso, come sempre in Sepúlveda, l’occasione per parlare del suo Paese, di un passato pesante, di un’eredità impegnativa, del coraggio e della tentazione di rassegnarsi al “meno peggio”.

Incipit:

All’autista del Lucero de la Pampa si illuminarono gli occhi quando vide il cavaliere sul ciglio della strada. Erano cinque ore che teneva le pupille inchiodate sulla carreggiata diritta, e l’unica distrazione che ricordava erano un paio di nandù, che aveva spaventato col suo clacson stridente. Davanti aveva la strada. A sinistra la pampa coperta di graminacee e arbusti di calafate. A destra il mare, che attraversava col suo incessante mormorio d’odio lo Stretto di Magellano. Nient’altro.

Il cavaliere distava circa duecento metri e montava un matungo, un cavallo a lungo pelo che se ne stava lì a brucare l’erba. Il cavaliere era avvolto in un poncho nero che copriva anche i fianchi dell’animale, portava un cappello da gaucho con la tesa abbassata sugli occhi e non muoveva un muscolo.

Incontro d’amore in un paese in guerra     Ventiquattro racconti nel più puro “stile Sepúlveda”: la vita in tutti i suoi aspetti, mescolata alla politica in tutti i suoi aspetti. Che poi la politica è anche un aspetto della vita, naturalmente, e forse anche la vita è un aspetto della politica.

Da “Incontro d’amore in un paese in guerra”:

Erano già molti mesi che non abbracciavo un corpo tiepido, un corpo morbido, qualcuno che mi facesse domande, qualcuno che rispondesse alle mie. Era passato troppo tempo senza dare né ricevere un po’ di tenerezza. Il tempo giusto per trasformarsi in una bestia in mezzo alla guerra.

Una precisazione importante: la traduzione dallo spagnolo di tutti e tre libri è opera di Ilide Carmignani, traduttrice ormai “consolidata” ed espertissima, non solo di Sepúlveda ma di Garcia Márquez, Bolaño, Neruda, Borges e diversi altri.

Qualcosa che brucia (leggendo Bukowski)

Scrivo tanto. Oh, lo so. Ma appunto, c’è qualcosa che brucia dentro. Forte.

Succede, poi, di farci l’abitudine
a starsene un po’ in disparte,
un passo indietro, non troppo dentro alle cose
come a non avere più vento per andare.
Io avevo aperto la finestra e pensavo
che almeno un frammento di mondo
devi pur lasciarlo entrare, presto o tardi
Tutte queste strade, tutte queste stelle
disperse in innumeri cieli distratti
che lasciano volar via i pensieri
e restituiscono aquiloni colorati in volo.
Ma a che serve?
A che serve questo amore infinito ed eterno,
il riflesso tremulo del vento nelle foglie?
si piega come una canna docile il mio cuore
ma a che serve?
Potrei pregare per il sangue, la morte,
l’aria riempita della danza dei rapaci,
potrei gridare, oh, non passerebbe giorno
ma a che serve?
Preferisco non soffocare il riso, preferisco
far voto al sole di ridere per sempre in ogni luogo
di proteggere il mio piccolo spazio in cui vivo
la mia vita e morirò, lo spero, la mia morte
non la loro vita, non la loro morte
non il loro odio, né il loro amore
il mio amore, la mia rabbia, forse
il tuo amore, certo.
Scrivere, certo.
Che lo so io se non c’è qualcosa che mi brucia dentro.
Il tuo poeta, certo.
La tua bocca, la tua mente, le tue viscere, certo,
perché sono i miei
e serve, oh, lo so che serve
non agli altri, no, a nessun altro, a pochi, a qualcuno
ma serve
la tua vita, la mia vita, la tua morte, la mia morte
perché voglio morire nel tuo oceano, tremarti
come una piccola foglia sulle labbra
Questo mi serve.