Moscow on the Hudson – La prima scena

Sto riguardando Moscow on the Hudson (Mosca a New York in italiano, regia di Paul Mazursky) credo per la quarta o quinta volta. Rivedo la scena iniziale, con Robin Williams-Volodya (benché ancora chi vede il film per la prima volta non sappia chi è) che fornisce indicazioni a un ragazzo dall’aspetto mediorientale: forse siriano, o persino iraniano, all’epoca non avevano ancora subito un veto di massa. Nonostante l’evidente sicurezza con cui spiega al ragazzo come arrivare a destinazione, il marcato accento del giovane russo (e avevo già parlato tempo fa, nella recensione del film, del lato linguistico della mia sconfinata ammirazione per Robin, che qui parla russo perfettamente, senza doppiaggio, e parla poi la sua lingua madre come la parlerebbe uno straniero) fa capire immediatamente che anche lui non è, strettamente parlando, “del posto” (in più, e forse non è un caso, dietro si intravede l’insegna di un locale italiano).

Da lì poi si dipanano, come in un flashback, e mi sembra una cosa meravigliosamente cinematografica, gli avvenimenti che hanno preceduto, in Russia, la tournée americana del circo in cui Volodya suona il sassofono (e sì, Robin aveva imparato a suonare il sassofono, per fare questo film), l’arrivo negli Stati Uniti, la decisione improvvisa e quasi malvoluta di chiedere asilo politico e tutto quello che ne è seguito.

La trovo una scena di grande delicatezza, dice molte cose “visivamente”, senza troppe parole, come poi accadrà nel corso di tutto il film: dice che l’integrazione è una questione di gradi, di stratificazione, avviene per addizione (di nuove conoscenze, di incontri, di modi nuovi di vedere le cose, di ricordi, di pezzi di vita) e per sottrazione (delle cose e persone conosciute prima, di ciò che si era amato, di pezzi di vita); dice che l’essere “straniero” o “del posto” non sempre è un semplice segno di spunta su un quadratino, che puoi essere entrambe le cose nello stesso momento, che una parte di te può appartenere a un altro luogo fin da quando sei nel tuo “paese di nascita”, e una parte di te non apparterrà mai al tuo “luogo di arrivo” e forse non apparterrà più a nessun luogo. Dice che la gentilezza, altrimenti detta buonismo, ristabilendo l’equilibrio delle parti nell’essere persone, ciascuna con la sua storia e il suo carico di dolore, ci salva dalla paura e dalla rabbia e ristabilisce l’umanità dei rapporti.

Ossigeno,  un antidoto al veleno, un lenta ma tenace frantumazione di tutti i possibili muri, per rivelare finalmente quello che c’è di potenzialmente poetico nella complessità del mondo, una volta che ci liberiamo di classificazioni ed etichette.