La lettrice della Domenica – “Madre Notte”, di Kurt Vonnegut

L’ho appena finito, proprio in questo momento,  in quattro ore, dirante il viaggio di ritorno da Pordenone. Forse era davvero il momento giusto. Sono più forte, quando viaggio. Credo che sia meglio trovarsi in un momento in cui ci si sente forti, per leggerlo.  L’ho trovato estremamente duro, nel suo mettere a nudo la parte disgustosa che ci si può trovare a recitare in situazioni in cui la scelta morale è davvero difficile, forse non esiste, come può essere una guerra, anche la più “giusta”. Durante la seconda guerra mondiale, nell’agire per il suo Paese e contro il nazismo, Howard Campbell si trova a dover fingere idee ripugnanti, ma finge talmente bene da commettere più di un crimine contro sé stesso e la propria identità. Talmente bene, che si potrebbe dire che la sua molto peculiare forma di eroismo consista proprio nell’accettare di perdere del tutto e definitivamente la propria innocenza.

40. Jakob The Liar / Jakob il bugiardo

jakobliar

Hitler goes to a fortune-teller and asks, “When will I die?” And the fortune-teller replies “On a Jewish holiday”. Hitler then asks, “How do you know that?” And she replies, “Any day you die will be a Jewish holiday”. So you ask me as a Jew, “How could you tell a joke like that at a time like that?” That’s how we survived, and those were some of the things that kept us going. Everything else, the Germans had taken.

Hitler va da un’indovina e le chiede, “quando morirò?”. “In una festività ebraica”, risponde l’indovina. “Come lo sa?”, chiede lui allora. “Qualunque giorno in cui lei morirà sarà una festività ebraica”, risponde lei. E se voi mi chiedete, da ebreo, “come facevate a raccontare barzellette come questa in un tempo come quello?”, è così che siamo sopravvissuti, quelle erano alcune delle cose che ci permettevano di andare avanti. Tutto il resto ce lo avevano portato via i Tedeschi.

Polonia, inverno del ’44. Un foglio di giornale vola al di sopra del muro del ghetto. Come un aquilone, come una minuscola traccia di vita all’esterno, di libertà. Un uomo lo insegue e Il vento beffardo lo trascina lontano ogni volta che lui sembra quasi riuscire a prenderlo. L’uomo continua a corrergli dietro senza sosta, fino a una piazza dove quattro impiccati sono stati lasciati in vista, probabilmente come monito agli altri.
Intanto, nella nebbia e nel cielo che va oscurandosi, si alza uno sbuffo di fumo nero e un attimo dopo compare un treno, una massa minacciosa con il suo contenuto di umana disperazione. Il treno rallenta e una delle famiglie riesce a far scendere una bambina. Nel frattempo il giornale e l’uomo hanno ripreso la loro sfida, che conduce l’uomo nei pressi della caserma, dove gli viene intimato di presentarsi all’ufficiale di guardia, benché la sirena del coprifuoco non abbia ancora suonato. Trovarsi fuori dopo il coprifuoco per un ebreo è un delitto punibile con la morte.
E’ l’inizio della storia che condurrà all’incontro tra Jakob Heym, un uomo dedito più che altro a cercare il modo di sopravvivere, e Lina, la bambina fuggita dal treno. Jakob, a malincuore, accetta di accogliere la bambina in casa benché sia terrorizzato all’idea di essere scoperto. Ma ha buon cuore, e avrebbe voluto dei bambini con la moglie Hannah, se lei non fosse stata uccisa dai nazisti.
In caserma, Jakob ha sentito un breve comunicato alla radio, dal quale ha compreso che i Russi non sono lontani. Se lo lascia sfuggire con un compagno di lavoro ed è l’inizio del suo riscatto presso la comunità ebraica – che lo disprezzava, considerandolo un inetto – ma anche di un incubo. I suoi amici si convincono che lui abbia una radio e, vedendo che questo dà speranza a tutti, lui finisce per confermare questa loro illusione, mettendo però a rischio la sua vita e non solo la sua.

Cercate questo film. Non è difficile trovarlo. Cercatelo. Forse ve ne pentirete, ma fatelo lo stesso, perché è importante.
La vicinanza dei tempi e il tema comune hanno reso inevitabile il confronto con La vita è bella, non solo per l’ambientazione. Entrambi i film hanno al centro il rapporto tra menzogna e verità, cosa significa mentire, nascondere o reinventare la realtà. Jakob è “bugiardo” in quanto vuole lasciare la porta aperta alla speranza, ma anche la speranza ha un costo. Altissimo. Nessuna fiaba qui, e le condizioni del ghetto sono viste in tutta la loro crudezza. Il paragone con il film italiano è comunque impari, perché quest’ultimo ha avuto un successo di pubblico incomparabile e fatto man bassa di premi, mentre Jakob è rimasto un po’ in ombra. Io ho amato La vita è bella e il giudizio di questo articolo mi sembra forse fin troppo duro. Non c’è dubbio però che Jakob the Liar, basato sul libro dell’autore polacco Jurek Becker, che ha trascorso molto tempo nel ghetto e in seguito è stato deportato in campo di concentramento, sia molto più cupo e angosciante. Alla fine, proprio per questo, anche l’umorismo, i pochi sprazzi di luce nelle tenebre, risultano molto più credibili. Il film nel suo complesso è più credibile. Molto di più. Dietro il protagonista c’è una comunità, persone che vediamo, conosciamo, con una loro profondità, un carattere ben definito e complesso. E’ un film che ci chiede di metterci in gioco in maniera ben diversa. E forse, dopotutto, è questo il vero motivo per cui ha avuto meno spettatori. Ma quelli che lo hanno visto, non dimenticano.