A very Merry Un-Birthday to You (to Us)

Non li hai compiuti, sessantacinque anni. Neanche sessantaquattro, del resto. Sono certa che apprezzeresti l’aspetto buffo e ironico di questo mio minuscolo regalo di non-compleanno; ma sentiresti anche profondamente l’amore che c’è dietro. E’ un regalo più per me che per te, lo so. Dicono però che in qualche modo, da qualche parte, tutto ricomincia sempre e io ho una minuscola apertura, più pertugio che finestra, da cui entra quella parte di speranza che s’intestardisce a non lasciarsi schiacciare dalla ragione. Come potrei fare scelte diverse, anche tornando indietro? Ma in un altro tempo, in un altro luogo…
Potrei anche odiarla, l’estate, per averti portato via con sé, ma dopotutto non è colpa sua se hai deciso di morire in questa stagione. E l’amerei comunque, perché in estate sei anche nato, un dono del ventuno di luglio. Luglio, dicono, è ricco di frutti e di succhi, gonfio di spighe piene, prodigo di miele e di resina, dorato di grano e blu di un mare che mostra i suoi abissi, eppure al tempo stesso, di fatto mantiene più densi ancora i suoi segreti, se non per chi li esplora con desiderio e stupore.
Forse è stato questo a darti quella combinazione rarissima, uno sguardo del colore dell’oceano e colmo della dolcezza infinita del miele, solitamente riservata a occhi più scuri; la generosa tenerezza della resina, lacrima d’albero, allegria e malinconia della giornate lunghe, che cominciano ad accorciarsi proprio quando inizia l’estate. E quella luce d’alba sulla Baia, ché tu sulla Baia non ci sei nato, ma si vede che l’avevi dentro già da prima, gocce ballerine sull’acqua al primo sole, e un ponte a unire tutti gli spigoli e le rotondità della vita.
L’estate è una contraddizione, la libertà del mare che contiene in sé tanto il richiamo quanto il timore di orizzonti lontani, l’avventura delle piccole vele che scompaiono allo sguardo, oltre quella linea dove il mondo sembra finire e non avere fine, inghiottire le cose e restituirle a suo piacimento. La verità della sabbia che brucia, la musica delle conchiglie, la pelle indifesa, l’anima interamente scoperta al sole, scottata e accarezzata, senza un solo punto d’ombra per sottrarsi all’imboscata delle finte realtà da divoratori di gossip e di scoop; ma anche senza spazio per nascondersi alla vita com’è; niente maglioni di lana e cappotti a coprire magagne, difetti e qualche capo d’abbigliamento passato di moda. Forse per questo con le tue risate ti sei così tanto esposto, e ci hai esposti a noi stessi, la ragione per cui ti abbiamo amato tanto (e forse la stessa per cui alcuni ancora oggi ti odiano, ma questo è inevitabile, no?).
Strano tempo, per me, in questi giorni. Dilatato. Sono contenta e irrequieta, la tranquillità e il silenzio di questa campagna lasciano tracce in me, ma resto in perenne attesa di qualcosa. Impegni per riempire le ore non mancano mai. Preparativi per le vacanze, lasciare bottiglie d’acqua nei vasi per le piante, ritirare i libri di scuola, cucinare, disabituare gli occhi alle colline per meglio prepararli a una settimana di spiaggia e pineta, lasciare però dentro lo sguardo un ricordo di vallate preappenniniche e di farfalle.
E nei momenti più strampalati, magari mentre sono in coda alla posta, le mie labbra chiedono qualcosa. Non sono inaridite dall’arsura o screpolate, credo sia solo il loro modo di ricordarmi che ho sete, una sete fertile. Chiedono qualcosa, e credo che sia poesia. Parole, in ogni caso. Da inserire in quegli interstizi da cui entrano le correnti più fredde e le più minacciose folate di aria fetida. Perché un mondo in cui Donald Trump può essere una risposta – qualunque sia la domanda – ha ancora bisogno di te (ed è chiaro che parlo di lui soltanto a titolo esemplificativo). Abbiamo bisogno di risate forti, arrabbiate, indignate, furiose, capaci di ridimensionare ciò che ha preso troppo spazio e di abbattere muri, sgretolare finte certezze che terrorizzano pretendendo di proteggere. Abbiamo bisogno di restituire alla paura il suo posto senza spingerla troppo in là dove non le compete. Abbiamo bisogno di ridere per bontà e per amore.

Buon non-compleanno Genio amatissimo, non a te, che comunque non ne avrai bisogno, ma a noi. Che il tuo esserci stato ci sia di buon auspicio.