Pensieri su un pomeriggio denso

La protagonista del mio romanzo ha la sua “voce”, il co-protagonista anche, scrivo e scrivo, lavoro e scrivo, visito bellissime mostre e scrivo, guardo vecchi film e scrivo, sono orgogliosa dei miei figli e scrivo, scrivo, la malinconia degli ultimi giorni si dirada e mi sento quasi felice.

Stasera riguardavo una piccola parte di Moscow on the Hudson e anche quello è stato un piccolo frammento di felicità. Manchi da togliere il respiro, ma sono felice anche di questo, nel mio strano modo contorto, sono felice della nostalgia, e del fatto che né l’assenza, né un mondo così diverso da quello che immaginavi e che avresti voluto, né qualunque altra cosa della vita ha mai avuto il potere di togliermi il tuo pensiero dal cuore.

Pensieri sul viaggio, seconda parte

Qui la prima parte

Così, l’insicurezza, il perdere le cose, la timidezza che si fa più forte nei posti che non conosco e dove parlo una lingua che non padroneggio, sono curiosamente parte di quello che cerco. Mi arrabbio con me stessa, mi lascio a volte prendere dallo sconforto, persino da qualcosa di simile alla disperazione: e adesso, come faccio?

Poi, in qualche modo si fa. Un po’ di riposo, una doccia, e la prospettiva cambia radicalmente. Trovo risorse, risolvo difficoltà, ridefinisco i miei limiti. Forse sta qui il segreto, è impossibile superare un limite, qualunque esso sia, rimanendo fermi. Naturalmente, esistono molte forme di movimento, non è necessario spostarsi materialmente. Ma per quanto mi riguarda, ho trovato che viaggiare mi aiuta a muovermi anche in altri sensi possibili.

È buffo, ad esempio, che dopo aver accolto con entusiasmo l’incontro in Germania con altri che parlavano italiano, per poter condividere più agevolmente anche le sensazioni provate nel trovarsi all’estero, al mio ritorno in Italia io abbia fatto per qualche giorno particolare attenzione alla lingua tedesca, sia quando realmente qualcuno la parlava, sia anche quando ero io a percepirne implausibilmente gli echi nei suoni, così (apparentemente?) diversi di quella italiana.

Possibile che io sappia essere felice solo sognando il ritorno a casa, e non a casa? Sia ben chiaro, non per motivi legati alle persone che ho accanto, ma a un’insoddisfazione tutta mia e forse anche irrimediabile?

Alcuni incontri occasionali vorrei che si trasformassero in amicizie durature, pur sapendo che se accadesse, non sarebbero altrettanto preziose, o meglio, lo sarebbero in modo diverso, non farebbero più parte del desiderio di tornare là dove sono avvenuti, e certo non diminuirebbero il desiderio di ripartire. Diventerebbero forse parte della nostalgia, e la nostalgia dopotutto è una delle emozioni di cui andiamo in cerca quando viaggiamo, perché altrimenti rivedremmo la casa con gli stessi occhi con cui siamo partiti, e allora, cosa saremmo partiti a fare?

La stessa nostalgia, poi, che ci coglie quando ci troviamo di passaggio in un luogo in cui pensiamo di voler vivere, e in cui non vivremo mai. Infatti, l’unico posto al mondo in cui non ho provato nostalgia (non per il luogo stesso, cioè, né per il ritorno), è anche l’unico in cui voglio davvero vivere.

Forse, e credo di averlo già scritto da qualche parte, sicuramente l’ho già pensato, perché io possa chiamare un luogo “casa”, bisogna che sia esso stesso un luogo in viaggio, e che trasmetta il suo movimento a chi vi abita. Anche in quel caso, spero che la voglia di viaggiare non mi abbandoni mai, ma allora, forse, sarei tanto felice della partenza quanto del ritorno, tanto felice lontano da casa quanto verso casa, e almeno altrettanto a casa. Forse, anzi, viaggerei allora davvero solo per poter tornare.

Le mie mani

Le mie mani, pietra fredda,
non ali, non nuvole
contengono la tua voce
e il lungo tacere del cielo
sassolini bianchi da gettare a caso
e nessuna strada da ritrovare
nessun ritorno possibile.
Le mie mani sentono i suoni
delle giostre adesso deserte
toccano la superficie livida
di un ricordo che esiste
solo in fondo a un mare
sconosciuto e distante come
stelle vagamente immaginate.
Le mie mani, pozzo profondo
di desideri senza acqua
e una luce intravista da lontano
mani di neve e terra, cesti
di frutta e marzapane e qualche
germoglio a non fare primavera
anche se arrivassero le rondini
e venissero a beccarmi il dolore
dalle dita. Senza chiedere
nulla in cambio, se non
briciole di volo e piccoli
rami da nido in costruzione.
Le mie mani, fatica, unghie rotte,
tessere d’un mosaico infinito
fotografie sfocate, mosse,
mani in fuga, cavalli che corrono,
amore, la linea della poesia,
un pezzo di universo, altri pianeti
un’aria diversa, altro respiro,
mani a conca per bere
a larghe sorsate dal ruscello.
Mani voglie stonate e arsura,
tenerezza e figli e coperte calde,
mani chiuse sulle tue lacrime,
in veglia di dolcezza ed ansia
mani colonne, per reggere
il mondo come Atlante,
grandi e calde e stupite
dalla morbida carezza
di un sogno inseguito e fermato
sul tuo viso in un momento
solo come dita di un amante,
il cuore in gola, la paura
di svegliarmi e non trovarti,
di tagliarmi mentre sbuccio
un rimpianto troppo duro,
notturno d’astri pensosi,
mani foglia e albero e foresta
e ancora fuoco e scintille
luccicanti come una volta
stellata da rovescio, ché
solo così potrebbe il mio
sestante calcolare
la tua altezza sopra l’orizzonte
e ritrovare infine la parola
per dar nome alla tua stella
vicina questa volta, qui
nelle mie mani,
ancora,
sempre.

Un solo tratto di pennello

Ti parlo dei miei passi tra le spine
di una strada affaticata, dell’inatteso
riaffiorare d’orme sul filo della schiuma
di onde senza riva, spietate
nel loro frangersi in alto mare,
nello sbriciolarsi dei più fragili giorni.
Ma mi commuovono le albe ribelli all’azzurro
mi commuove questo accenno di bacio,
piccola scossa di corrente e tenerezza
memoria irrisolta, sorprendente e un poco,
forse, fuori stagione, un giugno di neve
che va sulla mia bocca come un viaggio,
tra nuove parole e altri silenzi e luoghi e treni.
Se potessi scegliere vorrei amarti
come fanno gli uccelli migratori, di un amore
capace di distanza e di ritorni
che non sia d’intralcio, che non abbia peso
e faccia solo un piccolo rumore, un tic-tac
a tempo con la musica del volo
nel fiammeggiare tardivo di luci all’orizzonte.
Questo fuoco di foglie crepitanti in attesa
dei nostri piedi lungo il viale è la bellezza
crudele e dolce della mia felicità indomata
come tutti i fiori del giardino tratteggiati
con un solo, veloce tratto di pennello

Scegliere il tempo

Riprendo il mio prezioso dialogo, il mio scriverti, in parte all’antica, con la penna, in parte direttamente al computer. Perché mi piace quel poco di cura in più che richiede il mettere giù le cose a mano, ma mi piace anche questo mezzo che è più im-mediato, ha meno filtri tra la testa e il cuore. Poi si rilegge, certo, magari si cancella qualcosa, si aggiunge dell’altro, si corregge un errore di battitura. Ma comunque, si scrive quasi nel momento stesso in cui si pensa. Cosa che tu capiresti credo, essendo come me vissuto a cavallo di due epoche, mai del tutto antiquato, mai troppo moderno o (dionescampi) postmoderno. Sempre nel “qui e ora”, quindi sempre presente, l’unico tempo davvero importante. Uno per cui il prendersi cura delle cose che si fanno ha altrettanto valore del mettere meno schermi possibile tra il pensiero e la voce, tra l’oggetto vivo da raccontare e le parole con cui portarlo fuori da te e condividerlo con gli altri. Così le parole diventano sangue che ferisce e rigenera, preziose come tutto ciò che si presta a diverse interpretazioni.

Questo tempo, questo tempo è breve sempre ma per pensarti proprio non mi basta mai, e penso ai tuoi orologi, se ti servivano forse per essere sempre un passo avanti, in fondo in inglese un orologio avanti rispetto all’ora esatta lo si definisce fast, veloce, parola che ti si addice, non c’è dubbio. Ma potevano anche servirti per tenere il passo scelto di volta in volta, secondo l’estro del momento, perché il tempo è tanto o poco a seconda di quello che vuoi metterci dentro, questo mi hanno insegnato, e dunque si può scegliere. Oggi voglio avere tanto tempo. Tanto tempo per i miei pensieri, per i miei amori, per i libri e la musica, per le parole. Per fare regali. Che questo tempo tu lo hai sempre avuto in abbondanza visto che in tutto quello che facevi c’era un regalare e regalarsi, regalare tempo e spazio e luce e parti di sé che gli altri potevano prendere senza farti male e lasciandoti in cambio quel lampo negli occhi e nel sorriso che è vita in più. Non necessariamente in termini di giorni, mesi e anni, ma in termini di intensità, cosa c’è di meglio?

Cerco immagini dentro di me, immagini che possa trasformare poi in piccoli segni su fogli di carta o su uno schermo, ma che contengano anche la musica e i colori, che si possano anche vedere e non solo leggere. Il mio albero, che dopo quell’inverno si è rivestito con le tue foglie. La mia finestra, da cui continuo a cercare di guardare il mondo a modo tuo, quasi che il panorama là fuori fosse il Golden Gate e la Baia,  e un oceano perennemente scompigliato che ha prestato ai tuoi occhi il suo colore, e una terra tanto meravigliosa da fartela amare anche quando trema, invece che queste immobili case, in cui tutto ciò che può cambiare è una finestra aperta o chiusa. Quasi che potessi vedere non un piccolo frammento, ma un intero cielo che non finisce mai né in alto né in basso (che su o giù, dicevi, è difficile a dirsi nell’iperspazio). Quel ripiano del mio scaffale che racchiude tanti dei tuoi lavori, quasi a conservare e proteggere pezzi di amore. Che noi esseri umani ci consoliamo in strani modi. Ma quanto bene fa sapere che una parte di mondo, anche piccola (ma certo meglio se così tanto grande) sente i tuoi respiri e i battiti del tuo cuore come se fossero i suoi respiri, il suo cuore?

Ho bisogno di orizzonti più ampi, della leggerezza appresa da chi ha amato e lottato sempre con tutto sé stesso contro le difficoltà proprie e altrui senza che mai diventassero zavorra. Mi servirebbe la tua capacità di disegnare l’immenso in piccoli spazi, e anche quella di cantare la canzone del mondo con ben più di sette note, senza confonderti, ché io invece, lo sai, m’incasino a volte, troppi sogni, troppi sentimenti, troppe cose da dire, troppi suoni e rumori tutti insieme, troppe sfumature. E le parole formano nodi che non si possono tagliare come quello di Gordio, ma a districarli ce ne vuole però. E allora torno qui  a cercare quei segni, quelle impronte lievi che danno forma al mio essere forte con dolcezza. A cercare di sentire i tuoi respiri e i battiti del tuo cuore come se fossero i miei respiri, il mio cuore.

Abbracciami

Abbracciami,
mi ammalo di fogli bianchi, interrotti,
pallottole di carta disarmate, gettate
via in un cesto ricolmo di pensieri incompleti,
di parole strappate e riaggiustate troppe volte
che qui è tutto un cantiere in costruzione,
tutto mi commuove, della tua presenza
e dell’assenza di cui non mi do pace, che il
sismografo qui rileverebbe scosse nel terreno
non spiegabili con le ragioni della scienza.
Vorrei farmi pensiero nel tuo cuore attento
Una cosa tua, una lacrima, un respiro
Il battito del polso, dopo l’ospedale,
la prima volta, e dopo, anche la valvola nuova.
Quelle cose che non t’appartengono
mai fino in fondo, vengono da fuori
e ti entrano dentro, oppure erano in te
ed escono nel mondo a portarci un pezzo
una foglia di quel tuo albero, a cui
ancora mi aggrappo e sento le tue braccia
dietro le mie spalle e i capelli che mi si scompigliano
a un vento sconosciuto che entra
nella mia stanza di notte, a finestre chiuse.
Fa ancora caldo, l’inverno sembra lontano
s’infrange il freddo sulla barriera di fuoco
che brucia e rinnova la ferita alle mie labbra
dipinge il mio cuore con colori ad acqua
e ti chiama per nome, senza voce né fiato
lontano, terra di terra, felce di sottobosco
l’impenetrabilità cupa del dolore.
Vorrei avere il grido forte, l’irrefrenabile
angoscia dell’amante, cui hanno strappato
il compagno dalle braccia, le strida acute
che lacerano la notte raccontando
lo strazio della femmina del pettirosso
per il compagno che ha perduto.
Non questa pietra che mi grava sul petto
col peso di non averti conosciuto
anche mentre mi riscaldi il sangue
con lo scorrere di una fiamma sempreviva
che non so più se delle lacrime è la cura o la ragione.
Se ho tessuto una tela di polvere
restituiscimi la notte, che sai che non son fatta
per la quiete immobile del tempo
ma per questo compenetrarsi di mani e corpi e voci
di dolore e gocce d’acqua e navi senza timone
ma con un oceano ad aspettarle, aperto
largo di braccia, azzurro, senza traccia di confini
e sai che ogni cosa è tua, il dolore, la nave e
l’oceano e le braccia e le mani e il tempo.
Tu prendi tutto, amore, che tutto t’appartiene,
la fiamma e il gelo, la neve e la mimosa
il mio canto, per quel che vale,
e questo vento, che non si ferma
– Se non per un istante breve, nell’incanto dei tuoi occhi.

La pazienza delle rondini

Foto presa da qui

Mi piace immaginare la pazienza delle rondini
se fosse loro dato il nostro cammino indeciso senza ali,
la tenerezza contraddittoria delle tartarughe,
se lasciassero il loro guscio come gli uccelli il nido,
la fatica delle isole, quando il mare le guarda,
le sfiora e non si ferma,
la gioia stremata dei naufraghi a pochi metri dalla riva
la vertigine di ritrovarti di nuovo, infine, nella tua pelle;
i pattinatori e il loro muoversi sul ghiaccio,
e questi vicoli stretti, afferrati alle spalle a tradimento
da un bagliore d’inattesa luce
che si riverbera nella lenta dolcezza della sera.
Non possiamo commuoverci al profumo delle viole,
quando saliamo scalzi dal lato scosceso del dolore
e le nostre lacrime non ci riconoscono allo specchio
benché non siamo nulla più di ciò che siamo sempre stati
e nulla più di ciò che non fummo mai.
Neppure mia madre, oggi, sa chi sono:
le ho lasciato solo il ricordo di un sospiro
e il pesce rosso nella boccia accanto alla finestra
perché possa immaginare da lontano le acque chiare
in cui volevamo navigasse, leggera, la barca dei sogni.
Troppi sguardi che non sono il tuo sguardo, madre,
la compassione sa essere spietata come la sabbia del deserto
e mia moglie ha in grembo quel figlio che tu non vedrai, madre.
Ci resta solo la speranza di essere vivi anche domani
e di non essere più stranieri quando inviteremo un amico a cena,
perché l’amicizia, lo sai, ha dappertutto lo stesso profumo .

dedicata ai migranti di ogni tempo e luogo