Jazz lento

C’è molto spazio adesso, luce di orizzonti
e pagine voltate a illuminare i giorni e le montagne
di non so quale quiete o allegria d’acqua chiara;
tutto, purché io non abbia a pentirmi
di averti amato anche nel tempo in cui non c’eri,
conosciuto così poco e bene con il cuore e gli occhi
senza saper nulla dei tuoi silenzi e delle mani
e delle stanze segrete che forse non avevi;
tutto, purché il tuo giocare tra le righe del sentir comune
ritorni sulle mie labbra come una risata che diviene bacio
perché ti ho camminato addosso senza farti male, credo,
e tra i miei segni tu hai lasciato il più sottile e il più tenace.
Danzo al ritmo di questo jazz lento che mi distrae le ciglia
e la tramontana è un abbraccio tra gli anemoni,
cristallo e argento la pioggia, carezza d’aria e foglie
mentre s’alza l’airone a precorrere la grazia instancabile del volo
o una libellula, ali nel vento, che a pensarci mi s’accorcia il fiato
in questo scompiglio tenero di cielo, perlaceo di nubi indistinte e vaghe.
C’eri in questo mattino rugginoso di sogni in dormiveglia,
ci sarai nel profumo fruttato della sera alla finestra,
e dischiuderà i suoi petali la terra, perché tu possa vederla,
almeno una volta ancora.

Memorie

I pensieri si sono fatti densi in questi giorni, quasi solidi, occupano un loro spazio, benché non del tutto definito; i movimenti sono un po’ appesantiti, saranno gli strascichi dell’influenza, chissà; sembra una fatica per la mente ancora più che per il corpo, dover ricordare di mettere un piede avanti all’altro. Ci sono altre memorie da tener vive. Cerco la tua leggerezza, quella forza mite che ha reso straordinaria la tua presenza. Oggi sono sei mesi giusti che sei andato via, ammesso che andato via sia il termine più adatto, visto quanto ti ho ancora dentro, che comunque è una fortuna, anche se una fortuna che costa cara, ma dà anche molto in cambio, per così dire. Ci sei nella volontà e nella forza di dar vita al mio sogno. E parrebbe che non si abbia il diritto di piangere, solo che, come diresti tu, ho gli occhi che perdono.

Thoughts have been getting thick these days, almost solid, they are taking a space of their own, if not entirely defined; movements are a bit heavier, might be the aftermaths of flu, who knows; it seems demanding for the mind even more than for the body, having to remember to put one foot in front of the other. There are other memories to be kept alive. I’m looking for your lightness, the gentle strength that made your presence extraordinary. Today It’s exactly six months since you went away, if went away is the right expression, seeing how much I still have you inside me, which is my luck anyway, although it’s luck that costs dearly, but then it gives a lot in exchange, so to speak. You’re in the will and strength I have to give life to my dream. And apparently, one would not have the right to cry, it’s just that, as you would say, my eyes are leaking.

Tra nuvole e marciapiedi / Between clouds and sidewalks

Quando sarà che ho fatto l’ultimo giro in giostra?
E’ così tanto tempo che neppure più ricordo
il colore e la forma, o in che giardino mi trovavo.
Abito qui, ora, tra nuvole e marciapiedi,
volo tra i rami degli ulivi e ridiscendo a volte
per l’occasionale dolcezza dei lamponi;
ho traslocato da poco e forse
non sarà l’ultima volta che succede.
Faccio ancora castelli che viaggiano sull’aria,
i miei occhi sono sempre ben aperti quando sogno
e lancio ancora piccoli sassi dentro il mare,
ch’è il mio modo di rompere la quiete
per riaggiustarla dopo a cose fatte;
ma non penso più che sia la spiaggia l’importante,
solo qualche granello ogni tanto, o qualche fiore
dimenticato tra le sdraio alla fine del tramonto.
Ho anche riordinato un poco le mie cose,
lo spazio l’ho trovato gettando via i rimpianti.
La nostalgia no, ché può sempre venir bene:
sta a portata di mano in un cassetto semi-chiuso;
e poi non pensare ch’io non viva,
ho da stendere i panni e far le lavatrici,
ho figli e tastiere e giorni d’incastri e gambe stanche,
e un gatto che s’arrotola in improbabili pose nella cesta;
ho tempo per amare e prendo anche il raffreddore,
ma tengo un sole di riserva nella tasca
per qualche anomala stagione delle piogge.
Però ti prego, accarezza ancora dolcemente
le semicancellate linee dei miei fragili confini
perché svaniscano del tutto sotto le tue dita.
S’intersecano i tuoi passi disallineati
sui duri solchi delle mie pietre natali
creando quel mosaico di molteplici percorsi
tra le tue personali vie dei canti e i miei colori.
So cosa diresti di queste brecce offese,
delle crepe nei muri che esplodono
crollando in polvere inflessibile,
di queste nebbie che screpolano il cielo.
Si scioglierebbe ancora in parole la tua faccia
e riconoscerei tra mille quella smorfia ferita
che spegnerebbe i tuoi occhi appena un attimo prima
che l’illumini la compassione un’altra volta,
lo sprazzo del tuo fulmineo riso
ad inventarci una bellezza temporanea ed infinita
nascosta tra gli anfratti della nostra pelle stanca.
Per questo mi accoccolo tra i tuoi pensieri
e ti ritrovo, come sempre, dentro i miei.

Wall crack (original image on http://lokiev.deviantart.com/art/Crack-in-the-Wall-182406671)

Crack in the Wall by Lokiev

When was I last on a merry-go-round?
It’s been so long I don’t even remember
the colour and shape, or the garden I was in.
I live here now, between clouds and sidewalks,
I fly through olive branches and come down at times
for the occasional sweetness of raspberries;
it’s not long since I’ve moved house, and perhaps
it won’t be the last time either.
I still make castles and have them travel in the air,
my eyes are always wide open when I dream
and I still throw pebbles into the sea,
it’s my way to break the quiet to then fix it late in the day;
but I no longer think that it’s the beach that counts,
only some grains, now and then, or some flower
forgotten among the loungers at the end of sunset.
I’ve also tidied up my things a little bit,
I’ve made room by throwing regrets away.
Not longing, though, as it can always come in handy
It’s at my fingertips, in a drawer that I keep ajar;
and then, don’t you think I’m not living,
I’ve got to do my wash and hang the laundry out to dry
I’ve got children, and keyboards,
days with so much to wedge in, and legs that hurt
and a cat that rolls up in unlikely positions in his basket;
I’ve got time to love and sometimes catch a cold
but keep a spare sun in my pocket
for some unexpected rainy season.
But please, keep fingering with your sweetness
the semi-deleted lines of my fragile boundaries
so they will melt completely at your touch.
Your out-of-line footprints cross at times
the unyielding groove in my native stones
and create that mosaic of multiple paths
with your personal songlines and my colours.
I know what you’d say of these injured breaches,
of the cracks in the walls that blow up and collapse
into an inflexible dust,
of these fogs that chap the sky.
Your face would break up in words once again
and anywhere would I recognize that hurt frown
that would turn off your eyes just before
they’re lightened up by compassion once again,
the spark of your lightning-quick laugh
that would invent for us a temporary beauty without end
hidden in the clefts of our weary skin.
that’s why I nestle into your thoughts
and find you, as always, within mine.

Nuvole

L’importanza delle nuvole l’ho capita da poco. E sì che la testa nelle nuvole l’ho sempre avuta, me lo dicevano tutti e un tempo ci pativo anche, ora non più. Qualche spigolo viene smussato dalle intemperie e dall’azione del mare, ad altri si finisce per affezionarsi e per lasciarli dove stanno.

Ma dicevo delle nuvole. Anni fa, quasi dieci ormai, quando ancora riuscivamo a fare questi mitici viaggi in luoghi lontani e per periodi più lunghi di cinque giorni, mi colpì il cielo cangiante della Norvegia. Aveva qualcosa di magico nella sua incostanza, in quell’umore mutevole, in quel suo essere mobile, mai fermo, mai uguale a se stesso. Forse è stato allora che il senso delle nuvole ha cominciato a insinuarsi nella mia mente.

Poi, quest’estate, quando il terreno è sembrato per un momento sgretolarsi sotto i miei piedi, ho dovuto aggrapparmi alle nuvole, per ritrovarti. Il giorno in cui ho cominciato a guardare su e dentro avevo questo pensiero, che se tu fossi stato lì e avessi visto quel mare raccogliere le nuvole, lasciarsi sedurre e restituire alla terra la loro luce moltiplicata all’infinito, forse saresti rimasto. Poi mi è venuto quasi da sorridere, pensando che vivevi in quello che credo sia uno dei posti più belli del mondo. Però in certi momenti, sai, i pensieri fanno un po’ quello che possono. E mi ha stupito anche il fatto che non fosse un pensiero triste, o almeno, non solo triste. Perché in fondo non avrei potuto vederti né in un cielo tutto azzurro, né tantomeno in un grigio ininterrotto, ma quel corruccio carico di pioggia che si apriva repentinamente in uno sprazzo quasi abbacinante, per poi stemperarsi nella morbidezza dei pastelli, quello sì, ti si confaceva al punto che potevo quasi convincermi che per la prima volta tu mi vedessi, proprio in quell’istante in cui ti stavo guardando.

You’re thinking of me. Keep thinking of me. I still exist.

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Parlo di te / Speaking of you

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Alba con luna

No, non ho un vuoto dentro. Questa mancanza che in certi giorni si fa più forte, senza preavviso e senza motivo apparente, mi fa pensare al vuoto, ma non è un vuoto. Anzi. Se mi intestardisco a non dimenticarti, devo accettarne le conseguenze. Se decido di rivederti in tanto di ciò che sono, in tutte le cose che faccio, se riempio di te tutto questo, allora questa pienezza riguarda anche il dolore. Per ogni cosa che penso sia vera, in tutto questo groviglio, spesso è vero anche il suo contrario.

Con le parole si spiega il mondo e allora ci devono essere delle parole per spiegare anche questo: una scelta fatta quando tutte le scelte sembrano provvisorie e che invece è diventata, negli anni, definitiva. La scelta, irrazionale, forse, tanto quanto, certamente, profonda e irreversibile,  del mio faro, del mio punto di riferimento, della mia guiding star. Ho affidato la mia fede nel mondo e nella vita a un uomo senza averlo mai visto. Ti ho riconosciuto quasi al primo sguardo e non ti ho mai visto (è l’unico vero rimpianto).  Oltre trentacinque anni di ammirazione incondizionata, affetto, passione, risate e lacrime e come puoi parlare della perdita di qualcuno che hai avuto vicino per oltre due terzi della tua vita, e però non lo sapeva? E perché poi dovrei spiegarlo? Perché dovrei scriverti una lettera pubblica, quando quello di cui parlo sembra così personale? Forse perché il giorno in cui ho ricevuto qualcosa che desideravo da tempo, è stato il giorno della tua morte. Forse perché ho riaperto un blog da tempo abbandonato, e ho ripreso a scrivere, in buona parte, perché non volevo che la vita si limitasse ad “andare avanti”, ma che si fondasse sul ricordo, appropriandosene, scavandolo a fondo e accettandolo pacificamente come una parte indissolubile di sé.  E quindi ho assunto questo parlare di te come una specie di compito, uno di quelli che si scelgono e che si fanno con tutta l’attenzione e la cura di cui si è capaci, che se poi sbaglierò qualcosa, comunque, non fa nulla, quello che conta è l’impegno, il mettersi in gioco.

Perché poi vedi, una delle cose belle è proprio questa. Avrei potuto non capire, lasciarmi scorrere tutto addosso senza trattenere nulla e invece… Queste non sono emozioni che mi hanno travolto, nessuna euforia chimica da innamoramento, nessun impeto accecante che abbia annullato la mia ragione e la mia volontà, ma una vita trascorsa a studiare parole e gesti, tic e inflessioni della voce (prima in italiano, poi finalmente in inglese, scoprendo la “tua” quella “vera”, e che voce!), le battute ricorrenti, le espressioni che sono cambiate nel tempo e quelle che sono rimaste le stesse, il modo di esprimere la timidezza e di schermirti, il modo di difenderti con una fuga apparente, mentre poi eri là a esporti così completamente, a esserci sempre. Un’affinità intuita, poi consapevolmente alimentata e accudita, coltivata con la pazienza che si riserva alle cose veramente preziose.

Ho saputo sceglierti, ho saputo riconoscerti, e ne sono orgogliosa. Sono orgogliosa di condividere tante delle cose in cui credo, e anche dei dubbi che ho, con una persona così straordinaria (anche proprio nel senso di “fuori dall’ordinario”). Sono orgogliosa di quella parte che molto in piccolo, un po’ ti somiglia, quella buffa e divertente e dolce e sentimentale e piena di voglia di giocare, quella che sa ridere e piangere spudoratamente, senza vergogna. Quella che “ha modo con i bambini” e che cerca di imparare a non giudicare mai. Quella che cerca di essere all’altezza. Non di un santo, certo non di un santo. Di un uomo. Un angelo, forse, quell’angelo che in certi momenti vedevo con gli occhi dell’immaginazione, i primi giorni, e che ancora, qualche volta, penso che tu possa essere stato. Un angelo fragile, con una spada affilata in una mano, che era la tua intelligenza, il tuo acutissimo spirito di osservazione, che ti faceva vedere sempre oltre; e nell’altra tutto quell’amore infinito per il mondo, la vita e le persone, un amore tanto grande da ferire, perché non avrebbe mai potuto essere ricambiato con quella stessa forza. O forse sì. Forse poteva, e forse tu lo hai sempre saputo, e hai scelto di vivere per questo, e di andare incontro alla morte quando, semplicemente, sentivi che era il momento giusto, il completamento di tutto, che l’arco della tua vita era arrivato dove doveva. E guarda che comunque, idealizzato o no, della tua “parte oscura” so molto. Però ti dico questo. Sei una di quelle persone per cui mi piacerebbe tanto che esistesse un paradiso. E se dovessi mai attraversare una qualche forma di inferno, vorrei che fossi tu ad accompagnarmi.

No, there’s no emptiness inside. This yearning that gets stronger some days, with no notice and for no apparent reason, makes me think of emptiness, but it is no emptiness. Quite the opposite. If I’m that obstinate in not forgetting you, I have to accept the consequences. If I decide to see you in so much of what I am, in everything I do, if I fill all this up with you, then this fullness regards the pain too. For each thing I think is true, in all this tangle, the contrary is often true as well.
With words, we explain the world, so there must be words even to explain this: a choice made when all choices seem to be somehow tentative and which, however, has become final, over the years. The choice, as irrational, perhaps, as it is, certainly, deep and irrevocable, of my guiding light, my anchor, my captain. I’ve put my faith in the world and in life in the hands of a man I’ve never seen. I recognized you almost at first sight, and I’ve never seen you (this is the only real regret). Over thirty-five years of unconditional admiration, affection, passion, laughs and tears and how can you talk about the loss of someone that you felt so close to for over two thirds of your life, although he never knew it? And why should I explain that? Why should I write you a public letter, when I’m speaking of something that feels so personal? Maybe because the day I received something I had wanted for so long, was the day of your death. Maybe because I’ve come back to a blog I had abandoned for quite some time, and I’ve begun to write again, mostly because I didn’t want life to just “go on”, but I wanted it to be built on this memory, to take on it, delve into it, and accept it peacefully as an indivisible part of itself. That’s why I’ve undertaken to speak of you as some sort of task, one of those you voluntarily assume and carry on with all attention and care you’re capable of, and if I should get something wrong, it won’t matter after all, what counts is commitment, putting yourself on the line.
In the end, you see, this is one of the silver linings. I could have failed to understand, let it all go away and not be touched in any way, and yet… We’re not speaking of emotions that overwhelmed me, no chemistry of love involved, no blinding ardor shaking my reason and will, but a life spent studying words and gestures, twitches and voice tones (at first, in Italian; then in English at last, so I discovered your “own”, “real” voice, and what a voice!), recurring jokes, the expressions that changed over time and those that remained the same, your way of showing shyness, of shielding yourself, of apparently running away for defense, whereas on the other hand you were always there, completely “exposed”, fully present in the moment. This affinity I sensed, and have since consciously nurtured, looked after, cultivated with the special patience one reserves for truly precious things.
I was able to choose you, to recognize you, and I’m proud of it. I’m proud of sharing so many of the things I believe in, and so many of the doubts I have, with someone so extraordinary (also in the meaning of “out-of ordinary”, as it is). I’m proud of that part that is a bit like you, in its own small way, that part that is comical and funny and sweet and sentimental and playful, the part that can openly laugh and cry, without feeling ashamed in any way. The part that “gets on so well” with children and that’s trying never to judge. The part that strives to come up to the mark. Not of a saint, never of a saint. Of a man. An angel, perhaps, the angel I saw through the eyes of imagination in the first days, and that I still think, sometimes, you may have been. A fragile angel, with a very sharp sword in one hand, which was your intelligence and wit, your being such a keen observer, so that you always saw beyond others; and in the other hand, all that endless love for the world, for life and people, so much it hurt, because it could never have been returned with the same strength. Or could it? Perhaps it could, and you’ve always known it and you chose to live for that reason, and to meet death when you felt the time was right, simple as that, everything that mattered was complete, the arc of your life had arrived where it was meant to. And then look, idealized or not, I know a lot of your “dark side”. But I can tell you something. You’re one of those people, for whom I wish so hard there was a heaven. And if I had to go through any sort of hell, I’d want you to be with me.

 

Musica d’autunno – Autumn music

Amo pensarti la sera,
quando anche le porte degli armadi
smettono di correre inseguendo il giorno
e accolgono la liquida, tiepida dolcezza
dell’abbandono:
allora sciolgo in bocca le tue frasi ad una ad una
centellinando queste gocce di luce
danzanti sulla distesa salata dell’assenza
e parlo piano,
perché solo tu possa sentirmi, soltanto se lo vuoi.
Lo so che la pioggia non è mai d’argento
e neppure la luna, del resto,
che comunque, questa sera non si vede.
Non c’è niente, qui, che ti appartiene
se non questa mia anima un po’ sgualcita e lisa,
consumata dal troppo camminare a piedi nudi
sugli orli della distanza tra la terra e il cielo.

Amo pensarti di giorno,
in questo vortice in temporaneo movimento
che di cerchio in cerchio si avvicina al centro del tuo nome.
Tra orologi che tradiscono le mie partenze,
sempre in anticipo o in ritardo per il treno verso altrove,
tu sei il mio tempo giusto
e vivo senza risparmio entrambe le mie vite.
Non mi serve, forse questo amore,
non è che musica d’autunno, melodia di coriandoli
che sposta il mio cuore senza pentagramma,
un ghirigoro scarabocchiato con maestria
sul lineare andamento delle mie domande.
Ma l’utilità, del resto, mi serve ancora meno:
l’inutile ha imparato la preziosa arte
di non aver altro scopo che se stesso,
lo stesso senso di queste curiose sfere
gettate in ordine sparso nello spazio.

Dio se è difficile credere all’ignoto,
già è combattuta la mia fede
nelle cose che ho davanti agli occhi.
Chissà se gli angeli ridono davvero, adesso;
il paradiso, in fondo, è saper reggere al dolore,
perché sai cosa credo? Che senza dolore non si ride
– e nessuno più di te sa quel che dico.
Forse non ho quello che cerchi
ma so camminare sul ciglio dei burroni
reggendomi in equilibrio precario sulle mani
per non avere punti fermi, ma libertà d’aria,
viaggi di falchi pellegrini senza passaporto,
il muover silenzioso di una foglia incerta,
il miele scuro dei castagni, il sale nelle vele,
vento di mare e questo istante di corallo,
una strada che prosegue ben oltre le colline
e per noi, tutto il tempo del mondo, ora.

I love to think of you in the evening,
when even the wardrobe doors
stop running after the day
and welcome the liquid, lukewarm sweetness
of abandon:
then I melt your sentences in my mouth, one by one
relishing these drops of light
that dance on the salty expanse of absence
and I speak low,
so that only you can hear me, only if you want to.
I know the rain is never silver
and neither is the moon, indeed,
which, moreover, cannot be seen tonight.
Nothing, here, belongs to you,
except for this creasy, run-down soul
worn out by all this walking barefoot
on the brinks of the distance between earth and sky.

I love to think of you during the day,
in this temporarily moving whirl
that circle by circle, comes to the centre of your name.
Among these clocks that betray my departures,
always late or early for the train to somewhere else,
you are my right time
and I openheartedly live both my lives.
This love is useless to me, perhaps,
It’s nothing but autumn music, a confetti melody
that displaces my hearth without a pentagram,
a scribble drawn in a masterly way
on the linear trend of my questions.
Yet I need usefulness even less:
Uselessness has learnt the precious art
of having no other aim but itself,
the same sense of these curious spheres
randomly thrown around the space.

God, isn’t it hard to believe in the unknown
my faith is uncertain already
when it comes to things that are before my eyes.
Could it be that angels are laughing now;
heaven, after all, is just withstanding the pain,
‘cause you know what I believe? That without pain, one cannot laugh,
– and nobody more than you will know what I’m saying.
I may not have what you’re looking for
but I can walk on the edge of ravines
standing in unstable balance on my hands
‘cause I don’t want no anchor, but the freedom of the air,
the travelling of peregrine falcons with no passport,
the silent moving of an uncertain leaf,
dark chestnut honey, salt in my sails,
sea wind and this coral instant,
a road that carries on, well beyond the hills
and for us, all the time in the world, now