San Francisco – Diario di viaggio 10. 1.11..2016 Sera al Fisherman’s Wharf

Ho percorso tutta Taylor Street, e non è una sciocchezzuola (ho scoperto dopo che ci sarei arrivata per almeno altre tre strade possibili, ma del resto non sarebbe cambiato granché): in alcuni punti s’inerpica a tal punto da sfidare le leggi della fisica (e la forza di gravità) ed è tutto un saliscendi comunque (e le finestre sghembe poi…). Tra l’altro in questo modo si passa davanti al parco di Ina Coolbrith è un tripudio di colori e panorami, benché non molto grande. Lei era una poetessa, scrittrice, gestiva un salotto letterario e punto di riferimento della San Francisco letteraria. Eì stata la prima Poet Laureate degli Stati Uniti.

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Poi mi è caduto l’occhio su questa strada…

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Quando alla fine dopo aver messo a dura prova polpacci e ginocchia su queste pendenze si arriva a Fisherman’s Wharf… beh… sarà pure una trappola per turisti, ma lo è con ragione.  E dopo la fatica sembra ancora più bello, la miglior ricompensa che si possa immaginare. Tardo pomeriggio-prima serata tra cielo e mare, potevo forse chiedere di più?

Amerei questi luoghi anche se non ti appartenessero, benché forse non così perdutamente. Ancora una volta, mi sento come una bambina che sgrana gli occhi di fronte a ogni cosa, quasi vedessi il mondo per la prima volta. Curiosa di ogni strada, di ogni curva, di ogni casa, dei piatti, degli odori… adoro questo posto. Ti penso spesso, è naturale, anzi, non quanto mi sarei aspettata. A volte la meraviglia prevale su tutto. Ma nella meraviglia ci sei. Mi sembra di non essere mai stata tanto felice come ora, qui. Se lo avessi saputo prima… ma non è un pensiero che mi rattrista. Ognuno di noi ha i suoi se, le strade si incontrano e si disperdono, non è vero che siano ferme, tu pensi di percorrerle ma sono loro a percorrerti e portarti via con sé. Tante cose sarebbero potute andare diversamente, la cosa bella è potersi tenere stretti tutti i se che riusciamo a immaginare, non per togliere nulla alla vita che abbiamo, ma per arricchirla, magari con il sogno di un viaggio dell’anima che poi diventa desiderio e che poi si può realizzare e diventa anche quello vita.

San Francisco – Diario di viaggio 7. – 31.10.2016 (segue) – breve giretto del pomeriggio

Orsogrande questo pomeriggio ha voluto restare in albergo, io sono uscita, senza fretta, erano le cinque circa, ma voglio prendere confidenza, più la percorro più mi piace, questa città, ti conquista con la sua gentilezza, il sorriso spesso pronto, quel salutare anche gli sconosciuti con how was your day? (già dall’aereo!) che sarà pure una formalità ma io lo adoro, e se pure la giornata non fosse delle migliori, me la rallegrerebbe. Eppure, poi, quanti senzatetto, quanti! Persone che dormono in ogni angolo di strada, in ogni aiuola, nei quartieri più popolari come in quelli upper class. Nessuno, a quanto pare, alza barriere o fa crociate per ripulire la città, nessuno propone muri o deportazioni, però uno si domanda se questa naturalezza nel considerarli parte della città come tutto il resto sia accettazione, indifferenza, cultura della responsabilità individuale, o altro. Certo, nella totale (credo) assenza dello Stato immagino che ognuno possa fare poco, al di là della beneficenza che è considerata, mi par di capire, un dovere morale e sociale, ma sempre beneficenza è.

Insomma, questo sarebbe un aspetto da approfondire, e mette tristezza tanto più ora. Siamo ad Halloween, tutti sono in strada, moltissimi mascherati (mi ha fatto morire il signore molto distinto in giacca e cravatta che chiacchierava amabilmente con una… ehm… scheletressa? o forse era una zombie, ma insomma, ci capiamo). Tutti hanno voglia di festeggiare, divertirsi, mangiare bene e il contrasto stride.

Ho visto il St. Francis Westin Hotel (notevole) e avrei voluto vedere anche il Museum of Craft Arts (ma è chiuso il lunedì) e la Xanadu Gallery (anche quella chiusa, non so se temporaneamente, sarebbe un peccato non poterla visitare). Sono entrata invece, come da suggerimento della guida, nella rotonda del grande magazzino Neiman Marcus, ricoperto in granito italiano multicolore con la cupola in vetro colorato rimasta dal City of Paris, che prima si trovava nello stesso luogo fino al 1982.

Domani si va a Chinatown e North Beach direi, anche se tengo molto al Golden Gate Park e naturalmente alla gita a Tiburon più di ogni altra cosa. Poi ci sarebbe la Napa Valley e Russian Hill, e Telegraph Hill, e Filbert Street e Lombard Street e… aaargh! Prendi il tuo tempo… keep calm and take your time! 🙂

Pur cercando di vedere tutto ciò che è turisticamente consigliato, mi creo i miei personalissimi, eccentrici tragitti. Programmare non piaceva più di tanto al protagonista del mio viaggio e piace poco anche a me. Lo stretto necessario, poi ci si può lasciar trasportare dalla curiosità e dal vento. Finendo per scoprire nessi inediti che dalle piantine non si capiscono, come quello tra il Financial District e l’oceano, che dalla guida sembrerebbero distanti anni luce (e naturalmente lo sono, in un certo senso. Ma non geograficamente, anzi, sono vicinissimi).

La guida la guardo, la leggo, penso a un itinerario possibile, magari da quello inizio. Ma più che altro perché poi adoro prendere deviazioni, traverse, andare in direzione opposta a quella suggerita, o procedere ancora oltre. Con un po’ di disagio da parte di Orsogrande che oggi mi diceva “poi faccio confusione e non so più come tornare”. Lui che di solito si orienta molto meglio di me. E qui invece subentro io, quella che, appunto, non ha mai avuto senso dell’orientamento e adesso mi sento un po’ come se questi luoghi li conoscessi già. Un confronto veloce sulla carta, una conferma al mio intuito, e si va. E’ una sensazione strana, intensa, mi dà sicurezza. Quindi chissà cosa verrà domani. La meraviglia non è mica programmabile.

San Francisco – Diario di viaggio 6. 31/10/2016 – Mattinata al Financial District

Questo albergo è fantastico! Stamattina colazione in una sala che più Old America di così non si può, DEVO fotografarla (nel frattempo ho comunque fotografato il salottino addobbato per Halloween.

Colazione alle 7.30 ma prima delle 9 non siamo riusciti a uscire. Comunque è stata una giornata fantastica. Avrebbe dovuto piovere ancora, in realtà è stato variabile e nel pomeriggio addirittura bello, quando esce il sole qui fa un bel caldo! Non sento neanche tanto l’umidità (che pure dovrebbe essere intorno all’80%… mah), sarà che c’è spesso un bel venticello… 🙂

Abbiamo fatto tutta Sutter Street in discesa, è dove abbiamo l’albergo ma anche una delle strade più centrali di Cisco, per arrivare a Montgomery, dove si trovano alcuni degli edifici più particolari. Siamo in pieno Financial district e tra le altre cose si vede il profilo riconoscibilissimo della transamerica Pyramid, l’edificio più alto della città, con i suoi 260 m (più la guglia di 64,6 m). Si dice che – tra gli altri illustri visitatori – in questo edificio Mark Twain abbia incontrato il pompiere da cui avrebbe tratto ispirazione per il suo Tom Sawyer.

Abbiamo visitato anche il Fargo & Wells Museum. La Fargo & Wells è una società nata in piena epoca di corsa all’oro, dall’iniziativa di questi due lungimiranti personaggi che intuirono – diversamente dagli altri soci della banca a cui appartenevano – le ottime possibilità offerte dal trasporto dell’oro e dai prestiti che si potevano fare a chi partiva speranzoso alla sua ricerca. Il museo contiene quindi diversi strumenti di misurazione, riproduzioni delle antiche diligenze per il trasporto (questa che inserisco è invece originale)…

… strumenti di comunicazione, i principali oggetti trasportati, monete e banconote d’epoca

e inoltre si leggono alcuni interessanti aneddoti: il trasportatore che fermò uno dei più famigerati banditi del tempo, autore fino a quel momento imprendibile di circa una ventina di rapine, segnando l’inizio della sua fine (e ricevendo dalla riconoscente compagnia un fucile col manico decorato con una riproduzione della sparatoria), o quella di Cassie Hill, agente della società, telegrafista e rappresentante della Western Union Telegraph e della Southern Pacific Railroad per l’importante snodo di Roseville, dopo la morte del marito; non si risposò mai, affermando di essere “troppo impegnata” e tra l’altro guidò una delle prima automobili di Roseville fino alla bella età di 85 anni (parliamo del 1940: sarebbe morta 15 anni dopo a 100 anni). O di Delia Haskett Rawson, prima (e probabilmente la più giovane) conduttrice di diligenze, unica donna appartenente ai Pioneer Stage Drivers della California, di cui fu anche vice-presidente.

La Fargo & Wells Bank non può essere fotografata all’interno, “politica aziendale”. Il Mills Building è stato invece una splendida esperienza, non solo perché l’interno è molto bello (e così anche l’entrata ad arco romanico), ma anche per il gentilissimo custode, evidentemente orgogliosissimo del “suo” palazzo, con cui abbiamo conversato per parecchio tempo di bellezza, di Italia, di Brasile, di San Francisco e che ha anche insistito per farci una foto sullo sfondo della scalinata dell’atrio.

Il Palace Hotel è superbo, anche quello fotografabile (adoro quando mi dicono take your time, non è la prima volta che lo sento e lo trovo un bellissimo invito a godere della bellezza che hai intorno senza fretta).

E siccome poi anche l’Embarcadero Center fa parte del Financial District, e in uno degli edifici si svolgerà la conferenza annuale dell’Associazione Americana dei Traduttori a cui parteciperò nei prossimi giorni, ho voluto andare a dare un’occhiata, tanto per capire dove si trova. Ci siamo arrivati da California Street, percorsa fino in fondo ed è una bella camminata. Solo che io in lontananza ho intravisto l’inconfondibile orologio meccanico del Ferry Building e non ho resistito: ci siamo visitati il Farmer’s Market (frutta, verdura e formaggi freschi a San Francisco non mancano mai e sono buonissimi!) e siamo usciti dietro l’edificio, sul molo. L’oceano! Sullo sfondo, il Bay Bridge. L’emozione si fa sempre più forte, sarà che tra le cose con cui più ti identifico c’è sicuramente il mare, ma anche in questo caso, devo prendermi il mio tempo.

Per tornare indietro abbiamo percorso Market Street fino a che incontra di nuovo Sutter Street. Non è per nulla difficile capire come funziona questa città. Anche per una persona con scarso senso dell’orientamento come me (che poi, sto scoprendo di averne di più di quanto credessi, quando devo arrangiarmi), è molto difficile perdersi. Poche strade, non larghissime ma lunghissime, che si incrociano in modo quasi intuitivo. Me ne sto appropriando pezzettino per pezzettino, la sento sempre più mia, più vicina, più casa. Meno di quanto mi aspettassi, inizialmente; e in pochissimo tempo, invece, molto più di quanto mi aspettassi.

(segue)

Qualcosa che brucia (leggendo Bukowski)

Scrivo tanto. Oh, lo so. Ma appunto, c’è qualcosa che brucia dentro. Forte.

Succede, poi, di farci l’abitudine
a starsene un po’ in disparte,
un passo indietro, non troppo dentro alle cose
come a non avere più vento per andare.
Io avevo aperto la finestra e pensavo
che almeno un frammento di mondo
devi pur lasciarlo entrare, presto o tardi
Tutte queste strade, tutte queste stelle
disperse in innumeri cieli distratti
che lasciano volar via i pensieri
e restituiscono aquiloni colorati in volo.
Ma a che serve?
A che serve questo amore infinito ed eterno,
il riflesso tremulo del vento nelle foglie?
si piega come una canna docile il mio cuore
ma a che serve?
Potrei pregare per il sangue, la morte,
l’aria riempita della danza dei rapaci,
potrei gridare, oh, non passerebbe giorno
ma a che serve?
Preferisco non soffocare il riso, preferisco
far voto al sole di ridere per sempre in ogni luogo
di proteggere il mio piccolo spazio in cui vivo
la mia vita e morirò, lo spero, la mia morte
non la loro vita, non la loro morte
non il loro odio, né il loro amore
il mio amore, la mia rabbia, forse
il tuo amore, certo.
Scrivere, certo.
Che lo so io se non c’è qualcosa che mi brucia dentro.
Il tuo poeta, certo.
La tua bocca, la tua mente, le tue viscere, certo,
perché sono i miei
e serve, oh, lo so che serve
non agli altri, no, a nessun altro, a pochi, a qualcuno
ma serve
la tua vita, la mia vita, la tua morte, la mia morte
perché voglio morire nel tuo oceano, tremarti
come una piccola foglia sulle labbra
Questo mi serve.

L’amore in movimento

E’ che vivo tutto molto, sai? Questo brivido prolungato, intenso e dolce, che mi prende per una parola, un pensiero, uno sguardo. E c’è calore dentro, fuoco anche, se vuoi, ma non di quello cattivo, che incendia e brucia. No, è quel fuoco che dà luce, quel bel colore rosso aranciato e giallo, e persino qualche tocco di blu, di tanto in tanto, il fuoco che scalda e protegge, una passione gentile che a volte diventa un po’ feroce, un entusiasmo forte e dirompente che certo, a tratti scatena tempeste infuriate, l’acqua delle lacrime, lampi e tuoni, e il soffio dell’uragano. Perché se le emozioni le vivi, le vivi tutte intere. Ma forse non è un male che io stia imparando adesso a viverle, così a fondo, adesso che sembra tardi, ma c’è quel tanto di… saggezza? Ma sì, chiamiamolo quel tanto di saggezza in più che impedisce che l’uragano porti via tutto. Passa e scompiglia e rovescia e scalcia e qualcosa forse viene anche giù, ma sono solo le cose fragili, quelle già un po’ in rovina, che dovevano comunque in qualche modo essere “lasciate andare”.
Le cose forti restano, amore mio.
Adesso ho bisogno anche di mondo, sai, di persone e di oggetti da toccare, con cui parlare, da ascoltare e raccontare. E poi si sa che di amori ce n’è di ogni specie e per tutti i gusti. E’ per questo che è impossibile definire l’amore, non credi? Perché non c’è un amore uguale all’altro, perché gli amori di ognuno di noi sono diversi e perché ognuno di noi ne vive più di uno, e anche quelli sono tutti diversi. Non più grandi, o più piccoli, o più importanti, o meno. Diversi. Quindi credo che davvero l’amore coincida con la vita, anzi, gli amori coincidono con la vita, quei particolari amori con quella vita, quell’unica, personalissima vita che ognuno di noi si porta dietro e porta avanti, che a volte sembra una sacca pesante da caricarsi sulla schiena e altre volte invece fa il cavallo selvaggio e andarle dietro e difficile e fantastico, avventuroso ed eccitante; e altre volte ancora è solo un manto di stelle che copre la notte come una coperta calda di luce e tu non hai da fare altro che guardare, disteso a pancia in su, pensando pensieri che non sai, pensieri vaghi, leggeri come le stelle.
E tutti gli amori potrebbero essere magnifici, è solo che non sempre lo sappiamo prima, e qualche volta neanche dopo, qualche volta crediamo di dover difendere l’amore da qualche nemico, ma l’amore non ha nemici. L’amore è una splendida cavalcata dove non c’è strada né sentiero, ed è anche il riposo di quando ci si ferma, la sella sotto la testa a far da cuscino, e al di sopra, gli astri e i pianeti a far da testimoni perché la memoria non cancelli niente. L’amore è l’oceano, come tu sai molto bene, la calma apparente e poi la risacca, e l’alta marea, le onde lunghe, quelle che cambiano il paesaggio ad ogni ritorno, quelle che danno e che tolgono, che vanno e che vengono, che distruggono e costruiscono. Ed io qui ad aspettare, amore mio, qualche volta a cercarti, in sella a quel cavallo, qualche volta sdraiata con la sella sotto la testa e il cielo sopra, qualche volta sulla riva dell’oceano, a guardare il paesaggio che cambia e pensare come sarebbe stato diverso, se non ci fossi stato tu, come sarebbe piatto il mare, e monotono il cielo, e distratto il vento.
Forse è proprio questo l’amore, che ne dici? Questo cambiamento di panorama, questo spostamento di visuale, il riconoscimento improvviso di qualcosa che prima non c’era, che esiste solo quando viene riconosciuto, eppure, da quel momento è come se fosse sempre stato lì, sotto i nostri occhi, bastava vederlo, bastava guardare… Tuttavia, bisogna guardare nel modo giusto, al momento giusto, altrimenti nessun cambiamento si produce, il paesaggio resta immobile e immutato. Ma se guardiamo bene, allora… allora nascono dune e città di sabbia, il deserto prende vita, la città si riempie sotto i nostri occhi di luoghi che credevamo esistessero solo nella nostra fantasia. Le parole diventano oggetti, corpi, persone. E ogni sguardo diventa trasformazione, rinnovamento, metamorfosi.
Bisogna guardare con occhi attenti ma aperti all’insolito, all’infantile, all’eccentrico. No, l’amore non è saggio. Qualunque cosa sia, non è saggio. Non è la saggezza che fa crescere gli anemoni di mare, non c’è negli uccelli migratori, ma nemmeno in quelli stanziali, negli scoiattoli volanti o nel frenetico e cieco scavare delle talpe, né tantomeno nella luna.
La luna, poi. Va bene tutto, tutto quello di cui parlano i poeti. La tenerezza, la luna, l’immenso, l’uragano, la guerra, la quiete, il silenzio, la musica. Forse è questo il contenuto comune di tutti gli amori, la ragione per cui ne possiamo parlare e comprenderci. Forse è la ragione per cui sappiamo riconoscerlo, l’amore, benché sia così difficile raccontarlo. La luna però… No, non è la luna. E’ che la luce della luna è diversa a seconda di dove cade, del punto in cui tu stai guardando, della posizione della terra. Perché serve, la luna. E la notte. Ma serve anche la terra. O almeno, qualcosa che le somigli. L’amore rinasce ad ogni luce e ad ogni ombra, ad ogni onda e ad ogni soffio di vento che sposta la sabbia, ad ogni giro che un qualunque satellite compie intorno a qualunque pianeta in qualunque universo. E dovunque ci sia anche la più minuscola variazione, uno spostamento millimetrico, l’infinitesimale muoversi in un tempo diverso che richiede milioni di anni per un passo, anche là ti riconoscerò, amore mio.