Robin’s Monday – Lascia che le parole ti portino

le monde selon garp

Robin Williams Directed by George Roy Hill

Ho dovuto entrare in me stesso profondamente, indagare su cose dolorose e meravigliose. […] Si fanno i conti con la morte e la perdita. Le scene con mia moglie nel film sono molto personali, non c’è finzione. Devo necessariamente essere molto diretto, molto trasparente. (Robin Williams, parlando della lavorazione di The World According to Garp).

Dopo tanti giorni in cui scrivere è stata una tale fatica da farmi sembrare come se ogni parola dovessi andare a scavarmela nella pietra, oggi invece ho scritto moltissimo, tanto da pensare che potrei davvero finire questo mio prossimo romanzo breve/racconto lungo in pochissimi mesi, forse già a fine gennaio-inizio febbraio. Sempre che non mi faccia prendere da altri progetti, altri sogni, altre urgenze nel frattempo. Ma non credo, perché al momento questo scritto, insieme alla traduzione del Ribelle Gentile (e a un paio di cose di lavoro) hanno la priorità su tutto.

Mi sto interrogando sulla poesia, dovrei riuscire a scrivere un post su questo, a breve, ma è la scrittura in genere, di cui so così poco. Ho passato giornate di sconforto, con la consapevolezza della sua inutilità. E del resto la scrittura è inutile, quanto il teatro o il cinema. È inutile, se crediamo di poterle affidare la salvezza del mondo. Eppure è necessaria, come tutto ciò che ci permette di essere onesti, di entrare in noi stessi, o di andare a cercare la verità sotto le rocce, come in un’altra occasione avevi detto. Che bella immagine. Scavare a mani nude, sapendo che nella migliore delle ipotesi potrai tirarne fuori solo qualche frammento, spaccandoti anche le mani per farlo, perché la verità non si trova mai intera, ma cercarla è quello che fa la differenza tra un uomo e un’ameba. Senza pensare mai di averla trovata, perché è credere di averla trovata che ci rovina, ci fa credere che gli altri siano in errore. Tu la verità non l’hai mai voluta trovare, ma l’hai cercata sempre.

La scrittura è anche casa, tutto ciò a cui torni. Rifugio, luogo noto e familiare, luogo in cui più che altrove possiamo essere noi stessi, al punto da poterci infilare le dita nel naso e mangiare con le mani, e al tempo stesso luogo da cui fuggire, perché la casa bisogna lasciarla, per poterla poi ritrovare, diversa, dove l’abbiamo lasciata, oppure simile, ma in un altro luogo. Il dolore e la meraviglia, l’intimo e l’ignoto. Io scrivo, so cosa voglio raccontare ma non so mai del tutto dove mi porteranno le parole, perché essere onesti significa anche lasciare che le parole ti portino, come nella scena di un film, dove le emozioni portate sullo schermo vanno a scavare così tanto dentro chi le interpreta (se è una persona della tua immensa onestà, naturalmente), o come in uno spettacolo di teatro, specialmente come quando si improvvisa, perché allora, appunto, lasci che le parole ti portino. Non sempre sai dove, ma è sicuramente un posto importante. Nel mio caso, sempre nella tua direzione.

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Il Bosco – Capitolo 1, Parte III (segue).

Le parti precedenti, per chi fosse curioso, si trovano nella categoria “Romanzo”, che appare nel menu in cima alla home page del blog 🙂

Lele guardò l’orologio. Erano oltre tre ore che Fabrizio era chiuso nella sua stanza a lavorare, e non era emerso neanche per prendere un caffè. Non era una cosa normale per lui, d’altra parte in quel periodo non sembrava del tutto normale. Bussò e fece capolino nel vano della porta.
Fabrizio alzò gli occhi. Era sommerso dalle carte, ma sembrava avere perso negli ultimi tempi parte della rapidità di percezione e della capacità di tradurre velocemente un’idea in progetto, che lo rendevano un alleato prezioso per i casi difficili. Lele credeva di conoscerne il motivo.
“Vieni, vieni, entra”, disse Fabrizio. “Tanto al momento non riesco a trovare il bandolo della matassa… scendiamo al bar?”
“Sai”, disse d’impulso Lele, prima di riuscire a controllarsi, “stavo pensando…” una pausa impercettibile. “Sei sicuro di quello che fai?”
Fabrizio sorrise. Sapeva benissimo che l’amico non si stava riferendo al progetto.
“Sono … fammi pensare … venticinque anni, suppergiù, che ci conosciamo, se non mi sbaglio?”
“Non me lo ricordare”, sospirò Lele.
“Mi hai mai visto fare qualcosa di cui non fossi sicuro?”
“In effetti, no … ma ti ho visto spesso fare cose di cui avrei tanto voluto che fossi un po’ meno sicuro. Tu sai essere maledettamente testardo, quando pensi di aver ragione e il fatto che questo succeda malauguratamente spesso peggiora le cose. Non credi che ci sia un motivo se la maggior parte delle persone pensa e si comporta in un certo modo?”
“Certo, ma credo anche che possa esserci un motivo per pensare e comportarsi in un altro modo. Neppure io sono un essere del tutto irragionevole”.
“Ma qui c’è un matrimonio di mezzo, una donna sposata, dei figli. Non ci hai pensato?”, proruppe Lele, arrivando infine al punto.
“Credi davvero che non ci abbia pensato?”
“Insomma… tu capisci quello che voglio dire”, concluse Lele debolmente. Per uno capace di demolire da capo a fondo il progetto di un cliente o di un collega in cinque minuti e senza alcun rimorso, era quasi pateticamente in imbarazzo ogni volta che doveva rivolgere a chiunque qualcosa che somigliasse sia pur lontanamente a una critica personale, persino se si trattava di uno come Fabrizio, che non se la prendeva mai, qualunque cosa gli dicessero. Questo, anzi, gli rendeva le cose ancora più difficili.
“Non puoi chiedere a un uomo di vivere in ogni momento all’altezza degli ideali, almeno non se prima non scegli a quali ideali ti riferisci – obiettò Fabrizio. – La famiglia, la morale, la libertà, l’onestà… non so dirti quale viene prima e quale dopo, ma so una cosa, che qualche volta sono in conflitto tra loro, e allora solo tu puoi decidere quello che ti permette, più degli altri, di essere quello che vuoi essere”.
“E quindi cosa farete? Andrete a convivere? Sai quanto me che la legge sul divorzio non passerà mai. Nessuno vuole la patata bollente tra le mani e la Chiesa ha molta influenza.
“Ho smesso molto tempo fa di orientare il mio comportamento secondo il pensiero degli zelanti custodi dei valori cristiani. Il mio Dio non abita più là, a dire il vero non ce lo trovavo quasi mai neanche in passato, adesso ha cambiato definitivamente indirizzo”.
“Non dovresti prenderti gioco così della fede”. Nell’infervorarsi di Lele c’era convinzione, c’era affetto, ma c’erano anche molte altre cose. Di alcune, neppure lui si rendeva del tutto conto.
“Non lo faccio”, rispose Fabrizio. “La mia fede, credo, è profonda quanto quella di chiunque altro, solo che cerco e scopro Dio in luoghi diversi.”.
“Ma non sei da solo, c’è una società dietro di te, le idee sul bene e sul male sono state costruite nei secoli. Vuoi metterti contro tutto questo? Vuoi definire da te i confini della tua morale? Lo sai che cosa diranno di te, di lei, di tutti voi?”
“Non do gran peso alla reputazione, se anche ne avessi una, la perderei facilmente, distratto come sono”. Fabrizio aveva un tono leggero e sorrideva, ma i suoi occhi erano molto seri, adesso.
“Non sarai tu, poi, a pagare il prezzo più alto. State scegliendo anche per le due bambine. State decidendo anche per loro”.
“Ma dimmi, Lele, se io adesso lasciassi Viviana da sola, ad affrontare le conseguenze del suo peccato d’indipendenza, o magari a tornare all’ovile con la coda tra le gambe, a implorare che un marito che non vuole più la riprenda comunque con sé per salvare le apparenze, credi che il mio livello di moralità si alzerebbe? Qualunque cosa sceglieremo, non saranno comunque i bambini a scegliere, la responsabilità è comunque nostra. Tutti noi in fondo costruiamo la nostra morale, prendendo a prestito gli ideali che ci sembrano migliori un po’ dove si trovano, tutti arranchiamo cercando di districarci tra le contraddizioni dei principi in cui pensiamo di credere, ma non sappiamo nulla, abbiamo mangiato la mela un giorno, ma l’intera vita del mondo non è bastata a conoscere il bene e il male. E quanto al prezzo, c’è sempre un prezzo per ogni decisione che prendiamo, ma non sappiamo mai quanto dovremo pagare, o a chi. Forse possiamo solo decidere per che cosa, ed è la libertà più preziosa che abbiamo”.
“Il prezzo della libertà”. Lele sembrava quasi sardonico, adesso. “Non era a questa libertà che pensavo, vent’anni fa sulle montagne”.
“Io sì”, ribatté Fabrizio. “Non so scindere una libertà dall’altra. Se non puoi decidere chi vuoi essere, come puoi essere libero di decidere la società in cui vuoi vivere?”
“Ma se tu dovessi stancarti di lei…”, obiettò ancora Lele.
Fabrizio lo guardò, e Lele capì che l’eventualità non gli era neppure passata per la testa.
“E’ una decisione che devo prendere nel presente, Lele. Se sapessimo quello che succederà in futuro ci comporteremmo diversamente? E saremmo più felici? Quando facciamo una scelta, non consideriamo solo quello che potrebbe costarci, non credi?”.
Lele desistette. Non poteva dire di essere convinto, ma conosceva Fabrizio da una vita. Sapeva da tempo che quell’uomo flemmatico e sereno, che gli era caro quasi più di se stesso, aveva dentro di sé una tale forza da muovere le montagne. Si spaventò scoprendo che la sua mente era stata persino attraversata, seppur fugacemente, dall’idea che potesse forse, dopotutto, aver ragione lui.