LA LETTRICE DELLA DOMENICA – Stravagario

Venerdì sera una rimpatriata dalla quale non sapevo bene cosa aspettarmi, e che mi ha dato molto più di quello che pensavo. Non credete alle storie truci sulle riunioni di vecchi compagni. Naturalmente, immagino che dipenda: io so che avevo l’idea che avrei trascorso una serata piacevole con persone che da tempo non vedevo, e ho trascorso una serata bellissima con degli amici che spero di rivedere presto.

Sabato e domenica di nuovo tra i miei fiori e le mie luci, a curare il giardino e le parole. Visto questo pazzesco tramonto impressionista? E stasera scrivo. Non solo la recensione che vi propongo qui. Pubblicato l’articolo, passerò il resto della serata a scrivere ancora, di amore arte e poesia.

 

 

Neruda è il mio poeta, o uno dei miei poeti almeno, e e questo è il primo libro pubblicato in Italia, curato e tradotto da Giuseppe Bellini, quello in cui alla poesia popolare, eroica, di protesta e narrazione di un Paese amato e martoriato, inizia ad accompagnarsi una poesia più intima, ma lo stile resta inconfondibile:

ricordo giorni di Colombo

eccessivamente fragranti,

inebriantemente rossi.

Si son perduti quei giorni

e nel fondo della mia memoria

scende la pioggia di Carahue.

Perché, perché tante strade,

tante cittadelle ostili?

Che ottenni da tanti mercati?

Qual è il fiore che cercavo?

Perché mi mossi dalla mia sedia

e mi vestii di tempestoso?

Nessuno lo sa, né lo ignora:

è ciò che accade a ognuno:

si muove l’ombra sulla terra

e l’anima dell’uomo è d’ombra,

e per questo si muove.

(Itinerari, da Stravagario, Nuova Accademia, 1963)

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LA LETTRICE DELLA DOMENICA 22. Confesso che ho vissuto

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Le persone che seguono i miei vagabondaggi in questo blog da un po’ di tempo sanno che Neruda è uno dei miei punti di riferimento letterari… anche il titolo del blog del resto è dovuto a lui 🙂

Lo considero un genio, nella mia ormai antica recensione su Anobii aggiungevo: un genio, ma anche umanissimo, che non è scontato.  Questo libro, secondo me stupendo, raccoglie in parte le sue memorie, forse sarebbe meglio definirle tracce della sua vita. Non è una vera autobiografia come siamo abituati a conoscerle. Ma preferisco lasciare direttamente la parola a lui (e scusate per la foto sfocata, può essere che la cambi se riesco a scattarne una migliore ma non credo stasera).

Queste memorie o ricordi sono intermittenti e a tratti si smarriscono perché così appunto è la vita. L’intermittenza del sonno ci permette di sostenere i giorni di lavoro. Molti dei miei ricordi sono svaniti ad evocarli, son divenuti polvere come un cristallo irrimediabilmente ferito.

Le memorie del memorialista non sono le memorie del poeta. Quegli è vissuto forse meno, ma ha fotografato molto di più e ci diverte con la precisione dei particolari. Questi ci consegna una galleria di fantasmi scossi dal fuoco e dall’ombra della sua epoca.

Forse non vissi in me stesso; forse vissi la vita degli altri.

Da quanto ho lasciato scritto in queste pagine sempre si staccheranno – come negli albereti d’autunno e come al tempo delle vigne – le foglie gialle che vanno a morire e le uve che rivivranno nel vino che è sacro.

La mia vita è una vita fatta di tutte le vite: le vite del poeta.

(Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto, Oscar Mondadori 1976, traduzione di Giulio Stocchi e Savino D’Amico)