Robin’s Monday – Piccole Gemme 4: Robin’s First Tour in Afghanistan

Visto che ne abbiamo parlato. È anche un promemoria per me, perché ancora non l’ho visto, anche se ho visto altri spezzoni di suoi spettacoli per le truppe. Sapete quanto ami questo continuo emergere di cose per me nuove, non finisco mai di stupirmi a causa sua, e lo stupore rinnova i miei sentimenti ogni volta.

Il prezzo

Ho letto nei giorni scorsi scritti di diverse persone che si dicevano incazzate. Qui meno che su FB, immagino (su FB ci bazzico abbastanza poco e certo non per questo tipo di argomenti), ma comunque. Beh lo sono anch’io. Moltissimo. Oggi avevo le lacrime agli occhi dalla rabbia. Quando qualcuno blatera di guerra io mi incazzo. Quando qualcuno proclama che siamo in guerra perché ci sono già state centinaia di morti in Europa occidentale (di fatto, 352 dal 2010 a oggi, quasi 600 solo se contiamo gli attentati di Madrid e Londra del 2004 e 2005; il 2004 peraltro è stato l’anno con meno attentati, il record “spettando” al 1979, con 993 episodi; insomma, non è che un tempo vivessero nel migliore dei mondi possibili), io mi incazzo di più. Potrei forse non avercela contro chi nega il valore della vita? Non essere incazzata con chi cerca pretesti in ogni dove per la sua smania di autodistruzione e il suo istinto di morte? Con chi spaventa a tal punto le persone da far andare nel panico un’intera folla per (a quanto ho capito) un petardo? Però bisogna rispettarli, i morti. Quando siamo coinvolti personalmente, o sono coinvolti i nostri figli, le reazioni “forti” sono sicuramente comprensibili, nell’immediato. Poi si riflette. Vittime del terrorismo in Iraq nel solo 2014: 9929; segue la Nigeria con 7512. Cioè, un solo paese (etichettato indifferenziatamente come “terrorista”) ha avuto in un anno 16,5 volte il numero dei morti di tutta l’Europa occidentale in 12 anni. Naturalmente, molti erano bambini, come sempre. Figli nostri. Di tutti, della Terra. Contro chi la facciamo la guerra? Chi è il nostro nemico? Vogliamo definitivamente radere al suolo interi Paesi con i loro abitanti? Dice: ma i terroristi sono spietati, dobbiamo ripagarli nello stesso modo, ci minacciano nei nostri valori. Cioè, intendiamo fare esattamente quelle cose per cui consideriamo (giustamente) i terroristi degli assassini. Colpire, senza badare a dove finiscono i colpi. Civili? Persone che hanno perso parenti uccisi dai terroristi? Ma sì, che importa, lo fanno anche “loro”, no? Difendiamo i nostri valori cancellandoli, schiacciandoli e danzando sulle rovine fumanti. Wow.

Non mi è mai piaciuta la matematica, è fredda, ma qualche numero lasciatemelo dare ancora: in Italia (Italia soltanto, non Europa) i morti per incidenti stradali sono stati, nel solo 2015, oltre 1400. Quei morti però non ci distraggono mentre a poco a poco ci lasciamo portar via i diritti con la scusa della sicurezza.

Prima guerra mondiale, tra quindici e sessantacinque milioni di morti (una stima precisa è impossibile). Molti civili. Innumerevoli soldati, che sarebbero stati nostri figli, se fossimo stati madri e padri a quel tempo. Sono i nostri bisnonni, i nostri nonni, i nostri padri, i nostri fratelli, i nostri figli. Seconda guerra mondiale, 54 milioni di morti, con il numero dei civili (30 milioni) che supera quello dei militari. Chi la vuole fare questa guerra? Io no. Io spero che se mai dovesse vincere questo opposto fanatismo, i miei figli non combattano. Vi dirò una cosa (visto che tra l’altro oggi, come ogni lunedì, per me è “Robin’s Monday” e forse dopo posterò qualche cosa di più dedicato): quando molti dei conservatori (americani e non solo) stavano lì al sicuro a casetta a chiacchierare di muri e di cacciare la gente oltreconfine e di difendere “i nostri valori” bombardando e torturando, e chiamavano i liberal vigliacchi e antiamericani, un noto liberal come Robin Williams, ostile da sempre a ogni guerra, autore di molte battaglie contro la lobby delle armi, diventava famoso anche come “il comico amato dai militari” andando svariate volte a portare sollievo ai soldati in Iraq, Afghanistan, Bahrein e altri teatri di guerra, perché essere contro la guerra non significa certo essere contro i soldati. Anzi. Rischiando in prima persona come non so quanti di quelli che oggi definiscono gli altri “buonisti” come se fosse un insulto abbiano fatto. A volte penso a quale immensa fortuna è per me essere in condizione di provare ammirazione per questo tipo di uomini. Perché essere pacifisti quando tutto è tranquillo è facile e sono capaci tutti. Ma amare la pace quando è sotto attacco e in pericolo è molto più difficile. Non venitemi, per favore, a dire che chi propone soluzioni violente è controcorrente e fuori dal coro, come se non fossero queste che hanno portato solo morte e dolore dall’inizio del mondo, senza che mai le si bollasse finalmente e una volta per tutte come la stronzata che sono. Per odiare le guerre e amare le persone, soldati compresi, al punto da smettere di farne dei simboli e farne davvero figli e fratelli, nostra carne e sangue, per quello sì, ci vogliono le palle. Essere buoni costa. Ma siamo proprio sicuri che essere cattivi (lasciare che gli altri ci facciano diventare cattivi, se preferite) non abbia poi alla fine un prezzo molto più alto?

P.S.: i dati sugli incidenti stradali sono presi da qui: https://www.istat.it/it/archivio/189322

quelli sul terrorismo da quiqui e qui

La pace che cerco

Vengo da te anche per cercare pace, ormai lo sappiamo entrambi. Perché tu? Mica so rispondere, sai. Ho scritto parole su parole per capirlo, ma la risposta ancora non ce l’ho. Forse è per questo. Non che tu sia mai stato misterioso, anzi; sei “solo” complesso. multiforme e non etichettabile.

Dunque, vengo da te per cercare pace, dicevamo, anche se (o perché) so che non potrei trovare la pace tranquilla, l’equilibrio definitivo; forse neppure quello provvisorio: il tuo sederti a testa in giù del resto mi affascina da tanto, vorrei imitarlo ma mi fermo sempre un attimo prima. Troppi limiti, così la mia diventa una pace frenata, fatta di silenzi, di cose che non mi permetto, di quieto vivere. La tua è una pace mai violenta ma comunque combattiva, mai cinica o scettica, ma attentissima a seminare dubbi e domande; una pace che cerca e scava sotto le rocce, che non accetta niente, non lascia passare niente, di tutto chiede conto. “Non sarebbe più prudente…”? – qualcuno obiettava. – “Più prudente non è una buona cosa”, era la tua risposta. E certo prudente credo che tu non lo sia stato mai; per questo è una pace imprudente quella che cerco, una pace che guarda, sente e racconta, una pace che resta vicino alle cose, quasi dentro, ma senza lasciarsene assorbire. Immergendocisi per poi uscirne e guardarle da fuori.

So bene che avevi delle paure, più serie ancora dei viaggi in Afghanistan e in Iraq, più serie della mancanza di protezioni e dei decolli notturni a luci spente, che dopotutto senza rete era il tuo modo di lavorare e di vivere. Ma poi l’imprudenza non è mica il contrario della paura, semmai forse l’incoscienza potrebbe esserlo; ma incosciente invece no, non lo eri. Eri coscientemente imprudente, ecco. Ed è una delle millemila cose che mi riempiono di meraviglia.

Le tue risate sono un dono di pace, perché quando ride, quella pace ride per amore, per voglia, per sete di vita, per l’unico potere che valga la pena di avere, quello di rompere le sbarre, aprire i gusci, liberarsi dalle corazze e sgretolare i muri.  Quella pace irrequieta che per me ha il tuo nome ed è, per adesso, l’unica che so cercare.