Robin’s Monday – Lascia che le parole ti portino

le monde selon garp

Robin Williams Directed by George Roy Hill

Ho dovuto entrare in me stesso profondamente, indagare su cose dolorose e meravigliose. […] Si fanno i conti con la morte e la perdita. Le scene con mia moglie nel film sono molto personali, non c’è finzione. Devo necessariamente essere molto diretto, molto trasparente. (Robin Williams, parlando della lavorazione di The World According to Garp).

Dopo tanti giorni in cui scrivere è stata una tale fatica da farmi sembrare come se ogni parola dovessi andare a scavarmela nella pietra, oggi invece ho scritto moltissimo, tanto da pensare che potrei davvero finire questo mio prossimo romanzo breve/racconto lungo in pochissimi mesi, forse già a fine gennaio-inizio febbraio. Sempre che non mi faccia prendere da altri progetti, altri sogni, altre urgenze nel frattempo. Ma non credo, perché al momento questo scritto, insieme alla traduzione del Ribelle Gentile (e a un paio di cose di lavoro) hanno la priorità su tutto.

Mi sto interrogando sulla poesia, dovrei riuscire a scrivere un post su questo, a breve, ma è la scrittura in genere, di cui so così poco. Ho passato giornate di sconforto, con la consapevolezza della sua inutilità. E del resto la scrittura è inutile, quanto il teatro o il cinema. È inutile, se crediamo di poterle affidare la salvezza del mondo. Eppure è necessaria, come tutto ciò che ci permette di essere onesti, di entrare in noi stessi, o di andare a cercare la verità sotto le rocce, come in un’altra occasione avevi detto. Che bella immagine. Scavare a mani nude, sapendo che nella migliore delle ipotesi potrai tirarne fuori solo qualche frammento, spaccandoti anche le mani per farlo, perché la verità non si trova mai intera, ma cercarla è quello che fa la differenza tra un uomo e un’ameba. Senza pensare mai di averla trovata, perché è credere di averla trovata che ci rovina, ci fa credere che gli altri siano in errore. Tu la verità non l’hai mai voluta trovare, ma l’hai cercata sempre.

La scrittura è anche casa, tutto ciò a cui torni. Rifugio, luogo noto e familiare, luogo in cui più che altrove possiamo essere noi stessi, al punto da poterci infilare le dita nel naso e mangiare con le mani, e al tempo stesso luogo da cui fuggire, perché la casa bisogna lasciarla, per poterla poi ritrovare, diversa, dove l’abbiamo lasciata, oppure simile, ma in un altro luogo. Il dolore e la meraviglia, l’intimo e l’ignoto. Io scrivo, so cosa voglio raccontare ma non so mai del tutto dove mi porteranno le parole, perché essere onesti significa anche lasciare che le parole ti portino, come nella scena di un film, dove le emozioni portate sullo schermo vanno a scavare così tanto dentro chi le interpreta (se è una persona della tua immensa onestà, naturalmente), o come in uno spettacolo di teatro, specialmente come quando si improvvisa, perché allora, appunto, lasci che le parole ti portino. Non sempre sai dove, ma è sicuramente un posto importante. Nel mio caso, sempre nella tua direzione.

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Pensieri (ingarbugliati) sulla scrittura

Poi le parole districate tornano subito a ingarbugliarsi, chissà se questo lo sapevi già anche tu, e per questo hai deciso di non scrivere mai; o meglio, di scrivere solo ciò che ti veniva immediato e sgorgava da sé come acqua dalla fonte, semplici appunti, giusto una base per improvvisare, che era quello che realmente ti stava a cuore. Oh, non senza dolore, anzi. Ma quasi senza intermediazioni, e dunque senza questo continuo sbrogliare matasse e ritrovare bandoli smarriti. Perché quando poi il dolore lo devi interpretare, raccontare e tradurre in parole per gli altri, qualcosa si perde. Un poco di innocenza, tra le altre cose.

Una parte di te continua a sentire profondamente, a vivere l’emozione sotto la pelle e lasciarsene attraversare senza far nulla, come ti lasci attraversare dall’improvvisa bellezza di una lama di luce che taglia l’orizzonte dove il mare finisce e inizia il cielo, come ti lanci senza rete da una nostalgia o un desiderio che ti acchiappano senza aspettare il momento giusto.

Una parte cerca addirittura di sprofondare, di immergersi fin quasi ad affogare nel lago d’ombra che è il guazzabuglio dei nostri sentimenti, sperando poi di riemergerne sapendo qualcosa di più e amando un po’ di più, ma senza alcuna certezza di questo.

Ma c’è quella parte che guarda le parole con la lente d’ingrandimento, provando a mettersi nella prospettiva di chi leggerà. Si cerca allora di renderle limpide, trasparenti, oppure un poco più oscure, secondo l’effetto che si vuole produrre. Si cerca l’eleganza, il sinonimo più vicino al senso da dare, ma anche quello più fine, il cui suono fa presa al tuo orecchio e nella tua mente s’intona col ritmo dell’insieme; si utilizzano figure retoriche, si individuano costruzioni d’impatto, si lavora di cesello, si intaglia, si sbalza, si leviga, si incide, si lima, perché nonostante quello che si pensa, scrivere è in buona parte un lavoro da artigiano.

Tu preferivi lasciare che il mondo entrasse dentro di te, e al resto pensava poi quella mente così insolita, agile e intensa, libera e duttile, penetrante e cristallina. Il filo dei tuoi pensieri non lo perdevi mai, e tuttavia lasciavi che prendesse direzioni inaspettate per cogliere scorci sempre nuovi e farceli percepire con i sensi e l’istinto. La ragione semmai dopo.

Chi scrive ha il tempo di preoccuparsi fin da prima di ciò che il pubblico penserà; e in fondo, di plasmare in qualche modo le proprie passioni proprio perché possano leggersi meglio, perché siano riconoscibili e persino apparire più genuine: talvolta occorre molto artificio e molta cura per far apparire poi in superficie l’intensità e la naturalezza.

Credo tuttavia che questo tu lo abbia intuito subito o comunque imparato non appena hai messo piede su un set. Autenticità e immediatezza non vanno necessariamente insieme. Far entrare il mondo in sé resta necessario, ma bisogna anche poi saper uscire da se stessi, guardare il mondo da dentro e guardare se stessi da fuori, perché tutto alla fine si ricomponga e ciò che noi siamo, reinventato attraverso le parole, torni a essere, proprio mentre diventa di tutti, tanto più profondamente, intimamente nostro.

Appoggiarsi

Questo rientro non è iniziato bene. Ho il cuore pesante, la lacrima facile e i nervi a fior di pelle. Vorrei gridare e spaccare tutto. Vorrei fregarmene di tutto e prendermi cura di tutto. Non tollero la distanza né la vicinanza. Non trovo il senso. Vorrei saper confortare e sostenere senza essere complice di una malriposta richiesta di attenzioni. Non so più quanto dolore c’è nella mia rabbia, o quanta rabbia nel mio dolore.

Scrivo di altro, di una me diversa, di un amore di carta che pure mi appartiene. Mi scavo dentro. Una volta, ho letto, hai pianto per due ore dopo aver girato una sola scena di un film (che del resto io ho molto amato). Un film che ti ha costretto a non uscire da te stesso, ha richiesto di guardarti dentro a fondo. E proprio quella forza emotiva, quell’urgenza vitale è stata così importante per ritrovare tante cose che avevano rischiato di andare perdute. Quel pianto, il tuo, il mio, è in un certo strano modo un balsamo, perché mi conferma che leggerezza e profondità non si escludono a vicenda.

Gioco è una parola così importante per me, una di quelle che avevo scelto per rappresentarmi, ma non fa parte della mia vita in questo momento. Non so dare fiducia alla vita e alla sua capacità di sorprenderci, alla sfida dei territori inesplorati, cioè, non so dargliela dove veramente sarebbe essenziale.

Il fatto è che non posso continuare ad affidarmi a un uomo che non c’è, per quanto speciale sia per me e la mia vita. Ho bisogno, un bisogno vitale di trovarmi, di sapere chi sono e cosa voglio e posso trasmettere. E a chi.

It’s like drowning, like running for your life. […] It’s all unknown territory. It’s like being in combat. I finished one day of shooting and thought, ‘God, I died.’ Even though it was only a single scene, I had this bizarre feeling, and I wept for a couple of hours after it. When I finally see the film, I’ll look back and say, ‘I did that.’ I’ll be proud. I feel proud now, but I just can’t say it yet because it’s not over.

E’ come affogare, come correre per salvarti la vita. […] E’ un territorio del tutto sconosciuto. E’ come trovarsi in combattimento. Ho finito un giorno di riprese una volta e ho pensato ‘Dio, sono morto’. Benché si trattasse di una sola scena, avevo questa bizzarra sensazione, e dopo ho pianto per un paio d’ore. Alla fine, quando vedrò il film, mi guarderò indietro e dirò, ‘ce l’ho fatta’ e sarò orgoglioso. Mi sento orgoglioso anche adesso, solo che non posso dirlo, appunto perchè non è ancora finito.

(Robin Williams, dall’intervista di William Wolf, Mork meets Garp, The New York Times Magazine, 1981).

E comunque non è un caso che io mi senta esattamente così dopo aver scritto anche solo mezza pagina. O due righe.

Poi non è neanche di questo che volevo raccontare, ma sembra che a volte le parole manchino proprio là dove servirebbero di più, o forse invece no, perché adesso già sto un po’ meglio, rispetto a quando ho iniziato il post, ieri. Le parole sono pietre, ma sta a noi decidere se lanciarle addosso ad altri, ingoiarle e tenercele sullo stomaco, costruirci case o sceglierne una particolarmente grande e vederla come una roccia. Qualche volta serve anche appoggiarsi. Forse le parole, come la vita, reggono più di quanto io riesca ancora a immaginare.

Pensieri

 

Devo fare pulizia. Negli armadi, nella mail, tra i sogni e i progetti. Troppe cose superflue mi frenano. La scrittura no, della scrittura tutto è essenziale. Se ferisce scriverlo, è perché non scriverlo finirebbe per ucciderti. Quello che sembra spaccare l’anima, forse crea solo un’apertura, è una ferita, sì, ma una ferita contro la perdita di sé. Si vive delle nostre ferite. Io sono le parole che scrivo, il mio corpo, il mio cuore, la mia vita sono le parole che scrivo. Voglio svuotare tutti i cassetti e tenere solo quello che più si avvicina alla me stessa che mi somiglia.

Di parole e di cose

Che poi, sono solo parole.

Tutto esiste indipendentemente da esse, questo è certo. Non si può dire che non vi sarebbero le stagioni e il tempo, la paura e il coraggio, la libertà e la schiavitù, i pianeti e le stelle, il dolore e l’allegria, la vita stessa, se non sapessimo dare un nome a tutte queste cose. Che poi i nomi cambino a seconda del luogo in cui siamo cresciuti, e che anche lo stesso nome prenda di solito significati del tutto dissimili per ciascuno di noi, questo è un altro paio di maniche.

Eppure é altrettanto vero che le parole costruiscono, mutano i contorni, ingarbugliano le forme, come gli operai di un restauro buttano giù muri e ne alzano di diversi, creano prospettive inattese per poi rivoluzionarle ancora.

Si vive, ci si stupisce, si prova ogni gamma di emozioni da ben prima che il genere umano imparasse a comunicarle con la voce, non parliamo poi della scrittura. Tuttavia, quanto sarebbero diverse le cose, senza le parole?

Prendiamo l’amore.  L’amore è prima di tutto nello sguardo, nel corpo, poi probabilmente nella mente, in quella parte del cervello che noi da sempre, forse semplificando o forse no, chiamiamo cuore. Perché anche se è dal cervello che parte tutto, è nei muscoli e nella carne che lo sentiamo. E’ con le parole però che possiamo modificarne i confini, confonderli, scavalcarli o cancellarli addirittura, arrivando fino al cielo.

Sono le parole che possono penetrare nella nostra anima e scompigliarla o scombussolarla, se non addirittura sconvolgerla, o al contrario rendere tutto più limpido. Sono il coltello che taglia sotto la pelle oppure la resina con cui medichiamo le ferite quando qualcuno incide la nostra corteccia, giungendo fino alle profondità del tronco. Chissà da quale strano miscuglio composito di cellule è venuto tutto questo bisogno di interrogarsi, di quale amalgama sono fatte le nostre domande? Perché credo siano le domande che hanno dato origine alle parole. Le domande e la memoria, perché il presente, il soddisfacimento dei bisogni primari e immediati, non ha bisogno di parole, dopotutto. Sono il passato e il futuro a richiederle, i ricordi, i desideri. Una necessità di andare più in là, oltre il concreto, il pratico, l’essenziale. Impadronirsi di quello che è superfluo per la sopravvivenza, ma proprio per questo, più vitale di ogni altra cosa.

Mi pare a volte che le parole siano esseri complessi, fatti in parte dei nostri pensieri e in parte dei loro, con una vita emotiva propria che s’interseca con la nostra, in rapporto sempre vicinissimo, intimo senz’altro, ma mai del tutto coincidente.

Quando trasformiamo un sentimento in parole, sia per scriverne o per parlarne o anche solo per pensarlo, mettiamo sempre in moto una relazione che, come tutte le relazioni, aggiunge e toglie, altera l’uno e le altre, possono essere solo ritocchi o correzioni più profonde, ma ci toccano comunque, e non ne usciremo mai gli stessi di prima. Così è possibile scegliere di sradicare un sentimento da noi stessi, o al contrario di ingrandirlo, ampliarlo in ogni direzione, dargli sostanza, persino. Come una pianta, senza cure avvizzisce e muore. Del resto non sempre questo è un male, ci sono piante parassite che si avvolgono intorno ad altre e le prosciugano, le soffocano fino a ucciderle. Ma molte, la maggior parte, sono piante belle, profumate, rigogliose che danno piacere alla vista; e poi ce ne sono altre ancora, fiori rarissimi, che danno molto più di quel che prendono, sicché quanto più questi germogliano, tanto più saremo noi a sentire nuovo vigore e una ricchezza di rami e colori, come se la loro linfa vitale scorresse nelle nostre vene. E per quanto utili siano i gesti e le azioni, forse solo le parole permettono a questa meravigliosa fotosintesi, questa vicendevole reazione chimica che fa della forza dell’uno il nutrimento dell’altro, della luce di uno la bellezza dell’altro, di compiersi davvero in tutta la sua pienezza.

Canto di settembre

logo staffetta letteraria,

Il mio contributo alla staffetta narrativa di Nuvolesparsetraledita, che ringrazio per un’iniziativa davvero molto bella.

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La mia stanza è una tazza colma di parole
accalcate come foglie agli angoli dei muri
che s’accapigliano, sospinte dal vento di settembre
e riempiono la mia gerla di grano fino all’orlo,
mi stringono d’assedio il petto, quasi avessi
altre fortezze a difesa di quel ch’è tuo da tempo,
mi si fermano in gola e fanno il cuore gonfio
prosciugandomi le labbra, morse dall’arsura
di aver tanto da dire e non sapere quando, e come.
Il mio tè delle cinque è rallentamento del dolore
perché la nebbia che cela il mare alla vela in secca sullo scoglio
puoi vederla come la crudeltà impalpabile dell’ombra
o la bruma silenziosa e lieve che sfuma i contorni delle onde
e ammorbidisce il loro frangersi sulle murate a dritta,
àncora a una felicità densa di segreti sottintesi.
E questo amore così puntuale, come le prime rondini
è il dono di un tempo gentile di vendemmia,
del giardino addolcito dalle chiacchiere del vento,
di questo brivido lento che si disvela nel mio autunno antico;
così freme il ciclamino alla pena dolce che lo sfiora,
fiorisce tremulo, alla musica delle tue mani
che conoscono la rotta, sanno le manovre del timone e i nodi,
le correnti e le stelle, muovendosi tra terra e cielo;
e mi faccio anch’io vela, perché a cullarmi sia il tuo mare.

I ladri del tempo

Parole. Parole scagliate, schiantate come una cascata verso la valle. Come stalagmiti di ghiaccio, bellissime e fredde, scintillanti e feroci. Le parole hanno inventato i sentimenti. Le parole hanno inventato l’uomo, e non il contrario. Le parole disegnano i nostri contorni, sono un seme piantato nella terra, e il grano che cresce, il vento che piega le spighe, la grandine che le schiaccia, il sole che le matura e la falce che le taglia. Oggi non avevo più parole, le avevo finite tutte. E per un istante, quell’istante in cui sono rimasto senza parole, ho smesso di esistere.

E non sono solo le parole. Anche il corpo mi sta abbandonando. I colori, per esempio. Ho già perso il rosso, il giallo, l’arancio. Il sole all’alba, al pomeriggio e al tramonto ha un unico non-colore. C’era tra il verde e l’azzurro una differenza nitida, evidente, incontrovertibile, come tra il cielo e il mare, o tra il cielo e la terra. Ora non più, e forse questo vuol dire che anche la differenza tra il cielo e il mare va svanendo, la stessa differenza tra il cielo e la terra è più sfumata, più presente nei miei ricordi, qualcosa che prendo per scontato, più che sperimentarlo con scientifica obiettività nel tempo della mia vita attuale. Forse stiamo tornando a quel tempo primordiale in cui non c’era separazione tra i continenti, le acque e la volta celeste. Forse stiamo tornando al Caos.

I sapori invece li ho perduti tanto tempo fa. E gli odori. C’era un tempo, lo so, in cui potevo riconoscere, dal gusto o dal profumo, tanto un frutto da un altro, quanto una donna da un’altra. Oggi non più. Vedo una pesca, so che è una pesca, ma in che cosa differisce da una mela o da un’arancia? Sanno di acqua, tutte allo stesso modo. E la mia donna… so che è la mia donna, ma in qualche modo è come se anche lei fosse diventata d’acqua. L’universo è solo una massa d’acqua insipida e inodore. Neanche toccare con le mani, mi aiuta, perché le mie mani non toccano che acqua, sfuggevole, evasiva, né fredda né calda, né dura né morbida. Inesistente. Trasparente. Inutile.

E le mie orecchie… le mie orecchie sono cambiate? Qualche volta penso di no. Le sento, le loro voci che parlano, alla radio, alla televisione, dalle piazze con gli altoparlanti. Non si fermano mai, e coprono ogni altro suono. Non c’è più musica, non ci sono più i chiacchiericci dei crocchi agli angoli delle strada, gli urli dei bambini, sempre sul confine tra la paura e il divertimento. Neanche il rumore delle frese, dei trapani, dei martelli pneumatici, degli allarmi che attaccavano il loro lamento d’improvviso nelle notti di temporale. Nulla più, solo le loro voci. E non so se è perché io riesco a sentire solo quelle, o se perché proprio i suoni sono scomparsi dalla faccia della terra, appiattiti e schiantati da quelle voci nefaste.

Chi è quella gente? Da quale abisso dello spazio e del tempo è arrivata qui?
Mio padre, lettore accanito di miti greci, mi diede nome Nestore, perché di tutti gli eroi dell’Iliade era stato Nestore l’unico a giungere a tarda età, audace in gioventù, saggio in vecchiaia. Questo sperava per me. Non un destino particolarmente glorioso, non la morte in battaglia o i viaggi nell’impossibile, ma l’orgoglio di rappresentare la memoria di un popolo. E la memoria, quella, mi è rimasta. Mnemosine, tra tutti gli dèi, non mi ha ancora abbandonato. E’ la mia fortuna o la mia disgrazia? Forse, la chiarezza delle percezioni che ho perduto è diventata perfezione del ricordo. Date, avvenimenti, persone, cose, sono tutti lì, nella mia mente, senza sbavature, senza ripensamenti, senza la nebbia che di solito li confonde, rendendoli vaghi quanto più sono remoti nel tempo. Ricordi di ieri o ricordi di trentasei anni fa, non c’è differenza per me.

L’urlo di quando sono nato paura libertà fame orgoglio immenso dolore di aver perso il mio nascondiglio smisurata dolcezza di vivere. Ogni nuovo segno sul viso di mia madre che invecchia, la forma delle unghie sulle mani di mio padre, la casa e tutti gli oggetti che conteneva, fino all’ultimo straccio nell’angolo più nascosto della dispensa, le foglie dell’albero su cui mi arrampicavo, le loro nervature, i cambiamenti di luce con le ore del giorno.

Non solo quello che appartiene a me. La nostalgia mi prende a volte per ciò che non è mai stato mio. Un giardino che scivola da un pendio della riviera, il bosco dietro, e davanti forse il mare che non vedo, ma c’è, so che c’è. E ogni fiore del campo, le radici, la terra, i calabroni, il bruco che smuove le zolle, il ragnetto dell’orto tra i vigneti che sale sul letto la notte. E le navi. Vele, sartie, alberi, ponti, cabine, senza misteri, senza lacune nella mia memoria di uomo della terra che mai ha messo piede sul mare. E le sale dei castelli, di cui conosco ogni arazzo, ogni disegno del pavimento, la forma della punta di ogni lancia nella sala delle armi. E aerei, e treni, e carovane di cammelli, e la sella dura sulla schiena di un cavallo. I miei antenati avevano forse abitato le case della mia nostalgia, percorso quelle strade, quei deserti, quelle acque. Sono stato mille volte cacciatore, prima che oggi mi costringessero a questa caccia, e mille volte contadino, e principe, marinaio, fabbro, calzolaio, esploratore.

Non ho mai fatto nessuno di questi mestieri.

Sono sempre stato solo un venditore di parole, le vendevo per nascondermi e confondermi in chi le leggeva le ascoltava le ripeteva le recitava le ricordava parole di luce parole d’ombra parole di follia parole di saggezza. E mai il silenzio.
Perché l’avevo capito, che il giorno del silenzio sarebbe stato il giorno della nostra resa e della nostra morte. L’avevo capito, che se avessi smesso di ricordare, se avessi perso le parole che avevo accumulato per tutti i giorni i minuti e gli istanti della mia vita, il mio popolo avrebbe perso la memoria. Avremmo perso tutto. Per sempre. Le parole, tutte le parole hanno un colore, un sapore, una consistenza, una forma. E questo è il mio colore, il mio sapore, la mia consistenza, la mia forma. Questo sono io, e devo scrivere prima di dimenticare. Il mondo buio, senza sapore, senza odore, senza forma o consistenza che mi siano visibili, posso ricostruirlo con le parole, ma senza le parole tutto sarà finito.

Loro lo sanno.

Sento le loro voci, di nuovo. Ogni volta che sento quelle voci sparisce un colore, non trovo più un suono, perdo un sapore. Le loro voci che ripetono, ossessionanti, sempre le stesse parole. Una lunga fila di orrori, di paure, di pericoli mortali.

“Si ricorda alla cittadinanza che è fatto obbligo di chiudere ogni casa con un muro dell’altezza di metri dieci che circondi interamente l’abitazione, chiuso da un cancello con corrente ad alto voltaggio; si ricorda altresì che porte e finestre dell’abitazione dovranno essere blindate. In mancanza di queste precauzioni, il Consiglio dei Saggi vi riterrà responsabili nel caso restiate vittima dei reati di furto, rapina, stupro, rapimento ed ogni altro delitto che venga commesso a causa della vostra negligenza.

Alla cittadinanza è vietato viaggiare oltre il confine del Regno della Saggezza, ogni viaggio comporta un rischio per la vostra sicurezza. Lo Stato non può difendervi. Incidenti, banditi, malintenzionati. Oggi le città del mondo sono ricettacoli di criminalità e il pericolo si annida ovunque.

I cittadini al di sotto dei quindici anni non potranno uscire se non accompagnati da un adulto armato o in grado di utilizzare tecniche di autodifesa. Ogni cittadino dovrà imparare ad usare mezzi di autodifesa a partire dai sei anni di età.
Si ricorda che sono vietati gli assembramenti di cittadini di qualsiasi età, poiché possono portare a disordini, litigi e contrasti che il Consiglio dei Saggi intende evitare perché la popolazione viva nella più grande pace e tranquillità. In nessun luogo, di qualsiasi natura, potranno essere presenti più di due persone per volta le quali si conoscano e possano avere reciproco contatto.

Si ricorda che è assolutamente vietato sotto pena di morte accogliere sotto il proprio tetto o avere comunque contatti di qualsiasi natura con persone di luoghi diversi dal Territorio dei Saggi.

Si ricorda che è fatto divieto di parlare con chicchessia di politica, religione, storia, geografia, letteratura, argomenti tutti i quali possono suscitare pensieri di malinconia, insoddisfazione, e dar luogo a conflitti di opinione che il nostro saggio governo intende in ogni modo evitare. Si ricorda che controlli casuali verranno effettuati sulla vostra corrispondenza e su ogni mezzo di comunicazione, e che sarà in ogni tempo facoltà del governo entrare nelle vostre abitazioni per ricercarvi mezzi clandestini che nella illuminata, benevola e insindacabile opinione del nostro Consiglio dei Saggi abbiano o possano avere come conseguenza l’insinuazione di idee pericolose nella mente dei nostri beneamati cittadini.

Si ricorda che, benché l’uso del primitivo rito della nomina dei rappresentanti dei cittadini per via elettiva sia stato mantenuto per rispetto delle antiche tradizioni, il Consiglio dei Saggi suggerisce che i cittadini non hanno sufficiente consapevolezza e maturità per una funzione così delicata come la scelta dei propri governanti. Chi ritenesse nondimeno di avere i requisiti necessari, potrà richiedere la scheda elettorale, che verrà concessa dal Consiglio previa verifica dell’effettiva sussistenza di tali requisiti. Che ne fosse trovato sprovvisto, decadrà dalla possibilità di presentare una nuova richiesta per un tempo minimo di cinque anni, estendibile a discrezione del Consiglio. Si ricorda che chiunque abbia in passato manifestato opinioni non conciliabili con la politica di pace, serenità e sicurezza che il nostro illuminato governo porta avanti, sarà automaticamente ritenuto inidoneo al voto per un periodo di almeno cinque anni, estendibile a discrezione del Consiglio.

Ricordate di non affacciarvi alla finestra, esistono i proiettili vaganti. Ricordate di non uscire di casa senza esservi debitamente provvisti di giubbotto e cappuccio antiproiettile. Ricordate di dotare ogni vostro oggetto personale dei dispositivi di sicurezza di volta in volta specificati dal Consiglio dei Saggi.

Ricordate. Una vita sicura è una vita felice.
Adesso la mia compagna è qui. Non dovrebbe esserci, perché l’amore è proibito più di ogni altra cosa, in quanto mette a rischio la serenità del popolo. La cosa buffa è che la mia compagna si chiama Serena. E lei è davvero così. Nonostante questo nostro mondo paradossale, dove la vita si è persa nell’incubo del dover morire, e ogni cosa ha perso il senso della sua bellezza. Il sangue è vita ma è anche morte, un fiore può contenere un veleno mortale. Ma anche la saggezza, portata all’estremo, diventa follia.

All’improvviso so cosa devo fare, e lo sa anche lei. La guardo, cercando di compensare con la memoria quello che i miei occhi non riescono più a vedere, e le mie mani non sentono più. So che è bella. So che ha capelli e occhi scuri, e nel ricordo il suo corpo è ancora morbido, caldo e dolce, anche se non me ne accorgo più.

Non ho avuto nemmeno bisogno di parlare. Quando è arrivata, non ho richiuso la porta col catenaccio e la tripla mandata, come faccio sempre. L’ho lasciata aperta, spalancata, anzi. E lei si è messa a volare intorno come una farfalla, aprendo finestre, spegnendo la luce artificiale man mano che entra quella del sole, mettendo sul piatto del clandestino impianto stereo un disco proibito. Tutta la musica è proibita, alla radio si ascolta un solo canale, la Voce della Saggezza.

Questa casa ha un vantaggio. E’ vecchia. Vecchia e piena di anfratti, porte che sembrano aperte e invece sono chiuse, pareti che sembrano ininterrotte e contengono invece scomparti insospettati.

Prima di aprire porte e finestre abbiamo tirato fuori da ogni angolo segreto i miei libri, il mio tesoro accumulato negli anni, accuditi con amore, spolverati, sfogliati, letti e riletti perché le parole non mi abbandonassero, e Mnemosine continuasse a proteggermi. Una volta che la mia casa è tornata ad essere aperta al mondo, abbiamo aperto anche i libri al mondo. Là fuori, esposti a qualcosa che so essere più forte persino della saggezza: la curiosità umana. Non più un interlocutore alla volta, scelto con cura, per affinità e comunanza di emozioni. Non più quella cauta, furtiva trasmissione di conoscenze scambiate al buio, ma un fiume, un mare indistinto di persone non studiate, non selezionate, se non in base al loro stesso desiderio. L’uso che ne faranno non importa. Una parola può essere abusata, maltrattata, trascurata, ma non muore mai.

Adesso che i muri non mi proteggono più dai suoni esterni, ricomincio a sentire di nuovo. Non più solo le loro voci, ma l’angoscia della gente che nella certezza della sua tranquillità inalterabile ha scoperto una prigione molto più difficile da evadere di un edificio di acciaio e cemento.

La curiosità è donna, dicevano, molto tempo fa. Ed è proprio una donna a fermarsi per prima sotto casa nostra. Prende un libro con mani a un tempo titubanti e frettolose. Non sa se portarlo via. Vorrebbe sfogliarlo, ma sa di non avere molto tempo. I libri sono la cosa più vietata di tutte, la più pericolosa. Leggere il delitto più grave. E scrivere… scrivere è inconcepibile. Per questo lo faccio.

Vedo che la donna sta per andarsene, ha lasciato andare il libro, e mi prende lo sconforto. Ma quando già si è voltata, arriva un uomo con un bambino, le dice qualcosa. Lo sento parlare! Sta dicendo che conosceva anche lui quegli oggetti, un tempo, quando leggere non era ancora vietato, e sta spiegando qualcosa a suo figlio che lo riempie di domande a mitraglia. E ne arrivano altri. Si fermano e parlano, con aria di sfida.

Loro, i Saggi, si stanno organizzando, questo è certo. Ma ci mettono molto tempo, troppo. Non è trascorso neanche un quarto d’ora, e i libri sono spariti. La mia gente sa essere molto veloce, molto risoluta, e molto coraggiosa, se vuole.
Ma cosa succederà dopo? Non credo che lo saprò mai. Probabilmente non vivrò a lungo quanto Nestore. Non credo che racconterò ai figli dei miei figli la storia di questa strana guerra. Adesso che vedo e sento molte cose, adesso che sanno della mia memoria e delle parole che ho conservato e sparso con tanta disinvoltura per la nostra terra martoriata. Sarà forse una pallottola vagante a prendermi, presto o tardi, e spero ma non mi illudo che non ne abbiano abbastanza per prendere anche lei, Serena che mi dorme accanto e non so come non ha mai paura o forse ce l’ha e la nasconde per me o per se stessa o per tutti e due. Sento il suo corpo rannicchiato tra le mie braccia. Posso toccarla, seguire il suo profilo, e non più con la memoria soltanto, ma in questo presente. Come il sapore asprodolce, il rosso fresco e succoso delle fragole che abbiamo mangiato questa sera.