O Captain, My Captain

Che in italiano non si potrebbe più dire, a poco a poco mi ruberebbero tutte le parole più amate, ma no, io non me le lascio rubare, e per me il Capitano – la voce interiore, il modello di riferimento, il daimon – è e sarà sempre solo uno, e non parlo tanto di John Keating, incantevole personaggio sia pure, ma dell’amato Robin. Uno che di muri ne parlava quindici anni fa, e non per dirne bene. Uno che di ambiente ne parlava oltre quarant’anni fa, e non aveva sedici anni, ma neanche poi tanti di più, e diceva attenzione, che la prossima guerra nel nostro pianeta rischia di non essere per il petrolio, ma per l’acqua (e no, nonostante tutto era un Genio sì, ma non un veggente. Solo uno che guardava e cercava di capire). Uno che odiava talmente tanto la guerra, da andare in Iraq e in Afghanistan, con una paura dell’inferno, ma bisognava farlo, fare spettacoli comici per i soldati “per ricordare che sono ancora lì e che stanno ancora morendo lì”. Uno, insomma, che non avrebbe mai cercato capri espiatori, che le sue responsabilità se le prendeva tutte e se ne assumeva anche qualcuna che non era nemmeno sua. Non esiste, per me, nessun altro modo di essere Capitani (nel senso di uomini. E aggiungerei: veri).

L’ora della battaglia è passata

Al supermercato, davanti
alle marche di pasta sciorinate
a profusione, quasi svenivo,
come il tuo Volodya,
assetato di bellezza
al reparto del caffè.
Il troppo ci annega,
è tempo di piantare le peonie,
di coltivare la pienezza
dei nidi e delle foglie,
tempo di immaginarsi piccoli,
alleggerire la valigia sulle spalle,
far pace con la manchevolezza.
L’ora della battaglia è passata,
lasciatemi piangere i miei morti,
torno a scrivere la guerra in versi,
c’è meno rischio di uccidersi e morire
ma il sangue scorre a fiumi
dalle nostre vertebre alle tempie,
fino a quell’ombra nell’ombra,
la sola capace di captare
l’impercettibile suono
di un cuore che si sbaglia.

Sì, mi sono ritirata, non scendo più nelle piazze, non manifesto, non parto lancia in resta a discutere con chi ha una visione del mondo inconciliabile con la mia. Lo facevo. E qualche volta mi pesa aver smesso. Ma oggi so che ci si può incontrare nel verso di una poesia, in due righe di un racconto, in un autore comunemente amato, anche quando su tutto il resto non c’è una cosa su cui si vada d’accordo. La mia, oggi, è una battaglia per cercare il nucleo che può farci rispecchiare e riconoscere in chiunque altro, anche solo per un momento, anche solo per una parola.

I’m flying

Dormo poco in questo periodo. Mi capita spesso di svegliarmi verso le due, le tre di notte e sentir poi suonare le tre, le quattro, le cinque… poi assopirmi per svegliarmi definitivamente tra le sette e le nove, a volte anche prima, mai più tardi. Dovrei alzarmi e scrivere, tanto so che quando è così, non c’è verso. Non ho sonno, non mi agito, non sono affaticata. Solo, non dormo. Le parole da scrivere scalpitano, questo sì. Forse è segno che dovrei osare davvero, alzarmi, scrivere a quell’ora in cui l’istinto è più attivo, la mente razionale meno allerta.

Stanotte mi sono alzata, ma solo per uscire fuori un momento a guardare il cielo. Non le stelle cadenti, sapevo già che non ne avrei viste, quelle che mi interessano adesso sono le stelle che restano, quel magnifico insieme di puntini che illuminano un percorso, e che ritrovi sempre là, al loro posto, che i desideri li rischiarano, più che realizzarli, perché non è quello il loro compito.

Oggi, nonostante tutto, sono felice. Mi prendo cura di alcune cose importanti, concrete, ed è uno dei modi di prendermi cura dei pensieri che ti appartengono. Non ti aspetto solo in quel luogo tra il sonno e la veglia, ti aspetto mettendo i piedi in terra e ascoltando il modo in cui quel contatto mi vibra dentro, ti aspetto nelle parole che vorrei inventare e in quelle che penso di sapere e che cerco inutilmente, ma ti vivo profondamente nelle parole che arrivano e che metto sul foglio, anche quando poi decido di cambiarle. Cerco nuove angolazioni, strade diverse, mi ribello ed è la tua ribellione poetica, così forte, così impregnata di mondo, di persone, di luoghi.

E penso che questo è un anniversario di vita, non di morte.

I’m flying
Yes, my love”

(da: The World According to Garp)

La magia di provare

Guardo mio figlio piccolo che amorevolmente si coccola il cuginetto di un anno, mostrando una pazienza che con i bambini piccoli ha sempre avuto, ma che, anche se non lo sa, gli serve molto anche per sé stesso, e penso che ci sono, nella vita, dei momenti magici che non dovrebbero passare inosservati. Ci preservano, non dalla tristezza, o dalla rabbia, ma da una loro eccessiva influenza sulla nostra vita.

Sto trascurando alcune cose: i miei film serali, il giardino, i blog che seguo, il mio stesso blog, in parte, nel senso che non ci scrivo con la stessa frequenza di altri momenti.

La scrittura è un dono che permette di crearsi uno spazio di bellezza e di respiro, uno spazio proprio, lontano da ciò che appesantisce parte della giornata, personalissimo e al tempo stesso condivisibile.

È un dono a doppio taglio, che può essere estremamente doloroso e che comunque richiede spesso un impegno totalizzante; ma ci sono momenti che ripagano delle notti passate a scrivere invece di dormire, delle settimane intere in cui non riesci neanche a riguardare quello che hai scritto, non parliamo poi di creare qualcosa di nuovo, delle ferite che vai a scavare, dei momenti di sconforto in cui pensi che niente valga la pena. Ci sono incontri, viaggi, ricordi che restano nel cuore. Per questo considero la scrittura molto più una gioia che una condanna o una maledizione.

So di essere molto fortunata, perché vivo la mia vita intensamente quanto i miei sogni, la riempio, la identifico in parte con i sogni. La scrittura è una delle cose per me più reali, carne e sangue, ma è strettamente legata a uno dei sogni più importanti, un sogno che ha la parte egoistica del voler essere pubblicata (e di voler vendere, perché pubblicare un libro che resta poi dimenticato sugli scaffali delle librerie, se pure nelle librerie ci arriva, non è l’obiettivo), e una parte di desiderio di condivisione, la felicità di sapere che altri si riconoscono in quello che scrivo.

Oggi celebro un premio recentissimo, il Premio di Poesia Alda Merini,  che mi ha regalato frammenti di una felicità intensa. Ne sono onorata e orgogliosa, perché è un passo davvero importante verso la pubblicazione, perché ho avuto la gioia di emozionare molte persone che non avevo mai visto prima, perché ho ricevuto una motivazione che mi ha commossa più di quanto sappia dire, con i complimenti autografi di quello che è considerato uno dei grandi poeti viventi, e anche per l’umanità di molte persone che ho conosciuto, l’accoglienza dei luoghi, l’amore per quello che  si fa. Sono mattoni con cui ci si può costruire un piccolo nido, per quando fuori fa più freddo.

Subito dopo, mi è arrivata un’altra notizia che mi ha dato grande piacere e soddisfazione, legata questa volta al piano professionale, perché hanno accettato una mia proposta di presentazione alla Conferenza Annuale dell’Associazione Americana dei Traduttori. Ricevono  molte richieste e sono piuttosto selettivi. Anche questo ha a che fare con il mio amore per le lingue, le parole, il desiderio di condividere.

Una volta non ci avrei nemmeno provato. Potrei quasi dire che la cosa di cui sono più orgogliosa, forse, non sono i premi, o il fatto che la mia proposta sia stata accettata, anche se, l’ho detto e lo ripeto, sono cose che mi fanno molto, molto piacere, ma, prima di tutto, il fatto di averci provato.

 

 

La lettrice della domenica – Il Dio del Mare, di Pierluigi Cappello

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Un libro stupendo. Le prose di un poeta, uno dei pochi contemporanei che davvero riesce a entrarmi nell’anima, e mi dispiace averlo scoperto tardi, ma adesso mi cercherò tutti i suoi libri.

È questa l’ebrietudine d’origine, è questo, mi dico, il corso dei poeti, sbarbicare le parole dal silenzio, farle intatte – rosa di Paracelso -, sentirle pesanti sul palmo, come le teste dei re, dentro il cerchio concluso di monete d’oro o di rame.

(Pierluigi Cappello, Il dio del mare, ed. BUR Contemporanea)

Robin’s Monday – Lascia che le parole ti portino

le monde selon garp

Robin Williams Directed by George Roy Hill

Ho dovuto entrare in me stesso profondamente, indagare su cose dolorose e meravigliose. […] Si fanno i conti con la morte e la perdita. Le scene con mia moglie nel film sono molto personali, non c’è finzione. Devo necessariamente essere molto diretto, molto trasparente. (Robin Williams, parlando della lavorazione di The World According to Garp).

Dopo tanti giorni in cui scrivere è stata una tale fatica da farmi sembrare come se ogni parola dovessi andare a scavarmela nella pietra, oggi invece ho scritto moltissimo, tanto da pensare che potrei davvero finire questo mio prossimo romanzo breve/racconto lungo in pochissimi mesi, forse già a fine gennaio-inizio febbraio. Sempre che non mi faccia prendere da altri progetti, altri sogni, altre urgenze nel frattempo. Ma non credo, perché al momento questo scritto, insieme alla traduzione del Ribelle Gentile (e a un paio di cose di lavoro) hanno la priorità su tutto.

Mi sto interrogando sulla poesia, dovrei riuscire a scrivere un post su questo, a breve, ma è la scrittura in genere, di cui so così poco. Ho passato giornate di sconforto, con la consapevolezza della sua inutilità. E del resto la scrittura è inutile, quanto il teatro o il cinema. È inutile, se crediamo di poterle affidare la salvezza del mondo. Eppure è necessaria, come tutto ciò che ci permette di essere onesti, di entrare in noi stessi, o di andare a cercare la verità sotto le rocce, come in un’altra occasione avevi detto. Che bella immagine. Scavare a mani nude, sapendo che nella migliore delle ipotesi potrai tirarne fuori solo qualche frammento, spaccandoti anche le mani per farlo, perché la verità non si trova mai intera, ma cercarla è quello che fa la differenza tra un uomo e un’ameba. Senza pensare mai di averla trovata, perché è credere di averla trovata che ci rovina, ci fa credere che gli altri siano in errore. Tu la verità non l’hai mai voluta trovare, ma l’hai cercata sempre.

La scrittura è anche casa, tutto ciò a cui torni. Rifugio, luogo noto e familiare, luogo in cui più che altrove possiamo essere noi stessi, al punto da poterci infilare le dita nel naso e mangiare con le mani, e al tempo stesso luogo da cui fuggire, perché la casa bisogna lasciarla, per poterla poi ritrovare, diversa, dove l’abbiamo lasciata, oppure simile, ma in un altro luogo. Il dolore e la meraviglia, l’intimo e l’ignoto. Io scrivo, so cosa voglio raccontare ma non so mai del tutto dove mi porteranno le parole, perché essere onesti significa anche lasciare che le parole ti portino, come nella scena di un film, dove le emozioni portate sullo schermo vanno a scavare così tanto dentro chi le interpreta (se è una persona della tua immensa onestà, naturalmente), o come in uno spettacolo di teatro, specialmente come quando si improvvisa, perché allora, appunto, lasci che le parole ti portino. Non sempre sai dove, ma è sicuramente un posto importante. Nel mio caso, sempre nella tua direzione.