New Orleans 24/10/2018 – French Quarter (e qualche considerazione personale del tutto fuori tema)

Il Vieux Carré e altre case sulla linea del tram St. Charles, senza trascurare il fatto che eravamo in piena Voodoo Fest, che dura tutta la settimana precedente Halloween. Halloween, per esempio, è una cosa che in qualche modo celebro anche in Italia, ma in America acquista tutto un altro sapore. C’è questo miscuglio tutto particolare di dialogo tra vivi e morti, di lutto e di memoria, di effetto catartico per fare i conti con la paura e il dolore della perdita e di sdrammatizzazione, di macabro e di scherzoso, ma anche di vera e propria celebrazione, un po’ come i banchetti e i festeggiamenti che presso certi popoli seguono immediatamente i riti funebri, per dire che tutto sommato, è vita anche questa, e che comunque i legami veri non si rompono mai, e quello che si celebra, dopotutto, è proprio questo. Io avverto, e amo profondamente, questa partecipazione che coinvolge le città nella loro interezza e ciascun individuo ugualmente nella sua interezza.

Del resto penso che se una qualche forma divina c’è, dev’essere probabilmente inclusiva, e non deve dispiacerle troppo questa commistione di sacro e profano, materiale e spirituale, tradizionale e contemporaneo, importato (da tempo immemorabile o di recente, poco importa) o autoctono, cristiano, pagano e altro ancora. Per cui capisco perfettamente le critiche allo “Halloween italiano”, specialmente alcune (legate all’aspetto più commercial-consumistico che comunque l’accomuna a tutte le altre feste, se non vissute profondamente), ma non le condivido. L’idea che ognuno debba strettamente tenersi la sua cultura (di quando? Delle caverne? Del medioevo? hmmm… già troppe mescolanze, all’epoca…), così come quella delle precedenze e dei privilegi la trovo molto difficile da associare a una qualunque divinità. E poi, siamo proprio sicuri che se così fosse, darebbe la precedenza agli Italiani? o agli occidentali? o ai terrestri, se è per questo? o agli abitanti della Via Lattea? Magari ci sono infinite altre galassie prima di noi, di cui non sappiamo niente… Sì lo so, sono uscita dal seminato, ma dopotutto, scrivo apposta per questo, per uscire impunemente dal seminato, andare fuori tema, ora che posso (revenge! [cit.]).

Essere genitori (frammenti di un’intervista)

Posto qui un piccolo segmento dell’intervista a Robin Williams di cui parlavo ieri, mi serve a fissare meglio quei pensieri che del resto somigliavano ai miei già da prima, e non poteva essere altrimenti, ma non espressi in maniera così limpida.

Era stata fatta in occasione di Jumanji, film d’avventura per i bambini, criticato talvolta perché fa “troppa” paura ed esplora emozioni come la solitudine e la paura dell’abbandono. L’intervista indaga quindi temi molto profondi legati a questo.

Primo tema: riconoscere la paura, perché molti padri, come quello di Alan nel film, si limita(va)no a dire ‘se temi qualcosa, alzati e affrontalo’. I bambini, sottolinea lui, hanno paure e incubi, così come sono certi che strane creature vivano sotto i loro letti e che la mobilia di casa possa essere altrettanto minacciosa di un enorme albero nella giungla. Pretendendo di tenerli al sicuro si finisce per non riconoscere la loro paura, appunto, fargliela quasi pesare. Perché possano vincerla devono accettarla, e in questo possiamo aiutarli, raccontare magari la paura che abbiamo avuto noi per tanto tempo (come Alan nel film), per trasmettere il messaggio che c’è ed è giusto che ci sia, ma si può affrontare. Magari esagerando a tal punto i motivi dell’ansia, mettendoli in scena in modo così bizzarro da renderlo buffo e così, alla fine, ridimensionarlo (e no, l’incantesimo Riddikulus non era ancora stato inventato).

Secondo tema: la solitudine, l’abbandono e la costruzione delle relazioni. E’ proprio questa una delle angosce maggiori, dice lui nell’intervista, ed è abbastanza evidente che sta pensando a sé (ma non potrei essere più d’accordo, è una cosa che ho vissuto sia per esperienza diretta che indiretta). Infatti la domanda arriva puntuale, tuo padre somigliava molto a quello del film? Sono momenti molto delicati e commossi, nel ricordo di quel padre (già morto da anni all’epoca) severo ed elegante, spesso lontano per lavoro, e del proprio timore di non riuscire a stabilire un contatto. Invece, erano diventati molto uniti prima della sua morte, anche perché, essendosi trovato a non poter realizzare un proprio sogno, lui aveva “visto” l’amore e la passione di Robin per la recitazione e lo aveva sostenuto, per non permettere che gli succedesse la stessa cosa. Il film, dice ancora nell’intervista, lavora sulla consapevolezza dei bambini che quando un legame si interrompe per qualche motivo, si può tornare indietro e riaggiustare le cose. E questo è un punto di non secondaria importanza per me in questo momento.

Terzo tema (ovviamente sono tutti collegati): cosa significa essere genitore. La domanda era: qual è la più grande avventura per te? Risposta: crescere dei bambini, perché richiede tutto te stesso, perché loro ti permettono di viaggiare nel tempo, perché in qualche modo puoi tornare indietro e rivivere, o rielaborare, diciamo, il modo in cui sei stato cresciuto tu e sperimentare tutto di nuovo, quando vedi il loro senso di meraviglia per ogni cosa, e le loro paure e fragilità, e in qualche modo devi far fronte a questo.
Quasi come crescere un’altra volta, osserva l’intervistatore.
Sì, questo ti succede per forza, devi, in certa misura, ma devi essere anche l’adulto… se ti limiti a tornare bambino con loro, ti metti in competizione, non è il tuo ruolo.

Quanto amo scorribandare tra i suoi pensieri…

Su tutto, la leggerezza

La vita, la morte, le risate, la malattia, la paura e la rabbia. E su tutto, la leggerezza, sempre. E io continuo a chiedermi come ci riesci, che a quel punto forse già sapevi, o comunque intuivi, ed era tua la rabbia, la paura, e tua la leggerezza di tutto, la leggerezza della rabbia, della paura, della vita e della morte. E sei sempre l’unico che riesca a farmi piangere e ridere nello stesso momento. If I was going through fucking hell… con quel che segue.

-2 Le citazioni.

Queste frasi sono brevissime e sono una più bella dell’altra, darei un’occhiata a tutte se fossi in voi, comunque copio e incollo qui sotto le tre che preferisco.

La prima volta che ho pensato a questo viaggio, però, è stata circa quattro anni fa, guardando in rete un programma del 2010. Robin era reduce dal suo “problemino di cuore”, la sostituzione di quella valvola difettosa, che lo aveva fatto sentire un po’ come una Chevrolet. Io non ne sapevo niente all’epoca, e ricordo bene il sollievo di capire che comunque tutto era andato bene e di vederlo in perfetta forma, sprizzare l’ironia e la gioia di vivere di sempre.

Era ospite di Jonathan Ross, presentatore di un talk show inglese. Ross gli aveva chiesto come mai avesse scelto proprio San Francisco, visto che poteva vivere ovunque volesse. Lo ascoltavo raccontare della prima volta che era arrivato, stregato da questo luogo fuori dell’ordinario, la nebbia che si riversava sulle montagne, la città affacciata sull’oceano, la bellezza in ogni dettaglio… eccetto i terremoti, ma dopotutto, diceva, stiamo su una faglia, è come giocare a dadi con la natura, ma ne vale la pena. E io, innamorandomi per l’ennesima volta di lui, mi innamoravo per la prima volta di un posto che non avevo mai visto, diventato poi il luogo geografico, fisico, la materializzazione di quel punto ideale in cui la bellezza supera la paura e capisci che il desiderio non è rimpianto per ciò che non hai, ma la spinta a ritrovare quello che conosci. Staccare i piedi da terra perché allontanandoti potrai vederla. E’ questo che ti permette di volare, dopotutto.  .

"One day if I go to heaven ... I'll look around and say, 'It ain't bad, but it ain't San Francisco.'" - Herb Caen Photo: San Francisco Chronicle

"San Francisco is 49 square miles surrounded by reality." - Paul Kanter Photo: San Francisco Chronicle / (c) Mitchell Funk

"It is a good thing the early settlers landed on the east coast... if they'd landed in San Francisco, the rest of the country would still be uninhabited." - Herbert Mye Photo: San Francisco Chronicle

– 5 La pazienza

Mancano cinque giorni al viaggio e stamattina pareva che invece che essere felice, abbia tutto d’un colpo lasciato andare tutta la mia parte debole, irritabile e lunatica.

Ho scritto pochissimi giorni fa che sono brava col dolore degli altri e col mio. A volte è vero, spesso è vero, ma non è sempre vero. Forse per nessuno può essere sempre vero. Qualche volte il dolore uccide la nostra parte paziente. Eppure c’è una pazienza del dolore, come c’è una pazienza dell’attesa e dell’ascolto e forse una pazienza della vicinanza, la più difficile di tutte. Quando si è molto vicini è dura non prendere certe cose per scontate, non pensare di sapere già, restare aperti e disponibili a “sentire” l’altro fino in fondo. C’è anche una rabbia del dolore. Una rabbia dell’amore, persino. Quando l’amore non basta, quando sembra che l’impegno e la fatica e la fiducia non vengano riconosciuti e si dimentica che è il dolore dell’altro a parlare, come così tante volte, troppe volte, il dolore e la rabbia parlano per noi. Rabbia nel dolore, dolore nella rabbia, si finisce per non sapere neanche più quale sia più forte, che cosa si prova davvero.

Lascio forse che certe cose che credevo dimenticate abbiano ancora presa sulla mia vita, prendano il controllo sottraendomi a me stessa e impedendomi di essere libera? Questo non voglio proprio permetterlo.

Se stessi male senza rimedio non scriverei, ma se non avessi qualcosa che brucia dentro non scriverei così tanto.

Ancora una volta vengo a cercare la tua voce amata per comprendermi, perché l’imperfezione mi pare di amarla ma non sempre l’accetto; allora cerco la tua voce per potermi perdonare. Prima di chiedere scusa a un altro bisogna essersi accolti e consolati da sé. Nel vento e nella bufera vedo i rami del mio albero piegarsi e non so se tu sei il vento, la tempesta o la radice dell’albero, o un ramo, o quelle foglie che in alcuni momenti si tingono d’oro. Se sei la mia pazienza o la mia rabbia, il mio dolore o la forza di superarlo, il mio impegno o la mia resa. So che continuo a cercarti, sempre, quando l’uragano batte con più violenza, e sembri portare un po’ di quiete, ma non sei forse anche nell’uragano? Questa solitudine, questa solitudine è lancinante, eppure non sono sola, in nessun senso possibile. Non riesco ad assolvermi dalla mia fragilità se non abbracciando la tua. Penso che forse, è questo che cerco di fare: rispecchiarmi nella tua fragilità per poter raccogliere almeno una parte dei frutti della tua forza, vedere i tuoi limiti perché un frammento della tua libertà possa appartenermi, amare la tua paura per custodire nel mio cuore almeno una frazione, anche la più minuscola, del tuo coraggio.

Ma il nodo che ho dentro è ancora stretto e aggrovigliato e quello nemmeno tu puoi scioglierlo. Però è buffo, eh, che io scelga d’istinto immagini così colorate, visti gli argomenti di cui parlo. Ed è buffo anche che ieri mattina, appena sveglia, dalla finestra del mio studio abbia sentito cantare un uccellino e sia andata a cercarmi subito il verso del pettirosso. Ed è buffo che fosse esattamente il canto che avevo sentito. E visto che si dice che io sia un tantino troppo riservata, più di quello che è nelle mie intenzioni, specifico: il viaggio è a San Francisco, ed è un viaggio di ricerca. La tua aria, il tuo oceano, le tue colline percorse in bicicletta, la tua casa. La mia casa. In senso ampio, certo, perché la mia casa resta anche qui ed è qui che tornerò, portandomi dietro, spero, un pezzo di altro cielo e un’ombra un poco diversa a giocare con altre luci. E portandomi dietro anche, comunque, un’altra casa d’elezione dove la mia anima potrà continuare a posare il cappello ogni volta che vorrà e che ne avrà bisogno.

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Gufi (e non solo)

Tra le mie (non poche) contraddizioni c’è questa: ho paura del buio e lo amo profondamente. In questi pochi giorni da sola ho riscoperto di essere un gufo (in realtà lo sapevo già, o lo sospettavo. A sproposito: avete visto Il Regno di Ga’Hoole – La leggenda dei guardiani? Un bellissimo film, secondo me, non solo per ragazzi)). Mi piace scrivere dopo le undici di sera, possibilmente poi tra l’una e le quattro, le cinque del mattino. Poi non mi sveglio neanche tardi al mattino, forse sono uno strano incrocio di gufo-allodola che al pomeriggio prende sfumature bradipesche e torna poi a svegliarsi dopo le sei di sera.

Ma il buio, dicevo, che invenzione meravigliosa. Il buio, il silenzio, la notte, che sia o meno stellata, che ci sia o meno la luna. Intendiamoci, i cieli trapunti di stelle hanno un fascino particolare e innegabile, e così la luna. Ma è l’oscurità in sé a essere magica, un richiamo per me (l’ho pur detto che sono un po’ strega, del resto). Eppure i rumori si amplificano, il più innocente assestamento del legno di un mobile prende sfumature inquietanti, non parliamo di imposte sbatacchiate dal vento e scricchiolii sinistri, passi al piano di sopra che sembrano minacciosamente vicini, sibili del vento tra le tende e insomma, tutto l’armamentario.

Forse è che la paura non è che una sola di un intero pacchetto di emozioni che si espandono, è come vivere tutto un po’ più intensamente. Se vi è mai capitato di trovarvi su una spiaggia o uno scoglio quando è buio, avrete certo caso che il mare, di notte, è bellissimo, una stoffa morbida che non è nera ma neanche blu, un colore diverso da qualunque altro, a cui anche la più minuscola luce dona scintille guizzanti di un altro di quei blu-grigio-argento che non esistono altrove in natura.

Poi non pensate che sia un tipo tenebroso. Strega sì, amante dei Paesi nordici ma anche del sole, del caldo; il mio animale preferito è il lupo, mi sono simpaticissimi i gatti neri e i  gufi (ultimamente anche i pipistrelli, ma quella è colpa di un libro, anzi tre) ma anche i canarini, per dire, gli scoiattoli e i canguri (sparo a caso, tanto per farvi capire che non devono necessariamente essere incarnazioni demoniache). Per non parlare poi dei pettirossi, ma lì una ragione c’è, per quanto strampalata.

Per farla breve, non sono normale neanche come gufo…

UN LEONE A COLAZIONE 23. Dialoghi

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Qualche giorno fa, in seguito a una visita per certi aspetti “difficile” (anche se fatta per supporto, e da parte di due persone eccezionali da tanti punti di vista), abbiamo avuto, col mio “piccolo”, uno dei nostri non rari dialoghi intensi, che si è svolto più o meno così:

Figlio: Pensavo che sarebbe stato più difficile, pensavo di non riuscire a guardarle negli occhi.

Mamma: Qualche volta è proprio così, ci si fa prendere dall’ansia, poi ti accorgi che le cose non sono così difficili come pensavi

Figlio: E tu di che cosa hai paura?

Mamma (qui non ci sono cavoli, bisogna rispondere sinceramente): Di perdere le persone che amo

Figlio: Beh, quello tutti (e che ti credevi?)

Mamma (tentando di riprendere terreno e con la mezza idea di essere andata anche un po’ troppo in là con le cose serie): anche di piccole cose, dici? Ho paura dei calabroni, dei fulmini.

Figlio: Ma mi prendi in giro? (ossia: sto parlando di VERE paure io, mica quella roba lì)

Mamma (annaspando): Boh, ho paura delle decisioni importanti, quelle in cui devi prenderti grandi responsabilità. (cioè no scusate ma io sto parlando con un ragazzino di tredici anni. Il quale mi guarda con aria comprensiva e annuisce. Pochi giorni più tardi, in una scena di Karate Kid in cui si parla di passato e del fatto che è impossibile cambiarlo, e sulla fatica che ci vuole a volte per rialzarci quando la vita ci butta giù, guarda fisso il personaggio fisso e commenta: come ti capisco…)

Questi dialoghi sono una delle cose più belle e spossanti della vita familiare. Non sai mai bene cosa è giusto dire e come. Ma dopotutto, sono sempre stata convinta, tra le poche quasi certezze che ho, che l’importante, in questi casi, sia comunque che il dialogo ci sia. Più importante persino che fare attenzione a quello che si dice 🙂