Darsi tempo

La pazienza, la fiducia… a volte sembrano solo parole, sai? Non mi rimproverare, se metto su una faccia forte e tranquilla per il mio piccolo e dentro piango, e lo faccio anche fuori, quando lui non mi vede (a volte anche quando mi vede, benché non vorrei). Ce la sto mettendo tutta, lo sai. So quello che ho, ne faccio tesoro e sempre più spesso dico senza troppo timore che sono felice. Sono felice perché sento che mi sto avvicinando a essere me stessa. Ma il mio ragazzone, così grande all’esterno e così ancora cucciolo a volte, e tuttavia non più interamente cucciolo, perché fa così tanta fatica? E perché facciamo così fatica noi a mettere passione nell’essere genitori, a riconoscere e trasmettere la gioia? Oh, non sempre, questo è vero. Quando balliamo e saltiamo e ridiamo insieme e tutto sembra improvvisamente lieve. Faccio la strega e non l’avrei mai pensato, di lasciarmi andare così. Non del tutto, ma dammi tempo. Amo tanto farlo ridere, o vederlo e sentirlo ridere per qualunque cosa. Se sono le tue poi… allora davvero tutto mi sembra possibile, l’ansia si allontana e sento che ce la stiamo facendo. Ma come è difficile dare tempo, a sé e agli altri. Come è impegnativa la pazienza. Come è dura quando tu sai che attraverso tante prove difficili sei arrivato a diventare la persona che sei, e la ami la persona che sei, ma ti sembra di non riuscire a tirarla fuori questa cosa, nel modo giusto perché possa essere d’aiuto. Ok, hai paura, lo so perché l’ho avuta anch’io, ma so anche che puoi farcela. Perché ci sono passata. Senza che suoni come una predica o una lezione di vita, come mi ha detto oggi. Sono cose che vengono dal cuore, perché vengono dalla mia esperienza, non da cose che ho letto, gli ho risposto. Ma è così tanto più facile insegnare quello che si sa che ascoltare e aiutare un altro a trovare la sua voce.

– 5 La pazienza

Mancano cinque giorni al viaggio e stamattina pareva che invece che essere felice, abbia tutto d’un colpo lasciato andare tutta la mia parte debole, irritabile e lunatica.

Ho scritto pochissimi giorni fa che sono brava col dolore degli altri e col mio. A volte è vero, spesso è vero, ma non è sempre vero. Forse per nessuno può essere sempre vero. Qualche volte il dolore uccide la nostra parte paziente. Eppure c’è una pazienza del dolore, come c’è una pazienza dell’attesa e dell’ascolto e forse una pazienza della vicinanza, la più difficile di tutte. Quando si è molto vicini è dura non prendere certe cose per scontate, non pensare di sapere già, restare aperti e disponibili a “sentire” l’altro fino in fondo. C’è anche una rabbia del dolore. Una rabbia dell’amore, persino. Quando l’amore non basta, quando sembra che l’impegno e la fatica e la fiducia non vengano riconosciuti e si dimentica che è il dolore dell’altro a parlare, come così tante volte, troppe volte, il dolore e la rabbia parlano per noi. Rabbia nel dolore, dolore nella rabbia, si finisce per non sapere neanche più quale sia più forte, che cosa si prova davvero.

Lascio forse che certe cose che credevo dimenticate abbiano ancora presa sulla mia vita, prendano il controllo sottraendomi a me stessa e impedendomi di essere libera? Questo non voglio proprio permetterlo.

Se stessi male senza rimedio non scriverei, ma se non avessi qualcosa che brucia dentro non scriverei così tanto.

Ancora una volta vengo a cercare la tua voce amata per comprendermi, perché l’imperfezione mi pare di amarla ma non sempre l’accetto; allora cerco la tua voce per potermi perdonare. Prima di chiedere scusa a un altro bisogna essersi accolti e consolati da sé. Nel vento e nella bufera vedo i rami del mio albero piegarsi e non so se tu sei il vento, la tempesta o la radice dell’albero, o un ramo, o quelle foglie che in alcuni momenti si tingono d’oro. Se sei la mia pazienza o la mia rabbia, il mio dolore o la forza di superarlo, il mio impegno o la mia resa. So che continuo a cercarti, sempre, quando l’uragano batte con più violenza, e sembri portare un po’ di quiete, ma non sei forse anche nell’uragano? Questa solitudine, questa solitudine è lancinante, eppure non sono sola, in nessun senso possibile. Non riesco ad assolvermi dalla mia fragilità se non abbracciando la tua. Penso che forse, è questo che cerco di fare: rispecchiarmi nella tua fragilità per poter raccogliere almeno una parte dei frutti della tua forza, vedere i tuoi limiti perché un frammento della tua libertà possa appartenermi, amare la tua paura per custodire nel mio cuore almeno una frazione, anche la più minuscola, del tuo coraggio.

Ma il nodo che ho dentro è ancora stretto e aggrovigliato e quello nemmeno tu puoi scioglierlo. Però è buffo, eh, che io scelga d’istinto immagini così colorate, visti gli argomenti di cui parlo. Ed è buffo anche che ieri mattina, appena sveglia, dalla finestra del mio studio abbia sentito cantare un uccellino e sia andata a cercarmi subito il verso del pettirosso. Ed è buffo che fosse esattamente il canto che avevo sentito. E visto che si dice che io sia un tantino troppo riservata, più di quello che è nelle mie intenzioni, specifico: il viaggio è a San Francisco, ed è un viaggio di ricerca. La tua aria, il tuo oceano, le tue colline percorse in bicicletta, la tua casa. La mia casa. In senso ampio, certo, perché la mia casa resta anche qui ed è qui che tornerò, portandomi dietro, spero, un pezzo di altro cielo e un’ombra un poco diversa a giocare con altre luci. E portandomi dietro anche, comunque, un’altra casa d’elezione dove la mia anima potrà continuare a posare il cappello ogni volta che vorrà e che ne avrà bisogno.

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