Impegno mantenuto

Ora mi sento più leggera: dopo aver trovato ogni scusa per rimandare, benché ovviamente una (gran) parte di me non vedesse l’ora (l’insicurezza, che brutta bestia), ho inviato all’editore le bozze riviste del mio libro di poesie. “Siamo in dirittura d’arrivo”, mi hanno detto, e ora posso godermi la trepidazione dell’attesa, e dedicarmi anima e corpo ad altri progetti, sapendo che per uno, almeno, ho fatto quello che (per ora) c’era da fare. Naturalmente, dovrò poi continuare a prendermene cura, ma in altro modo. Una fase si è chiusa. Sono molto, molto contenta.

In equilibrio sulle mani

Ho imparato a mettermi in gioco, in alcune cose, fino a un  certo punto. Continuo a imparare. Ho ancora delle paure, delle insicurezze, qualche esitazione di troppo. Tu meriti che io superi la paura. Io merito di superare la paura. Posso farcela.

“Dio se è difficile credere all’ignoto,
già è combattuta la mia fede
nelle cose che ho davanti agli occhi.
Chissà se gli angeli ridono davvero, adesso;
il paradiso, in fondo, è saper reggere al dolore,
perché sai cosa credo? Che senza dolore non si ride
– e nessuno più di te sa quel che dico.
Forse non ho quello che cerchi
ma so camminare sul ciglio dei burroni
reggendomi in equilibrio precario sulle mani (…)”

Ora basta rinviare, ripensare, rivedere, rimaneggiare, trovare scuse. Si va. È il mio primo impegno per domani mattina.

 

La mia misantropia – 2 (breve spiegazione)

orso-png (1)immagine presa da Google

Dicevo ieri che la mia misantropia sta raggiungendo livelli critici (avrei anche potuto dire drammatici). Ho avuto questa illuminazione durante una telefonata (svoltasi in mia presenza ma in cui io non ero nemmeno un’interlocutrice), perché dopo i primi dieci secondi avevo voglia di dire “ok, ha chiesto come stiamo, abbiamo risposto, basta, che altro c’è da dire? Lasciatemi in pace!”.

Da lì, ho cominciato a rimuginare come al solito: ok, capita a tutti di essere insofferenti se si viene interrotti mentre si lavora, si scrive o si svolge comunque un’attività che richiede concentrazione.

Complice una chiacchierata con una delle due, tre persone al massimo con cui riesco a stare al telefono per (parecchio) più di dieci minuti di fila, ho elaborato meglio quella sensazione di fastidio.

Insomma, c’è una parte di me che invidia chi ha spesso persone a pranzo e a cena, vede gli amici in giro, organizza feste. Penso sempre di invitare almeno gli amici e i parenti più stretti, poi non lo faccio mai. Allora mi è venuto da chiedermi: visto che quello che veramente si vuole, si trova sempre il tempo per farlo, forse non voglio così tanto vedere persone (a parte sempre quelle due o tre). Tendo a essere insofferente, a infastidirmi con troppa facilità.

La verità, e del resto è un po’ che lo so, è che sono gelosissima della mia solitudine, probabilmente perché sono gelosissima della mia libertà. Tutti i miei interessi, al di là delle persone che davvero amo, sono interessi solitari.

Mi piace molto incontrare persone, in realtà, ma faccio fatica ad approfondire e tendo comunque a ritrami nel “nido” per gran parte delle mie giornate.

Questo va bene? Sono semplicemente fatta così ed è venuto il momento di accettarlo? Oppure invece, visto che ne parlo e che avverto un disagio, vuol dire che devo dare più retta alla parte “sociale” e meno a quella “orso”? Solo il tempo lo dirà, forse.

LA LETTRICE DELLA DOMENICA – Vita di un uomo, di Giuseppe Ungaretti

I libri di poesia, si sa, non hanno un inizio e una fine. Anche quando non si tengono sul comodino come, al momento, faccio con questo, sono comunque sempre in attesa, di un momento, di un umore, di un tempo giusto o di una certa combinazione di pianeti. Il che è vero, dirà qualcuno, per qualunque libro, e indubbiamente è così. Ma per altri libri, tutto ciò porta a una lettura – o più letture – comunque racchiuse in uno spazio ben delimitato, con un inizio e una fine; mentre lo spazio di un libro di poesie è di per sé inconcluso, in attesa anche nel momento stesso in cui lo leggiamo, sempre aperto.

Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle

[Giuseppe Ungaretti, Sereno, da “Vita d’un uomo”, Mondadori, 1974

Tra montagne e fiumi e rocce infuocate…

Tra montagne e fiumi, rocce infuocate e freddi gelidi, fame e sete e inondazioni, lupi, orsi e uccelli e fiori, anche il mio terzo libro (secondo romanzo) sta arrivando al termine e adesso mi aspetta un bel lavoro di revisione. Alla mia fanciulla, alla quale sono molto affezionata, ho regalato una storia d’amore preziosa, di quelle che nutrono. Dopotutto se la merita. Per il momento scrivere migliora la mia vita e questo è quello che conta, quanto a pubblicare, vedremo, forse mi deciderò a farlo da me, anche se non sono del tutto convinta… ma intanto almeno qualcuno leggerebbe…

Di istinto e di scrittura

Ha ragione alla fine chi dice: segui l’istinto. Che può ben essere aiutato da altri, quando percepisci che ti hanno “vista” e capita anche oltre le parole. Anche dalla ragione, ci mancherebbe. Ma alla fine devi sentire con forza dentro di te il momento in cui arrivi a qualcosa che è giusto per te, profondamente vero e onesto. Sentire che in fondo era quello che volevi scrivere davvero fin dall’inizio. Magari qualcuno se n’è accorto prima di te, ma solo tu puoi sapere fino a che punto. Per le rifiniture c’è sempre tempo, ma io so che con alcune osservazioni che ho accolto, il libro sta arrivando a un bellissimo traguardo, un momento in cui posso davvero posarlo e lasciare che vada, consapevole di aver dato quello che volevo e potevo dare. Grazie a chi lo ha letto e a chi, spero, lo leggerà.