L’ora della battaglia è passata

Al supermercato, davanti
alle marche di pasta sciorinate
a profusione, quasi svenivo,
come il tuo Volodya,
assetato di bellezza
al reparto del caffè.
Il troppo ci annega,
è tempo di piantare le peonie,
di coltivare la pienezza
dei nidi e delle foglie,
tempo di immaginarsi piccoli,
alleggerire la valigia sulle spalle,
far pace con la manchevolezza.
L’ora della battaglia è passata,
lasciatemi piangere i miei morti,
torno a scrivere la guerra in versi,
c’è meno rischio di uccidersi e morire
ma il sangue scorre a fiumi
dalle nostre vertebre alle tempie,
fino a quell’ombra nell’ombra,
la sola capace di captare
l’impercettibile suono
di un cuore che si sbaglia.

Sì, mi sono ritirata, non scendo più nelle piazze, non manifesto, non parto lancia in resta a discutere con chi ha una visione del mondo inconciliabile con la mia. Lo facevo. E qualche volta mi pesa aver smesso. Ma oggi so che ci si può incontrare nel verso di una poesia, in due righe di un racconto, in un autore comunemente amato, anche quando su tutto il resto non c’è una cosa su cui si vada d’accordo. La mia, oggi, è una battaglia per cercare il nucleo che può farci rispecchiare e riconoscere in chiunque altro, anche solo per un momento, anche solo per una parola.

SABATOBLOGGER – I blog che seguo

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Inauguro stasera una nuova forma di “Sabatoblogger”, perché come era impostato in precedenza non riuscivo davvero più a gestirlo, purtroppo. Non so ancora bene come proseguirà, ma l’idea è di scegliere qualche articolo pubblicato durante la settimana da uno dei blog che seguo (sperabilmente più di uno, ma dalla prossima volta) e segnalarlo. Poi vorrei anche partire da lì per dire due parole sul/sui blog.

Questa settimana vi propongo questa poesia di Cees Nooteboom, che mi ha commossa per motivi molto personali, ma è l’occasione di parlare del blog Poesia in rete, che come dice il nome propone poesie in varie forme e di ogni provenienza. Una vera miniera d’oro.

Ogni giorno una vigilia

Cadrà la neve, dicevano, ma
al momento vedo lacrime
d’acqua e terra, cenere
appassita a un vento secco di fatica.
Nevicherà, dicevano, ma
è solo un graffio,
la luna gatta
scortica il cielo a spigoli e punte
d’un’ombra opaca di stelle;
quel miagolio roco di luna in amore
mi ricorda che c’inventiamo il cielo
quando la terra si nasconde.
Ho scoperto la poesia
nei fiocchi di cenere caduti al posto
della neve, nelle stazioni
a mezzanotte, quando solo
i treni notturni passano,
senza fermarsi;
mi stupiscono i cartelli stradali
che indicano tutte le direzioni,
è ancora un mistero il mare
che si chiude
e si riapre ad ogni onda;
mi meravigliano le città,
le loro luci che cambiano
il dolore dei ponti
quando le navi, passando, contemplano
i porti da lontano.
Ti immagino vecchio,
con quei graffi di luna ancora sulla pelle,
ogni giorno una vigilia,
la luce del mare nei tuoi occhi chiari;
invento una parola che possa
raccontare il tuo sapore,
e mi meraviglio
ancora.

EDIT: Cambiato il titolo su consiglio di Domenico Aliperto, blog Librimprobabili, che ringrazio ancora.

LA LETTRICE DELLA DOMENICA – Vita di un uomo, di Giuseppe Ungaretti

I libri di poesia, si sa, non hanno un inizio e una fine. Anche quando non si tengono sul comodino come, al momento, faccio con questo, sono comunque sempre in attesa, di un momento, di un umore, di un tempo giusto o di una certa combinazione di pianeti. Il che è vero, dirà qualcuno, per qualunque libro, e indubbiamente è così. Ma per altri libri, tutto ciò porta a una lettura – o più letture – comunque racchiuse in uno spazio ben delimitato, con un inizio e una fine; mentre lo spazio di un libro di poesie è di per sé inconcluso, in attesa anche nel momento stesso in cui lo leggiamo, sempre aperto.

Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle

[Giuseppe Ungaretti, Sereno, da “Vita d’un uomo”, Mondadori, 1974

L’esondazione delle parallele

L’esondazione delle parallele
ha spaccato il ponte
in due metà quasi perfette,
come un frutto diviso, una dimenticanza.
Come un mare ferito dai corpi galleggianti,
dalla crudeltà feroce della speranza
fondata sui cadaveri degli altri.
Eppure, ricordo
il mio corpo d’uccello
violato dal tradimento, più
che dai colpi delle mani chiuse a pugno.
Il mio corpo che ora vola con le tue ali di neve,
ha percorso lungo la pioggia
infiniti granelli di sabbia
per non esserti da meno
quando il colore dell’acqua
era luminoso silenzio dello sguardo.
Io non posso, oh, non posso
credere all’inverno dei confini
quando condividiamo l’odore degli agrumi:
tu hai camminato nel mio giardino,
ed è stato mio l’onore.
Prestami il tuo scalpello, le sbarre
non possono tenerci, scaverò col cucchiaino,
ne uscirò viva, lo giuro, terrò quei giorni in una mano
di quando il mare scava le strade,
e il mare che ha occhi di grano e limpida voce
ti restituirà l’ombra che si allunga la sera
tra gli alberi notturni, verso la terra.

Un riconoscimento in Liguria

Che bello, menzione d’onore al Premio Parasio di Imperia, un riconoscimento nella mia Regione! Non è proprio strettamente la prima volta, ma in generale ne ho ricevuti molti di più altrove. Inoltre, a questa poesia sono particolarmente legata.

IMPRONTE

S’illumina di mare la strada
e lascio impronte di sabbia.
Così passo il tempo:
guardando la forma dei miei piedi
tradita dal mutare delle onde.
E ti penso anche in quest’aria crespa
tra brume straniere.
Cerco la verità della tua faccia
il volo di un aquilone in festa
il silenzio quieto dell’attesa
che basta a se stessa
senza nulla da riempire.
Ho labbra d’esasperata sete
e niente più cicogne alla finestra.
L’estate è finita
e non ritorni.