Lingua padre

Di questo cielo che mi attraversa come un fulmine improvviso
resta la luce impietosa del vetro delle auto
che avvizzisce la mia carne per il tempo
trascorso a offuscare i finestrini con il fiato.
Ho attraversato
un abbandono di spine,
un abbandono di foresta;
e ora non ho più scuse per non tornare
all’uovo delle origini
a quel ponte che unisce ad ogni inizio la sua fine.
Mi resta la tua lingua
lingua padre,
lingua di alberi,
cortecce riarse;
ombrello aperto alle raffiche di fuoco
che làncinano la mia casa di sale fino alle radici.
Vedi, ho scoperto una nuova parola:
ma potrò usarla, dici?
Raccontami dell’ultima volta
che ti sei spaccato la schiena per la parola giusta
limando le frasi con le unghie, dimmi
se ti sei addugliato come le spire dei cavi nautici
quando la solitudine della polvere non ti bastava
e volesti abbattere a mani nude
la congiura del silenzio che fa deragliare i muri.
Dimmi:
ti sei spinto a guardare il mare dagli ulivi,
dalle coste dei monti, dove è troppo freddo
per far crescere il grano, ma il mare
si vede ancora?

Ancora sul Canto del Pettirosso

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Una persona a me molto cara definisce il mio libro “un insieme di ricchezze”, e le poesie “tutte toccanti, vive”. Lo scrivo perché in certi casi l’orgoglio, oltre che la gratitudine, sembra particolarmente legittimo. La parola “vive” è stata usata altre volte, e la considero come uno dei più bei complimenti.

Allora faccio ancora un po’ di pubblicità, ricordandovi il titolo, Il Canto del Pettirosso, la casa editrice Helicon (a questo link lo trovate direttamente) e alcuni altri siti dove potete acquistarlo (e poi magari dirmi cosa ne pensate, e perché no, diffondere tra gli amici, se vi è piaciuto). Queste le parole di presentazione dell’Editore: “Una raccolta poetica delicata e al tempo stesso vibrante, che ci offre uno sguardo appassionato sulla realtà quotidiana, sulla natura, sui sentimenti e le emozioni che solo la vera poesia è in grado di cogliere e di esprimere”. 

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La Feltrinelli

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Senza titolo

Oggi compio gli anni e penso,
grazie per i capelli, fili d’intreccio,
seta di ragnatele,
vele allunate e stralli,
e alberi e sartiame,
che in viaggio sono nata e di viaggiare
non ho smesso ancora, ma
troppo tempo ho passato
tra le mie colline, fino a farle diventare
parte del mio seno, terra nella carne.
Grazie delle ginocchia, delle croste
lasciate dalla bicicletta
sulle discese senza mani fino ai box,
del gatto nero con la tigna,
di quello rosso che mi parlava
come gli fossi stata madre,
e di quella bianca che ora
mi dorme tra un cuscino e l’altro.
Grazie per le botte no, ma
per esserne uscita viva penso grazie,
e grazie per le mani che ho
quasi smesso di mangiarmi;
per la voglia di perfezione no, ma
per quella di imparare penso grazie,
e grazie per la culla e per gli occhi
che hanno un’altra forma forse,
ma di certo il tuo colore.
Per i figli penso grazie, e per tutti quelli
che mi amano senza pensarci troppo,
– ché a pensare troppo basto io,
per San Francisco e per il mare,
per l’inglese che è la mia altra casa,
quella senza muri,
e per le notti a scrivere
e forse a piangere, che il dolore
come la scrittura non si sceglie,
ma se sei scelto vai avanti e speri per il meglio.
Grazie per i piedi e il loro andare
sgraziato, un po’ da papera, dicevano, ma
lontano abbastanza, è quel che conta.
per il naso e per la lingua,
inusuali mezzi di trasporto
vie d’aria e d’acqua, canali navigabili
verso qualcosa che sta dall’altra parte.
Grazie per l’assenza no, ma perché c’eri
e quel tuo esserci, appunto, è il filo
che lega i miei capelli a tutto il resto.

Premio Versante Ripido a Bologna (una delle poesie finaliste)

Weekend a Bologna per la premiazione del Concorso Letterario Versante Ripido, in cui ero finalista (quarta classificata ex aequo, diciamo) con una mini-silloge. Seguirà più tardi qualche foto, intanto posto una delle poesie della mini-silloge premiata.

IL SILENZIO LUCENTE DELLA SERA

Quando la sera mi viene incontro
ha un silenzio lucente,
un suono invisibile, ma preciso
e metallico, come lo scatto
della trappola inesorabile del vuoto
che si attorciglia
al canto notturno dei lampioni
negli angoli nascosti, tremanti di luce.
Quando vado incontro alla sera
col suo dolore concavo,
dolce come la pioggia,
la vita cambia le geometrie,
confondo preghiere: angelo di dio
che sei il mio custode
rimetti i miei debiti.
Angelo delle carezze
toccami il cuore e il ventre,
chiedi e ti sarà dato
bussa e ti sarà aperto.
Sia benedetto il tuo nome,
Dio madre di tutte le creature.
Sono le cifre della carne,
sulla nostra corona
ogni spina ha una rosa
per ogni ferita un dono,
e il rosso del sangue allora
si confonde con la sera
col sole che si riempie
del fuoco del cielo,
e noi alla fine guardiamo le stelle
per regolare l’infinita rotta
verso il lento mistero delle cose.

Prima classificata e Premio della Giuria Popolare al Giotto di Vespignano

Una giornata fuori dall’ordinario, davvero. Nel Mugello mi trovo sempre molto bene, e un weekend in luoghi che amo varrebbe comunque la pena, ma certo non mi aspettavo di vincere non solo il primo premio, ma anche il premio della giuria popolare.

Un viaggio bellissimo, in cui persino la pioggia è stata dalla nostra parte!

L’ULTIMA COSA NON DETTA

Le prime a invecchiare, dicono, sono le mani,
le prime a mostrare i segni del tempo,
a confondere le carezze con l’amore
e il sale con il mare, a scrivere di cielo e stelle
quando dire d’altro non si è più capaci,
a usare gli utensili sbagliati, come i coltelli sacri
per il sacrificio della tenerezza.

Dopo tocca alle gambe
tradire il senso del cammino
quando ti tremano le stelle ad una ad una, e le ginocchia,
sotto il peso del tempo e dello spazio,
dei piccoli odi quotidiani e degli amori eterni,
e s’apre una piccola stonatura nel passaggio
da una strada aperta ad una chiusa.

Quanto agli occhi, i miei brucerebbero
per sedere sui docks a guardare le navi passare
prendere il mare su una chiatta, un postale
con l’odore di merluzzo e aringhe e d’avventura;
vedere la bellezza nascosta tra le nebbie del nord;
abbassare lo sguardo, velato dagli incerti pomeriggi
che sfilano come passeri sopra i tetti di Parigi.

Infine, ti chiude la gola una lisca di parole.
Ah, non esserti voce in questo silenzio di granito,
non esserti presenza quando a tua assenza si fa scura;
ancora qualche giorno e sarà inverno,
svanirà anche quest’ultima luce
dietro i tetti delle ultime case in fondo al viale,
e ci resterà sulla lingua l’ultima cosa non detta.

Tre dei premi che ho vinto

E la motivazione della Giuria.

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