Non ho tempo, non ho vita (post malinconico ma non troppo)

Dei primi quattro blog aperti oggi, tre parlavano del tempo, come protagonista o come comprimario, ma comunque centrale (questo, questo e questo). Il tempo che determina quello che possiamo e non possiamo fare, che accelera o rallenta secondo le nostre percezioni, che ci definisce e segna i nostri confini, dando vita alla memoria, all’immaginazione del futuro e, nel migliore dei casi, a un’intensa consapevolezza del presente.

Tempo fa, in un seminario per il resto inutile sulla gestione del tempo, una frase mi rimase impressa: il tempo coincide con la vita, per cui, quando diciamo “non ho tempo, non ho avuto tempo”, è come se dicessimo “non ho vita, non ho avuto vita”. Mi colpì in quel momento, e da allora ogni tanto ci torno col pensiero, perché pur non essendo neppure questo, probabilmente, un concetto originalissimo, credo sia molto raro metterlo effettivamente in pratica.

Per che cosa “non abbiamo vita”? Per ciò che ci annoia, ci irrita, ci infuria, ci addolora, o per le cose di cui ci importa realmente, ma che lasciamo per un indefinito “dopo” che forse rischia di non arrivare mai?

Nei limiti del possibile, ho deciso di dedicare il tempo, la vita, non solo e non tanto a “quello che amo” (concetto dai contorni spesso più sfuggenti di quello che saremmo portati a pensare), ma a “quello di cui mi importa”. A volte, questo ha significato dover ribaltare il modo di vedere alcune cose: amo spolverare, lavare i pavimenti, pulire il bagno? Certo che no, ma è importante come cura di me e della mia casa, il  mio nido, il posto in cui vivo (e fermo restando che anche altri ci vivono, e la loro collaborazione è essenziale).

Ho cambiato lavoro anni fa, e per giunta da uno considerato in generale più “prestigioso” e potenzialmente lucroso (tranne che da chi lo esercita), a uno meno socialmente considerato e decisamente più compatibile con i miei talenti, i miei desideri, il mio tempo. Lavoro che non sempre amo, ma che mi importa svolgere al meglio delle mie capacità, per soddisfazione, per orgoglio, per il tempo che ci dedico, e cì, anche per il vile denaro, che mi permette a sua volta (quando va bene) di dedicarmi ad altre cose di cui mi importa moltissimo, come i viaggi, o il giardino.

La scrittura la amo, qualche volta, ma mi capita di odiarla. In ogni caso, me ne importa, e moltissimo. Le persone a me care le amo sempre, ma spesso ho preferito e preferisco la solitudine, purché, naturalmente, temporanea.

Tutto sommato, ogni cosa che scegliamo di fare ha per noi, “in quel momento”, la priorità, tanto da dedicarle pezzi di vita, a scapito di altre. Continuiamo pur sempre a non poter fare tutto, a dover selezionare. Penso sia questo il punto. L’importante è sapere che le priorità cambiano, e che il tempo, la vita, richiede un ascolto costante. Inutile forse rimpiangere le scelte fatte in passato: evidentemente avevano, per noi, un valore; ma utilissimo, secondo me, ripassare ogni tanto quelle scelte, capire se valgono ancora, abolire tutti gli ormai, per non dover poi trovarci a dire alla fine della giornata (in senso reale e metaforico), “non ho  avuto abbastanza vita”.

Volo all’unisono

Immagine dal web

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Così sei infine entrato anche nei miei sogni. Lo sapevo che era solo questione di tempo, anche se ultimamente di solito non li ricordo mai. Questo di stanotte era così nitido, invece, di quelli che quando ti svegli, per un istante devi rimettere a fuoco qual è davvero la realtà. Un sogno così gentile, così aggraziato, mi viene da dire, che ho provato una punta di dispiacere a svegliarmi, ma al tempo stesso ha trasmesso il suo sapore dolce al giorno, dandomi più voglia, più passione, più desiderio per tutto quello che faccio e che voglio fare.

E’ il senso del prendersi cura delle cose, andare al passo lento del sole e dell’aria, su quella strada su cui da tempo mi fai da guida. E’ la stretta delle tue dita, la tenerezza che mi protegge dai primi freddi, è il tuo trasformare in casa qualunque luogo, il tuo essere porto per le navi che devono ancora arrivare e per quelle che ripartiranno. E’ il sapersi fare silenzio per ascoltare il mondo e parola per comprenderlo. E’ la mano che si colma di una presenza lieve e solida, la vertigine del dover cambiare rotta per non tradire il mare. E’ il tremito spaventato, ma non senza una sorta di felicità segreta, di chi è sospeso su un filo, vari metri sopra la terra, e si lancia a tratti in un salto acrobatico tra l’oggettiva realtà delle cose e la poesia degli istanti. Perché per me, tu non hai mai smesso di esserci, e di afferrarmi in tempo perfetto perché l’angoscia del vuoto lasciasse il posto alla magia di un volo all’unisono.