L’eroe – Continua

Supereroe, Umano, Essendo, Potere, Vivo, Presente

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Provo ad andare avanti con questo argomento dell’eroe che mi affascina…

Almeno fino a che non ha cominciato ad essere raccolta per iscritto, la fiaba è rimasta per chi raccontava come per chi ascoltava (non solo bambini: i racconti erano in genere per tutti) uno spazio di libertà, di gioia, di immaginazione e di fantasia. Certo, chi raccontava – sempre un adulto – ovviamente esercitava un controllo, tuttavia necessariamente meno stringente, per l’immediatezza del mezzo orale, non così accurato, studiato come il mezzo scritto.
Oggi è apparentemente vinta la battaglia contro chi voleva proporre ai bambini modelli del tutto astratti dalla realtà, improntati a una bontà zuccherosa e irrealistica, e una serietà (o meglio seriosità) della cultura che vieta il sorriso perché “distoglie dal dovere” e proibisce l’immaginazione presumibilmente perché sfugge al controllo ed è quindi pericolosa.
La scelta tra i libri di fiabe sembra in effetti vastissima, con innumerevoli rielaborazioni, libri-gioco, libri sonori, riduzioni per tutte le età, ma non tutto è risolto: la quantità di offerta rende difficile la scelta, e come osservava Bettelheim, spesso sembra non solo più facile, ma anche più opportuno, più sicuro rivolgersi a versioni edulcorate che purgano la storia dei suoi elementi più sanguinosi, cruenti, e oscuri, per “proteggere” il bambino.
Ma proteggerlo da che cosa? Qui sta il punto.
Spesso la fiaba sembra davvero estremamente violenta: foreste spaventose, mostri, vendette crudeli contro i malvagi, pretendenti alla mano della principessa che muoiono per non essere riusciti nell’impresa, sono tutti aspetti che possono fare molta paura. Ma, avverte Bettelheim, si tratta di una paura salutare: che noi gli diamo o meno da leggere Cenerentola, il bambino è geloso dei suoi fratelli e si sente talvolta umiliato e maltrattato. Che gli raccontiamo la versione originale o quella edulcorata di Biancaneve, lui vede talvolta la mamma come una “matrigna” e la rivalità tra genitore e figlio è cosa nota, o dovrebbe esserlo. Il bambino vive i conflitti della crescita, vive la sua parte oscura, i suoi “mostri”, di cui non conosce la natura.
Noi pensiamo forse, non facendogli conoscere le fiabe, di proteggerlo da questi mostri, dagli aspetti più paurosi della vita, ma è proprio il contrario: grazie alle fiabe lui può dare un nome a queste paure, identificarle con l’orco, la strega, la matrigna, e può credere che, come l’eroe, anche lui potrà sconfiggere i suoi “mostri” e, nonostante le difficoltà, avere una buona vita. Una volta che egli ha raggiunto una maggior dimestichezza con le fiabe, gli elementi paurosi tendono ad assumere meno importanza, e quelli rassicuranti prevalgono: l’ansia originaria si trasforma allora nel grande piacere dell’ansia affrontata e dominata con successo ,, che non è altro, in fondo, che la caratteristica principale che noi cerchiamo nell’eroe.
E qui veniamo all’altra accusa che è stata mossa alle fiabe, quella di essere troppo “ottimistiche”, con quel lieto fine “improbabile”.
Ma anche a questa critica Bettelheim ha risposto in modo esauriente. In primo luogo, occorre appunto distinguere tra fiabe originali e versioni edulcorate: in generale le fiabe tradizionali sono tutt’altro che “rosee” e mostrano al bambino il mondo in tutti i suoi aspetti, sia pure con il linguaggio simbolico che è a lui più facile da comprendere: il lupo, la strega, il malvagio che si appropria dei meriti dell’eroe e tenta di sposare la principessa al suo posto, oltre ad essere espressioni delle paure del bambino sono anche rappresentazioni di altrettante parti “oscure” che sono non solo dentro lui stesso, ma principalmente nel mondo.
Mai viene detto al bambino che il mondo è un luogo idilliaco e che tutto gli sarà facile: al contrario, il messaggio è che le cose buone per sé si conquistano solo a prezzo di lotte, di fatica, di dolore e di rischi mortali. Cappuccetto Rosso avverte che l’ingenuità uccide, Biancaneve ci dice che l’eccessivo narcisismo di un genitore lo conduce a distruggersi da sé.
Ma per poter dare significato alla fatica che fa a crescere, il bambino deve anche poter credere che questa fatica potrà davvero condurre a un risultato.
Le fiabe gli dicono ciò di cui ha bisogno, con il suo linguaggio, quello delle immagini, dei simboli. In questo senso l’arte della fiaba potrebbe essere l’arte di Ermes, il dio del thélgein, dell’incantesimo, della fascinazione . Il dio che racconta menzogne che hanno però il sapore della verità. Che è capace del più elaborato inganno, ma mantiene sempre l’innocenza del bambino, un “odore di fasce e di latte”. Che confonde, tace, si nasconde, parla per oscure metafore, ma è pur sempre il messaggero di Zeus e il portatore, dunque, malgrado le apparenze, della verità più alta e più pura, quella che nasce dalla saggezza del dio più antico del mondo unita a quella del bambino che non cresce mai e che ride di tutto (incluso se stesso).
Anche Socrate parlava del mito come di un incanto, un vincolo magico che cattura l’anima .
Nel mondo del bambino, così come in quello delle fiabe, gli animali e gli oggetti parlano, aiutano, ostacolano. Inoltre, la fiaba parte da un tempo remoto e da un paese lontano, quindi rassicura immediatamente il bambino sul fatto che non si parla specificamente di “lui”, non è detto che sia “lui” a odiare i suoi fratelli, ad amare sua madre e voler uccidere suo padre, ad essere umiliato da una matrigna che pretende da lui tante cose. Nello stesso tempo, dentro di sé il bambino sa che tutte quelle cose sono vere anche per lui, e il fatto che siano accadute anche a qualcun altro significa che sono “normali”, che lui non è un “mostro”.
E’ anche per questo che è importante che l’eroe non sia un essere perfetto, invincibile e privo di difetti, con il quale il bambino certo non potrebbe identificarsi e che sarebbe anzi per lui fonte di ansia spaventosa, ben sapendo di non potergli assomigliare. La fiaba dunque non è immorale come la vedeva la pedagogia moralistica di anni non troppo lontani , perché la sua violenza non è affatto gratuita.
Ma neppure si può dire che si tratti di letture amene prive di qualsiasi contatto con la realtà. Il lieto fine non è dettato da un ottimismo superficiale, ma, come si è visto, da una ben precisa esigenza del bambino, quella appunto di poter credere che le sue difficoltà saranno premiate dal raggiungimento di qualcosa di buono, sia questo l’amore per un’altra persona o semplicemente il superamento di una dolorosa fase di crescita e il raggiungimento di un livello superiore di maturità.
Non sono le fiabe tradizionali a insegnare alle ragazze a restare in attesa del principe azzurro, del compagno perfetto: nelle fiabe il principe azzurro – come si dimostra da tutta la trama – rappresenta il risultato di un faticoso, lungo e doloroso processo con cui si esce dal proprio narcisismo (il “sonno” della Bella Addormentata, o il palazzo dove tutti i desideri sono realizzati nella Bella e la Bestia, ecc.) per imparare a porsi in relazione con un’altra persona, perché solo la relazione può far superare la paura della morte e dell’abbandono. Questo è il vero senso del “vissero felici e contenti”: non l’immortalità, non una vita perfetta, ma la raggiunta consapevolezza che consente di rapportarsi agli altri in modo positivo e quindi, non sentendosi più soli, venire a patti con la nostra difficile mortalità.
Sono semmai, purtroppo, molte versioni “adattate” delle fiabe popolari, nelle quali non si dà spazio alla ricerca, al superamento dei lati oscuri, al coraggioso uscire dai propri terrori e dai propri “mostri”, ma si propone un mondo, questo sì perfetto, irreale e del tutto inverosimile in cui i due eroi non fanno altro che trovarsi e vivere poi una vita meravigliosa che non si sono conquistati, che non “meritano” e che il bambino stesso non può che sentire come impossibile.
La fiaba ha certamente tra i suoi compiti fondamentali quello di far crescere nel bambino un proprio senso morale; ma è importante che esso gli venga trasmesso non con astratti concetti etici, ma attraverso ciò che gli appare concretamente giusto e quindi di significato tangibile.
Nelle fiabe non viene taciuto il pericoloso fascino che il male può avere nella realtà, basta pensare alla potenza del gigante, alla forza magica della strega; esso inoltre può anche avere temporaneamente la meglio, come le sorellastre che maltrattano Cenerentola o il falso eroe che prende il posto dell’eroe vero. Ma quello che è importante è che alla fine il male è sempre perdente. Non è quindi tanto il fatto che alla fine il cattivo sia punito che conta, anche se è importante, ma il fatto che il crimine non paga: il bambino “sceglie” l’eroe non perché è virtuoso, ma perché è più attraente: per questo egli si identifica con lui e con le sue lotte, sopporta con l’eroe prove e tribolazioni, e trionfa con lui quando vince.
Il bambino non si chiede se vuole essere buono, ma acquista la coscienza di sé identificandosi con qualcuno. Se questo qualcuno è dotato di qualità positive, il bambino desidererà avere anche lui quelle qualità.
Anche nelle fiabe dove l’arricchimento non è dovuto alla virtù, come Il gatto con gli stivali o Il fagiolo gigante che possono dirsi in questo senso “amorali”, hanno comunque la diversa e non meno importante funzione di dar al bambino la convinzione che anche il più umile può farcela: consentendogli così di affrontare la vita con la fiducia di poter sormontare le sue difficoltà, di fronte alle quali egli si sente spesso così insignificante da temere che non sarà mai in grado di valere qualcosa.
In questi casi le paure dell’eroe, la sua insicurezza, lo sconforto di fronte ad imprese apparentemente impossibili sono emozioni assai vicine a quelle del bambino che si trova di fronte alle spaventose lotte legate alla crescita e non sa se riuscirà a superarle.