La lettrice della domenica – Sono il guardiano del faro

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Vi avevo accennato qualche giorno fa, parlando del Salone di Torino, alla Casa Editrice Racconti. Come vi dicevo, hanno iniziato l’attività da circa un anno e il loro catalogo mi sembra di tutto rispetto, per quanto riguarda i titoli, e curatissimo nella presentazione.

L’impressione è confermata dalla lettura di questo libro poco voluminoso ma densissimo, una raccolta di racconti aventi come filo conduttore il tema del viaggio come percorso dell’immaginazione, e anche come vita, certo, catturata nel suo eterno movimento e nelle sue curve inattese, nei suoi bruschi cambi di direzione e nella sua inquietudine.

Nove racconti che sono come nove quadri, o nove fotografie sospese tra il realistico e l’onirico, fino all’ultimo, che dà il titolo alla raccolta e ci lascia con una domanda: non siamo forse tutti guardiani del faro, in attesa di qualcosa, sospesi tra solitudine e necessità di condividere il viaggio con altri, tra immobilità e richiamo irresistibile verso l’ignoto, l’altrove, verso l’incessante movimento del mare?

non ho mai visto che aspetto abbia il nostro treno dall’esterno. Come molti dei miei simili, sono nato a bordo, ci sono cresciuto ed è qui che ho la mia vita. Ignoro che aspetto abbia, eppure posso immaginarlo osservando l’altro treno circolare sul binario parallelo, nel nostro stesso senso, dandoci prova che non siamo i soli a fare un simile viaggio. […] Antonia è l’amore della mia vita; ma è sull’altro treno. Dovrei dire: Antonia è l’amore della mia vita perché è sull’altro treno. […] Nessuno fa grandi progetti, tanto appare utopica l’idea di una sosta. Ognuno vive la sua vita. A volte, una ragazza sposa un ragazzo di un’altra carrozza, un po’ più lontano. In generale, bisogna riconoscere che siamo, come dire, piuttosto statici – anche se questo termine sembra paradossale, visto che il treno continua a viaggare, senza sosta. Con questo voglio dire che ognuno resta in un determinato scompartimento e non ha voglia di andare a vedere quello che non succede in coda o in testa. E presto o tardi, ognuno si sposa, cresce i suoi figli, trova un lavoro, rimane tranquillo, anche se, senza dirlo, non pensa ad altro che al giorno dell’arrivo. Quel giorno non viene. I miei compagni, per stanchezza o conformismo, si sono sposati. Anche loro, in passato, rimasero affascinati da una sirena dell’altro lato. Uno dopo l’altro si sono rassegnati e hanno preso in sposa una donna di qui, a portata di mano, a portata di spirito. […] Lo so, è vano, ma guardo spesso Antonia e lei lo sente. Quando appaio, mette una collana, sempre la stessa. Nella luce autunnale, scintilla. Poi, alla svelta, quando viene l’inverno, quando si forma la brina sui finestrini, devo cercare un interstizio per scorgerla ancora un’ora o due. Ogni inverno, con un’angoscia che sfiora l’insopportabile, mi ritiro a porte chiuse nel treno e lei fa lo stesso nel suo. Magari arriveremo presto alla stazione. Magari il paesaggio cambierà, magari lasceremo questa pianura. […]

[Éric Faye, Sono il guardiano del faro, Racconti Edizioni, 2016, traduzione di Valentina D’Onofrio]

Imperfezioni

Ho viaggiato molto nella mia vita. Ho novant’anni e tre mesi e li porto benissimo; non perché non abbiano lasciato rughe a segnare la mia faccia quanto basta, ma perché sono tutti miei e li curo con orgoglio, li conto con la precisione che meritano.

Ho visto la forma delle nuvole cambiare infinite volte, e tutte le ho in mente. I paesaggi che ho contemplato con pazienza o sfuggito in fretta hanno dato forma al mio volto e alla mia vita. I miei giorni sono fatti di ciò che è accaduto, di ciò che ho sognato e di ciò che è stato possibile anche per un singolo momento, le speranze, i desideri e le opportunità, anche quelle che non abbiamo realizzato, contrariamente a quello che si dice, contribuiscono eccome a fare la storia. La nostra storia. Ma se è vero che gli eventi del mondo ci cambiano, anche le nostre piccole storie entrano a far parte di quella più grande.

So che i colori, anche i più luminosi, non sono che illusioni d’ombra, ma senza i colori a che servirebbe la luce? O era il contrario forse? Alla mia età mi perdonerete qualche falla nella memoria e nella logica. Ricordo comunque di tutte le volte in cui il sole ha cambiato la mia percezione di un luogo, gli angoli improvvisamente esposti, i piccoli segreti svelati. Ma ricordo anche delle piogge, i marciapiedi lucidi, il paesaggio che vira sui toni del seppia come una fotografia scattata oggi e poi fintamente anticata, quando gli alberi non sono che forme grigio scuro nell’infinito grigio chiaro del cielo. E ricordo di aver pensato che forse è questo il senso che cerchiamo con tanto accanimento, è tutto qui, essere piccole forme temporanee e mutevoli che interrompono l’uniforme infinito, nuvole in continuo movimento, illuminate per un istante prima di svanire in pioggia e riportare la vita in altri modi, in altri luoghi. Utili? Credo che dentro di noi sappiamo che senza le nuvole non ci sarebbe nulla di tutto il resto, ma non le amiamo per la loro utilità, le amiamo perché nemmeno l’infinito avrebbe senso senza qualcosa di effimero. La mia età potrà ancora una volta essere invocata come scusa per questo che sto per dire, se le troverete farneticazioni di un vecchio e nient’altro, ma se la bellezza, il senso, l’amore e tutto quello che vive fossero nascoste nell’imperfezione? Un signore più saggio di me credo abbia detto un giorno che solo gli sciocchi non hanno neppure un rimpianto, e può essere che se tornassi indietro vorrei cambiare qualcosa. Ma la maggior parte delle mie imperfezioni me le tengo molto strette e molto care.

Varnalia

Nel mio vagabondare tra i vari generi letterari, a un certo punto sono capitata a leggere uno dei libri, secondo me, più divertenti che siano mai stati scritti, “Le tredici vite e mezzo del Capitano Orso Blu”, un romanzo fantasy per ragazzi (ma in realtà una presa in giro) di Walter Moers (Salani, traduzione di Umberto Gandini – al quale vanno i miei complimenti). Mi aveva deliziato al punto da spingermi – cosa per me stranissima – a cimentarmi a mia volta in una specie di racconto fantasy. Forse non ne farò niente, però stasera ne ho parlato con mia sorella e allora sono andata a ripescarlo. Magari potrebbe diventare l’inizio di un lavoro a più mani, non mi dispiacerebbe affatto una collaborazione, se qualcuno si sente ispirato… 😀 

La città di Varnalia era nata da una scissione tra la Nazione di Harin e quella di Shon. Harin non voleva riconoscere la signoria di Shon su quella parte di terra che si trovava nel Mar Galerio, e dunque al di fuori dei confini che secondo il Patto di Mur spettavano a Shon. Shon replicava che geograficamente l’isola si trovava di fronte al suo Stato e quindi le apparteneva in base a quello stesso Patto. Gli abitanti di Varnalia alla fine si erano stancati di essere al centro di continue rivendicazioni, minacce e vere e proprie guerre, e stanchi di essere poi assoggettati alle tasse di due Nazioni diverse. Perché in fondo era una questione di soldi: di chi avesse il diritto di riscuotere le imposte su Varnalia, e così finiva che prima le chiedeva Harin, e poi le chiedeva Shon.
Così una notte avevano radunato tutti i loro più forti eroi. Come se l’isola fosse stata né più né meno che una nave, uomini e donne si erano messi ai remi e avevano vogato per ore e ore, fino all’alba. Si erano trovati in un tratto di mare inesplorato, senza neppure sapere se ancora si trattasse del Mar Galerio o se avessero addirittura varcato le soglie dell’Oceano. Speravano solo che in mezzo al mare nessuno avrebbe rivendicato la proprietà di quel minuscolo lembo di terra.
E così fu, infatti. Per molti secoli Varnalia fu dimenticata, cancellata dalle cartine geografiche, si credette che non fosse altro che una terra leggendaria, mai esistita se non nel mito.
Essendosi staccata dal resto delle Terre degli Uomini, però, Varnalia aveva conosciuto una sua evoluzione tutta particolare: uomini e donne di quella città-stato erano tutti alti oltre quattro metri, più del doppio della media degli uomini.
Inoltre su quell’isola si trovavano stranissimi animali come le lontrille, che somigliavano a lontre però anche a dei piccoli coccodrilli; i pavesotti, dalla forma di biscotti tondi ma affettuosi come gattini, più piccoli dei topi e di un curioso color arancione; ma anche i temibili Gragnuolatori, una sorta di grosse scimmie che prendevano a bastonate chiunque le contraddicesse, e gli atroci Scorpioniferi, che erano come dei draghi (anche i draghi c’erano ma se ne stavano un po’ per conto loro) però avevano delle strane enormi chele al posto delle ali, un guscio duro al posto delle scaglie, e sputavano veleno invece che fuoco.
E le piante poi non erano da meno: arvasine mangiapatate, odiate dai contadini; felci loquaci, che ascoltavano e ripetevano tutto quello che si diceva in giro e facevano un po’ da gazzettino (perché su Varnalia non c’erano giornali); e le famose, terrificanti Zucche di Halloween, che ogni anno si trasformavano in orrendi mostri e divoravano tutto quello che era sul loro cammino, piante, animali o uomini che fossero.