La lettrice della domenica – La saggezza del mare (segue)

Della Saggezza del Mare ho già parlato nella scorsa “puntata” e potrà sembrare strano che non lo abbia ancora finito, ma ci sono almeno due ragioni: la prima è che ho dovuto affrontare un piccolo trasloco, non ho più lo studio in casa, ho preso in affitto una stanza come ufficio, sono contenta ma un trasloco, anche piccolo, richiede un tempo considerevole  (ed è anche in parte il motivo per cui sono stata meno presente nei vostri blog, a breve tutto dovrebbe tornare a una certa normalità); la seconda ragione è che con Larsson la velocità non funziona bene. È come quello che dice del viaggiare : se è vero che viaggiare consiste nel fare esperienze, e non nel lasciarsi trasportare, il valore del viaggio è inversamente proporzionale alla sua velocità. Mi sa che vale anche per i libri,  e visto che i suoi per me hanno un valore molto alto,  divento lentissima 😀

Torben e io seguivano dunque il sentiero senza incontrare anima viva, tra i prati e le vacche intente a ruminare. L’uni a cosa a cui bisognava fare attenzione era dove mettevamo i piedi,  perché il terreno era disseminato di grossi mucchi di sterco di vacca. All’improvviso Torben si è bloccato a metà di un discorso. ‘Adesso capisco ‘ha esclamato.

Cosa?’

Perché c’è così tanta merda di vacca nei libri di Beckett!’

Sì era chiesto spesso perché Beckett parlasse in continuazione della consistenza e dell”odore della merda di vacca. Ora aveva la spiegazione. Beckett aveva percorso sentieri come quelli. Aveva respirato la stessa aria che respiravamo noi. Come noi, era rimasto sospeso tra cielo e terra, con una vista incomparabile e un’aria cristallina, ma appestata dall’odore di sterco di vacca fresco. 

Torben e io ne abbiamo discusso, e mi sono reso conto che non avremmo mai fatto quella scoperta se non fossimo andati a piedi. Neanche in bicicletta è detto che quelle impressioni avrebbero avuto il tempo di penetrare in noi. (…). Viaggiare,  avevamo stabilito io e Torben, significa fare esperienze.  Ma per fare esperienze c’è una sola velocità, quella dell’essere umano, non quella del mezzo di trasporto. 

LA LETTRICE DELLA DOMENICA – Il pittore di battaglie

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Il pittore di battaglie

Era tanto che volevo leggere questo libro. Qualche giorno fa mi è proprio “saltato agli occhi”, per così dire, mentre curiosavo tra gli scaffali in cerca di qualcosa che mi ispirasse. Non posso dire che mi abbia deluso, è scritto molto bene e tratta di temi in parte crudelissimi, in parte affascinanti, che sono poi i temi universali: la guerra, il modo in cui ti cambia entrarci in contatto, che sia da vittima, da carnefice o da semplice “spettatore” esterno; l’amore; la natura umana; la vendetta, e altro ancora.

Avverto però una freddezza di fondo che mi mette a disagio. Credo sia voluta, perché ci aono continui rimandi alle formule, alle lineee, alle regole geometriche che governano le azioni e l’universo in genere, all’arte come “strumento impassibile per contemplare la vita”. Resta il fatto che mi pare di aver perso la possibilità, per me importante, di entrare davvero dentro la storia, di non limitarmi a leggerla – anche con interesse – ma di sentirla, di sentirmene parte.

C’è un uomo, Faulques, un ex fotoreporter di guerra che si è ritirato a vivere in un faro per dipingere un immenso affresco, imprimere i suoi ricordi su un supporto che d’altra parte è tutt’altro che duraturo, anzi, sta già mostrando le prime crepe mentre ancora Faulques non ha completato il suo lavoro. Al tempo stesso, quei ricordi passano attraverso molti altri assedi della storia, in cui l’ex fotografo inserisce delle scene che ha visto direttamente, sul presupposto che quegli assedi “sono sempre lo stesso assedio”.

Faulques si tiene lontano dalle altre persone, tuttavia un giorno arriva sull’isola un uomo che sembra conoscerlo. Lui non se ne ricorda, ma l’uomo è stato il protagonista involontario di una delle sue fotografie più riuscite e più famose. Markovic, questo il nome dello straniero, ha avuto la vita cambiata da quella fotografia, e non certo in meglio. Così è venuto per uccidere Falques, e glielo dice molto tranquillamente, in una scena che nel contesto ha un suo senso, ma aggiunge ancora un tassello a questo senso di estraniamento.

“È la ragione per cui mi vuole uccidere? … Per vendicare tutto questo? “

Sulla faccia di Markovic riapparve quel sorriso freddo, quasi indifferente.

“Effetto Farfalla, ha detto. Che ironia.  Un nome così delicato “.

I due uomini portano avanti, con l’andare dei giorni, una conversazione in cui Markovic racconta la sua storia e spiega – all’altro, ma sembrerebbe anche a se stesso – le ragioni della decisione di uccidere Falques, e quest’ultimo ascolta, risponde, ricorda, riflette; si potrebbe quasi dire che ciascuno dei due ricostruisce la propria vita attraverso gli occhi dell’altro, o meglio, attraverso l’ascolto dell’altro. La crudeltà, l’orrore dettano una filosofia tragica in cui l’intelligenza “fa eccellere e rende più attraente la  malvagità“. Il carattere predatorio dell’uomo visto scientificamente come una sua “proprietà stabile”. Simmetrie e risposte a simmetrie. Mi interessa e sento che tocca punti di verità, ma mi sento anche molto lontana da tutto questo. “Lei non è un uomo compassionevole, signor Falques”, dice Markovic; “Non lo sono. Ma è singolare che sia lei a dirmelo”, ribatte Faulques.

“Ho appena capito che non ne ha mai sofferto. Neppure adesso. Quello che ha visto non l’ha resa migliore né più solidale. Il fatto è che le sue foto non le bastavano più. Le è successo quello che capita con certe parole: a forza di usarle perdono il senso. Forse è per questo che adesso dipinge. Però dipinti, foto o parole, per lei non fanno differenza. Secondo me, lei prova la stessa compassione del ricercatore che osserva, attraverso il microscopio, la battaglia nell’infezione di una ferita. Microbi contro amebe”

“Leucociti”, lo corresse Falques. “Sono i leucociti che combattono i microbi. Globuli bianchi”.

“D’accordo. Leucociti contro microbi. Lei osserva e prende nota”.

Faulques indietreggiò fino a raggiungerlo, asciugandosi le mani nello straccio. I due rimasero per un po’ in silenzio, a guardare il dipinto.

“Può darsi che abbia ragione” dosse il pittore.

“Questo la renderebbe peggiore di me”.

E in questa non-compassione sta forse la ragione del mio non-amore per un libro che comunque sto leggendo fino in fondo. Mi prende molto, di testa, anche se non coinvolge il cuore.

La lettrice della domenica – Claudio Magris, L’infinito viaggiare

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Questa è stata per qualche tempo una rubrica saltuaria, perché ero (sono) talmente presa, tra lavoro, libro, famiglia e sogni vari che leggere è diventato difficile, però spero di farla ridiventare davvero settimanale perché la passione per la lettura non si è attenuata, anzi.

Ho finalmente ripreso, sia pure a rilento, e non avrei potuto farlo meglio di così: il libro che sto leggendo in questo momento è stupendo! Già dalla prefazione che, dice l’autore:

si addice a una raccolta di pagine di viaggio, perché il viaggio – nel mondo e sulla carta – è di per sé un continuo preambolo, un preludio a qualcosa che deve sempre ancora venire e sta sempre ancora dietro l’angolo; partire, fermarsi, tornare indietro, fare e disfare le valigie, annotare sul taccuino il paesaggio che, mentre lo si attraversa, fugge, si sfalda e si ricompone come una sequenza cinematografica, con le sue dissolvenze e riassestamenti, o come un volto che muta nel tempo.

La prefazione è una specie di valigia, un nécessaire, e quest’ultimo fa parte del viaggio; alla partenza, quando ci si mette dentro le poche cose prevedibilmente indispensabili, dimenticando sempre qualcosa d’essenziale; durante il cammino, quando si raccoglie ciò che si vuole portare a casa; al ritorno, quando si apre il bagaglio e non si trovano le cose che erano sembrate più importanti, mentre saltano fuori oggetti che non ci si ricorda di aver messo dentro. Così accade con la scrittura; qualcosa che, mentre si viaggiava e si viveva, pareva fondamentale è svanito, sulla carta ora non c’è più, mentre prende imperiosamente forma e si impone come essenziale qualcosa che nella vita – nel viaggio della vita – avevamo appena notato.

Il viaggio sempre ricomincia, ha sempre da ricominciare, come l’esistenza, e ogni sua annotazione è un prologo; se il percorso nel mondo si trasferisce nella scrittura, esso si prolunga dalla realtà alla carta – scrivere appunti, ritoccarli, cancellarli parzialmente, riscriverli, spostarli, variarne la disposizione. Montaggio delle parole e delle immagini, colte dal finestrino del treno o attraversando a piedi una strada e girando l’angolo.

[…]

Viaggiare ha dunque a che fare con la morte, come ben sapevano Baudelaire e Gadda, ma è anche un differire la morte; rimandare il più possibile l’arrivo, l’incontro con l’essenziale, come la prefazione differisce la vera e propria lettura, il momento del bilancio definitivo e del giudizio. Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai.

(Claudio Magris, L’infinito viaggiare, Oscar Mondadori)

La La Land

Sono stata con mia madre a vedere La La Land stasera. Molto piaciuto. Bei dialoghi, bella musica, bravi gli attori protagonisti (non so se da Oscar, ma comunque ottimi). La storia è solo un pretesto: due giovani di belle speranze – aspirante attrice lei, musicista jazz lui – in cerca di fortuna a Los Angeles) si innamorano tra provini umilianti e serate a suonare musica scadente nei ristoranti. Pesano però i momenti di sconforto che ciascuno attraversa, e pesa il fatto che in un sogno devi metterci tutto te stesso. Sono le scene, i balli, le canzoni, le scenografie che sono magnifici secondo me. L’ho trovato delizioso nei momenti più divertenti e commovente in alcuni punti, fiabesco e realistico. Ne vale la pena di sognare? A un certo punto mi sono chiesta, avessi visto un film così, i sogni che mi sembravano folli, avrei avuto il coraggio di seguirli? O ero troppo attenta a tenere i piedi per terra, benché la mia testa fosse sempre comunque tra le nuvole? Comunque sì, ne vale la pena.

She told me
“A bit of madness is key
To give us new colors to see
Who knows where it will lead us?
And that’s why they need us”

So bring on the rebels
The ripples from pebbles
The painters, and poets, and plays

And here’s to the fools who dream
Crazy as they may seem
Here’s to the hearts that break
Here’s to the mess we make

68. The Angriest Man in Brooklyn

Solo tu potevi interpretare un film così. Sulla rabbia, sul dolore e la paura che sono sempre dietro ogni rabbia e dietro l’isolamento (lo sapevi dai tempi di Mork). Sul fatto che vivere significa farci i conti per aprirsi alla felicità possibile. Credo diventerà un altro dei miei più amati. Dicono che sia tutt’altro che perfetto. Forse è per questo, sai. A volte penso che più sono imperfetti, più li amo. Tocca argomenti che sento moltissimo e lo fa in questa maniera per me tanto più profonda e commovente proprio nel suo essere sentimentale e leggera al tempo stesso. L’ho guardato ieri sera pensando, sarà una cosa fatta, visto che oggi è il giorno in cui parlo dei tuoi film. E invece oggi l’ho rivisto quasi tutto, per avere ben impressi in mente i toni, gli sguardi, le parole. Non necessariamente per riportarli qui, solo perché comunque ci fossero, in mezzo a tutto il resto, anche non visti, ma percepiti.

Due vite che rischiano di andare in malora, quella di Henry e quella di Sharon. L’uno reso furioso dalla morte di uno dei due figli, e che non riuscendo a vivere il suo dolore altro che nella forma di quella rabbia costante, si è alienato la moglie e l’altro figlio, il fratello e tutte le persone che avrebbero potuto stargli vicino. L’altra che odia altrettanto il mondo, pur essendo molto più giovane, perché già sta rischiando di lasciar andare alla deriva i suoi sogni. Tocca a Sharon dire a Henry che ha un aneurisma al cervello che gli lascia pochissimo da vivere, e di fronte a una delle sue crisi di rabbia, finisce per dirglielo nella peggior maniera possibile, al che Henry se ne va senza neanche rivestirsi.
Henry cerca di recuperare il tempo perduto mettendo in quell’ora e mezza più cose che può, ma essendo fuori allenamento nell’esprimere le emozioni positive, rischia di incasinarsi ulteriormente. Vorrebbe riunire vecchi amici a una festa, far l’amore con sua moglie (quale potrebbe essere la posizione più “giusta” in una situazione del genere?), riconciliarsi con il figlio, ma a parte il suo caratteraccio, che non rende le cose più facili, incappa in molti di quei contrattempi che spesso sperimentiamo quando abbiamo fretta e tutto sembra congiurare contro di noi, mentre Sharon parte all’inseguimento per trovarlo e portarlo in ospedale. L’alternanza di speranze, delusioni, buone intenzioni e pessime messe in pratica si riflette in quella faccia che è l’essenza stessa della libertà di espressione.

Insomma, se qualcuno si aspettasse un film molto triste si sbaglierebbe perché no, non lo è, e qui è l’aspetto straordinario. Al contrario, almeno a tratti è divertentissimo. Macabro, nemmeno. Beh, forse un pochino. Henry viene da una famiglia ebrea di New York, dopotutto. Indubbiamente scava nelle emozioni più forti, ma è attraversato interamente da quell’ironia che mi è così cara, che non dissacra ma allevia, entra più profondamente dentro e graffia quel tanto che basta perché la verità delle emozioni possa colpirti, ma senza ferire. Affrontando a viso aperto la violenza di alcune delle cose che ci devastano il cuore, perché possiamo parlarne se le accogliamo, e sorriderne significa accoglierle. Purché in quel sorriso ci sia tutta l’intensità possibile, perché è denso il nostro sentire, e deve esserlo, è giusto che lo sia.

E’ spiritoso, commovente, tenero, caldo, affettuoso.
Dicono che l’amore è puro e generoso. Non è vero. E’ meschino ed egoista. Ti volevo nello studio con me perché non riuscivo a concepire niente di meglio che averti vicino. Quello che volevi tu, che sognavi tu, io non volevo ascoltarlo. E poi, tuo fratello. Perché? Che razza di Dio, che razza di mondo è questo? E’ solo una stramaledetta truffa. Il dolore, dicono che poi passa. Stronzate. Non tenerti la rabbia dentro, dicono. Lasciala andare. Ti ucciderà. Fanculo, dico io. La rabbia è l’unica cosa che mi hanno lasciato. La rabbia è il mio rifugio, il mio scudo. La rabbia è il mio diritto di nascita.

E’ quello spazio tra il cuore e lo stomaco, tra la realtà e la trasfigurazione, tra la poesia e l’esistente, tra la vita come vorremmo che fosse e quella che è, che non è necessariamente peggiore, solo diversa. Il resto sta a noi. Cosa faresti se sapessi che ti resta poco da vivere? Cercherei il modo di essere felice. E allora perché non lo fai?
Non sono concetti nuovi, anzi. Si accompagnano da sempre ai pensieri che non possiamo fare a meno di avere sulla temporaneità del nostro esserci. Ma sono espressi in un modo che li senti vivi, ti ci picchi, combatti davvero contro quello che ti impedisce di portarli nella tua vita. Sono carne e sangue, sono nostri come difficilmente li sentiamo quando ci scivoliamo sopra intravedendo con occhi distratti una delle infinite citazioni sul non lasciarsi vivere.
Sulla mia lapide ci sarà scritto, Henry Altmann, 1951 trattino 2014. Non ci avevo mai pensato prima, ma non sono le date che contano. E’ il trattino.

Per otto giorni, Henry Altmann non si arrabbiò mai, neanche una volta. Tranne che proprio alla fine, quando disse alla morte di andare a farsi f..re. Poi riportò i suoi pensieri sulle cose che amava, e levò le ancore.
E’ un’accettazione senza resa, quella faticosa dolcezza che si conquista attraversando tutto il resto. Difficile togliermi dalla testa l’idea che tu sapessi fin troppo bene di cosa stavi parlando. Non avevi ancora risposte sicure, ma in cuor tuo sapevi. Comprese le ceneri nell’acqua, e magari anche tu odiavi l’idea, ma in fondo era l’unico modo di non separarti mai del tutto dalla terra.

 Perdonate quello che può apparire come uno spoiler, ma in realtà non lo è, perché non è la fine che conta, quella la si conosce fin da subito. Mi è venuto spontaneo utilizzare la seconda persona, rivolgermi a Robin direttamente, mi succede spesso, ma nelle recensioni di solito cambio, almeno quando le inserisco qui. Questa volta, ho deciso di lasciarla com’era. Il regista è Phil Alden Robinson, di cui non ho visto altri film. Sharon è Mila Kunis, Aaron Altmann (il fratello) è Peter Dinklage, la moglie è Melissa Leo, tutti molto intensi secondo me, ma non sono in grado di dare giudizi “tecnici”. Nota: le traduzioni sono mie, ho solo la versione inglese del film quindi non conosco i dialoghi italiani del doppiaggio.

66.The Face of Love

Un film (di Arie Sodin, 2013) per alcuni aspetti inquietante, c’è chi lo ha trovato noioso in alcuni punti e tuttavia è rimasto alla fine con un sapore dolce, io potrei dire il contrario. In diversi momenti non si riesce molto bene a capire dove voglia andare a parare, ma non mi sono mai annoiata. Il gusto che mi ha lasciato però è piuttosto amarognolo. Mi ha coinvolta forse più per ragioni personali che per veri e propri meriti suoi. Lo consiglierei? Sì, penso di sì, tutto sommato. Gli ingredienti potrebbero essere quelli di un thriller psicologico, in realtà resta un film psicologico con alcuni elementi degli antichi melodrammi. Un amore perfetto, la morte dell’uomo, la vedova Nikki che non sa darsi pace, dice di non voler vivere nel passato, ma di fatto non riesce a fare altro, fino a quando non incontra un uomo che è il sosia preciso del marito. Lo contatta, se ne innamora ma non riesce a dirgli la verità, e allontana da sé le due persone che più potrebbero rendersi conto della somiglianza e cercare di capire cosa stia succedendo: la figlia Summer e il vicino Roger, vecchio amico del marito e che però vorrebbe a sua volta con  Nikki un rapporto che andasse al di là della semplice amicizia.

Potete vederlo a questo link e mi fa particolare piacere segnalarlo perché è stato fatto un lavoro di sottotitolatura in italiano, credo a titolo del tutto amatoriale, ma a me è sembrato piuttosto ben fatto.

Finora ho parlato più dei punti deboli del film che dei suoi punti di forza. La storia è comunque coinvolgente, sarà che il tema del doppio ha sempre il suo fascino e credo anche che sia facile immedesimarsi nelle emozioni legate alla perdita, al ricordo, alla difficoltà di andare avanti. Annette Bening riesce a trovare un equilibrio tutt’altro che facile tra emozioni contrastanti, il suo sguardo è di volta in volta luminoso, dolente, perso altrove senza mai scadere nell’eccesso. Ed Harris (Garrett/Tom) ha il compito ancora più complesso di dar vita a due uomini identici nell’aspetto ma diversi per temperamento e quasi sempre è all’altezza. Roger è una figura di secondo piano, probabilmente il personaggio avrebbe potuto essere meglio sviluppato dandogli un ruolo più definito, non sembra aggiungere molto al film di per sé; tuttavia, Robin entra nella sua pelle con la naturalezza e l’empatia che sono una sua prerogativa. Ci restituisce il ritratto di un uomo solo, molto leale sia pure a modo suo, corteggiatore assiduo e discreto, che cerca in Nikki non tanto la passione, quanto il reciproco conforto e sostegno per due persone che hanno un vissuto simile (anche lui è vedovo), e tuttavia vive con amarezza e una buona dose di irritazione l’ingresso dell'”altro uomo” nella sua vita. I momenti di ironia, di rabbia, di tristezza, di gioia e di dolore sono armonizzati in modo da rendere quella che in fondo, pur nel suo essere un caso “estremo”, può essere nient’altro che una delle infinite possibili vicende, una vita con le sue risate, le sue meraviglie, le sue sorprese, l’inaspettato e la tragedia, e il modo che ognuno può avere di riprendere il filo e ritrovarsi.

65. The Butler

Certo che adesso qualunque film con Robin io guardi mi commuove, anche, ma non solo, perché ci stiamo avvicinando agli ultimi. Leggevo ieri l’articolo di una giornalista che diceva che metà degli intervistatori odiava Robin e particolarmente i suoi ruoli sullo schermo perché faceva sempre l’uomo-bambino o altrimenti l’uomo che parlava con i bambini. Era il 2002. Non ho mai avuto questa impressione. Era difficile fargli domande, è noto, perché prendeva in mano le sue interviste e ne faceva spettacoli. Ma a chi sapeva ascoltare, diceva di sé più di quanto si sarebbe ottenuto con una filza di domande, e mi pare che la maggior parte dei suoi interlocutori lo sapesse benissimo. Aveva interpretato tra gli altri (non in quest’ordine) un proto-nazista, un ebreo polacco, un profugo russo, un insegnante, diversi ruoli da medico e psicanalista (uno gli era valso l’Oscar), un bancario, un pompiere, un venditore d’auto e un omosessuale. Il cliché era sempre in agguato e forse certe persone non hanno cambiato idea nemmeno dopo Insomnia, perché chi ha bisogno di limitare una persona complessa a un singolo aspetto lo farà sempre e probabilmente lo avrà fatto anche dopo questo film di Lee Daniels del 2013, in cui Robin aveva una piccola parte, quella del presidente americano “Ike” Eisenhower. Il protagonista è il grande (per me, s’intende) Forest Whitaker. Giovani entrambi avevano lavorato insieme in Good Morning Vietnam e si sono ritrovati qui in un certo senso a parti invertite, con Robin a fare da spalla. Un’anima eccezionale, lo ha definito Whitaker. E certo non c’è stata una volta in cui si sia tirato indietro perché il ruolo era troppo poco significativo e anche quando era lui il protagonista trovava sempre il modo di mettere in risalto gli altri membri del cast più di se stesso. Moltissimi giovani attori gli devono tanto e l’invidia, benché ci scherzasse sopra a proposito degli Oscar, era come se neanche sapesse cos’era. Così dall’inizio alla fine ha recitato da protagonista, da comprimario, da spalla e anche con parti che erano poco più che camei, come in questo caso, in cui pure riesce a dare, un un film del resto bellissimo e acclamato, un suo significativo contributo, come il primo Presidente che abbia mai “messo la faccia” per i diritti dei neri. Questione che gli stava molto a cuore, come tutte quelle in cui venivano in considerazione i diritti delle persone.

Il film, dicevo, mi piace moltissimo. Molti lo conosceranno, è la storia di quest’uomo, Cecil nato nei campi di cotone, che si trova a fare il maggiordomo in ambienti sempre più elevati fino ad arrivare alla Casa Bianca, sullo sfondo della battaglie per i diritti dei neri. Il conflitto padre-figlio tra Cecil e il suo primogenito Louis ha risvolti anche nel diverso modo dei due di intendere il proprio posto nel mondo e la propria partecipazione agli eventi, mentre le piccole storie, come si suol dire, si incrociano con la grande storia: Martin Luther King, i Freedom Bus, i posti nei ristoranti per i “colored”, Kennedy… Davvero un film che merita, toccante, ben fatto, con una bellissima storia.

64. The Big Wedding

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Ripristiniamo finalmente la tradizionale Recensione del lunedì (che forse dovrei intitolare Robin’s Monday, o qualcosa del genere, visto che anche finiti i film, di Robin Williams avrei ragioni per parlare anche per le prossime vite, se me le concedessero). By the way, che è il modo di introdurre qualcosa che c’entra poco, ma è da tempo che io, rivedendo la satira di Robin su Reagan e Bush, cerco di immaginarmi quella che farebbe su Trump. A volte mi pare di riuscirci. Intelligente, difficilmente offensiva oltre i limiti del buon gusto ma mai politicamente corretta (e va detto a onor del vero, nessuno lo ha mai ostracizzato per questo – forse non potevano permetterselo, peraltro), talvolta sottilissima, sempre tagliente, certo incisa nel personale dolore di troppe cose che non avrebbe condiviso, anche se forse non se ne sarebbe troppo stupito.

Immagino che questo film (regia di Justin Zackham) faccia parte di quelli che gli estimatori di Bob De Niro rifuggono (quasi) come la peste, in quanto commediole poco decorose per un attore della sua levatura. la critica lo ha doverosamente stroncato. Io ho visto per il momento pochissime scene (i miei estimatori intuiranno facilmente quali, potete trovarle qui e qui in inglese) e mi è venuta voglia di vedere tutto il film che in ogni caso mi sarei procurata sicuramente. So già che non sarà un capolavoro, ma a parte il fatto che comunque mi sembra sia pur moderatamente carino, devo completare la collezione 🙂

La trama: Don (Robert De Niro) e Ellie (Diane Keaton) hanno avuto due figli biologici, Lyla e Jared, e uno adottivo Alejandro, prima di divorziare. Quando Alejandro si fidanza con una ragazza di famiglia cattolica molto tradizionalista, chiede ai genitori adottivi di fingere di essere ancora sposati. Tantopiù che anche la sua madre biologica è una fervente cattolica e parteciperà al matrimonio. Don and Ellie accettano anche se nel frattempo Don sta con la migliore amica di Ellie, Bebe (Susan Sarandon). Anche Lyla e Jared hanno i loro problemi sentimentali e da quello che ho capito (anche dall’intervista di Robin) tutte le dinamiche di questi ex-partner, nuovi partner e legami vari sono alla base del film. Robin interpreta Father Monighan, e anche se è poco più di un cameo, mi fa sorridere come sempre (quando vuole far sorridere, ché qualunque emozione voglia far provare, con me ci riesce invariabilmente).

Ok, il film di lunedì prossimo è infinitamente meglio, ne sono consapevole (anche se non rivelo il titolo) 🙂

63. Stage Left: A Story of Theater in San Francisco

Stasera sono esausta anche se sto riprendendo a essere felice. Il mio piccolo soffre già di nostalgia preventiva e chissà, forse un po’ anch’io. Forse sono questi i momenti in cui si rischia di sbandare, perché la malinconia è un sentimento prezioso ma va riconosciuta e arginata.

Mi viene molto bene stasera di dover parlare di questo documentario del 2011 (di Austin Forbord) cui Robin ha preso parte, a quanto ho potuto vedere, in maniera marginale, il che mi consente di non soffermarmi troppo. Al tempo stesso, è legatissimo a San Francisco (parlando di coincidenze… proprio in questo momento… non è una mia scelta, visto che sto andando in ordine rigorosamente cronologico). Infatti si parla appunto della storia del suo teatro dal 1952 al 2010. Storia alla quale Robin ha dato invece un contributo tutt’altro che marginale. Una storia di sperimentazione, di innovazione, di superamento di muri e convenzioni, di teatro fuori dal teatro, di pensiero senza confini, che ha reso la città un terreno fertile per qualcosa che non ha termini di paragone al di fuori di questo luogo e che forse non sarà neanche più riproducibile (per quanto, speriamo il contrario!). E’ il clima di cui Robin si è nutrito, quello in cui ha imparato a osare, a mettersi in gioco completamente, a non avere paura di esagerare, mantenendo al tempo stesso un contatto fortissimo con il mondo circostante e le sue contraddizioni, letto con la sua considerevole intelligenza e la sua personale sensibilità.

Stasera ho ricevuto una email alla quale tenevo molto, il contenuto non è proprio quello che speravo, ma mi sono state date molte idee di luoghi importanti da visitare (inclusi i club in cui così spesso Robin ha creato le sue meraviglie improvvisate e reso indimenticabile la serata di amici, conoscenti, pubblico e persone incontrate per caso).

Qui c’è il link a uno spezzone, se aveste voglia di farvi un’idea: Stage Left. La voce narrante è di Marga Gomez.

– 6 Sensi di viaggio

Puoi restare fermo, immobile e attendere che l’ombra diventi un sottile bordo nero e lentamente si sposti, si giri attorno, si accorci, si nasconda sotto i tuoi piedi, quasi a scomparire, poi si riaffacci per allungarsi verso oriente fino a svanire stringendosi nel buio. Oppure muoverti, farla impazzire con cambi repentini, con passi zigzaganti, salendo e scendendo lungo i sentieri e le strade.

[…]

Il viaggio nasce nella testa, matura, ma per esistere ha bisogno di assorbire linfa attraverso i sensi, toccare, sentire, annusare, assaggiare. Quello mentale è un sogno, non un viaggio. Puoi deciderne i tempi, le condizioni, i ritmi, le pause. Non sollecita i sensi. Il viaggio, quello vero, ti fa sopportare caldi inebrianti e freddi carichi d’oblio, patire venti indiscreti, godere del primo tepore di un’alba. Non sempre decidi tu dove fermarti, dove dormire, quando dormire. Nel viaggio mentale non c’è neppure bisogno di riposare.

[…]

Ecco perché il viaggio mentale non è viaggio. Perché è solitario per natura e non per scelta o per mancanza di scelta, perché è fatto di nessun saluto, e il saluto ti avvicina a ciò che ti è caro, perché non ha attese negli aeroporti.

[…]

L’immagine di cento fiammelle in equilibrio su piccole lampade ricavate da lattine usate, che illuminano appena le bancarelle del mercato di Bohicon. Il viola malinconico delle Dolomiti quando il giorno le abbandona. I mille volti della sabbia del deserto, pronti a tradire la tua memoria a ogni battito di ciglia del sole. Era rosa quella duna, un attimo fa. Ora è gialla, ma basta distrarsi un attimo e diverrà grigia.

Il dilatarsi angosciante e tenero del cielo sulla savana, il rosso che rincorre il blu per poi cedere entrambi al silenzio della notte, nera come il cuore del papavero.

Quali occhi ha la mente? Come può vedere tutto questo? Può inventarlo? Sì, può, ma solo dopo averlo visto accadere.

 Sei giorni alla partenza e sono pur sempre immersa nella normalità, nel consuetudinario. Lavoro, faccio letti, preparo da mangiare, stiro, lavoro, scrivo: tutte attività tendenzialmente quotidiane. Il viaggio appartiene ancora alla dimensione del sogno, benché cominci a sentirne la concretezza, come quando tieni in mano una stoffa che ancora non è tua, per saggiarne la consistenza, le cuciture, verificare che faccia per te, non solo il colore, ma il tessuto, l’intreccio, l’orlo, l’armonizzazione di tutti gli elementi nel risultato finale. Lentamente, così, il sogno si avvicina al reale e impercettibilmente comincia a modificarlo essendone, al tempo stesso, modificato.

Marco Aime è sicuramente uno dei miei scrittori preferiti, da tempi ormai anche abbastanza lontani: mi trovai per caso ad ascoltare una sua conferenza al Museo delle Culture del Mondo, al Castello d’Albertis di Genova, senza averne mai (lo ammetto) sentito parlare prima. Una di quelle decisioni dell’ultimo minuto, ché l’idea di prendersi del tempo incontra sempre un po’ di resistenza. L’argomento mi interessava, ma le cose da fare si accavallavano. Avevo già visitato il museo, forse era il momento di tornare a casa. Già che ero lì, però, tanto valeva dare un’occhiata. Dopo cinque minuti, sapevo che sarei rimasta ad ascoltarlo per ore.

Io sono timida, meno di un tempo ma pur sempre in misura considerevole. Quindi avrete un’idea del fascino che il suo racconto ha esercitato su di me se vi dico che alla fine della conferenza mi sono fermata a chiedergli, diretta e senza troppi giri di parole, se potevo presentare un suo libro nell’ambito delle attività di Bookcrossing a cui allora partecipavo. Un’altra di quelle cose che si fanno d’istinto, appena ti vengono in mente, senza lasciarti il tempo di cambiare idea. In seguito ho saputo che Aime, professore universitario, antropologo, viaggiatore, scrittore, ospite regolare di conferenze, co-sceneggiatore di spettacoli teatrali, a Genova è una specie di istituzione (per quanto dubito che lui si definirebbe così: è un altro che tende all’understatement, quando si tratta di sé, e una persona estremamente alla mano, tanto che in quell’occasione non ci pensò due volte e mi disse subito di sì).

La presentazione è stata uno dei momenti più belli della mia vita, e ha riguardato questo libro Sensi di Viaggio, che ancora tengo caro, con tutti i bigliettini infilati allora per ricordarmi i punti che mi avevano colpito di più, con le mie note, con il suo autografo. Mi sono documentata talmente tanto su antropologia, viaggi, scienze sociali, che alla fine dal pubblico qualcuno mi ha chiesto se fossi anch’io un’antropologa. Non è che voglia imbrodarmi, ma credetemi che di poche cose vado così tanto orgogliosa, a distanza di anni.

Visto che da tempo ho interrotto la rubrica La Lettrice della Domenica, perché in questo momento, purtroppo, leggo pochissimo (o meglio, leggo moltissimo, ma non libri), e visto che oggi è, appunto, domenica, valeva la pena di postare qualche citazione da questo libro tanto amato, che è anche uno di quelli che sicuramente mi porterò dietro in viaggio. I suoi racconti mi terranno compagnia, mi sembrerà quasi di sentire gli odori di Wasso, intravedere gli dei che ci si fermano ad ascoltare la musica e guardano gli uomini giocare a owari e le donne danzare, mi parrà di entrare nella via degli aquiloni a Jaipur, percorrere la Gola della Nariz del Diable dove si arrampica a zigzag il trenino che in Ecuador collega la piana di Guayaquil con il paese di Alausi, a 2600 metri di quota. E tutto questo mentre in realtà respiro odori diversi, ascolto altri suoni, guardo e tocco e gusto cose che non c’entrano con il racconto.  Perché è vero che il viaggio può diventare racconto, spesso spinge a un altro viaggio, ma un racconto non è un viaggio. L’importante è che gli odori, i sapori, i suoni non siano quelli di sempre, quelli di casa. Lasciare che la nostra ombra cambi, in modo da accorgerci di ciò che in noi stessi è cambiato. Quanti volti ci sono nella tua stanza? Se hai viaggiato, nello specchio non vedrai solo la tua immagine, ma il tuo volto arricchito dalle tracce degli incontri e dei percorsi.