Film 1922 – The Pest e The Prisoner of Zenda

Un frammento di un film più lungo (forse andato perduto, da quanto ho capito) in cui Stan Laurel, alle prese con un cane che non vuole lasciarlo uscire di casa, si traveste da cane a sua volta ma rischia di finire… nella rete degli accalappiacani. Non sono riuscita a trovare altre parti del film, che pure apparentemente dovrebbero esserci. Questa comunque è molto divertente. Anche la regia era di Stan Laurel, il quale già da circa un decennio era noto come comico prima di incontrare Oliver Hardy.

The Prisoner of Zenda è una delle varie versioni tratte dall’omonimo romanzo d’avventure scritto da Anthony Hope nel 1894. In questo caso la regia è di Rex Ingram, che aveva in precedenza diretto The Four Horsemen of the Apocalypse (I quattro cavalieri dell’apocalisse) con Rodolfo (Rudolph) Valentino. Quando avevo parlato di quello, avevo anche inserito una breve biografia di Ingram.

The Prisoner of Zenda ha come protagonisti Lewis Stone, davvero un bel tipo, capelli precocemente ingrigiti ma viso interessante e recitazione niente male, e Alice Terry, bella e aggraziata. Meno efficace secondo me Stuart Holmes nel ruolo del Duca “nero” Michael, ma forse è solo che all’epoca i malvagi dovevano apparire tali senza dubbi di sorta, e le perfide smorfie erano requisito essenziale (a tratti sono talmente accentuate da apparire buffe). Troppo svenevole Barbara La Marr nel ruolo di Antoinette, amante del Duca, ma anche lì, lo erano quasi tutte, ai tempi. Ramon Novarro in un ruolo secondario sarebbe in seguito succeduto a Rodolfo Valentino come latin lover in vari film, qui è uno degli scagnozzi del duca, ma come cattivo non è granché credibile.

Il film è ambientato in un immaginario regno, presumibilmente in Europa Orientale, Ruritania, alle prese con problemi di successione al trono. Quello che dovrebbe essere il legittimo sovrano, Rudolph, è debole e alcolizzato, e suo fratello trama nell’ombra per prendere il suo posto.

Quando il futuro re viene prima drogato e poi rapito, l’arrivo inatteso di un cugino inglese della casata, Rudolph Rassendyl, che è il perfetto sosia dell’altro Rudolph, sembra un dono del destino per sventare i piani del malvagio Michael. Un Rassendyl un po’ recalcitrante prende infatti il posto del re all’incoronazione, ma rischia di prendere il suo posto anche nel cuore della bella principessa Flavia, che per ragioni di stato dovrebbe sposare re Rudolph, benché non le piaccia molto. Rudolph Rassendyl, che è molto più deciso e virile, le piace invece eccome.

Nel frattempo sia Rassendyl che re Rudolph rischiano di finire vittime dei loschi piani del truce Michael…

Un buon film, non all’altezza del miglior Ingram, si dice, in effetti è in alcuni momenti forse un po’ troppo lungo, e benché all’epoca avesse ricevuto nel complesso recensioni positive, è stato criticato tra l’altro per una ragione curiosa per un film muto, il fatto cioè che si “parlasse troppo”. E devo dire che è un po’ spiazzante in effetti “vedere” questo ampio dispiegamento di dialoghi che non si sentono e non sono neanche, in buona parte, riportati nelle didascalie.

Consiglierei anche di mettere a zero il volume della musica, è di una monotonia da fare spavento, rasenta l’ossessione, forse più che di musica si potrebbe parlare di una sorta di accompagnamento ritmico che dopo un po’ diventa davvero fastidioso.

A parte questi che sono tutto sommato difettucci, è un bel film, l’avventura e la suspence non mancano e ho scoperto due attori, Stone e Alice Terry, ma in particolare il primo, che non conoscevo per niente e che valeva invece la pena di conoscere.

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#Film 1921 – The Four Horsemen of the Apocalypse / I quattro cavalieri dell’apocalisse

Ho finito The Four Horsemen of the Apocalypse, avevo anticipato qualcosa qui, ma come accennavo è molto lungo (beh, non esageratamente, ma comunque quasi tre ore) e non sono riuscita a vederlo tutto in una volta. Ho energia da vendere ma non ho ancora trovato un allunga-giornate, se qualcuno ha idea di dove procurarsene uno…

Comunque.

Il film – diretto da Rex Ingram e basato su un romanzo spagnolo di Vicente Blasco Ibañez – ha due anime, si potrebbe dire, un po’ come il suo protagonista Julio. La prima anima è quella sensuale, che si rivela soprattutto nella (celeberrima, mi si dice) scena del tango. “Rudolph” Valentino esprime tutte le sue potenzialità di latin lover d’antan, circondandosi di fanciulle piacenti e disponibili, fumando come un turco e più in generale assumendo pose da malandrino affascinante. Julio è nipote di un proprietario terriero argentino, Madariaga, “il Centauro”, che non si sa come è riuscito a essere molto popolare tra i suoi lavoranti e tra la gente del luogo. Madariaga ha due figlie, una delle quali ha sposato un tedesco, mentre l’altro genero è francese. Il primo ha tre figli maschi, il secondo un figlio, Julio appunto, e una figlia. Madariaga ha una spiccata preferenza per il francese, e con ragione, come si vedrà. Inoltre adora Julio nonostante (o proprio per) la sua dissolutezza.

Alla morte di Madariaga, la famiglia si divide: grazie all’eredità, la parte “tedesca” torna nel Paese d’origine del padre, il quale vuole che i suoi figli possano “beneficiare della superiore cultura” tedesca e assorbirne i valori. La sua arroganza e presunzione si sono assolutamente trasmesse a tutti i figli, che sembrano tutti sue fotocopie.

La parte “francese” si reca invece a Parigi, dove Julio, il figlio maschio, si dà come e più di prima alla bella vita. A un certo punto però si innamora della bella Marguerite Laurier, una donna sposata: il matrimonio è stato combinato, con un uomo gentile ma più vecchio di lei. Lui le accorda anche il divorzio e tutto potrebbe andare per il meglio, ma scoppia la guerra e qui il film rivela in tutta la sua pienezza la seconda anima di cui dicevo, prima solo accennata, diventando fieramente antimilitarista, al punto di essere noto come il primo vero film contro la guerra della storia. Benché il fatto che il bel Julio in un primo momento approfitti del fatto di essere cittadino straniero per non arruolarsi sia visto con una certa riprovazione. L’amore non mancherà di cambiarlo (il ruolo di Marguerite è chiaro: deve far sì che il suo innamorato diventi un altro uomo, ma poi, essendo nel frattempo il marito [ex?] rimasto invalido, dovrà restare con lui per un “bisogno di espiazione” che Julio in quanto uomo non potrebbe capire. Ma non lo capisco neanch’io, in effetti, per quanto il povero Laurier sia senz’altro un personaggio amabile).

La divisione tra le due famiglie si approfondisce ulteriormente, trovandosi a combattere su due fronti diversi. I soldati tedeschi invadono il castello del francese sulla Marna. Il peggiore di tutti è il generale, che si fa servire, si tiene ben lontano dal conflitto e dà ai suoi un pessimo esempio (e qui caspita, una bella critica alle gerarchie militari!). Tutti sbevazzano, giocano e vorrebbero anche violentargli la figlia, al che lui si ribella, rischiando la vita e salvandosi miracolosamente in seguito a un capovolgimento di fronte, quando i Tedeschi vengono ricacciati indietro. Il cugino è tra gli occupanti ma non sa far altro che consigliargli di subire: “è la guerra”, gli dice. Nel frattempo il figliol prodigo Julio si redime, decidendo di difendere il Paese di suo padre e dimostrando coraggio e altruismo. Una necessità, a quel punto, per difendersi; ma pur sempre un male. Il padre Marcelo non può fare a meno di essere orgoglioso del figlio, ma al tempo stesso sa bene, dopo tutto quello che ha visto (“sono stato all’inferno”, dirà), che il “suo ragazzo” non sa assolutamente nulla di quello che dovrà affrontare. La condanna della guerra di conquista, d’altra parte, è fortissima e senza appello.

La venuta dei Quattro Cavalieri – Conquista, appunto, Guerra, “in tutto il suo orrore”, Pestilenza, “carica delle squame della Carestia”, e infine Morte – è predetta da una sorta di strano profeta che potrebbe anche essere lo stesso Gesù Cristo, così sembrerebbe dal finale, in cui i cavalieri sono finalmente allontanati, ma già si è consapevoli che non sarà per sempre. Torneranno.

Il film mi ha colpito molto per la capacità di coinvolgere lo spettatore in vari modi, commuovendo e talvolta divertendo o tenendo alta la tensione, ma più di ogni cosa per una capacità spiccatissima di cogliere i nessi tra eventi, idee e situazioni. Nessi che non erano così evidenti ai contemporanei e che agli occhi di un osservatore acuto diventano segni leggibili. Ciò che ha portato alla Prima Guerra Mondiale ha condotto anche alla Seconda, che a quel tempo non avrebbe potuto essere prevista. E invece lo è stata.

Ancora più notevole è il fatto che la storia sia tratta praticamente senza modifiche dal romanzo di Ibañez, che è del 1916. Alla fine del romanzo Marcelo Desnoyers, giunto ormai alla conclusione che non esista giustizia e il mondo sia governato dal caso, ha una visione dei quattro cavalieri pronti a calpestare la terra ancora una volta. E questo, considerato che la Prima Guerra in cui il protagonista del romanzo aveva perso la vita non era ancora neanche conclusa al momento dell’uscita del libro, somiglia davvero a una profezia.

Il libro di Ibañez, tradotto e uscito in America nel 1919, era diventato immediatamente un bestseller, e The Four Horsemen of the Apocalypse ha avuto un successo incredibile, non solo commerciale (superando addirittura gli incassi del Monello, che pure aveva a sua volta avuto un impatto enorme), ma anche culturale, con una forte influenza sull’opinione pubblica.

Rex ingram, regista nato a Dublino nel 1892, si chiamava in origine Reginald Ingram Montgomery Hitchcock e aveva un fratello che aveva combattuto nella Grande Guerra. Emigrato negli Stati Uniti prima dei vent’anni, fu attore e poi sceneggiatore e produttore, oltre che regista. Aveva però in precedenza studiato scultura e sarebbe poi tornato a questa passione – e alla scrittura – dopo l’avvento del sonoro, abbandonando il cinema. Le sue tematiche legate all’illusione, al sogno, alla magia e al surreale hanno avuto un’influenza profonda e Ingram è stato considerato tra i più grandi del tempo, secondo solo a David Griffith. David Lean ha detto di dovergli molto. La sua carriera iniziò però il declino quando il suo amore per il bizzarro e l’esoterico cominciarono a prendergli un po’ troppo la mano. La scena dei Quattro Cavalieri lanciati al galoppo è considerata forse il miglior esempio di questa fantasia macabra. Per i tempi mi pare davvero splendida. Mi ha ricordato le visioni di Perry nel magnifico The Fisher King di Terry Gilliam, che avevo recensito a suo tempo e per il quale ho un amore che cresce con gli anni. E se pensate che The Four Horsemen è in bianco e nero… Ingram è il regista anche, tra gli altri, del Prigioniero di Zenda  e di Scaramouche.

The Four Horsemen of the Apocalypse

Sto guardando The Four Horsemen of the Apocalypse (I quattro cavalieri dell’Apocalisse, regia di Rex Ingram): sembra quasi un film di propaganda da questa prima mezz’ora, ma è sorprendente per me, nella mia ignoranza, una propaganda così smaccatamente antitedesca e con riferimenti molto precisi all’arroganza di chi crede in una “cultura superiore”. Il film è del 1921 e per il momento la vicenda si svolge prima della Grande Guerra. Ricordo bene il Professore, ossia il “nazista ante litteram” del film The Secret Agent (ambientato addirittura a fine Ottocento), ma tutto sommato, nonostante Nietzsche, pensavo fosse una sorta di anacronismo o comunque un personaggio molto particolare e in qualche modo letto “col senno di poi”. Pensavo che magari certe idee esistessero ma fossero limitate ad ambienti molto ristretti. The Four Horsemen però è stato girato in un periodo in cui Hitler era ancora un emerito sconosciuto eppure questo personaggio altezzoso e convinto della propria superiorità sembra in qualche modo rappresentare il “Tedesco per antonomasia”, almeno nella concezione del regista, che evidentemente non era un’idea isolata.

A parte questo, il film ha consacrato al successo un allora ignoto Rodolfo Valentino, e in generale  ve ne parlerò più diffusamente se riuscirò a finire di vederlo (è lungherrimo!)