Robin’s Monday – Sotto le rocce: del lato oscuro dei comici

Oh, certo che i comici hanno un lato oscuro, perché voglio dire, lo guardano in faccia. Nel processo di creazione della comicità devi essere profondamente onesto. E nel farlo, scopri che esiste un altro lato. Occasionalmente, vai a scavare sotto le rocce, per trovare materiale per far ridere. Ma è sempre la faccenda del clown triste? No. Però trovo che i comici siano persone molto oneste, nel senso di guardare al materiale dai due lati, anzi, da tutti i latiUna volta ho accettato di essere su una copertina di… credo fosse Newsweek, per il loro numero sull’uso di droghe. E quando il tipo mi fa: “quindi, ti capita di essere depresso?” io dico “Beh, sì, a volte sono triste“.

E così, d’improvviso mi trovo etichettato come maniaco-depressivo. E io pensavo, uhm, è una condizione clinica? Io non sono così. Il mio stile è a volte sovreccitato? Sì. Sono sempre sovreccitato? No. Mi capita di essere triste? Ma certo. È una cosa che fa male? Oh sì, molto male. Colpisce duro, come credo succeda a tutti noi, qualche volta. Guardi il mondo intorno a te e pensi, “Ehi, basta, stop, fermatevi!”. E poi in altri momenti guardi e pensi, “Dai, tutto sommato è ok“.

(Robin Williams)

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Robin’s Monday –

Per una volta non pubblicherò una citazione, uno spettacolo o un’intervista di Robin, ma il riassunto (la “sinossi”) con cui ho presentato e penso di presentare ancora, a editori e concorsi, il libro che ho scritto su di lui, perché terrei a sapere cosa ne pensate, essendo un po’ il biglietto da visita di questo scritto per me particolarmente importante.

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Il ribelle gentile non è propriamente un romanzo. Il suo protagonista è Robin Williams, un uomo reale e anche ben conosciuto, tuttavia, come ho voluto chiaramente premettere nell’introduzione, non è neanche un libro biografico. L’ho pensato come un cammino, un viaggio alla ricerca del filo che lega il suo percorso al mio e forse a quello di molti di noi. Nonostante le ricerche accurate, sono consapevole che quello di cui ho scritto è in buona parte il “mio” Robin Williams. Come il personaggio di un romanzo, mi serve per esplorare emozioni, costruire i miei principi, trovare un modo possibile di guardare il mondo, scavando nelle mie emozioni e però anche uscendo da me, utilizzando uno sguardo diverso. Per questo il libro ha la forma di una lettera, scrivo per me, ma mi rivolgo, come in un dialogo, all’uomo che da sempre è il mio modello di riferimento. Al tempo stesso, mi sono resa conto che tantissime persone hanno vissuto questa profonda identificazione, ancor più di quanto normalmente avvenga con qualunque personaggio pubblico. Ho idea che al di là dei miei particolari sentimenti per lui, Robin abbia espresso con non comune intensità qualcosa in cui tutti possono rispecchiarsi: un’esigenza di profonda onestà con sé stessi, il coraggio di cercarsi al di là della paura, e una ferma volontà, unita a una notevole capacità, di descrivere l’umanità in tutti i suoi aspetti, compresi i peggiori, ma facendo sì che fossero i migliori a mostrarsi in tutta la loro luce.

Robin era un poeta, un cantastorie, un pensatore, un uomo eclettico, dalla personalità molto forte, sfaccettata e poliedrica, uno spirito libero, che non ha mai avuto paura di dire quello che pensava, né di esprimere opinioni distanti dal comune modo di vedere, ma lo faceva con tale grazia, con una tale sensibilità di fondo da poter essere spietato senza offendere (quasi) mai.  Da qui il titolo che ho dato al libro, che spero sia tanto difficile da definire quanto il suo protagonista. La sua straordinaria intelligenza è forse uno dei lati di cui si parla meno, ma uno sguardo acuto e un cuore grande danno vita a un modo di osservare il mondo al tempo stesso non convenzionale, intimo ed estremamente interessante.

Il libro è diviso in otto capitoli. Sono partita dalla sua morte, per poi dedicarmi ai vari periodi della sua vita, per raccontare, attraverso le sue vicende personali, la sua attività artistica, i suoi pensieri e le sue emozioni, il modo in cui ha finito per influenzare così fortemente le mie scelte e il mio modo di essere, fino a una conclusione che non può che essere  aperta, perché la mia ricerca è tutt’altro che finita.

Robin’s Monday – Blank on Blank – Robin Williams on masks

http://blankonblank.org/interviews/robin-williams-masks-comedy-sex/
C’è questa intervista trasformata in cartone animato che io adoro, poi certo, si parla del 2020, avrai 70 anni dice l’interlocutore a Robin, dimenticatevene. La chiacchierata è un’assoluta delizia, qualunque eventuale malinconia scompare subito.
Ieri pensavo, perché questo tremito delle labbra, che dovrebbe voler dire che sono pronta a scrivere qualcosa che c’entri com le mie emozioni, quando le parole ci sono, sì, ma sono disordinate, si agitano in un caos che gira a vuoto? Ma ho capito che devo offrirmi alle parole come si offre il corpo all’amore, lasciando che le cose accadano, accogliendo senza troppo affannarsi a “fare” a tutti i costi qualcosa. In un mondo ideale, intendo, perché la natura, che di certe cose se ne capisce, l’aveva pensata mica male, poi l’essere umano complica, pare creato apposta per complicare le cose; ma insomma, tornando a noi, aspetto le parole, e tutto mi pare frutto di questa forza gentile, l’attesa, le parole, tutte le cose che vanno al loro posto, e l’accettazione di quelle che restano in disordine. Sono attesti rovesci, leggevo oggi, e si parlava di pioggia, ma bisogna fare attenzione anche ai rovesci di fortuna, e a quelli dello stomaco. D’altra parte, ci sono le cose che vanno rovesciate per scoprirne il vero senso. Forse anche sensi che vanno rovesciati per trovare le cose. Ma io che faccio qui? Coltivo i tuoi dubbi e i tuoi pensieri, ti guardo e mi sento persa, e mica voglio ritrovarmi, sai. Sto benissimo così.

Flying together as one

This is the English version of this article (and part of the book I’m writing on Robin Williams)

Questa è la versione inglese di questo articolo (e parte del mio libro su Robin Williams).

Flying together as one

So you’ve come into my dreams at last. I knew it was just a matter of time, although I seldom remember them, and when I do, lately, it’s usually in a vague, hazy way. Yet that night’s dream was so clear, one of those in which when you wake up you have to refocus for a moment, realize what’s actually reality, and what is not. A dream that was so gentle, so graceful, I might say, that I felt a touch sad when I woke up, but at the same time, it got across its sweet taste throughout my day, giving me more determination, stronger desire and passion for everything I’m doing and going to do.

It’s the sense of taking care of things; of walking, at the slow pace of the sun and of air, that very road you’ve been guiding me on for so long. It’s the feeling of your fingers wrapped around mine, the tenderness that protects me from cold weather, your making a home of any place, your being a haven for ships yet to come and for those that are going to leave again. It’s the ability to turn yourself into silence to listen to the world, and into words to understand it. It’s the hand that fills with a light but solid presence, the derangement of when you change your course so as not to betray the sea. It’s the shiver, given by fear, but not without a sort of secret happiness, of one who’s suspended on a wire, several meters above the earth, and now and then takes an acrobatic jump between the objective reality of things and the poetry of instants. Because for me, you’ve always been there, and always caught me in perfect time for the terror of the void to make way for the magic of flying together as one.

Something on my father

I lost my father so early, you know, before he had time to know me, even to meet me, almost. I’ve learnt something about him, much later; he was a bit like you himself; you had in common a certain amount of vulnerability intensified by events, the empty space that remains in the soul when one doesn’t surrender to the cruelty of the world, and yet cannot evade it, and faces it in one’s own way. No doubt, your way has given more to you and to many others, but the root of the suffering was not so distant.

What impressed me about you was the exceptional way in which you managed to make points of strength and resilience of all that might have been, and perhaps had been, the exact opposite. Reasons for defensiveness became a motive to deeply connect with others, of what risked to be a constriction, you’ve made material to build stronger wings and fly more freely. You turned your shyness into the ability to give yourself up entirely, with no defenses or reservations; your loneliness and need for affection into the ability to love beyond measure; the need for the approval of others into an urge always to give your best and never to settle for less than that; the pain into understanding of the suffering of others. And into a desire to laugh and make others laugh, not like a clown, not at all. Not in the least. Never a clown, always a man, through and through.

My father used to write, like myself. This similarity, which goes beyond the fact that I never spoke to him, that I don’t even remember seeing him, although it happened, at an age of which, unfortunately, memory is later lost without remedy, took me by surprise, and moved me deeply.

I thought of his pictures, in which his face looks so sweet, after all he’d been through. Not so long ago, thinking of you, I was talking of mildness, of how it is conquered at the cost of fighting harshly against ourselves, in order not to give in to the temptation of seeing only the worst aspects of the world and of the people as “reality”. Mildness demands greater sacrifice and an infinitely stronger character than the prevailing “hard-core” approach, for which the human race may as well die out, which sees everywhere cities to be destroyed and sowed with salt, and enemies to be made responsible for our own barbarism, and for which anything that brings joy is an evil to be rooted out at all costs.
My father fought in the Indochina war.
My father always remained the sweet person he was. Was this true? In the pictures, his face is sweet. There are only a few, because it was him who took pictures, usually. Especially of my mother, a lot, she has not wanted to be photographed that way anymore, since then. At most, you can manage to snitch a few shots, while he photographed her always and she smiles in all of those pictures.
Yes, I think he remained sweet, in spite of it all. In spite of his “monsters”, which he tried to defeat as he could, because nobody knew how to treat certain diseases at the time. Not even now, maybe. And they were not even “his”monsters. They had sneaked into him, burnt into his skin like the wounds and blights he’d surely seen, in the people he was fighting against as well as in his mates.
I’ve little more than this, of him. Images of a few serene moments, of him looking tenderly at me. And a few details I had almost to force out of my mother’s mouth, one by one, ruthlessly. Was it necessary?
Yes, it was.
Because she was afraid, for me. Afraid that the disease that tormented him was not just due to the war, and that I had it in myself as well: she trembled every time I “stepped out of line” a little, resented even the slightest rebellion, and I didn’t know why.
She has not done that for a long time, now. Now we are both aware that whatever his monsters may have been, he has taken them with himself, and has left to me only the joy of being alive, the determination to fight and be happy and spread smile around, as far as I can. With a constant and yet almost gentle pain, like a shadow that makes light softer, gives it volume and substance and meaning.

When I hear someone listing the reasons why giving birth to a child should be a mistake, in today’s world or in the world of fifty, a hundred or a thousand years ago, it doesn’t matter, I smile,  and think that life to me has been an opportunity that my father decided to give me, knowing that it would be no bed of roses, but he strongly wanted me. He gave me a name reminding of the Country he came from, although he had at least a reason to hate it, and yet he still loved it, even against himself, who knows, seeing as it was him who had decided to leave. Maybe it’s because of him, of my father, that I’ve learnt to love English as if it was another home. It has given me my job, has become part of my life, and later a way to get closer to you, to your voice, in all meanings of the word. It’s because of him that I decided I would be a translator, to connect two worlds, two languages, two cultures, both of which belong to me. I don’t need to feel divided, I’m lucky enough to believe only in the kind of boundaries that can be freely crossed using words and memories.

But if I’ve kept pursuing the dream of giving, through words, a part of myself, it’s because of you.

This is an extract from the English version of my book on Robin Williams. He is the “you” I’m writing to, as I’ve always felt so close to him and he has influenced my life and thoughts like no one else.

My way

Bellezza, affetto, buona cucina, meraviglia, tutte le cose che hai amato di più. Ti ricordo a modo mio, ricordo la gioia di vivere, che lo so che ti è stata in parte strappata via,  ma so anche che non ti sei mai arreso e hai celebrato la vita, l’amore e le risate fino all’ultimo. Alla tristezza ci pensano già in tanti, io voglio onorare le infinite, immense vite che hai vissuto, e questo mio vederti ovunque, viverti in ogni vita, amarti in ogni amore. L’importante è ricordare sempre,  pensarti sempre, perché come te cercherò sempre di camminare sulla mia strada, ma la mia strada è la tua.