LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – dodicesima puntata

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II

Nei giorni successivi oltrepassarono numerose piccole rapide, ma di rado ostruite da rocce, e tutte praticabili senza troppi rischi.
L’ormai ben noto trio di flagelli – zanzare, moscerini e cactus – continuava a tormentarli come una nuova versione delle piaghe d’Egitto. Gli uomini erano esausti, Lewis cercava di rinfrancarli come poteva, anche, talvolta, aiutandoli a condurre le canoe: aveva imparato a pagaiare in maniera quasi accettabile, per usare le loro parole.
Oltrepassarono un punto in cui compatte rocce calcaree chiudevano nuovamente il corso d’acqua in uno strettissimo corridoio. Osservandole, Lewis ne ammirò la bellezza: al taglio, rivelavano un colore blu profondo con venature simili a quelle del marmo, mentre alla luce si illuminavano di un azzurro più chiaro. Con tutto ciò, non rendevano il passaggio più facile.
Se non altro, tutto ormai indicava quasi con certezza che Clark aveva avuto ragione: i Nativi li avevano scorti da lontano e avevano usato il fuoco per dare l’allarme a distanza, fuggendo poi verso l’interno. Clark aveva infatti trovato, durante una ricognizione, tracce di fuochi recenti e orme di un cavallo risalenti probabilmente a quattro o cinque giorni addietro. Gli Indiani avevano probabilmente udito qualche sparo, e creduto di avere a che fare con una tribù nemica, ma non potevano essere lontani, e questa era una splendida notizia, pur con tutte le cautele del caso. Clark aveva lasciato alcuni oggetti e altri segni per far loro sapere che le loro intenzioni non erano ostili.
La Spedizione, insomma, stava procedendo sulla strada giusta, il che era un conforto non da poco, unito al fatto, rifletté Lewis, che se gli Indiani potevano sostentarsi in queste montagne con gli scarni mezzi di cui disponevano, di certo avrebbero potuto farlo anche loro.
Tuttavia, benché la notizia li avesse rasserenati alquanto, procedevano comunque molto lentamente: era la fine di luglio, il caldo era torrido, la corrente del fiume fortissima, e il costante sforzo per vincerla li stremava. Uno degli uomini si era malamente ferito a un braccio, un altro si era procurato uno stiramento ai muscoli della schiena scivolando e cadendo all’indietro sulla murata della canoa; Charbonneau si era slogato una caviglia; tutti avevano bolle e tumefazioni su varie parti del corpo, oltre ai piedi gonfi a doloranti per i tagli delle spine di cactus.
Lo stesso Clark era tornato dalla ricognizione affaticato e febbricitante, dopo aver trascorso, come disse a Lewis, una notte tremenda: febbre alta, brividi, dolori costanti in tutti i muscoli.
Se non avessero trovato presto dei cavalli, Lewis temeva che il successo del viaggio ne sarebbe stato gravemente compromesso. Erano ormai varie centinaia di miglia all’interno di un territorio che si faceva sempre più inospitale. La selvaggina iniziava a scarseggiare, e mancava loro qualunque informazione riguardo all’estensione della catena montuosa, al punto in cui poteva essere meno difficile attraversarla, alla direzione in cui poteva trovarsi un ramo navigabile del fiume e anche, trovandone uno, quale fosse la probabilità di potersi costruire delle canoe utilizzabili a quello scopo.
Lewis aveva somministrato a Clark un medicinale, gli aveva raccomandato di bagnare i piedi in acqua calda, oltre che, naturalmente, di riposare e l’aveva lasciato alle cure di Sacagawea, che di certo se ne sarebbe occupata meglio di quanto avrebbe potuto fare egli stesso.
«Qui mi hanno catturata», disse la ragazza.
«Proprio qui dove c’è il nostro campo?»
«Sì. Esattamente in questo punto».
La sua voce era perfettamente tranquilla, pareva quasi priva di emozioni. I suoi occhi, però, raccontavano un’altra storia: erano gli occhi di un puledro, un essere nobile, benché spaventato e ferito, al quale il dolore non aveva spento né l’anelito di libertà, né la sua natura generosa. Lewis aveva creduto di provare compassione per lei, ma era qualcosa di molto più profondo e complesso. Sacagawea aveva superato prove dalle quali molti sarebbero usciti stremati; e mentre era chiaro che non era abituata a dare alcuna importanza a sé stessa e a nulla di ciò che faceva, senza che se ne accorgesse ogni movimento, ogni sguardo risplendeva della sua forza e del suo coraggio. Lewis avrebbe scommesso qualunque cosa che era stata lei a sostenere tutti gli altri nei giorni difficili della prigionia, e che anche questo suo ruolo era stato accettato come un dato di fatto, senza alcun riconoscimento o gratitudine.
Per scacciare pensieri che ancora una volta rischiavano di farsi pericolosi, e ritenendo di essere ormai vicinissimo al punto dove il Missouri si divideva in tre diramazioni, Lewis si avviò da solo su per uno dei bracci del fiume, e presto trovò un’alta roccia, dalla cui cima poté avere una perfetta visuale dell’area circostante.
Per tutta la distanza raggiungibile con lo sguardo, il fiume attraversava un vasto prato, verde e dolce, e nel suo corso serpeggiava creando vari torrenti, il maggiore dei quali attraversava le colline sulla sinistra, e un’altra grande e magnifica cascata. Una serie di cime dall’aspetto curiosamente scabro e diseguale cingeva da vicino quello splendido luogo, e al di là di queste, in lontananza, si scorgevano le vette innevate di un’altra catena di monti più elevati ancora. Se davvero quelle erano le porte dell’inferno, di certo era un inferno di straordinaria bellezza.
Lewis ridiscese e attraversò il fiume in un tratto in cui scorreva in mezzo alla foresta e dove, ancora una volta, poté scorgere decine di castori intenti a costruire grandi dighe nelle aree paludose del fiume.
Fu per evitarle che Lewis si diresse verso un altopiano a una certa distanza, che non raggiunse se non dopo parecchio tempo e con grande difficoltà, immerso nel fango fino alla cintura.
Sperava di riunirsi agli altri, ma i cespugli erano così fitti, il fiume tanto tortuoso e i fondali ostruiti dalle dighe dei castori che era impossibile vedere qualcosa.
Sparò un colpo con la pistola. Nulla. Nessun segno di risposta. Lewis non era troppo in ansia, ma neppure del tutto tranquillo.
Essendo ormai quasi buio, si preparò comunque a trascorrere la notte da solo. Accese un fuoco, raccolse alcune fronde di salici per farne un giaciglio e si assicurò un’ottima cena grazia a un’anatra imprudentemente approdata sulla spiaggia. Infine, si dispose a cercare il punto migliore dove combattere le zanzare per il resto del tempo.
Fortunatamente, il fuoco restò acceso per tutta la notte, che, benché freddina, fu abbastanza confortevole, tutto sommato, zanzare a parte.
A un certo punto, doveva essersi addormentato profondamente, per almeno un’ora o due, perché quando aprì gli occhi, vicino al giaciglio trovò alcune bacche di amelanchier, dei mirtilli e alcune radici di camas.  Nessuna traccia di animali o persone. Potevano essere state portate lì da qualche roditore, ma ne dubitava. C’era qualcuno sull’isola? E quale scopo aveva nel mettergli accanto quelle provviste senza svegliarlo?
Al mattino scoprì che Clark aveva proseguito con le canoe e si era accampato su un’isola a non più di due miglia da dove si trovava lui, tuttavia non aveva udito il suo sparo, né il suo grido. Lewis non gli disse nulla del cibo trovato vicino al giaciglio; evidentemente non lo aveva messo lui, ed egli non intendeva allarmarlo, né rivelare un’azione apparentemente senza importanza, che pareva tuttavia averne molta per chi si era preso tutto quel disturbo per compierla.
Il cibo, del resto, lo aveva anche mangiato, ed era certo che il suo buon amico Clark lo avrebbe sgridato aspramente per quell’imprudenza; ma non lo aveva fatto senza riflettere. Se si trattava di un Nativo, come il tipo di dono gli dava ragione di credere – oltre al fatto che nessun bianco avrebbe saputo arrivare fin lì e allontanarsi senza lasciare tracce – non aveva alcun motivo di avvelenarlo, non era una loro abitudine e avrebbero avuto diverse occasioni migliori per ucciderlo in cento altri modi. Per cui, aveva concluso che c’era una sola spiegazione possibile, e al momento era molto meglio che la tenesse per sé.

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – DECIMA PUNTATA

V

Finalmente, anche l’ultimo bagaglio era stato portato via. In quel mattino di metà luglio, sotto un cielo limpido e di fronte al fiume che scorreva tranquillo, Lewis salutò l’accampamento dell’ultimo mese e mezzo con uno strano miscuglio di emozioni. Sollievo, certamente. Quella sfiancante parentesi di semi-immobilità si era protratta fin troppo a lungo. Ma dopotutto, l’accampamento era stato la casa di tutto il gruppo per quasi cinquanta giorni, e all’eccitazione per il capitolo del viaggio che stava per iniziare si accompagnava un curioso senso di malinconia per quello che era appena finito.
Uno degli uomini che avrebbe dovuto essere assegnato alle canoe stava male, per cui Lewis mandò Charbonneau al suo posto e si avviò via terra e con l’infermo, sdraiato su una rudimentale portantina, e con Sacagawea, che lo avrebbe aiutato a prendersene cura.
Camminarono in silenzio per un tratto. Di tanto in tanto, la ragazza si fermava a raccogliere certe piante che crescevano in abbondanza nella zona: grindelia, violaciocca, lattuga azzurra, liquerizia selvatica. Forse, quello era un argomento di cui potevano parlare anche senza l’intermediazione di Drouillard.
«Cosa farai con quelle»? Chiese Lewis, cercando di aiutarsi con qualche gesto. «cibo?».
«Medicina», rispose la ragazza, continuando a separare un tipo di pianta dall’altra. «Faranno bene al vostro uomo che è malato. Curano i crampi allo stomaco».
«Chi ti ha insegnato queste cose?», domandò ancora Lewis.
«Mia madre», disse lei, senza alzare gli occhi.
«Anche mia madre sa molte cose delle piante. Le ha imparate dai Nativi che vivevano vicino a noi, e le ha insegnate a me».
Una nitidissima immagine gli si presentò alla mente. Un inverno in Georgia, doveva avere non più di otto o nove anni. Neve e nebbia, l’uggiolare impaziente dei cani, la notte che svaniva in una luce diafana che si faceva alba, e poi giorno, ma senza che uscisse fuori il sole. Il pretesto della caccia, per poi più che altro raccogliere erbe da portare a sua madre, e intanto osservare ogni pietra, ogni impronta, ogni foglia. Era sempre stata la passione della sua vita, conoscere luoghi, fauna, flora, persone, lingue.
Con stupore, si rese conto tuttavia che l’interesse che provava per Sacagawea aveva una natura assai più personale. Voleva conoscere la sua storia perché la sentiva, in qualche modo, curiosamente vicina.
Gran parte delle donne che aveva conosciuto erano vanesie, superficiali, intente solo a conquistare un buon partito per sé o per le figlie. Era, dopotutto, ciò che la società si aspettava da loro. Ma quello che lui desiderava era una donna dotata di dolcezza e capacità di comprensione, ma anche forza d’animo, determinazione, coraggio: gli aspetti che più aveva amato in sua madre, e che rivedeva in Sacagawea. Scacciò quel pensiero.
«Questo è il momento di raccontarmi la tua storia», disse alla ragazza. «Da quando sei nata a quando ci siamo incontrati».
«È una storia come tante altre», disse lei. «Non è interessante. So di avere vissuto finora diciassette inverni, più o meno, ma non so che luna era quando sono nata».
«Tutte le storie sono interessanti», rispose Lewis. «Se non sai in che luna sei nata, scegli tu quella che preferisci». Lei lo fissò intensamente per qualche momento, prima di riprendere a parlare.
«Il periodo dell’anno che mi è sempre piaciuto di più è quello in cui si scioglie la neve, quando fiorisce la sagittaria, o testa-di-freccia, e poi la fritillaria, e il lupino argenteo, il giglio delle valli, il fior-di-luna e l’euforbia, o neve-sulle-montagne. Vorrei essere nata in quel tempo, nella luna delle oche che depositano le uova o nella luna dei nidi, quelli che voi chiamate mesi di aprile e maggio. E voi, quando siete nato?».
«In agosto, la luna del raccolto».
«È una buona luna anche quella», disse la ragazza.
«So che stiamo passando vicino al posto in cui vivevi da bambina, immagino l’emozione che provi, spero che non ti rattristi troppo».
Sacagawea fece un piccolo movimento con le spalle e abbassò gli occhi.
«Ci spostavamo continuamente. Sono nata qui, ma avrebbe potuto essere anche molto lontano. Le persone con cui sono cresciuta non sono più qui da tanto tempo».
«Com’era la tua vita, nel villaggio?»
«Più o meno come dagli Hidatsa. Era una vita pericolosa. Nella stagione fredda, qui sulle montagne non si trova più niente, né animali da cacciare, né radici o bacche, e avevamo sempre fame. Così ci spostavano verso le pianure, dove avevamo tanti nemici. Ma appena le nevi si scioglievano, preparavamo tutto e ce ne tornavamo tra le montagne. Pensavamo di essere al sicuro».
«E poi cosa è successo?», chiese Lewis. La ragazza rimase in silenzio per un po’, poi riprese: «Gli Hidatsa ci hanno trovati. I nostri cacciatori li avevano visti, e siamo scappati tutti nei boschi, oltre il fiume, ma loro ci hanno trovati. Avevano i fucili. Noi non abbiamo fucili. Così gli Hidatsa venivano, rubavano i nostri cavalli, portavano via le ragazze.
Mi ero nascosta dietro una roccia, poi sentii mia madre gridare. “Prendi il tuo fratellino”, mi disse, e io lo cercai, lo presi in braccio, ma continuavo a sentire gli spari. C’era un odore… un odore di sangue. Ho cercato di dimenticare quell’odore e non ci sono mai riuscita. Qualcuno mi urlò di scappare, e io corsi, ma non sapevo proprio dove andare. Due uomini mi afferrarono e io cercai di lottare, ma non servì a niente. Mi strapparono mio fratello dalle braccia, e io mi coprii il viso con le mani, per non vederlo morire».
Lewis era visibilmente scosso. Non solo per la drammaticità degli eventi, ma per come lei li raccontava, con voce quasi piatta… no, piatta non era la parola giusta. Piuttosto, con la rassegnazione di chi sa che quelle cose sono sempre accadute, sono semplicemente fatti ordinari della vita. Eppure a lui il suo dolore arrivava come una punta di freccia nel petto.
«Mi dispiace tanto», disse. Parole inadeguate, ma le uniche che riuscisse a dire. «Se preferisci non parlarne, lo capisco».
«No, va bene. Volevo dimenticare, ma adesso, raccontarlo a voi, va bene. Ero molto triste, allora, avevo chiesto al Grande Spirito di farmi morire. Ma adesso sono qui, e vuol dire che le cose dovevano andare in questo modo».
Lewis annuì e Sacagawea continuò il suo racconto.
«Vidi una donna che conoscevo, un’amica di mia madre. La vidi cadere, aveva un buco rosso nel petto grande come un salmone e da quel buco continuava a uscire sangue, e allora capii che era morta e che non avrei mai più visto né mia madre, né i miei fratelli e le mie sorelle. Mi portarono via, con le mie amiche Kimama, Cha’risa e Haiwee e altre ragazze. Camminammo per tanti, tanti giorni, e io ricordo ogni montagna e ogni fiume, ogni foresta e ogni pianura, ogni curva e ogni pietra. Avrei potuto tornare a casa, se volevo, ma non era per questo. Guardavo e basta.
Gli Hidatsa parlavano una lingua diversa dalla nostra, e non li capivo. Non riuscivano a pronunciare certi suoni, e così mi cambiarono il nome, per questo sono diventata Sacagawea, la Donna Uccello. Ma io non sono un uccello, non so volare. Pensavo che non avrei mai lasciato il loro villaggio, e invece…» fece un piccolo sorriso e aprì le braccia. «Invece», concluse, «adesso viaggio insieme a voi, e mi sembra di volare».
Lo guardò con un leggero sorriso, poi guardò l’acqua del fiume, e Lewis trasalì. Gli occhi della ragazza avevano un’espressione del tutto diversa dal solito, persino un diverso colore, o così gli parve. Per i canoni di bellezza classici, Sacagawea era troppo robusta, aveva la pelle troppo scura, capelli troppo neri e le mani ruvide di chi ha passato tutta la sua vita a fare lavori pesanti. Eppure, proprio per quelle stesse ragioni, si sorprese a pensare, cominciava a trovarla più attraente di qualunque ragazza avesse mai conosciuto.
Quando i suoi occhi si illuminavano di interesse per qualcosa, il suo sguardo intenso sembrava contenere la curiosità ingenua dei bambini che guardano il mondo con lo stupore della prima volta e insieme una saggezza antica, legata alla natura e alla terra, ma anche a storie millenarie che appartenevano all’umanità intera.
«Parlami dei nomi che date alle piante nella lingua snake», disse, per tornare su un terreno meno pericoloso. «Testa-di-freccia, dicevi, e neve-sulle-montagne, e fior-di-luna. Sono nomi molto belli».
Così per il resto del tempo parlarono dei nomi indiani delle piante, e poi degli animali: bia’isa, il lupo, biagwi’yaa’, l’aquila, e tutti gli altri uccelli, e le volpi, gli orsi, e poi le stelle, e il tuono, la voce del Grande Spirito che parla dalle nuvole. Lewis cercava di pronunciare le parole nella lingua snake, e spesso, quando sbagliava, sorridevano entrambi.
Nessuno prima di allora aveva mai pensato che Sacagawea sapesse qualcosa che valesse la pena di imparare.
Lewis aveva con sé il suo quaderno, e mentre lei parlava, annotava tutto. Ogni tanto la fermava: «Aspetta, vai più piano, non riesco a scrivere così in fretta».
«Perché scrivete tutto?», gli chiese.
«Per ricordare», rispose lui.
«E perché volete ricordare?», domandò ancora lei.
«Più cose imparo di questa terra, più mi sento a casa».
Lei pensò che era un uomo molto strano, diverso da chiunque avesse mai conosciuto. E subito dopo pensò che le piaceva, e sentiva persino di somigliargli, in qualche modo.
C’erano molte cose che le piacevano, del signor Lewis. Spesso aiutava i suoi uomini, lavorava con loro o remava nelle canoe. Amava guardare le sue mani sulla pagaia, le nocche strette intorno al manico, la goccia di sudore che scendeva sulle sue sopracciglia, aggrottate per la concentrazione; quel segno che gli arrivava fino al naso e creava una specie di ombra, facendolo sembrare ancora più lungo di quel che era; tra lui e gli altri uomini non c’era solo rispetto. Si volevano bene. Lui era il capo, e anche se non era un guerriero, era il più coraggioso di tutti: non aveva paura di quella terra per lui sconosciuta, non aveva paura dell’ira del cielo e del fiume, né degli animali feroci. Aveva gli occhi di un uomo a cui il posto dov’è non basta mai, e cerca sempre qualcosa che si trova da un’altra parte; ma era anche saggio, e quando curava i malati, sembrava proprio un uomo di medicina. Meriwether Lewis, l’uomo dal nome che sembrava indiano, l’uomo che portava il tempo buono, che rasserenava il cielo.
Guardò il fiume per ritrovare un equilibrio, un contatto con gli Antenati e con le storie che erano scritte nella tela del Grande Spirito da sempre. La sua strada era tracciata dalla nascita, c’erano già le sue orme, prima ancora che vi camminasse sopra; e sebbene avesse già visto che quella strada poteva prendere direzioni impreviste, di certo le sue orme e quelle di Lewis non erano destinate a unirsi in nessun modo. Eppure…
Aveva fiducia in lui, come non ne aveva mai avuta in nessuno, a parte forse sua madre. Strano. Perché si fidava di lui? Non avrebbe saputo dirlo, ma era così.

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – ottava puntata

III

La pioggia battente aveva picchiato con particolare tenacia nelle prime ore del mattino. Quando il tempo si schiarì, Lewis decise di andare a dare un’occhiata a un’altra delle cascate che Clark aveva visto nel corso delle ultime ricognizioni.
Raggiunta la gola tra le colline in cui passava il fiume, fu sorpreso da violente raffiche di vento e da un impetuoso acquazzone. La luce livida dei lampi si diffondeva nella vallata come un presagio, seguita dal fragore dei tuoni, che diffondevano tutt’intorno un’eco plumbea e sinistra. Come se non bastasse, iniziò a grandinare, a chicchi grossi come noci.
Lewis si rifugiò in uno stretto canale, riparato da grosse pietre, e si accinse ad aspettare che la furia degli elementi si quietasse.
Dopo mezzora, la calma era tornata, ma lui era inzuppato fino al midollo. D’altra parte, non era tipo da scoraggiarsi per così poco: ci sarebbe voluto ben altro a farlo desistere dal suo proposito di vedere la cascata.
La natura sembrava aver disteso su quella zona una mano particolarmente generosa, tanto nei suoi aspetti più incantevoli e riposanti per lo sguardo, quanto per quelli più selvaggi e spietati. Non c’era stato un solo giorno in cui egli non avesse posato lo sguardo su scenari magnifici, o assistito ad avvenimenti fuori dal comune.
La cascata rientrava a buon diritto tra quei prodigi: il fiume precipitava da rocce perpendicolari di tale altezza da far venire le vertigini. L’acqua, gelida e profondissima, e di una trasparenza cristallina, ribolliva con forza immensa al di sopra di un’ampia distesa di erba verdissima, fertile e ricca delle più varie specie di arbusti, alberi, fiori e uccelli.
Lewis rimase a contemplare quella visione per diverso tempo, prima di rendersi conto di essere ancora completamente fradicio e semicongelato e decidere di tornare infine all’accampamento.
Clark era ancora fuori, con il suo piccolo gruppetto di esplorazione, e gli uomini erano un po’ inquieti. Lewis cercò di rassicurarli, benché neppure lui fosse del tutto tranquillo. Quasi sicuramente era stato rallentato dal terreno fradicio e fangoso, che si attaccava alle ruote come colla, rendendo impossibile proseguire senza fermarsi ogni pochi minuti a ripulirle.

«Mi piace camminare», disse Sacagawea.
Clark sorrise.
«Anche a me», disse.
«Non lo sapevo, prima», proseguì la ragazza. «Quando ero al villaggio, sia quello dove sono nata, sia quello di Toussaint, camminavamo sempre tanto, per giorni e giorni, ma era per cercare cibo o per scappare… non era una bella cosa. Ma adesso mi piace. Molto più che stare ferma».
Era una strana sensazione, guardava i suoi piedi, le impronte, che lasciavano, e pensava agli antenati che forse avevano lasciato le loro impronte in tempi antichi. Ma lei era lì ora, percorreva quelle strade in quel preciso momento. Ciascun fiume, ciascun sentiero aveva i suoi odori, la sua musica, e lei sapeva riconoscerli, distinguerli dagli odori e dai suoni di ogni altro fiume e ogni altro sentiero. Era quella la felicità? Quando era bambina, capitava in certi momenti del giorno che lo scintillio d’argento del sole sul fiume Lemhi si fermasse sulle sue mani: l’acqua diventava luce, e la luce acqua. Durava solo un istante e non si poteva trattenere, ma era bellissimo, se lo ricordava ancora.
Da diversi giorni erano in viaggio, Clark e il suo servo nero York, oltre a Toussaint e a lei, per trasportare il carico della Spedizione attraverso le cascate: un passaggio strettissimo, scosceso e accidentato che i bianchi chiamavano portage e che, più che seguire, stavano costruendo centimetro per centimetro.
Quella mattina, rendendosi conto che le condizioni del terreno rendevano impossibile continuare il trasporto, Clark aveva deciso di tornare al campo per completare certi appunti presi diversi giorni prima.
Man mano che si avvicinavano alle cascate, però, il cielo si era sempre più scurito e gonfiato di pioggia. Verso mezzogiorno, era così nero che sembrava notte.
Presto cominciò a scendere una debole acquerugiola, subito seguita da un vero e proprio torrente d’acqua e grandine, un muro anzi, che precipitando sul fiume formava onde gigantesche. I flutti trascinavano via con sé tutto quello che trovavano sul loro passaggio, alberi e rocce come fossero ramoscelli e sassolini. Per quanto si guardassero intorno, quel muro liquido li inseguiva, li minacciava ovunque, dal cielo, dal fiume e da ogni lato, incalzato dal vento che soffiava con forza crescente di minuto in minuto; era come se avesse un’anima, e quell’anima fosse loro nemica.
«Arrampichiamoci su per la collina», disse Clark. Aveva nella mano sinistra la pistola e il sacchetto delle munizioni, mentre con la destra cercava di aiutarsi a salire su per la collina e di tanto in tanto spingeva Sacagawea, che aveva il bambino in braccio.
A un tratto, la ragazza sentì Toussaint afferrarle la mano. Tremava, e non si capiva bene se cercava di proteggerla o di farsi trascinare; forse tutte e due le cose. Sacagawea pensò che sarebbero morti. Toussaint non sapeva neanche nuotare.
Per un attimo, ebbe la tentazione di lasciarsi andare. Non avrebbe sentito più niente. Non più botte, ricordi che non voleva, malattie, paura. Si sarebbe riunita agli Antenati, parte di tutto. Ma loro l’avrebbero voluta con sé? Sentì la presa di Toussaint scivolare via, lui si sforzava di continuare a tenerla, ma non ce la faceva più. L’acqua arrivava loro ai fianchi, rendendo difficilissimo procedere. Saliva e saliva, una parete liquida di quattro metri che li attraeva a sé con violenza formidabile, verso l’immensa cascata, dove cadere avrebbe significato morte certa.
«Sacagawea!», gridò Clark. «Tieniti forte alle mie braccia. Vi tiro su io, te e il piccolo». Era preoccupato, per lei e per il bambino. Devo farmi forza, pensò. Per Pomp, e forse non solo per lui.
Toussaint perse la pistola e il sacchetto delle munizioni, il suo corno e il tomahawk, Clark l’ombrello e la bussola, ma in qualche modo, un po’ per fortuna, un po’ grazie alla tenacia di Clark e Sacagawea, riuscirono ad arrivare tutti sani e salvi sulla cima dell’altopiano. Gli occhi di Clark si illuminarono di gioia, vedendoli tutti al sicuro.
Buona parte dei loro vestiti, però, oltre all’imbracatura che legava Pomp, erano stati trascinati via dalla corrente. Sacagawea e Pomp tremavano di freddo.
«Dobbiamo tornare subito al campo», disse Clark alla ragazza. «Sei ancora debole e non voglio che ti ammali di nuovo».
Quando finalmente arrivarono, Clark diede a tutti del whisky.
«Servirà a scaldarci, e anche un po’ a riprenderci dallo spavento», disse. «Abbiamo corso un bel rischio».
«Mia moglie non beve», disse Toussaint.
«Oh, sì che beve», rispose Clark. «Oggi beve. Se la fa stare meglio, state certo che svuoterò tutte le nostre scorte di whisky».
Sacagawea nascose una risatina coprendosi la bocca con la mano. Forse non era solo il whisky, ma si sentiva davvero molto, molto meglio.

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – sesta puntata

CAPITOLO III – Aprile – giugno 1805

I

Nella luna in cui i caprioli mettono le corna, dicembre per i bianchi, i membri della Spedizione e gli Hidatsa del Dakota avevano danzato tutti insieme per la prima volta. I bianchi avevano voluto festeggiare il completamento del loro forte e una cosa che chiamavano Natale, un giorno in cui il loro Dio rinasceva ogni anno. Lewis e Clark avevano chiamato l’accampamento Forte Mandan, in onore dei loro vicini, appartenenti alla nazione Mandan del Popolo degli Uomini. I capi della nazione erano stati molto contenti di questo.
La sera prima di partire danzarono ancora una volta tutti insieme, per salutarsi: gli Hidatsa suonarono i loro tamburi e i bianchi i loro strumenti, che chiamavano violino e fisarmonica. Si divertirono molto, e anche se Sacagawea non poteva partecipare, le fece piacere guardarli, con il suo piccolo in braccio.
Era la luna della selvaggina, altrimenti detta mese di aprile, quando il Corpo di Spedizione riprese il fiume, con la chiatta e un paio di piccole canoe. Non era certo la flotta di Colombo o di James Cook, ma la gioia che Lewis provò non era in nulla inferiore a quella dei suoi ben più illustri predecessori. Di fronte a loro si estendeva un territorio di oltre tremila chilometri, di cui non sapevano niente. Paesaggi, piante, animali, popoli, pericoli, opportunità: tutto nuovo, come se fossero venuti al mondo solo allora. Lewis non era mai stato così felice.
Al gruppo si erano aggiunti tre nuovi membri: l’interprete Toussaint Charbonneau, sua moglie Sacagawea e il piccolo Pomp, che non aveva più di due lune, ma già viaggiava, sia pure legato strettamente alla schiena della sua mamma.
In più di un’occasione dovettero pagaiare contro la corrente, a volte disincagliare le canoe dalle rive sabbiose e poco profonde.
Risero insieme per i buffi animaletti che qualche volta gli Hidatsa catturavano per mangiarli: i bianchi li chiamarono “cani della prateria”, anche se non somigliavano a nessun cane che Sacagawea avesse mai visto; e si stupirono delle immense mandrie di bisonti che correvano, delle loro cariche e della loro grande forza.
Qualche volta, Clark passava a salutare Pomp e quando poteva si fermava a giocare un po’ con lui.
Il vento era quasi sempre favorevole, almeno al mattino: spesso i bianchi alzavano sulle canoe dei teli di stoffa che chiamavano vele, e che le facevano andare più veloci.
Attraversarono terre fertili, con ampie vallate, ricoperte di boschi di pioppi e salici e cespugli di rose selvatiche. Il tempo era ancora abbastanza mutevole, spesso nel corso della giornata Il vento aumentava di forza all’improvviso. Talvolta nevicava o gelava addirittura; eppure, la vegetazione continuava e essere rigogliosa, la selvaggina abbondante, era primavera nonostante tutto. «Questo tempo per noi è la luna della semina», spiegò Sacagawea a Lewis. «La chiamiamo anche luna dei nidi, perché è in questa stagione che gli uccelli si accoppiano».
Il fiume si faceva man mano più tortuoso, stretto tra rive di terra e fango che talvolta, sotto le raffiche improvvise, cadevano in acqua, formando dei vortici che sembravano pronti a inghiottire le fragili canoe da un momento all’altro.
Fu in una di quelle circostanze che il cambio repentino del tempo rischiò di causare la perdita di alcuni dei più preziosi strumenti della Spedizione, oltre a diversi altri oggetti da cui poteva addirittura dipendere il successo o l’insuccesso dell’impresa.
Al timone di una delle barche avrebbe dovuto esserci Drouillard, ma per qualche ragione era stato sostituito da Toussaint Charbonneau. Per colmo di sfortuna, sia Lewis che Clark si trovavano sulla riva in quel momento, circostanza che praticamente non si verificava mai.
Charbonneau non sapeva nuotare, detestava anzi l’acqua, e in simili frangenti si era più volte dimostrato un inutile fascio di nervi. Quando il natante minacciò di ribaltarsi si fece prendere dal panico e sbagliò completamente la manovra. La violenza del vento strappò il braccio della vela dalle mani dell’uomo che lo teneva. Subito la canoa si inclinò ad angolo retto e si sarebbe capovolta completamente se non fosse stato per la resistenza degli uomini ai remi.
Lewis e Clark spararono diversi colpi dalla riva, ma nessuno, in quel frastuono, poteva udirli. Per un momento, Lewis dimenticò ogni cosa tranne la necessità di salvare la barca. Posò la pistola e la borsa con i proiettili e prese a slacciarsi la giacca.
«Che diavolo intendete fare?», chiese Clark. «Non starete pensando di raggiungere la canoa, spero! È a quasi trecento metri da noi, l’acqua è gelida e nemmeno una barca è in grado di resistere alla forza della corrente e all’altezza delle onde, immaginatevi un uomo a nuoto. Sarebbe un suicidio!».
«Se perdiamo quella barca, la mia vita non varrà molto», disse Lewis.
«Credetemi», ribatté Clark, «servirete ancora meno da morto. È un’idea folle e completamente inutile».
Lewis si rese conto che l’amico aveva ragione. Charbonneau sulla barca continuava a invocare il Signore, del tutto ignaro che nessun dio aiuta chi non fa niente per aiutare sé stesso.
Per fortuna, uno degli uomini sulla canoa, prese in mano la situazione. Fu necessario arrivare al punto di puntare la pistola direttamente contro Charbonneau e minacciarlo di sparargli là per là, ma finalmente questi si rimise al lavoro. Gli altri uomini gettarono fuori bordo l’acqua che era entrata nella barca e remarono fino a portarla abbastanza vicino alla riva da poterla svuotare del carico.
Un paio di giorni dopo, una volta asciugato il materiale recuperato dalla barca, Lewis fece un inventario delle perdite: alcuni medicinali, parte del cibo e una certa quantità di polvere da sparo; ma tutto sommato, avrebbe potuto andare molto peggio. Tutti quanti, incluso lo stesso Charbonneau, sia pure non spontaneamente, avevano unito le forze per salvare tutto quello che potevano. Ma al contrario del marito, come Lewis riportò nei suoi diari, Sacagawea aveva mostrato lo stesso coraggio, la stessa forza d’animo e determinazione di tutti gli altri uomini che si trovavano a bordo. Clark propose di dare il suo nome a quel tratto del torrente che si gettava nel Missouri, e così fecero. La ragazza non disse molto, non diceva mai molto; ma i suoi occhi erano pieni di gioia e stupore come quelli di una bambina che avesse ricevuto un regalo bellissimo e inaspettato.
«Fiume Sacagawea. Non Janey, il mio nome vero. Fiume Sacagawea», ripeté la ragazza, come per assaporare il suono di quelle parole. «Grazie. È la cosa più bella che qualcuno abbia mai fatto per me».