Fortune non scontate

Stasera su Raistoria, canale che mediamente ci piace, davano un programma su De André. E ho pensato, non per la prima volta, che lo ascolto sempre troppo poco, benché conosca praticamente tutte le sue canzoni, che ad ogni ascolto vanno un po’ oltre, danno qualcosa in più. Come succede solo ai più grandi, o a quelli che danno molto di sé e consentono a tanti di identificarsi in maniera più vicina, quasi affettiva: quando muoiono mancano enormemente, li si piange come fossero stati amici, persone care, e al tempo stesso, è come se fossero sempre lì, hanno una forza, un’intensità non comune nella presenza e nell’assenza. Credo sia perché qualunque cosa facciano, la fanno per passione e per amore, ma anche sempre senza prendersi troppo sul serio. Dando l’impressione che avrebbero potuto in effetti tranquillamente fare altro, e facendoti sentire tanto più grato della loro scelta, perché in quel caso, il mondo, o almeno il tuo mondo, sarebbe stato molto meno ricco. De André diceva che le canzoni erano “l’ornamento” di una vita in cui c’era comunque molto altro dentro; Robin Williams aveva scoperto il suo talento per l’improvvisazione casualmente, mentre studiava scienze politiche, e aveva cambiato strada, mantenendo la consapevolezza che comunque di strade ce n’è sempre più di una, che il loro mestiere, per bellissimo che sia, non è “tutto” e non li “identifica”. Allora dentro di me c’è un po’ sempre questa idea, guarda che fortuna hanno avuto, guarda che fortuna abbiamo avuto, e magari nel mio amore c’è anche questo: la bellezza che hanno regalato alla mia vita non era affatto scontata.

Pienezza

È venerdì 13 e sto pensando che sono davvero molto fortunata. Magari domani non mi sentirò così, ma penso sia importante scriverlo, fotografare questa sensazione, che c’è nonostante certe fatiche anche abbastanza pesanti, ma che sono ampiamente ripagate.

Sono fortunata perché le mie scelte mi rispecchiano, in fondo è sempre stato così, anche quando poi, nel tempo, sono cambiata. Alcune cose non le rifarei, ma quando le ho fatte, era giusto così. Ho dei rimpianti, non credo sia possibile non averne neanche uno; ma sono molto dentro a quello che ho, a quello che faccio. La mia famiglia, la mia scrittura, e molto di tutto il resto. La sensazione di quando finisco qualcosa di importante, qualcosa che mi coinvolge davvero molto. Quel vuoto che non è un vuoto, ma attesa e vortice, seguito immediatamente dal senso di pienezza, dall’intensità che precede un’altra storia, un altro pezzo di strada.

2. Il Mondo Secondo Garp / The World According to Garp

The World According to Garp (‘Il mondo secondo Garp’, 1982) è il secondo film interpretato da Robin Williams nel ruolo del protagonista, dopo Popeye. E’ un film a tratti duro, eppure riesce a essere sempre “leggero” (nel senso migliore del termine) e ha dei momenti di grandissima dolcezza.

L’ironia è una costante fin dalla sigla, un’allegra canzone dei Beatles (When I’m 64, quando avrò 64 anni) e potrebbe apparire talvolta un po’ perfida, se non fosse che il messaggio che passa è in realtà proprio questo: qualunque cosa, anche la più drammatica, può essere resa meno dolorosa dallo humour, anche solo un pizzico, magari, che diventa qui un altro modo di esprimere partecipazione umana. Solo le persone più irrimediabilmente infelici del film, infatti, ne sono del tutto prive.

Garp nasce nel 1944, a guerra ancora in corso. La madre Jenny (una Glenn Close molto giovane e già bravissima) aveva fatto l’infermiera al fronte e continuerà a svolgere quel lavoro, in vari modi, per tutta la vita. E’ una donna dal carattere molto forte, guidata da un senso di sé considerevole e da quella che si potrebbe definire un’ossessione per la ‘lussuria’, soprattutto quella maschile (non svelerò, per chi non lo conosce, il modo alquanto inusuale in cui era rimasta incinta). L’affronta tuttavia in modo estremamente personale, anticonformista e in un certo senso anche libertario (o per meglio dire, a tutela della libertà femminile). Molto di quello che accade a Garp e intorno a lui sembra in effetti frutto della lussuria – o della sua repressione. Il clima moralistico e la concezione alquanto ristretta della famiglia sono appena accennati in due scene del film, peraltro a mio parere memorabili e più che sufficienti: la prima è all’inizio, quando Jenny si presenta a casa dei suoi con il piccolo Garp appena nato, provocando un vero sconquasso. La seconda è il momento in cui il vicino di casa, padre di una piccola compagna di giochi di Garp e di un’altra nidiata di bambini, inclusa l’ombrosa Pooh, fa una foto di famiglia da inviare come cartolina di Natale. La mamma che cerca di far sorridere Pooh (‘se non sorridi non troverai mai un marito’) è l’emblema di quell’ambiente gretto. Solo una donna disperatamente anni ’50 e disperatamente fuori dal mondo poteva non accorgersi di come il profondo malessere della figlia andasse già trasformandosi in una feroce infelicità cui neanche le capacità curative di Jenny avrebbero potuto porre rimedio.

Garp sembra in apparenza restare un po’ in ombra, rispetto alla formidabile madre. Non si direbbe un uomo particolarmente forte, tuttavia finisce per sviluppare un proprio modo di essere se stesso di fronte a lei e a tutti gli altri, facendo della propria stessa mitezza una ‘cifra stilistica’ che gli permette di non lasciarsi smontare di fronte a nulla. Dalla scelta dello sport a quella della ragazza che diventerà sua moglie, fino ad altre decisioni più ‘rischiose’, cammina sulla strada della vita con una sorta di quieta ma indomabile determinazione. Inseguendo sempre, tra l’altro, il sogno di volare, salvo poi rendersi conto che ci sono molti modi di far crescere le proprie ali, persino dalle cicatrici che ci portiamo dietro le spalle.

Garp riesce a creare una famiglia ‘vera’, piena di conflitti e di difficoltà, ma ben lontana dalle finzioni di felicità perfetta che tanto danno avevano provocato e provocavano in quegli anni. Questo anche grazie al fatto che Helen, la moglie (Mary Beth Hurt, che mi è piaciuta moltissimo nel ruolo), con tutte le sue fragilità e i momenti di sperdimento, sa essere davvero una compagna di vita, con tutto ciò che questo comporta, capace di un amore forte e profondo ma senza alcuna forma di resa o di quella sopportazione passiva e paziente che in generale si richiedeva alle donne.

D’altra parte, Garp ha anche degli evidenti spigoli nel carattere, l’incapacità di frenarsi di fronte a quelle che considera ‘vessazioni’ o ‘ingiustizie’, e quello che l’amica Roberta (altro personaggio notevole, per inciso) definirà l’unico tratto che ha ereditato dalla madre, un talento per far infuriare la gente.

Quando Garp decide di diventare scrittore, la madre sembra ancora una volta soverchiarlo. Mentre lui è acclamato dalla critica ma vende pochissimo, lei, per una fortunata combinazione di tempi (siamo a questo punto tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ‘70), scrive un libro che diventa un manifesto del femminismo e la rende ricchissima. Apre allora una sorta di clinica per prendersi cura di donne dal passato difficile. Tra loro, alcune appartenenti a un’associazione che prevede l’automutilazione come forma di protesta contro la violenza sessuale, in nome (ma contro il volere) di una donna che era stata violentata da bambina. Tutto questo avrà conseguenze di non poco conto sulla vita di Garp, il quale ha perfettamente chiara la distanza che esiste tra un’accettazione profonda (molto più della semplice ‘tolleranza’) per il modo di ognuno di esprimere la propria personalità, e lo sfruttamento (pur inconsapevole) del dolore altrui come arma contro il mondo, nell’inutile tentativo di sanare le proprie ferite causandone altre.

Come si vede, molti dei temi affrontati sono ‘forti’, in nessun momento ci viene permesso di dimenticare che al mondo esiste la violenza, il pregiudizio, esistono molte forme di fanatismo e alcuni tipi di inferno, compreso quello lastricato di buone intenzioni. E che però, per contrastare tutto questo, a parte il senso dell’umorismo, l’unico modo è non lasciarsi cambiare, non avere mai paura di restare se stessi. Senza tracotanza, ma con rabbia e determinazione se è necessario. Perché alla fine, quello che conta è comportarsi come è giusto, e non come sarebbe più facile. E quando si sbaglia, saper medicare le ferite. E quando si vive, preoccuparsi del “come” molto più che del “quanto”.

Da questo film è tratta una delle mie citazioni preferite, tratta da un dialogo tra Garp e la moglie Helen, in cui si parla della memoria e dell’importanza di ricordare:

Helen – You can’t live in the past
Garp – I’m not. But I can live in the present and think about the past.
Helen – You’re supposed to do that when you’re old and grey.
Garp – Oh, to hell with that. When I’m old and grey, I probably won’t remember my past. You’ve got to be young when you do it. It’s really nice, you know. To look back and see the arc of your life. It’s all connected. How you got from there to here. To see the line, you know? It really has been an adventure.
Helen – I’m going to start teaching again.
Garp – I’m going to try hang-gliding.

“Helen – Non puoi vivere nel passato
Garp – Non lo faccio. Però posso vivere nel presente e pensare al passato.
Helen – Dovresti aspettare di essere un vecchio coi capelli grigi.
Garp – Oh, al diavolo. Probabilmente non me lo ricorderò il passato, quando sarò vecchio. Devi farlo da giovane. E’ bellissimo, non trovi? Guardare indietro e vedere l’arco della tua vita, come tutto è collegato. Da dove sei partito e come sei arrivato fin qui. La linea, capisci. E’ stata davvero un’avventura.
Helen –Riprenderò a insegnare.
Garp – Io voglio provare il deltaplano”.

La traduzione è mia perché non ho la versione italiana del film.

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The World According to Garp (1982) is the second movie with Robin Williams in the leading role, after Popeye. It is quite hard now and then, yet it manages at all times to be ‘light’ (in the best meaning of the word) and certainly has a few very sweet moments. Even from the initial tune, a cheerful Beatles’ song (When I’m 64) irony is a constant. It might actually even seem poisonous at times, were it not for the message it conveys and that is, in fact, this: anything, even the most dramatic event can be made less painful by humour, just a pinch, maybe, which is, here, just another way to express empathy and warmth. Indeed, only the people who are most hopelessly unhappy in this movie lack it entirely.
Garp was born in 1944, with the war still raging. His mother Jenny (a very young and already marvelous Glenn Close) had been a nurse at the front, and she would continue to work as such, in different ways, throughout her life. She’s a very strong woman, driven in her life by a considerable sense of herself and by something we could describe as an obsession for ‘lust’, and especially for male lust (I won’t reveal, for those who don’t already know, the quite unusual way in which she managed to get pregnant). On the other hand, she deals with it in a rather personal, nonconformist and even libertarian way (or rather, in a way to protect the women’s freedom).
Indeed, quite a lot of what happens to Garp and around him seems to be the result of lust – or of its repression. The moralistic atmosphere and the narrow conception of family are just hinted at, in two scenes which, however, I find memorable and more than sufficient for the purpose. The first one is at the beginning, when Jenny appears at her parents’ house with the little, newborn Garp, causing not a small turmoil. The second scene is when a neighbour, the father of a little girl, a playmate of Garp, and a crop of other children, including the umbrageous Pooh, takes a family photograph to be sent around as a Christmas card. His wife, who tries her best to make Pooh smile (‘if you don’t smile you will never find a husband’), is an emblem of that short-sighted environment. Only a woman who was desperately 50s-minded and desperately out of the world could fail to notice how unhappy her daughter was, and how that unhappiness was, even then, already becoming a form of meanness, against which, even Jenny’s healing skills would not be of any help.
Garp seems somehow overshadowed by his formidable mother. You wouldn’t think of him as a particularly strong man, and yet, he ends up developing his own way of being himself in front of her and of everyone else. He makes of his own gentleness a ‘hallmark’ that allows him not to be discouraged by anything. From the choice of his sports to that of the girl who will become his wife, and then to other more ‘dangerous’ decisions, he walks along the way of life with a sort of quite but indomitable determination. Always pursuing the dream of flying, as it is, only to realize at some point that there are many ways in which you can grow your wings, even from the scars on your back.
Garp manages to create a ‘real’ family, full of conflicts and troubles, but rather far from the pretence of perfect happiness that had been causing so much damage in those years. This was also thanks to the fact that Helen, his wife (Mary Beth Hurt, whom I liked a lot in this role), with all her fragility and moments in which she seems to go astray, is capable of being a true life companion, with everything that this implies. Her love is strong and deep, but with none of that surrender or passive and patient acceptance that was generally expected of women.
On the other hand, there are some sharp edges in Garp’s personality, the inability to restrain himself in front of what he considers to be ‘oppression’ or ‘injustice’, combined with something that his friend Roberta (another remarkable character, by the way) will define as the only trait he has inherited from his mother, a “natural ability to piss people off’.
When Garp decides to become a writer, his mother seems, once again, to overpower him. Whereas he is acclaimed by critics but does not sell very much, she writes a book which, thanks to good timing (we are now between the end of the ’60s and the early ‘70s), becomes a feminist manifesto and makes her immensely rich. So she opens a clinic to take care of women with a difficult past. These include a few members of an association which sees self-mutilation as a form of protest against sexual violence, in the name (although against the will) of a woman who had been raped when she was a child. All this will be of no small consequence for the life of Garp, who is perfectly aware of the distance that there is between deep acceptance (much more than mere ‘tolerance’) of the way of each one to express their personality, and the exploitation (in good faith as it may be) of the pain of others as a weapon against the world, in a useless attempt to heal one’s wounds by causing other wounds.
As can be seen, many ‘strong’ issues are dealt with. We are never allowed to forget that there is violence in the world, and prejudice, and many forms of fanaticism and quite a number of types of hell, including the one that is paved with good intentions. And that in order to contrast all that, apart from humour, the only way is not letting them change you, never be afraid of remaining yourself. With no arrogance, but with anger and resolution, if necessary. Because when all is said and done, what counts is to choose the right course, not the easy one. And when you make a mistake, be able to heal the wounds. And when it comes to living, think about ‘how’ rather than ‘how long’.
One of my favourite quotes is taken from this film, from a dialogue between Garp and his wife Helen, who talk about memory and how important it is to remember:

Helen – You can’t live in the past
Garp – I’m not. But I can live in the present and think about the past.
Helen – You’re supposed to do that when you’re old and grey.
Garp – Oh, to hell with that. When I’m old and grey, I probably won’t remember my past. You’ve got to be young when you do it. It’s really nice, you know. To look back and see the arc of your life. It’s all connected. How you got from there to here. To see the line, you know? It really has been an adventure.
Helen – I’m going to start teaching again.
Garp – I’m going to try hang-gliding.

Parlo di te / Speaking of you

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Alba con luna

No, non ho un vuoto dentro. Questa mancanza che in certi giorni si fa più forte, senza preavviso e senza motivo apparente, mi fa pensare al vuoto, ma non è un vuoto. Anzi. Se mi intestardisco a non dimenticarti, devo accettarne le conseguenze. Se decido di rivederti in tanto di ciò che sono, in tutte le cose che faccio, se riempio di te tutto questo, allora questa pienezza riguarda anche il dolore. Per ogni cosa che penso sia vera, in tutto questo groviglio, spesso è vero anche il suo contrario.

Con le parole si spiega il mondo e allora ci devono essere delle parole per spiegare anche questo: una scelta fatta quando tutte le scelte sembrano provvisorie e che invece è diventata, negli anni, definitiva. La scelta, irrazionale, forse, tanto quanto, certamente, profonda e irreversibile,  del mio faro, del mio punto di riferimento, della mia guiding star. Ho affidato la mia fede nel mondo e nella vita a un uomo senza averlo mai visto. Ti ho riconosciuto quasi al primo sguardo e non ti ho mai visto (è l’unico vero rimpianto).  Oltre trentacinque anni di ammirazione incondizionata, affetto, passione, risate e lacrime e come puoi parlare della perdita di qualcuno che hai avuto vicino per oltre due terzi della tua vita, e però non lo sapeva? E perché poi dovrei spiegarlo? Perché dovrei scriverti una lettera pubblica, quando quello di cui parlo sembra così personale? Forse perché il giorno in cui ho ricevuto qualcosa che desideravo da tempo, è stato il giorno della tua morte. Forse perché ho riaperto un blog da tempo abbandonato, e ho ripreso a scrivere, in buona parte, perché non volevo che la vita si limitasse ad “andare avanti”, ma che si fondasse sul ricordo, appropriandosene, scavandolo a fondo e accettandolo pacificamente come una parte indissolubile di sé.  E quindi ho assunto questo parlare di te come una specie di compito, uno di quelli che si scelgono e che si fanno con tutta l’attenzione e la cura di cui si è capaci, che se poi sbaglierò qualcosa, comunque, non fa nulla, quello che conta è l’impegno, il mettersi in gioco.

Perché poi vedi, una delle cose belle è proprio questa. Avrei potuto non capire, lasciarmi scorrere tutto addosso senza trattenere nulla e invece… Queste non sono emozioni che mi hanno travolto, nessuna euforia chimica da innamoramento, nessun impeto accecante che abbia annullato la mia ragione e la mia volontà, ma una vita trascorsa a studiare parole e gesti, tic e inflessioni della voce (prima in italiano, poi finalmente in inglese, scoprendo la “tua” quella “vera”, e che voce!), le battute ricorrenti, le espressioni che sono cambiate nel tempo e quelle che sono rimaste le stesse, il modo di esprimere la timidezza e di schermirti, il modo di difenderti con una fuga apparente, mentre poi eri là a esporti così completamente, a esserci sempre. Un’affinità intuita, poi consapevolmente alimentata e accudita, coltivata con la pazienza che si riserva alle cose veramente preziose.

Ho saputo sceglierti, ho saputo riconoscerti, e ne sono orgogliosa. Sono orgogliosa di condividere tante delle cose in cui credo, e anche dei dubbi che ho, con una persona così straordinaria (anche proprio nel senso di “fuori dall’ordinario”). Sono orgogliosa di quella parte che molto in piccolo, un po’ ti somiglia, quella buffa e divertente e dolce e sentimentale e piena di voglia di giocare, quella che sa ridere e piangere spudoratamente, senza vergogna. Quella che “ha modo con i bambini” e che cerca di imparare a non giudicare mai. Quella che cerca di essere all’altezza. Non di un santo, certo non di un santo. Di un uomo. Un angelo, forse, quell’angelo che in certi momenti vedevo con gli occhi dell’immaginazione, i primi giorni, e che ancora, qualche volta, penso che tu possa essere stato. Un angelo fragile, con una spada affilata in una mano, che era la tua intelligenza, il tuo acutissimo spirito di osservazione, che ti faceva vedere sempre oltre; e nell’altra tutto quell’amore infinito per il mondo, la vita e le persone, un amore tanto grande da ferire, perché non avrebbe mai potuto essere ricambiato con quella stessa forza. O forse sì. Forse poteva, e forse tu lo hai sempre saputo, e hai scelto di vivere per questo, e di andare incontro alla morte quando, semplicemente, sentivi che era il momento giusto, il completamento di tutto, che l’arco della tua vita era arrivato dove doveva. E guarda che comunque, idealizzato o no, della tua “parte oscura” so molto. Però ti dico questo. Sei una di quelle persone per cui mi piacerebbe tanto che esistesse un paradiso. E se dovessi mai attraversare una qualche forma di inferno, vorrei che fossi tu ad accompagnarmi.

No, there’s no emptiness inside. This yearning that gets stronger some days, with no notice and for no apparent reason, makes me think of emptiness, but it is no emptiness. Quite the opposite. If I’m that obstinate in not forgetting you, I have to accept the consequences. If I decide to see you in so much of what I am, in everything I do, if I fill all this up with you, then this fullness regards the pain too. For each thing I think is true, in all this tangle, the contrary is often true as well.
With words, we explain the world, so there must be words even to explain this: a choice made when all choices seem to be somehow tentative and which, however, has become final, over the years. The choice, as irrational, perhaps, as it is, certainly, deep and irrevocable, of my guiding light, my anchor, my captain. I’ve put my faith in the world and in life in the hands of a man I’ve never seen. I recognized you almost at first sight, and I’ve never seen you (this is the only real regret). Over thirty-five years of unconditional admiration, affection, passion, laughs and tears and how can you talk about the loss of someone that you felt so close to for over two thirds of your life, although he never knew it? And why should I explain that? Why should I write you a public letter, when I’m speaking of something that feels so personal? Maybe because the day I received something I had wanted for so long, was the day of your death. Maybe because I’ve come back to a blog I had abandoned for quite some time, and I’ve begun to write again, mostly because I didn’t want life to just “go on”, but I wanted it to be built on this memory, to take on it, delve into it, and accept it peacefully as an indivisible part of itself. That’s why I’ve undertaken to speak of you as some sort of task, one of those you voluntarily assume and carry on with all attention and care you’re capable of, and if I should get something wrong, it won’t matter after all, what counts is commitment, putting yourself on the line.
In the end, you see, this is one of the silver linings. I could have failed to understand, let it all go away and not be touched in any way, and yet… We’re not speaking of emotions that overwhelmed me, no chemistry of love involved, no blinding ardor shaking my reason and will, but a life spent studying words and gestures, twitches and voice tones (at first, in Italian; then in English at last, so I discovered your “own”, “real” voice, and what a voice!), recurring jokes, the expressions that changed over time and those that remained the same, your way of showing shyness, of shielding yourself, of apparently running away for defense, whereas on the other hand you were always there, completely “exposed”, fully present in the moment. This affinity I sensed, and have since consciously nurtured, looked after, cultivated with the special patience one reserves for truly precious things.
I was able to choose you, to recognize you, and I’m proud of it. I’m proud of sharing so many of the things I believe in, and so many of the doubts I have, with someone so extraordinary (also in the meaning of “out-of ordinary”, as it is). I’m proud of that part that is a bit like you, in its own small way, that part that is comical and funny and sweet and sentimental and playful, the part that can openly laugh and cry, without feeling ashamed in any way. The part that “gets on so well” with children and that’s trying never to judge. The part that strives to come up to the mark. Not of a saint, never of a saint. Of a man. An angel, perhaps, the angel I saw through the eyes of imagination in the first days, and that I still think, sometimes, you may have been. A fragile angel, with a very sharp sword in one hand, which was your intelligence and wit, your being such a keen observer, so that you always saw beyond others; and in the other hand, all that endless love for the world, for life and people, so much it hurt, because it could never have been returned with the same strength. Or could it? Perhaps it could, and you’ve always known it and you chose to live for that reason, and to meet death when you felt the time was right, simple as that, everything that mattered was complete, the arc of your life had arrived where it was meant to. And then look, idealized or not, I know a lot of your “dark side”. But I can tell you something. You’re one of those people, for whom I wish so hard there was a heaven. And if I had to go through any sort of hell, I’d want you to be with me.