La magia di provare

Guardo mio figlio piccolo che amorevolmente si coccola il cuginetto di un anno, mostrando una pazienza che con i bambini piccoli ha sempre avuto, ma che, anche se non lo sa, gli serve molto anche per sé stesso, e penso che ci sono, nella vita, dei momenti magici che non dovrebbero passare inosservati. Ci preservano, non dalla tristezza, o dalla rabbia, ma da una loro eccessiva influenza sulla nostra vita.

Sto trascurando alcune cose: i miei film serali, il giardino, i blog che seguo, il mio stesso blog, in parte, nel senso che non ci scrivo con la stessa frequenza di altri momenti.

La scrittura è un dono che permette di crearsi uno spazio di bellezza e di respiro, uno spazio proprio, lontano da ciò che appesantisce parte della giornata, personalissimo e al tempo stesso condivisibile.

È un dono a doppio taglio, che può essere estremamente doloroso e che comunque richiede spesso un impegno totalizzante; ma ci sono momenti che ripagano delle notti passate a scrivere invece di dormire, delle settimane intere in cui non riesci neanche a riguardare quello che hai scritto, non parliamo poi di creare qualcosa di nuovo, delle ferite che vai a scavare, dei momenti di sconforto in cui pensi che niente valga la pena. Ci sono incontri, viaggi, ricordi che restano nel cuore. Per questo considero la scrittura molto più una gioia che una condanna o una maledizione.

So di essere molto fortunata, perché vivo la mia vita intensamente quanto i miei sogni, la riempio, la identifico in parte con i sogni. La scrittura è una delle cose per me più reali, carne e sangue, ma è strettamente legata a uno dei sogni più importanti, un sogno che ha la parte egoistica del voler essere pubblicata (e di voler vendere, perché pubblicare un libro che resta poi dimenticato sugli scaffali delle librerie, se pure nelle librerie ci arriva, non è l’obiettivo), e una parte di desiderio di condivisione, la felicità di sapere che altri si riconoscono in quello che scrivo.

Oggi celebro un premio recentissimo, il Premio di Poesia Alda Merini,  che mi ha regalato frammenti di una felicità intensa. Ne sono onorata e orgogliosa, perché è un passo davvero importante verso la pubblicazione, perché ho avuto la gioia di emozionare molte persone che non avevo mai visto prima, perché ho ricevuto una motivazione che mi ha commossa più di quanto sappia dire, con i complimenti autografi di quello che è considerato uno dei grandi poeti viventi, e anche per l’umanità di molte persone che ho conosciuto, l’accoglienza dei luoghi, l’amore per quello che  si fa. Sono mattoni con cui ci si può costruire un piccolo nido, per quando fuori fa più freddo.

Subito dopo, mi è arrivata un’altra notizia che mi ha dato grande piacere e soddisfazione, legata questa volta al piano professionale, perché hanno accettato una mia proposta di presentazione alla Conferenza Annuale dell’Associazione Americana dei Traduttori. Ricevono  molte richieste e sono piuttosto selettivi. Anche questo ha a che fare con il mio amore per le lingue, le parole, il desiderio di condividere.

Una volta non ci avrei nemmeno provato. Potrei quasi dire che la cosa di cui sono più orgogliosa, forse, non sono i premi, o il fatto che la mia proposta sia stata accettata, anche se, l’ho detto e lo ripeto, sono cose che mi fanno molto, molto piacere, ma, prima di tutto, il fatto di averci provato.

 

 

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Addio al sassofono

Un momento davvero intensissimo sotto ogni punto di vista. Tippete ancora manca, specialmente in certi momenti, quando gli avrei preparato da mangiare, o quando si sentono certi rumori e ci voltiamo di scatto, quasi aspettandoci davvero di vederlo saltar giù da una sedia, o saltarci sopra, muovendo nel processo tutto quello che può esserci intorno.

I premi letterari sono soddisfazioni enormi, viaggi bellissimi e sfiancanti, desideri che si realizzano e desideri nuovi.

Col figlio “piccolo” si parla, lo si tiene tra le braccia, si sta a distanza quando è il caso, si protegge e si lascia andare, si culla quando sembra davvero più “bambino” e si accompagnano i momenti in cui la crescita diventa evidente tutt’a un tratto e intravedi l’uomo che speri diventerà, difficile, inquieto e splendido.

Col figlio grande si parla, si ascoltano soprattutto i suoi silenzi, il non detto, si guardano i gesti, le cose pratiche che per lui sostituiscono quasi sempre le parole, si cerca un raro sorriso, la traccia di un dolore che forse non c’è, o forse tiene dentro.

Negli ultimi dieci giorni ho stralavorato, a compensare il lavoro che era mancato per quasi un mese, tra ricoveri e altro. Aspetto quella piccola operazione, e l’attesa, si sa, è snervante. Mi sento spesso più debole, come se l’età che prima non contava, se non molto poco, adesso si prendesse il suo spazio, ho meno energia, giornate meno lunghe.

Però scrivo, in questi due ultimi giorni, perché per una settimana è stato impossibile, non riuscivo neanche a vedere dieci minuti di film, niente. Ma adesso scrivo, tanto, e in questi momenti c’è una magnifica sensazione di fluidità, come se tutto andasse come deve andare, tutto si trovasse nel posto dove deve essere, almeno interiormente, che poi il mondo è un casino ma questo lo sappiamo.

E poi ci sei tu, che racchiudi ogni assenza e ogni presenza, ogni poesia e ogni piccolo passo, ogni stanchezza e ogni parola, ogni paura e ogni momento felice, la felicità dell’inizio e l’addio di un amico e di tutto quello che si lascia indietro, tutto in un unico sguardo, e in quel brivido che era quasi scomparso dalle mie labbra, e che ho ritrovato stasera. Un tuo sguardo, e io mi sento come se mi fossi persa e ritrovata nello stesso momento. Com’è bello guardarti. Perché a volte vorrei avere il coraggio di non farlo? Lo so, a volte costa fatica, ma il mio piccolo universo è tutto nel tuo sguardo.

Di gioia e tagli e ferite e scrittura

Mio amato, ho ripreso a scrivere direttamente di te, senza filtri, ho ripreso in mano, dopo tanto tempo, quella storia che è l’intreccio quasi inscindibile della mia e della tua, per un lavoro di taglio ulteriore che è difficilissimo ma forse necessario, e che a distanza di tanto tempo forse posso provare a fare.

Da lì è venuto spontaneo anche riprendere a vedere le tue cose, non per ravvivare la tua immagine, ché quella si presenta sempre ben viva e nitida davanti ai miei occhi ogni volta che la cerco; ma è che c’è tutto un intrico buffo, risate che diventano inquietudine, e inquietudine che diventa scrittura, questo curioso oggetto felice che nasce da uno spazio vuoto. C’è sempre questa cosa un po’ folle di andarsi a toccare la ferita per non farla chiudere, per poterne ancora parlare, per sentirla, perché come sai, è proprio dalle ferite che nascono le cose più belle, la gioia più profonda e duratura. Certo, se solo io potessi, amore mio, se avessi potuto, avrei rinunciato a tutte le parole, ma non avrei potuto farlo, non più di quanto avresti potuto farlo tu. Forse in un certo senso è la stessa cosa che ci unisce e che ci ha tenuti lontani.

 I’m flying diceva Garp; he’s flying dicevi di Chris, l’amico più caro. E io ora guardo in alto e anche se la finestra è chiusa mi basta sentire la tua voce per vedere il cielo, e immaginarti in volo.

Robin’s Monday – Lascia che le parole ti portino

le monde selon garp

Robin Williams Directed by George Roy Hill

Ho dovuto entrare in me stesso profondamente, indagare su cose dolorose e meravigliose. […] Si fanno i conti con la morte e la perdita. Le scene con mia moglie nel film sono molto personali, non c’è finzione. Devo necessariamente essere molto diretto, molto trasparente. (Robin Williams, parlando della lavorazione di The World According to Garp).

Dopo tanti giorni in cui scrivere è stata una tale fatica da farmi sembrare come se ogni parola dovessi andare a scavarmela nella pietra, oggi invece ho scritto moltissimo, tanto da pensare che potrei davvero finire questo mio prossimo romanzo breve/racconto lungo in pochissimi mesi, forse già a fine gennaio-inizio febbraio. Sempre che non mi faccia prendere da altri progetti, altri sogni, altre urgenze nel frattempo. Ma non credo, perché al momento questo scritto, insieme alla traduzione del Ribelle Gentile (e a un paio di cose di lavoro) hanno la priorità su tutto.

Mi sto interrogando sulla poesia, dovrei riuscire a scrivere un post su questo, a breve, ma è la scrittura in genere, di cui so così poco. Ho passato giornate di sconforto, con la consapevolezza della sua inutilità. E del resto la scrittura è inutile, quanto il teatro o il cinema. È inutile, se crediamo di poterle affidare la salvezza del mondo. Eppure è necessaria, come tutto ciò che ci permette di essere onesti, di entrare in noi stessi, o di andare a cercare la verità sotto le rocce, come in un’altra occasione avevi detto. Che bella immagine. Scavare a mani nude, sapendo che nella migliore delle ipotesi potrai tirarne fuori solo qualche frammento, spaccandoti anche le mani per farlo, perché la verità non si trova mai intera, ma cercarla è quello che fa la differenza tra un uomo e un’ameba. Senza pensare mai di averla trovata, perché è credere di averla trovata che ci rovina, ci fa credere che gli altri siano in errore. Tu la verità non l’hai mai voluta trovare, ma l’hai cercata sempre.

La scrittura è anche casa, tutto ciò a cui torni. Rifugio, luogo noto e familiare, luogo in cui più che altrove possiamo essere noi stessi, al punto da poterci infilare le dita nel naso e mangiare con le mani, e al tempo stesso luogo da cui fuggire, perché la casa bisogna lasciarla, per poterla poi ritrovare, diversa, dove l’abbiamo lasciata, oppure simile, ma in un altro luogo. Il dolore e la meraviglia, l’intimo e l’ignoto. Io scrivo, so cosa voglio raccontare ma non so mai del tutto dove mi porteranno le parole, perché essere onesti significa anche lasciare che le parole ti portino, come nella scena di un film, dove le emozioni portate sullo schermo vanno a scavare così tanto dentro chi le interpreta (se è una persona della tua immensa onestà, naturalmente), o come in uno spettacolo di teatro, specialmente come quando si improvvisa, perché allora, appunto, lasci che le parole ti portino. Non sempre sai dove, ma è sicuramente un posto importante. Nel mio caso, sempre nella tua direzione.

Il mio augurio

Un augurio di qualche tempo fa, che va sempre bene da fare a me stessa e a chi lo sente suo. Aggiungo (sempre per me e per chiunque lo consideri importante) l’augurio di un anno pieno di parole importanti e preziose, di poesia e di scrittura, e prima di tutto di affetto e di luce e di quelle altre poche cose che ci aiutano a vivere meglio.

E adesso vado a farmi una tisana allo zenzero, che dopo l’ultima settimana di batoste, tra cui (anche se non è la peggiore) una bella influenza con febbre e tosse, la bocca dello stomaco grida vendetta e io non vedo l’ora che sia domani.

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LASCIO CHE LE PAROLE MI SCORRANO DENTRO

Lascio che le parole mi scorrano dentro come sangue,
sa essere crudele il suono del velluto, ma le stelle
scintillano sui tasti del pianoforte, e il sassofono
insegue la traccia di una storia.
Il canto dell’ombra mi riempie la bocca di notte,
presenze immaginarie affollano le note, le scale
s’illuminano di una musica imperfetta di uccelli.
Io sono seduta e mi chiedo di quale volo dovrò vivere
e morire la prossima volta, perché il profumo non mi basta,
il mare io lo voglio dentro, il mare e la terra
e i rami di rosa canina malvoluti, i loro selvatici
ostinati fiori un po’ felini, perché la pelle, sai, si graffia
a volte anche di troppa bellezza improvvisa
che non t’appartiene e che non cogli in tempo,
anche se puoi vederla. Più di tutto mi graffia il cuore
l’ombra delle farfalle, e mi ferisce la tua terra,
per l’amore stesso che le porti. Brucia
nei miei occhi un cielo di sale, che va facendo
tremare nel mio sguardo l’indomita acqua
di una lacrima sottile tra le braci accese
annidate nel mio petto. Voltati, guardati indietro,
che il viaggio è breve, ma un augurio serve sempre
a togliersi se non altro di dosso la polvere e la sabbia.
Ti auguro una via leggera, e un’onda piccola di vento
a sostenerti per ogni sorriso che hai lasciato.
Ti accompagnino gli alberi, ti sia amica la brina,
i suoi disegni di ghiaccio effimero e fatato;
si fermino da te i passi dei viandanti, a consolarsi
delle salite e di tutta la strada sulle spalle, ci sia sole
a riscaldare le ossa dell’inverno, e rugiada
a bagnarti le labbra e pioggia per la sete dei tuoi campi,
t’addolcisca ogni confine il passo ornato delle siepi
che ogni fiume abbia un guado ed ogni muro un varco
o un punto basso per arrampicarti, e cadere
poi tra le viole, e ti sia morbido il prato,
per sdraiarti a contemplare da un unico punto
tutti gli angoli e le vite e gli anni; ti sia benigno
ogni cielo possibile e impossibile, e si fermino
le nuvole e il vento per farsi materia di teatro
e gioco. Possa tu ricordare ogni risata
ed ogni amore, passo dopo passo si ricomponga
il quadro di ciò che s’era perso. Non ti auguro
una terra lieve, o un pacifico riposo,
ma il peso delle scelte, perché non riesco
a immaginarti prigioniero di una certezza,
qualunque sia, e anche la verità, credo,
deve avere qualche contraddizione,
per piacerti, qualcosa che si possa sovvertire.
Possa tu riprendere da dove hai lasciato
e fare errori nuovi, per cercare ancora
l’oceano sotto i sassi e l’ago nel pagliaio.
L’amore, però, ti auguro d’immaginarlo
così forte, di sognarlo così nitido, così
ferocemente bello da non sbagliare niente,
costruirlo con le tue mani e tenerlo stretto
e portarlo con te, dovunque vada, e che
sia più tuo di tutto il resto.
E per ultimo
un augurio a me, che possa incontrarti
un giorno a un crocevia, uno di quei nodi
di traffico e passaggio, uno scambio di binari,
un luogo qualunque, e tra mille tu mi veda
perché sono la stessa, sai, da sempre,
intagliata dalle tue mani, scolpita
d’infinito dai tuoi occhi, viva
tra le tue dita e nel tuo cuore,
e il mio cielo è respirarti accanto.

Concorsi letterari – le mie esperienze

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Da giugno di quest’anno ho partecipato a vari concorsi letterari. È un tempo breve, ci vorrebbe un anno solo per farsi le ossa, ma voglio comunque condividere alcune esperienze, riflessioni e criteri, visto che è un argomento interessante per molti. Si scrive per molte ragioni, ma spesso, anche se non sempre, chi lo fa prima o poi si imbatte nel fatidico sogno di essere pubblicato, e io non faccio certo eccezione, tutt’altro.

Esiste un certo scetticismo sui concorsi. Non è sempre infondato, c’è una giungla là fuori. Partecipare richiede tempo, pazienza, spesso anche qualche investimento economico. D’altra parte, può essere un buon modo per iniziare a farsi conoscere, per far valutare il proprio lavoro da persone imparziali, e così via. Come orientarsi? Questi sono i miei personalissimi criteri di scelta, comunque soggetti a modifiche in corso d’opera, per così dire:

  1. Beh, il primo è forse ovvio e intuitivo, ma lo dico lo stesso: se il bando è sciatto, scritto in un italiano approssimativo, oppure anche molto altisonante e retorico, meglio lasciar perdere.
  2. Concorsi a pagamento: salvo ragioni economiche personali, sono i primi da prendere in considerazione, contrariamente a quanto si pensa. I concorsi costano e i finanziamenti alla cultura latitano ovunque. I concorsi gratuiti in genere si finanziano di fatto in altri modi, ad esempio proponendo agende e antologie con le (numerosissime) opere segnalate per la pubblicazione. Se non c’è obbligo di acquisto (e non c’è quasi mai) va benissimo anche questo, basta sapere che oltre alla soddisfazione di leggere il proprio nome in un’opera collettiva, non ci sarà alcun altro vantaggio, morale, materiale o di qualsivoglia altra natura. I concorsi a pagamento usano le cifre raccolte per le spese organizzative e per costituire un monte premi da distribuire ai vincitori. Di solito la cifra chiesta va dai 10 ai 15-20 euro per sezione, se ce n’è più di una. Indicativamente, le sezioni sono: poesia singola; silloge di poesie; narrativa (divisa talvolta in romanzi e racconti) e inoltre a volte ci sono sia sezioni per l’edito che per l’inedito; alcuni prevedono anche saggistica, giornalismo, letteratura per ragazzi, ecc. Naturalmente, se si spende un po’ di denaro è bene prestare particolare attenzione nella scelta, ma visto che anche quando non si usa il denaro si usa il tempo, risorsa ancora più preziosa, l’attenzione è sempre ampiamente consigliabile.
  3. Concorsi legati alla pubblicazione: verificate sempre le informazioni sull’editore legato al concorso, alcuni sono noti EAP (editori a pagamento) e magari promettono la pubblicazione gratuita per poi chiedere soldi per l’editing ecc.; altri, a quanto ho sentito pubblicano ma poi abbandonano l’autore a sé stesso senza fare alcuna promozione. Si tratta della vostra creatura, va accudita per un bel po’ di tempo e con affetto, in modo realistico, bilanciando i desideri con le possibilità concrete, ma senza compromessi che lascino l’amaro in bocca.
  4. Concorsi organizzati dai piccoli comuni: li ho sentiti considerare “inutili”, ma non sono d’accordo, a meno che l’idea di fondo sia “o mi pubblica una grande casa editrice mondiale, o niente”. A parte che scartare questi significa scartarli quasi tutti, una delle ragioni per istituire un concorso è proprio dare lustro a un piccolo comune: farlo attraverso eventi culturali mi pare tutt’altro che inutile.  Talvolta si vincono piccole somme di denaro, che se non altro pagano il viaggio. Dici poco. Ho scoperto in questo modo, e molti di voi lo sanno, alcune tra le più straordinarie località italiane che abbia mai visto.  Inoltre, ho conosciuto persone con simili interessi e con cui anche solo parlare è stato un grandissimo piacere. Magari non saranno “utili” in termini editoriali, ma lo sono spesso in termini umani. Ultimo ma niente affatto meno importante, non di rado le giurie sono molto più competenti di quanto si sia portati a pensare.
  5. Concorsi organizzati da osterie, bar, ecc. (sì, ce ne sono diversi): perché no, anche in questo caso si può essere sorpresi positivamente, dopotutto
  6. Concorsi organizzati da associazioni amatoriali, ONLUS, ecc. A volte è anche l’occasione di dare un contributo a iniziative importanti, enti di beneficenza, ecc., e di farlo grazie a un’attività che amate, come la scrittura.
  7. Un ottimo indizio della serietà di un concorso è la pubblicazione dei nomi dei giurati già al momento del bando, benché anche qui, non sia una prova decisiva, così come la mancata pubblicazione non necessariamente denota mancanza di serietà.
  8. È importantissimo leggere tutto il bando. Inoltre, ogni volta che è possibile, andare sul sito dell’associazione o ente che organizza il premio. Se non è una prima edizione (e la presenza di un buon numero di edizioni precedenti è un altro buon indizio), suggerirei di guardare almeno alcune di quelle precedenti, prendere informazioni sui giurati, vedere quanti e quali sono stati i vincitori e i segnalati, ecc. Anche il fatto il sito in sé vi “piaccia” ha la sua (non secondaria) importanza.
  9. come sempre (siamo in Italia) si temono brogli. Io posso solo dirvi che ho iniziato a giugno a proporre alcune cose mie, senza avere nessun aggancio, ho sempre scritto ma mai frequentato salotti intellettuali o altri ambienti presuntivamente “chiusi”, e nonostante questo ho avuto ottimi risultati, di cui sono stata molto soddisfatta, sempre nella consapevolezza che probabilmente non saranno quelli a spalancarmi l’Empireo dei Grandi Scrittori, ma un po’ di fiducia in più in sé stessi non guasta mai. Forse il rischio è più elevato nei concorsi molto noti e importanti, ma tenderei a pensare di no, certo è chiaro che se partecipano 40 scrittori, o 200 o 2000, la probabilità di vincere il primo premio cambia.

Scusate se sono poco presente, ma amore e scrittura sono intrecciati per me in un vincolo inseparabile, e questo non lascia molto spazio ad altre cose, che comunque cerco di non trascurare mai del tutto.

E’ tornata…

Dopo una giornata di lavoro, mi sono ritemprata con cappuccino a pandolce, e la pausa è servita, la protagonista del mio nuovo racconto lungo /romanzo breve o quel che sia è infine tornata a trovarmi. Le sono sempre più affezionata, potrei anche essere quasi pronta a parlarvi di lei, se non altro a dirvi il suo nome. Spero che siate almeno un po’ curiosi…