Vedute e scorci

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Foto da qui

Non sono un’appassionata dei panorami e delle vedute dall’alto, preferisco gli scorci, i dettagli, ciò che si può vedere meglio (o solo) da vicino, meglio ancora, anzi, immergendocisi completamente. Chissà se vuol dire qualcosa, o se ha semplicemente a che fare con la miopia fortissima che mi offusca lo sguardo fin dalla nascita, impedendomi tanto di discernere i particolari osservando l’insieme, quanto di intuire l’insieme dal particolare. È uno sforzo costante per me, che dal mondo fisico si trasmette alla scrittura, quello di riuscire a mettere a fuoco le minuzie che creano un quadro, o di veder già, partendo da una piccolezza, la pittura completa nella mia mente. E’ una mancanza di cui risento, eppure mi piace anche pensare (quando sono ottimista) che questo mi dia la possibilità di scegliere la luce e la distanza, a seconda che il disegno debba risultare nitido e senza sbavature, oppure al contrario avvolto in quella sorta di cortina di vapore che rende le immagini più vaghe e imprecise, conferendo loro la consistenza impalpabile dei sogni, e al tempo stesso il senso di imperfezione della realtà.

Pensieri (ingarbugliati) sulla scrittura

Poi le parole districate tornano subito a ingarbugliarsi, chissà se questo lo sapevi già anche tu, e per questo hai deciso di non scrivere mai; o meglio, di scrivere solo ciò che ti veniva immediato e sgorgava da sé come acqua dalla fonte, semplici appunti, giusto una base per improvvisare, che era quello che realmente ti stava a cuore. Oh, non senza dolore, anzi. Ma quasi senza intermediazioni, e dunque senza questo continuo sbrogliare matasse e ritrovare bandoli smarriti. Perché quando poi il dolore lo devi interpretare, raccontare e tradurre in parole per gli altri, qualcosa si perde. Un poco di innocenza, tra le altre cose.

Una parte di te continua a sentire profondamente, a vivere l’emozione sotto la pelle e lasciarsene attraversare senza far nulla, come ti lasci attraversare dall’improvvisa bellezza di una lama di luce che taglia l’orizzonte dove il mare finisce e inizia il cielo, come ti lanci senza rete da una nostalgia o un desiderio che ti acchiappano senza aspettare il momento giusto.

Una parte cerca addirittura di sprofondare, di immergersi fin quasi ad affogare nel lago d’ombra che è il guazzabuglio dei nostri sentimenti, sperando poi di riemergerne sapendo qualcosa di più e amando un po’ di più, ma senza alcuna certezza di questo.

Ma c’è quella parte che guarda le parole con la lente d’ingrandimento, provando a mettersi nella prospettiva di chi leggerà. Si cerca allora di renderle limpide, trasparenti, oppure un poco più oscure, secondo l’effetto che si vuole produrre. Si cerca l’eleganza, il sinonimo più vicino al senso da dare, ma anche quello più fine, il cui suono fa presa al tuo orecchio e nella tua mente s’intona col ritmo dell’insieme; si utilizzano figure retoriche, si individuano costruzioni d’impatto, si lavora di cesello, si intaglia, si sbalza, si leviga, si incide, si lima, perché nonostante quello che si pensa, scrivere è in buona parte un lavoro da artigiano.

Tu preferivi lasciare che il mondo entrasse dentro di te, e al resto pensava poi quella mente così insolita, agile e intensa, libera e duttile, penetrante e cristallina. Il filo dei tuoi pensieri non lo perdevi mai, e tuttavia lasciavi che prendesse direzioni inaspettate per cogliere scorci sempre nuovi e farceli percepire con i sensi e l’istinto. La ragione semmai dopo.

Chi scrive ha il tempo di preoccuparsi fin da prima di ciò che il pubblico penserà; e in fondo, di plasmare in qualche modo le proprie passioni proprio perché possano leggersi meglio, perché siano riconoscibili e persino apparire più genuine: talvolta occorre molto artificio e molta cura per far apparire poi in superficie l’intensità e la naturalezza.

Credo tuttavia che questo tu lo abbia intuito subito o comunque imparato non appena hai messo piede su un set. Autenticità e immediatezza non vanno necessariamente insieme. Far entrare il mondo in sé resta necessario, ma bisogna anche poi saper uscire da se stessi, guardare il mondo da dentro e guardare se stessi da fuori, perché tutto alla fine si ricomponga e ciò che noi siamo, reinventato attraverso le parole, torni a essere, proprio mentre diventa di tutti, tanto più profondamente, intimamente nostro.

Di questo cielo non mi stanco

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Di questo cielo non mi stanco mai. Potrei vivere creando storie con le nuvole, rubando loro i pensieri, le forme e la fantasia, potrei scriverci sopra. Usare quelle bianche come bloc-notes per prendere appunti, quei pensieri improvvisi ed effimeri, che se non li acchiappi subito svaniscono. Sulle nuvole nere scriverei in lettere d’oro, non per fermare la pioggia, no, anzi, la pioggia saprebbe allora di essere preziosa, non solo agli occhi di chi gioca con le parole, ma agli occhi di chiunque guardi.

Ancora un’alba, è di un paio di giorni fa, ma metto nel forziere anche questa. Stamattina ho scritto (un pezzo di libro, intendo) e non ho nemmeno pianto. Beh, avevo già dato ieri. Nel pomeriggio ho lavorato e da ora riprendo a scrivere. Ho ancora un po’ paura, ma non mi fermo, se piango va bene, credo, vuol dire che quello che scrivo è necessario, almeno per me. Per il resto si vedrà. E’ come se avessi in mano tanti fili da gomitoli diversi, di tanti colori. Ogni tanto si aggrovigliano. Ma credo sia importante intrecciarli tutti, perché ogni sfumatura ha senso non solo in sé, ma per come si affianca a tutte le altre

Pensieri

 

Devo fare pulizia. Negli armadi, nella mail, tra i sogni e i progetti. Troppe cose superflue mi frenano. La scrittura no, della scrittura tutto è essenziale. Se ferisce scriverlo, è perché non scriverlo finirebbe per ucciderti. Quello che sembra spaccare l’anima, forse crea solo un’apertura, è una ferita, sì, ma una ferita contro la perdita di sé. Si vive delle nostre ferite. Io sono le parole che scrivo, il mio corpo, il mio cuore, la mia vita sono le parole che scrivo. Voglio svuotare tutti i cassetti e tenere solo quello che più si avvicina alla me stessa che mi somiglia.

Di poesie, risate e stelle

Oggi pesano i passi e pesano le parole. Faccio fatica a mettere un piede avanti all’altro, anche solo ad alzarmi dalla sedia, e faccio fatica a mettere un pensiero avanti all’altro, anche solo a dargli un senso. Che se li mettessi tutti in fila, i pensieri, e anche i passi che ho fatto nella mia vita, non avrei bisogno di guardare il cielo da lontano, per cercare la stella in cui abiti e sentirla ridere, perché tutti quei pensieri e quei passi mi ci porterebbero, fin lassù, direttamente lì sopra.

Ho bisogno di tutta questa forza adesso, per riordinare, tagliare e incollare, girare frasi, migliorare, abbreviare, anche, la cosa più difficile. Come si fa sempre quando si scrive. Per fare in modo, senza perdere nulla di quello che si vuole dire, che anche gli altri possano entrarci, che sentano le tue emozioni come le loro, che avvertano esattamente lo stato d’animo in cui eri quando hai scritto.

Sembra strano, ma è un lavoro di cesello, questo. E non mi basta, a volte, sentire la tua musica dentro, non mi basta la forza. Scrivere è la mia forza, quante volte l’ho detto, la mia energia vitale viene in buona parte da lì. Ma quello che dà se lo riprende anche indietro. Riempie e svuota di continuo sempre la stessa botte, appaga e sfianca, placa e rimescola fino a non poterne più. E io a volte non so se ce la faccio.

Le stelle poi non sempre ridono. A volte bisogna lasciare anche che piangano. Bisogna provarci, a prenderle in mano. Forse, se ci si prova, ci si arriva. Non ne sono sicura, ma bisogna provarci. Tenere le mani a coppa, accarezzarle come gattini fino a che smettono. Poi brilleranno di più, torneranno anche a ridere, forse. Spero. Del resto sappiamo così poco di noi, figuriamoci delle stelle. Ma se la natura ci ha dato la capacità di scrivere, di fare poesia, di usare il nostro corpo e i nostri sentimenti per farne arte, a qualcosa deve pur servire. Anche se il prezzo sembra alto. Ma forse costerebbe ancora di più non farlo.

Parole per i giorni freddi

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Scavando i sogni, rastrellando i pensieri…

Che esistesse un rapporto così stretto, quasi intimo, tra il riso e il pianto potevo forse averlo intuito, ma non lo avevo mai visto con così tanta chiarezza come in questi giorni, quando una risata piena, liberatoria, venuta dal cuore mi spinge a interrompere la visione di un film perché non si trasformi in un groppo in gola, oppure mi trovo a sorridere mentre sono commossa, e proprio per quello.

Questo intrecciarsi di emozioni apparentemente in contraddizione tra loro mi confonde, come minimo, a volte mi stordisce, o addirittura mi fa sentire un dolore quasi fisico, lacerante. Però mi sorprende, e penso che scrivere implica cercare, almeno per me, e più cerco, più lascio che quello che trovo mi sorprenda, e di questo non vorrei più fare a meno. Mai come adesso vorrei vivere di questo. Lo faccio, in fondo. Non è scrivendo che posso procurarmi da mangiare, ma è scrivendo che respiro, è scrivendo che m’incuriosisco, mi appassiono, scrivendo mi innamoro, persino.

Oggi che non è (al momento) giorno di rubriche, comunque scrivo. Accumulo parole, forse, per costruire storie per i giorni freddi, perché fino a che si può raccontare, niente è perduto e finché ci sono scorte di parole nella tana, anche il gelo si può superare.

Progetti

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Immagine dal web

Scrivo qui i miei progetti perché in questo momento sto cercando di seguirne davvero tanti, forse si vede, ed è tempo che metta un po’ d’ordine. Almeno per quello che riguarda la scrittura, che in questo momento ha comunque un ruolo tutt’altro che marginale nelle mie giornate.

Non so se davvero sia il caso che suddivida il blog in rubriche giornaliere, a parte la “recensione del lunedì” che è ormai avviata da tempo, sebbene iniziata per caso, le altre cose non seguono un ordine particolare e questo si abbina bene tutto sommato alla mia testa piena di cose e alla mia indole confusionaria. Ultimamente sento una certa esigenza di ordine ma senza esagerare.

Comunque li indico qui, per me stessa, certo, ma se volete aggiungere commenti, idee, suggerimenti, opinioni sono bene accetti sempre 🙂

  1. Dunque, il primo progetto in ordine di tempo, diciamo, era il romanzo che sto pubblicando a puntate ma non so mai se continuare o no perché senza una regolarità nei post penso finisca per “perdersi”. D’altra parte non sono neanche sicura che sia pronto per un altro tipo di pubblicazione, fosse pure in ebook, e quindi… boh…
  2. Il secondo progetto riguardava una raccolta di racconti. Anzi, più di una in realtà. Perché 2a) ho già tre fiabe probabilmente per giovani adulti o adulti che si sentono giovani, una l’ho già postata e ha avuto riscontri positivi, con le altre due dovrebbe costituire una raccolta di fiabe su personaggi “eroici”. Questo quindi è collegato al progetto 2b) del “saggio” sull’eroe nei miti e delle fiabe, di cui mi è stato espressamente chiesto di fare un ebook o una versione pdf comunque, mi piacerebbe rielaborarlo un po’ e allora potrei partire da un pdf per così dire “provvisorio” che renda la lettura più facile a chi ha mostrato interesse (cosa di cui ovviamente sono molto orgogliosa e grata). E poi ci sono 2c) gli altri racconti, anche quelli quasi tutti già postati, ma che mi piacerebbe almeno in parte raccogliere secondo le “affinità”. E questi forse sarebbero i primi a poter dar vita a un ebook e anche (soprattutto?) a un libro cartaceo.
  3. Il terzo progetto riguarda un sogno grandissimo a cui a dire il vero non avevo pensato fino a che non me lo ha suggerito Mela che conosce benissimo ormai questo aspetto di me e lo “incoraggia” con molta grazia e mi viene da dire con molta pazienza. Mi riferisco naturalmente al mio raccontare di Robin Williams e di me attraverso di lui. Potrei scrivere una sua biografia? Uhm, penso piuttosto a una non-biografia, e il senso lo chiarirò in un post a parte.
  4. Ultime ma non ultime ci sono le poesie. Alcune delle quali sono, diciamo, molto collegate al punto 3. altre invece sono “autonome” e comunque a tante sono affezionatissima e mi piacerebbe dar loro una qualche forma di chance 🙂