La tua assenza

La tua assenza è  uno spazio che ogni giorno si riempie e si svuota di senso. Quando non scrivo di te mi sembra di perdere tempo, ma tu sai che tutto quello che scrivo è comunque dedicato a te. Se le cose fossero andate diversamente avrei dovuto necessariamente lasciarti andare per vivere.  Qualche volta sono tentata di farlo. Scriverei certo meno, ma si ridurrebbe anche la fatica e il peso.  Perché è un peso, sai. È un peso sognarti e svegliarmi a metà della notte col tuo pensiero fisso in testa e questo bisogno assurdo di far qualcosa,  qualunque cosa per colmare un vuoto altrettanto assurdo. È un peso sforzarmi di credere che tu approveresti quello che faccio e cercare dei segni a cui poi non riesco a credere,  ma neanche a non credere. Perché lo faccio, dici? Questo lo sai bene. Una sola delle risate e delle emozioni che mi hai regalato, uno solo dei tuoi sguardi, sia pure in sogno, espressione di te così profondamente vera, valgono qualunque fatica, qualunque peso. Ti darei tutto,  e in cambio mi basta solo tenerti in qualche modo nella mia vita, anche solo come un desiderio che diventa scrittura.

Aggiornamento e notizia/invito ufficiale

Mi sono accertata, non faccio niente di scorretto, per cui lo dico ufficialmente: sono in finale con una mia poesia nel concorso Città di Livorno, Sezione Poesia a tema: il Mare  (pagina FB; questo invece il sito web). Classifica definitiva e premiazione il 22 luglio alla Fortezza Vecchia di Livorno, se per caso qualcuno fosse nei paraggi in quella data, incontrarvi mi farebbe ovviamente un piacere immenso!

Grazie infinite del vostro sostegno, senza il quale forse non avrei neanche avuto tanta costanza nell’insistere a dare un seguito di qualche tipo a questa mia “strana” mania della scrittura!

Rincorrendo il cielo

È un continuo rincorrersi qui, tra nuvole e vento, e a me pare d’inseguire il cielo.  Ci sono momenti in cui sento più forte il peso delle alternative mai vissute, quelle strade che ho scartato quando di fronte a un qualche bivio mi sono trovata a scegliere. Quante volte è stato per paura più che per convinzione?

Stamattina mi perseguitava quel giorno di tanti anni fa, in cui ho avuto l’occasione di fermarmi a Londra, scegliere un lavoro che mi piaceva (e un uomo che mi piaceva), lasciando in cambio la sicurezza di una strada tracciata. Mi sono detta che non si può rimpiangere quello che non è mai stato, ma mentivo sapendo di mentire. Non si può sapere come sarebbe andata, è possibile, quasi certo che se avessi percorso l’altra strada, avrei comunque a un certo punto avuto qualche rimpianto per aver scelto quella invece di questa. Ma la verità è che la paura più grande non è tanto quella della morte, quanto di non aver vissuto, di non aver sfruttato tutte le nostre risorse. Così arriva un giorno di vento e pensi che avresti potuto lavorare coi bambini per mestiere, anche se allora sembrava un mestiere strano. E per tanti anni invece ho tenuto nel cuore quel desiderio e ancora adesso è lì che ogni tanto punge. Arriva un giorno che il cielo sembra raccontare una storia a immagini, potrebbe entrare in un film, e tu pensi che il talento per raccontare attraverso il cinema magari lo avresti anche avuto, chissà, forse no, forse anche sì, ma è il coraggio che faceva difetto. E quindi si rimpiange sì, non perché si è convinti che le cose sarebbero andate meglio, ma perché certe scelte troppo tranquille si fanno quando non si ha la forza di seguire il proprio sogno, costi quello che costi.

Poi tu sai che di scelte forti ne ho fatte, e di alcune sono davvero orgogliosa, e amo tanti pezzi della mia vita, ma senza un altrove non scriverei.

E siccome  un pensiero ne porta un altro, arriva l’idea che sarei stata più vicina a te, per lingua e per altro, che leggevo tanto, andavo al cinema e a teatro ogni volta che potevo più ancora di quanto abbia mai fatto qui e quasi tutto ciò che ti riguardava lo avrei saputo prima, al momento giusto, e che, last but not least, avrei vissuto in un Paese che non ti considera un personaggio “di nicchia”. Che poi chissà perché dovrebbe stupirmi, sentirti definire così, perché dovrebbe irritarmi. Ho sempre amato i personaggi “di nicchia”, quelli con un talento fuori dal comune, noti magari, ma che occorre comunque andare a scoprire un po’ da sé, senza essere imposti né da obblighi – scolastici o di altra natura – né da mode e capricci passeggeri. Tu sei sempre stato trasparente, fin troppo, dice chi ti voleva bene, quasi indifeso, ma senza mai importi, senza fare la star o assumere comportamenti studiati per strappare una foto o un articolo. Mai inseguito da orde di paparazzi assatanati, sempre cercato da chi voleva un punto di vista diverso su un film, su un avvenimento recente, su una comune emozione o sull’andamento del mondo. Suona strano in effetti, in quanti poi avranno voglia di conoscere questi lati riflessivi e intimi di qualcuno che si è abituati a giudicare sulla base della bontà della sua “performance“?

Dunque, chi dovrebbe prendersi cura del mio, del nostro libro, ha ragione ad essere preoccupato, dopotutto, ha ragione di porsi il problema di come non farlo “restare sugli scaffali”. Io che ho paura a volte anche della mia ombra, che amo tanto parole come rovesciamento e scompiglio, e poi nella pratica temo qualunque cambiamento, sempre con l’ansia di fare un passo troppo lungo, potrei forse non capire? Ma mi sembra di aver appena cominciato a vivere secondo quello che voglio, e ho anche paura che ora che ho cominciato finalmente a seguire i miei sogni, loro fuggano via e non si lascino acchiappare.

Ma quindi voglio condividerti col mondo? Per certi aspetti no, per altri sì, eccome. Immagino sia un po’ così per tutti gli amori, “gridare all’universo che ti amo” e tenere per sé quel tanto che basta. Mi pare così facile rispecchiarsi in te, amore mio, nel tuo essere fuori dal comune, mi sembri così “universale”, ma forse è solo perché io ho sentito da sempre che volevo assomigliarti, e in fondo questa potrebbe anche essere una storia d’amore qualunque, e arrivare al cuore di chi legge anche senza sapere nient’altro, se non che è una storia d’amore, una storia di luoghi e di scelte fatte e non fatte che ti portano a essere ciò che sei anche grazie agli incontri di anime. Chissà quanto sarà grande la nicchia di chi si può appassionare alla mia storia e ai miei sentimenti di donna che continua da una vita a rincorrere il cielo, per un uomo che forse più di chiunque altro ha rappresentato per me la distanza e la prossimità tra le stelle e la terra, il più forte e il più fragile di tutti i legami.

Vedute e scorci

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Foto da qui

Non sono un’appassionata dei panorami e delle vedute dall’alto, preferisco gli scorci, i dettagli, ciò che si può vedere meglio (o solo) da vicino, meglio ancora, anzi, immergendocisi completamente. Chissà se vuol dire qualcosa, o se ha semplicemente a che fare con la miopia fortissima che mi offusca lo sguardo fin dalla nascita, impedendomi tanto di discernere i particolari osservando l’insieme, quanto di intuire l’insieme dal particolare. È uno sforzo costante per me, che dal mondo fisico si trasmette alla scrittura, quello di riuscire a mettere a fuoco le minuzie che creano un quadro, o di veder già, partendo da una piccolezza, la pittura completa nella mia mente. E’ una mancanza di cui risento, eppure mi piace anche pensare (quando sono ottimista) che questo mi dia la possibilità di scegliere la luce e la distanza, a seconda che il disegno debba risultare nitido e senza sbavature, oppure al contrario avvolto in quella sorta di cortina di vapore che rende le immagini più vaghe e imprecise, conferendo loro la consistenza impalpabile dei sogni, e al tempo stesso il senso di imperfezione della realtà.

Pensieri (ingarbugliati) sulla scrittura

Poi le parole districate tornano subito a ingarbugliarsi, chissà se questo lo sapevi già anche tu, e per questo hai deciso di non scrivere mai; o meglio, di scrivere solo ciò che ti veniva immediato e sgorgava da sé come acqua dalla fonte, semplici appunti, giusto una base per improvvisare, che era quello che realmente ti stava a cuore. Oh, non senza dolore, anzi. Ma quasi senza intermediazioni, e dunque senza questo continuo sbrogliare matasse e ritrovare bandoli smarriti. Perché quando poi il dolore lo devi interpretare, raccontare e tradurre in parole per gli altri, qualcosa si perde. Un poco di innocenza, tra le altre cose.

Una parte di te continua a sentire profondamente, a vivere l’emozione sotto la pelle e lasciarsene attraversare senza far nulla, come ti lasci attraversare dall’improvvisa bellezza di una lama di luce che taglia l’orizzonte dove il mare finisce e inizia il cielo, come ti lanci senza rete da una nostalgia o un desiderio che ti acchiappano senza aspettare il momento giusto.

Una parte cerca addirittura di sprofondare, di immergersi fin quasi ad affogare nel lago d’ombra che è il guazzabuglio dei nostri sentimenti, sperando poi di riemergerne sapendo qualcosa di più e amando un po’ di più, ma senza alcuna certezza di questo.

Ma c’è quella parte che guarda le parole con la lente d’ingrandimento, provando a mettersi nella prospettiva di chi leggerà. Si cerca allora di renderle limpide, trasparenti, oppure un poco più oscure, secondo l’effetto che si vuole produrre. Si cerca l’eleganza, il sinonimo più vicino al senso da dare, ma anche quello più fine, il cui suono fa presa al tuo orecchio e nella tua mente s’intona col ritmo dell’insieme; si utilizzano figure retoriche, si individuano costruzioni d’impatto, si lavora di cesello, si intaglia, si sbalza, si leviga, si incide, si lima, perché nonostante quello che si pensa, scrivere è in buona parte un lavoro da artigiano.

Tu preferivi lasciare che il mondo entrasse dentro di te, e al resto pensava poi quella mente così insolita, agile e intensa, libera e duttile, penetrante e cristallina. Il filo dei tuoi pensieri non lo perdevi mai, e tuttavia lasciavi che prendesse direzioni inaspettate per cogliere scorci sempre nuovi e farceli percepire con i sensi e l’istinto. La ragione semmai dopo.

Chi scrive ha il tempo di preoccuparsi fin da prima di ciò che il pubblico penserà; e in fondo, di plasmare in qualche modo le proprie passioni proprio perché possano leggersi meglio, perché siano riconoscibili e persino apparire più genuine: talvolta occorre molto artificio e molta cura per far apparire poi in superficie l’intensità e la naturalezza.

Credo tuttavia che questo tu lo abbia intuito subito o comunque imparato non appena hai messo piede su un set. Autenticità e immediatezza non vanno necessariamente insieme. Far entrare il mondo in sé resta necessario, ma bisogna anche poi saper uscire da se stessi, guardare il mondo da dentro e guardare se stessi da fuori, perché tutto alla fine si ricomponga e ciò che noi siamo, reinventato attraverso le parole, torni a essere, proprio mentre diventa di tutti, tanto più profondamente, intimamente nostro.

Di questo cielo non mi stanco

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Di questo cielo non mi stanco mai. Potrei vivere creando storie con le nuvole, rubando loro i pensieri, le forme e la fantasia, potrei scriverci sopra. Usare quelle bianche come bloc-notes per prendere appunti, quei pensieri improvvisi ed effimeri, che se non li acchiappi subito svaniscono. Sulle nuvole nere scriverei in lettere d’oro, non per fermare la pioggia, no, anzi, la pioggia saprebbe allora di essere preziosa, non solo agli occhi di chi gioca con le parole, ma agli occhi di chiunque guardi.

Ancora un’alba, è di un paio di giorni fa, ma metto nel forziere anche questa. Stamattina ho scritto (un pezzo di libro, intendo) e non ho nemmeno pianto. Beh, avevo già dato ieri. Nel pomeriggio ho lavorato e da ora riprendo a scrivere. Ho ancora un po’ paura, ma non mi fermo, se piango va bene, credo, vuol dire che quello che scrivo è necessario, almeno per me. Per il resto si vedrà. E’ come se avessi in mano tanti fili da gomitoli diversi, di tanti colori. Ogni tanto si aggrovigliano. Ma credo sia importante intrecciarli tutti, perché ogni sfumatura ha senso non solo in sé, ma per come si affianca a tutte le altre

Pensieri

 

Devo fare pulizia. Negli armadi, nella mail, tra i sogni e i progetti. Troppe cose superflue mi frenano. La scrittura no, della scrittura tutto è essenziale. Se ferisce scriverlo, è perché non scriverlo finirebbe per ucciderti. Quello che sembra spaccare l’anima, forse crea solo un’apertura, è una ferita, sì, ma una ferita contro la perdita di sé. Si vive delle nostre ferite. Io sono le parole che scrivo, il mio corpo, il mio cuore, la mia vita sono le parole che scrivo. Voglio svuotare tutti i cassetti e tenere solo quello che più si avvicina alla me stessa che mi somiglia.