A Midsummer Night’s Dream

Midsummer.jpg

Shakespeare è meravigliosamente divertente, quando vuole, l’ho sempre pensato, come ho sempre pensato che non sia mai esistito nessun altro scrittore altrettanto capace di sondare con la stessa profondità e capacità letteraria tutti i sentimenti e tutti gli aspetti della vita, dando al riso e al pianto uguale importanza e indagandone le sfumature in maniera ineguagliabile.

Ieri sera, interrompendo momentaneamente la serie dei classicissimi dagli anni ’20 in poi, mi sono vista, in abbonamento stavolta, e non su Youtube, A Midsummer’s Night Dream, un film del 1999 (dovrò poi guardarmi la versione del 1935). Regia di Michael Hoffman, fotografia sontuosa, paesaggi sontuosi, scene sontuose, un cast sontuoso. Sexy e scanzonato, ambientato in Italia nell’Ottocento, accompagnato da alcune tra le più note e belle arie operistiche. Colto, ma con ben più di una strizzatina d’occhio a gusti volgarotti. Forse, lo stesso Shakespeare non avrebbe disapprovato. Ma appunto, un po’ troppo sontuoso, lascia un senso di artefatto che personalmente mi fa preferire decisamente il modo in cui Kenneth Branagh, in particolare, porta il Bardo sullo schermo.

Per tanti aspetti splendido, comunque, senz’altro da vedere, per la cura dei dettagli visivi, ad esempio; per il sostanziale rispetto nei confronti dell’originale; e per l’universalmente acclamata interpretazione di Kevin Kline (Bottom), che, a parte essere oltremodo attraente persino come “mostro” dalle orecchie asinine, ha la caratteristica di tutti i grandi di non prendersi sul serio, senza perdere mai di vista la consapevolezza del proprio talento e dello strumento in cui si può trasformare.

Tra gli altri, Rupert Everett (Oberon, bello come una statua e altrettando algido), Michelle Pfeiffer (Titania), Stanley Tucci (bravissimo come Puck, solo che io me lo sono sempre immaginato come un ragazzo molto più giovane), Calista Flockhart (Helena), Christian Bale (Demetrius), Sophie Marceau (Hippolita).

 

 

Robin Williams’ Theater 1 – The Taming of the Shrew (La bisbetica domata)

Visto che i film di Robin sono finiti, ma sul mio blog il lunedì è ormai tradizionalmente dedicato a lui (beh, non solo il lunedì, ma quello è “istituzionale”), oggi inizierò a parlare del teatro, un aspetto forse meno conosciuto ma non certo meno importante.

A parte le registrazioni degli spettacoli di stand-up da lui scritti e portati nei teatri in tournée, Robin ha interpretato poche pièces teatrali, ma tutte significative. La prima è stata The Taming of the Shrew (La Bisbetica Domata, regia di James Dunn), da cui la foto sopra (praticamente irriconoscibile, eh? Ma comunque… ❤ ). Nata nel 1970 come rappresentazione scolastica, rivisitata in stile vecchio west, fu invitata a partecipare al Fringe Festival di Edimburgo del ’71 e vinse il premio per la Miglior Produzione. Su espressa, graziosa richiesta, venne poi eseguita una rappresentazione di gala appositamente per la Principessa Margaret, per dire.

In questo blog (che erroneamente attribuisce a Robin la parte di Petruchio nella commedia, mentre ebbe quella di Tranio, per quanto l’articolo che trovate qui ritenga che la sua performance non fosse comunque estranea al regale gradimento), si dà anche notizia di altre rappresentazioni cui Robin ha partecipato: un altro personaggio shakespeariano, Orsino, uno  dei protagonisti della commedia The Twelfth Night [La dodicesima notte), e un personaggio invece di Wilde, l’Algernon di The Importance of Being Earnest. Maggiori informazioni le trovate sul Fansite di Robin.

In più di un’occasione Robin ha parlato della propria formazione “classica”, per quanto riguardava la recitazione. Si riferiva principalmente alla Juilliard, ma c’è chi afferma che anche da queste precedenti esperienze al College of Marin abbia cominciato ad approfondire Shakespeare (di cui spesso infilava citazioni o finte citazioni un po’ qui e un po’ là) e preso alcuni gesti tipici (come quello di fingere una conversazione tra due persone diverse, girando rapidamente la testa da una parte all’altra). Già allora, inoltre, improvvisava – e il regista non solo lasciava fare, ma accoglieva le sue creazioni nel testo, come molti altri dopo di lui avrebbero fatto più che volentieri.

Racconta Dunn: “When he was my student I used to kick his a**, you’ve got to be able to put up with that. Robin’s a true genius like Charlie Chaplin, and I think he’ll be remembered the same way. It was an honor to know him personally and professionally” (Quando era un mio studente, gli facevo il c…Bisogna essere in grado di sopportarlo. Robin è un vero genio come Charlie Chaplin e penso che sarà ricordato nello stesso modo. E’ stato un onore conoscerlo, personalmente e professionalmente).