– 6 Sensi di viaggio

Puoi restare fermo, immobile e attendere che l’ombra diventi un sottile bordo nero e lentamente si sposti, si giri attorno, si accorci, si nasconda sotto i tuoi piedi, quasi a scomparire, poi si riaffacci per allungarsi verso oriente fino a svanire stringendosi nel buio. Oppure muoverti, farla impazzire con cambi repentini, con passi zigzaganti, salendo e scendendo lungo i sentieri e le strade.

[…]

Il viaggio nasce nella testa, matura, ma per esistere ha bisogno di assorbire linfa attraverso i sensi, toccare, sentire, annusare, assaggiare. Quello mentale è un sogno, non un viaggio. Puoi deciderne i tempi, le condizioni, i ritmi, le pause. Non sollecita i sensi. Il viaggio, quello vero, ti fa sopportare caldi inebrianti e freddi carichi d’oblio, patire venti indiscreti, godere del primo tepore di un’alba. Non sempre decidi tu dove fermarti, dove dormire, quando dormire. Nel viaggio mentale non c’è neppure bisogno di riposare.

[…]

Ecco perché il viaggio mentale non è viaggio. Perché è solitario per natura e non per scelta o per mancanza di scelta, perché è fatto di nessun saluto, e il saluto ti avvicina a ciò che ti è caro, perché non ha attese negli aeroporti.

[…]

L’immagine di cento fiammelle in equilibrio su piccole lampade ricavate da lattine usate, che illuminano appena le bancarelle del mercato di Bohicon. Il viola malinconico delle Dolomiti quando il giorno le abbandona. I mille volti della sabbia del deserto, pronti a tradire la tua memoria a ogni battito di ciglia del sole. Era rosa quella duna, un attimo fa. Ora è gialla, ma basta distrarsi un attimo e diverrà grigia.

Il dilatarsi angosciante e tenero del cielo sulla savana, il rosso che rincorre il blu per poi cedere entrambi al silenzio della notte, nera come il cuore del papavero.

Quali occhi ha la mente? Come può vedere tutto questo? Può inventarlo? Sì, può, ma solo dopo averlo visto accadere.

 Sei giorni alla partenza e sono pur sempre immersa nella normalità, nel consuetudinario. Lavoro, faccio letti, preparo da mangiare, stiro, lavoro, scrivo: tutte attività tendenzialmente quotidiane. Il viaggio appartiene ancora alla dimensione del sogno, benché cominci a sentirne la concretezza, come quando tieni in mano una stoffa che ancora non è tua, per saggiarne la consistenza, le cuciture, verificare che faccia per te, non solo il colore, ma il tessuto, l’intreccio, l’orlo, l’armonizzazione di tutti gli elementi nel risultato finale. Lentamente, così, il sogno si avvicina al reale e impercettibilmente comincia a modificarlo essendone, al tempo stesso, modificato.

Marco Aime è sicuramente uno dei miei scrittori preferiti, da tempi ormai anche abbastanza lontani: mi trovai per caso ad ascoltare una sua conferenza al Museo delle Culture del Mondo, al Castello d’Albertis di Genova, senza averne mai (lo ammetto) sentito parlare prima. Una di quelle decisioni dell’ultimo minuto, ché l’idea di prendersi del tempo incontra sempre un po’ di resistenza. L’argomento mi interessava, ma le cose da fare si accavallavano. Avevo già visitato il museo, forse era il momento di tornare a casa. Già che ero lì, però, tanto valeva dare un’occhiata. Dopo cinque minuti, sapevo che sarei rimasta ad ascoltarlo per ore.

Io sono timida, meno di un tempo ma pur sempre in misura considerevole. Quindi avrete un’idea del fascino che il suo racconto ha esercitato su di me se vi dico che alla fine della conferenza mi sono fermata a chiedergli, diretta e senza troppi giri di parole, se potevo presentare un suo libro nell’ambito delle attività di Bookcrossing a cui allora partecipavo. Un’altra di quelle cose che si fanno d’istinto, appena ti vengono in mente, senza lasciarti il tempo di cambiare idea. In seguito ho saputo che Aime, professore universitario, antropologo, viaggiatore, scrittore, ospite regolare di conferenze, co-sceneggiatore di spettacoli teatrali, a Genova è una specie di istituzione (per quanto dubito che lui si definirebbe così: è un altro che tende all’understatement, quando si tratta di sé, e una persona estremamente alla mano, tanto che in quell’occasione non ci pensò due volte e mi disse subito di sì).

La presentazione è stata uno dei momenti più belli della mia vita, e ha riguardato questo libro Sensi di Viaggio, che ancora tengo caro, con tutti i bigliettini infilati allora per ricordarmi i punti che mi avevano colpito di più, con le mie note, con il suo autografo. Mi sono documentata talmente tanto su antropologia, viaggi, scienze sociali, che alla fine dal pubblico qualcuno mi ha chiesto se fossi anch’io un’antropologa. Non è che voglia imbrodarmi, ma credetemi che di poche cose vado così tanto orgogliosa, a distanza di anni.

Visto che da tempo ho interrotto la rubrica La Lettrice della Domenica, perché in questo momento, purtroppo, leggo pochissimo (o meglio, leggo moltissimo, ma non libri), e visto che oggi è, appunto, domenica, valeva la pena di postare qualche citazione da questo libro tanto amato, che è anche uno di quelli che sicuramente mi porterò dietro in viaggio. I suoi racconti mi terranno compagnia, mi sembrerà quasi di sentire gli odori di Wasso, intravedere gli dei che ci si fermano ad ascoltare la musica e guardano gli uomini giocare a owari e le donne danzare, mi parrà di entrare nella via degli aquiloni a Jaipur, percorrere la Gola della Nariz del Diable dove si arrampica a zigzag il trenino che in Ecuador collega la piana di Guayaquil con il paese di Alausi, a 2600 metri di quota. E tutto questo mentre in realtà respiro odori diversi, ascolto altri suoni, guardo e tocco e gusto cose che non c’entrano con il racconto.  Perché è vero che il viaggio può diventare racconto, spesso spinge a un altro viaggio, ma un racconto non è un viaggio. L’importante è che gli odori, i sapori, i suoni non siano quelli di sempre, quelli di casa. Lasciare che la nostra ombra cambi, in modo da accorgerci di ciò che in noi stessi è cambiato. Quanti volti ci sono nella tua stanza? Se hai viaggiato, nello specchio non vedrai solo la tua immagine, ma il tuo volto arricchito dalle tracce degli incontri e dei percorsi.

Come un quadro giapponese

Più che rosa e oro, l’alba di oggi era azzurrina, con quell’atmosfera sfocata che ti sembra che davvero non ci sia solo vita e morte ma anche altro, una o più vie di mezzo, qualcosa di dolce, come l’ombra di un bacio, come i colori di un’antica passione con cui dipingi un amore senza fine. Il rumore del traffico sottostante che giungeva anch’esso vago, offuscato, come intorpidito, contribuiva a quella sensazione di osservare e ascoltare qualcosa di cui non fai del tutto parte. Nonostante il profumo dell’erba da poco tagliata; nonostante l’umido nelle ossa, che dalla terra saliva ai piedi e pareva quasi che mi stesse piovendo nelle scarpe; nonostante i crochi selvatici sparpagliati ai bordi del prato. Ho guardato il sole mentre faticosamente si faceva strada arrancando su per le colline e attraverso la lattigine che appannava il cielo. E quando infine ha guadagnato il suo posto su verso il centro della volta, somigliava pur sempre più a una moneta, sia pure d’oro, ma acciaccata dal tempo, dalla storia e dalle intemperie, che all’astro infocato che saliva sul suo cocchio (oggi sarebbe magari una Aston-Martin) e correva per il cielo come un indomito dio selvaggio. L’atmosfera mi ricordava molto quelle di certi quadri giapponesi, le nebbie, i vari toni del grigio, quella foschia che pare null’altro che un velo fragile, eppure toglie al sole gran parte della sua luce. E resta nell’aria quell’impressione d’irreale e di fragile, pur quando la nebbia scompare e il giorno alza la sua voce al di sopra della musica di quel sogno a mezza strada, senza riuscire tuttavia a farla smette di suonare. Se ascolti con attenzione, la sentirai scorrere, al di là delle montagne e forse anche del cielo.

Conosci quel posto tra il sonno e la veglia, il posto in cui ricordi ancora quello che stavi sognando? È lì che ti amerò per sempre (cit.)

Il figlio perfetto

Niccolò amava la notte, perché di notte non doveva scappare. Non dagli sguardi severi di suo padre, non dal terrore di deluderlo, o dall’ansia di dover essere sempre il primo, dai suoi compagni che sfuggivano la sua pretesa perfezione, senza capire che lui non poteva non essere perfetto, che dentro di sé aveva le stesse loro paure e la stessa voglia di sbagliare, ma era necessario che fosse perfetto.
Era necessario, perché suo padre controllava il suo grado di perfezione, e non era mai abbastanza. Con un cenno accoglieva i suoi dieci a scuola, fissandolo con aria di riprovazione se per una volta il voto era un nove. Senza un segno di sorriso ascoltava il professore di tennis lodarlo come un piccolo campione, proprio come era stato lui, anche se poi aveva dovuto smettere quando aveva cominciato a lavorare. Ma se Niccolò sbagliava un passante incrociato, se la pallina finiva fuori di un soffio, se un tentativo di ace finiva invece in net, poteva star sicuro di sentire lo sguardo deluso di suo padre dietro la nuca. Lo vedeva, quello sguardo, anche senza voltarsi, e lo costringeva a tenere la testa bassa, senza piangere perché piangere non era da uomo.
Per questo Niccolò amava la notte. Era l’unico momento in cui nessuno lo controllava. Probabilmente se suo padre avesse potuto, avrebbe detto la sua anche sui sogni che doveva fare. Anzi, i sogni glieli avrebbe proibiti del tutto. I sogni sono improduttivi, irrazionali, per nulla adatti a un futuro ingegnere.
Non che Niccolò volesse essere un ingegnere. Lui faceva disegni e scriveva poesie, ma di nascosto però, perché quelli che suo padre aveva trovato, glieli aveva sventolati davanti agli occhi come esempio della perversa ingratitudine di quel figlio bislacco, e poi li aveva stracciati.
“Io non ti mando a scuola perché impari a fare scarabocchi e scribacchiare versi insulsi. Credo che sarai d’accordo con me che questo ti fa perdere del tempo che puoi invece utilizzare in modo più utile. Tra un po’ andrai alle superiori e poi all’università, studierai ingegneria e ti leverai tutti questi grilli dalla testa”.
“Ma papà…” aveva timidamente tentato di rispondere lui.
Suo padre lo aveva costretto con un’occhiata a inchiodare lo sguardo a terra.
“Dimmi pure, se sei proprio sicuro di avere qualcosa da obiettare”.
“Scusa, papà, ma io preferirei…”
Suo padre lo aveva interrotto bruscamente.
“Lo so benissimo cosa preferiresti. Preferiresti bighellonare tutto il giorno, giocare a pallone come quegli sciocchi dei tuoi compagni, fare i tuoi compiti svogliatamente, e magari neanche quelli, e scrivere le tue… poesie!” Aveva detto quest’ultima parola con tale accento di disprezzo che Niccolò era ammutolito definitivamente. E poi aveva aggiunto quelle parole che ancora adesso gli bruciavano dentro, peggio di una cinghiata:
“Sono io che ti mantengo, e fino a che resti in questa casa, devi fare quello che ti dico io”.
Da quel momento Niccolò era stato certo che suo padre non lo teneva con sé per affetto, perché gli faceva piacere averlo vicino, ma solo perché in quel modo poteva essere sicuro di controllarlo, in modo che i soldi che spendeva per lui, prima o poi andassero a frutto.
Era stato il suo primo e ultimo tentativo di ribellarsi alla volontà di suo padre.
Questi pensieri passavano nella sua mente mentre come ogni sera aspettava di addormentarsi, con gli occhi chiusi ma ancora sveglio, sospeso tra un vago, irrealizzabile desiderio di cambiare le cose nella realtà, e la voglia, più facile da soddisfare, di dimenticare tutto per qualche ora cercando il conforto dei sogni.
Ma qualcosa, quella sera, stava andando in modo diverso dal solito. Proprio mentre stava, finalmente, per cedere al sonno, fu svegliato del tutto da qualcosa che lo soffocava, togliendogli l’aria. Si guardò intorno e vide uno strano, buffissimo ometto che lo additava e rideva. Era grande meno della metà di lui, e avrebbe voluto prenderlo per la collottola e chiedergli cosa stava succedendo, ma si accorse che non poteva. Era chiuso in una sorta di guscio di vetro senza porte, senza la minima apertura di alcun genere. Ecco perché gli mancava l’aria. Prese a smaniare e dibattersi, tirando calci e pugni contro quella gabbia spaventosa, mentre il respiro gli veniva a mancare. Pareva che quell’omino volesse farne una specie di oggetto da collezione, come le farfalle che suo padre teneva nello studio, inchiodate con spilli, chiuse dentro minuscoli scatolini, chissà perché. Non c’era né vita né bellezza in quelle farfalle, erano solo oggetti morti.
L’omino voleva ucciderlo, allora? Ma perché?
Per molti minuti Niccolò non riuscì a far altro che dimenarsi con urla silenziose, perché il fiato non gli usciva dalla gola, ed era come se picchiasse se stesso. Si faceva male, ma il guscio non si apriva. Fino a che comprese che non avrebbe mai potuto, così, restituire fiato ai polmoni. Si calmò. Tacque. L’ometto là fuori faceva gesti e smorfie, quasi incitandolo a riprendere quella sua forsennata attività. Niccolò invece cominciò a picchiettare con le dita la parete di vetro. Se qualcuno lo aveva infilato lì dentro, pensò, evidentemente doveva essere anche possibile uscire.
Senza più fretta né impazienza, quasi con delicatezza, senza più contare il tempo, e senza quasi più paura. Finché d’improvviso, chissà come, il guscio si aprì in due metà come un uovo di pasqua.
E Niccolò tornò a respirare.
Un attimo dopo, vide davanti a sé il viso di un altro bambino. Era avvolto in una specie di nebbia dal collo in giù, e sembrava un po’ triste un po’ contento.
– Sei stato bravo – disse il bambino. – Se tu non avessi aperto quella prigione di vetro, io sarei ancora tutta immerso nella nebbia. Però per liberarmi del tutto dovresti fare ancora due cose, vuoi?
Niccolò lo guardò, confuso e spaventato, ma anche con tanta voglia di dirgli di sì.
– Mi piacerebbe aiutarti, ma non so se ce la faccio, – disse. – E poi chi sei?
Lui gli sorrise.
– Questo lo capirai da te, a suo tempo – rispose.
Questo un po’ fece arrabbiare Niccolò, però chissà perché gli fece venire ancora più voglia di farlo uscire da quella nebbia. Poi magari avrebbe preso a pugni quel piccolo insolente, anche se non aveva mai preso a pugni nessuno, però adesso aveva un gran desiderio di farlo.
Un attimo dopo vide un’ombra allungarsi, allungarsi sempre più, e poi ingrandirsi, fino a diventare enorme, coprendo tutto con un buio che non era quello normale della sua stanza a luci spente, ma un nero più nero di qualsiasi notte senza stelle. Eppure c’era qualcosa di rassicurante in quell’ombra. Guardò su e vide un enorme gigante, tanto grande che il palazzo dove c’era casa sua non avrebbe potuto contenerlo tutto intero. Era davvero spaventoso, e aveva anche una faccia sgradevolissima. Niccolò sapeva che era sicuramente cattivo, eppure non sapeva se voleva combatterlo. Non solo perché era così grosso e pericoloso, non è neanche che avesse tanta paura quanto forse avrebbe dovuto. Ma c’era qualcosa che lo frenava, come se in un certo senso quel gigante lo proteggesse da qualche enorme pericolo.
E in un primo tempo parve infatti che il gigante volesse solo tenerlo al riparo della sua gigantesca mano, senza fargli male, al contrario, quasi per difenderlo. Eppure…
Impercettibilmente quella mano si muoveva, si faceva più vicina a lui. E più la mano si avvicinava, più Niccolò si sentiva schiacciato da un peso insopportabile, fin quasi a toccare con la faccia per terra. Qualcosa dentro di lui gli diceva che non doveva farsi abbattere, ma era tanto più facile e comodo lasciarsi andare, lasciare che il gigante lo coprisse con la sua ombra, non dover scegliere, non dover combattere…
Però quel peso diventava sempre più doloroso e d’improvviso gli venne il pensiero di quel bambino che doveva liberare dalla nebbia. Sentì dentro una grande rabbia contro il gigante, e una grande forza. Proprio quando stava per essere definitivamente buttato a terra e schiacciato come un insetto, con tutta quella rabbia e quella forza riuscì a tirarsi su. E più si tirava su, più il gigante si rimpiccioliva, fino a che poté guardarlo dritto negli occhi. E più lo guardava, più il gigante rimpiccioliva ancora, fino a che scomparve in una nuvola di cenere.
Niccolò poté finalmente voltarsi e vide accanto a sé il bambino di prima che era emerso dalla nebbia fino alla cintola e gli sorrideva, sempre con un po’ di tristezza, ma molto più contento di prima.
Aveva appena finito di provare sollievo che sentì un immenso dolore nel petto, come se il cuore dovesse scoppiargli da un momento all’altro. Smarrito, abbassò la testa e vide un enorme mucchio di strani vermi d’oro che gli ballavano sul torace e cantavano:

desideri mai realizzati ti divorano il cuore
nella notte li sogni, muoiono al mattino
ognuno il suo verme, ognuno un dolore
che ti resta nel petto, ti impedisce il cammino
c’è un solo rimedio, che non sia falso e bugiardo
levarsi di dosso ogni pelle di troppo
fino a che il sogno si sveli allo sguardo
dalla gola si sciolga l’inutile groppo
con occhi d’altri non potrai mai vedere
e udir con altrui orecchie neppure, direi:
perché dunque ubbidire sol degli altri al volere
lasciar che sian gli altri a decider chi sei?

Niccolò non capiva tutto quello che dicevano. Cosa voleva dire levarsi di dosso la pelle di troppo? Ma sapeva cosa voleva dire quando i sogni ti mangiano dentro. Che quegli animaletti fossero d’oro non toglieva nulla al fatto che si stavano divorando il suo cuore. Niccolò provò a toglierne uno, due, dieci, venti, ma per ogni verme levato, ne nascevano altri cento. Il bambino nella nebbia, doveva cercare il bambino nella nebbia. E in quel momento vide uno strato di pelle staccarsi dal suo petto. I vermi cominciarono a contorcersi. Gli parve di sentire qualcosa, come una musica, non più la canzone stonata dei vermi d’oro, ma qualcosa che veniva direttamente da lui. La musica era una cosa buona? Suo padre ascoltava dei dischi, ma quando lui gli aveva chiesto di poter imparare a suonare, gli aveva risposto che non lo riteneva compatibile con i suoi impegni scolastici. Quelle erano state proprio le sue parole, le ricordava bene. Provò a immaginarsi con una chitarra in mano, e un altro strato di pelle gli venne via dal petto. Ma non faceva male, al contrario. Si sentiva più leggero. Come se qualcuno gliel’avesse appiccicata addosso quella pelle, come se non avesse fatto davvero parte di lui. I vermetti adesso erano rimasti pochissimi, e la musica che gli veniva da dentro si era fatta più forte. Era bella, era sua, la sua musica, la sua canzone. Provò a immaginare di riempire quella canzone di parole e di immagini. Suo padre non lo sapeva, ma lui era bravo a colorare le cose con le parole, a disegnare poesie, a dipingere la vita con i racconti. Lui voleva continuare a scrivere, a disegnare, a raccontare. Si guardò il petto e vide che l’ultima pelle si era staccata, lo vide nudo, come avrebbe dovuto essere, senza più vermi, d’oro o non d’oro. E il bambino era uscito definitivamente dalla nebbia e gli sorrideva, e lui non poteva prenderlo a pugni perché gli somigliava troppo, gli pareva di guardarsi in uno specchio.
Finalmente si addormentò.
L’indomani, per prima cosa, disse a suo padre che voleva imparare a suonare la chitarra, che avrebbe ripreso a scrivere poesie e disegnare, e che non avrebbe fatto l’ingegnere.
– Tu mi mantieni perché devo ancora crescere – gli disse. – E io sono in questa casa perché sono tuo figlio. Solo per questo.
Non so se suo padre lo ascoltò, quella prima volta. Non so se lo fece la seconda volta, o la terza. Ma presto o tardi deve averlo ascoltato per forza, perché Niccolò è diventato un grande poeta, e gira il mondo raccontando storie con le parole, con i disegni, e con la sua inseparabile chitarra.

San Francisco

Foto dal web

Foto dal web

Stamattina si parlava del mio nuovo avatar, di san Francisco e del suo senso di luogo d’elezione della mia anima, luogo che ho nel cuore da tanto tempo, pur non essendoci mai stata, luogo che unisce, oggi più che mai, passato, presente e futuro, emozioni e memorie, progetti, desideri, sogni, passioni e voglia di cose belle. Apro l’email del New York Times (da qualche giorno non lo faccio, ché a tutto non si può arrivare, anche dormendo 4 ore a notte)… ed ecco la meta del prossimo viaggio suggerito (per chi non crede alle coincidenze…)

36 hours in San Francisco

Non che 36 ore sarebbero neanche lontanamente sufficienti per me, ma sarebbe certo già qualcosa, e i panorami nel video sono magia pura. Poi non riesco a postare il video, se qualcuno mi aiuta… ho provato con l’opzione embed, copiando il link come indirizzo url per allegarlo in “aggiungi media” ma non me lo fa fare. Se cliccate sul link qui sopra comunque vi porta automaticamente al filmato e… beh… ❤ ❤ ❤

Ecco un altro motivo per dare una scossa alla mia forza di volontà che in questo periodo si fa un po’ desiderare 🙂

Posso anche aggiungere che la conferenza dell’ATA (Associazione Americana Traduttori) dell’anno prossimo si terrà a San Francisco. E io sono traduttrice (tra le altre cose). Per cui… 🙂

Se avessi più tempo tradurrei l’articolo, ma non è detta l’ultima parola, magari da qui a domenica… stay tuned! 🙂

Una promessa

Sono pronta a partire. Da stasera. Da adesso. Te lo devo in fondo. Ho riordinato le idee, mi sono riconosciuta capacità di cui ero tutt’altro che sicura, ho affilato le armi, per così dire, ho usato la scrittura per fare scorta di cose belle, per accostare il mio cuore al tuo e prendere in prestito da te quello che non avevo. Per fermarmi a pensare senza avere la sensazione di “perdere tempo”, ma al contrario, di prepararmi nel modo migliore per qualcosa di importante e fortemente voluto. Sei stato e sei dentro ogni fotografia, ogni parola, ogni emozione, tutto quello che c’è qui dentro, questo luogo ti appartiene almeno tanto quanto appartiene a me. Ti appartiene anche l’attimo di esitazione prima di dire qualcosa, quel piccolo fremito di quando infine lascio andare quello che ho scritto e sono felice e un po’ spaventata. Ti appartiene il momento in cui qualcun altro si ferma su qualcuno di questi segni che ho tracciato, e ci si ritrova almeno un poco. Ho parlato di coraggio, di libertà, di sogni, e tu eri lì. Ho parlato di luce, di forza, di mettersi in gioco, e tu eri sempre lì, più che mai. Ho parlato di vivere le proprie scelte fino in fondo, e non potevi che esserci.

In tutto questo c’entra, e c’entra molto, questo progetto di cui non riesco ancora a parlare se non per brevi cenni, piccoli appunti, note a margine e allusioni. E dentro ci sei talmente tanto che forse è anche questo che mi fa un po’ paura. Ho scelto di sentirti in questo ancor più che in qualunque altra cosa. Ho scelto che ci fossi, e tu ci sei. Da stasera, lo prometto qui, a te e a me perché sia una promessa irrevocabile, da stasera ci sono anch’io. E questo progetto lo prendo per mano come se prendessi te, per mano. e lo porto avanti, Come se camminassimo sulla stessa strada, come se fosse il nostro viaggio.

Volo all’unisono

Immagine dal web

/

Così sei infine entrato anche nei miei sogni. Lo sapevo che era solo questione di tempo, anche se ultimamente di solito non li ricordo mai. Questo di stanotte era così nitido, invece, di quelli che quando ti svegli, per un istante devi rimettere a fuoco qual è davvero la realtà. Un sogno così gentile, così aggraziato, mi viene da dire, che ho provato una punta di dispiacere a svegliarmi, ma al tempo stesso ha trasmesso il suo sapore dolce al giorno, dandomi più voglia, più passione, più desiderio per tutto quello che faccio e che voglio fare.

E’ il senso del prendersi cura delle cose, andare al passo lento del sole e dell’aria, su quella strada su cui da tempo mi fai da guida. E’ la stretta delle tue dita, la tenerezza che mi protegge dai primi freddi, è il tuo trasformare in casa qualunque luogo, il tuo essere porto per le navi che devono ancora arrivare e per quelle che ripartiranno. E’ il sapersi fare silenzio per ascoltare il mondo e parola per comprenderlo. E’ la mano che si colma di una presenza lieve e solida, la vertigine del dover cambiare rotta per non tradire il mare. E’ il tremito spaventato, ma non senza una sorta di felicità segreta, di chi è sospeso su un filo, vari metri sopra la terra, e si lancia a tratti in un salto acrobatico tra l’oggettiva realtà delle cose e la poesia degli istanti. Perché per me, tu non hai mai smesso di esserci, e di afferrarmi in tempo perfetto perché l’angoscia del vuoto lasciasse il posto alla magia di un volo all’unisono.

Dialogo mamma-figlio / A mother & son conversation

Dialogo svoltosi qualche giorno fa, ultime battute, in realtà, di un fuoco di fila di domande esistenziali, racconti di sogni e delle loro relazioni con la realtà (tipo: qualche volta succede che quello che sogno poi si realizza; ma se sogno di volare significa che posso raggiungere qualcosa di bello?), riflessioni sulla solitudine…/ A conversation we had a few days ago, the home straight, actually, of a barrage of existential questions, accounts of dreams and their link to reality (such as: it sometimes happens that what I dream happens in real life. If I dream of flying, does it mean I can achieve something?), thoughts on loneliness…

Figlio (dodicenne) / Son (twelve years old): mamma, qual è la cosa vuoi di più di più nella vita, quello che ti piacerebbe tantissimo ottenere? / mum, what is that you want most in life, that you really really want to get?

Io (mamma) (dopo un momento spiazzamento) / Me (mother) (taken aback for a moment, then): essere felice e rendere felici altre persone / be happy and make some other people happy

Figlio / son : io vorrei più di tutto una vita normale / me, I want a normal, life, most of all

Io /me: cosa è normale per te? / What is “normal” for you?

Figlio / son: non so, è che mi sento diverso a volte / I don’t really know, it’s that I feel different (from others) sometimes…

Io (un po’ a corto di parole) / me (a bit at a loss for words): cosa significa “diverso” per te? / what is “different” for you?

Figlio / son:  non lo so di preciso…. però possiamo fare una pausa adesso? / I don’t exactly know… but can we take a break now?

Io / me: Sì, certo, possiamo fare una pausa (retro-pensiero: meno male!) / Yeah, sure we can (while I was thinking to myself: thank goodness!)

Ma… continua… (ne sono certa)

But… to be continued… (I’m pretty sure of it)

🙂