Babele

… But the minds that had conceived the Tower of Babel could not build it. The task was too great. So they hired hands for wages.

But the hands that built the Tower of Babel knew nothing of the dream of the brain that had conceived it.

… Le menti che avevano concepito la Torre di Babele, tuttavia, non erano in grado di costruirla. Il compito era troppo gravoso, così si servirono delle mani di operai salariati.

Ma le mani che costruivano la Torre di Babele non sapevano nulla del sogno del cervello che l’aveva concepita.

(da “Metropolis” di Fritz Lang, 1927)

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Eleganza e anticonformismo

Un paio di notti fa ho fatto un sogno stupendo, c’eri tu e giocavi con una sorta di doppio, che era la tua ombra, la tua anima, forse, anzi, anche più di uno, ma anche così identici alla tua “persona reale” da non distinguerli l’uno dall’altro. Era come una specie di scena cinematografica, ma c’era qualcosa di meravigliosamente reale, meravigliosamente tuo e mio. Credo proprio che tu potresti davvero giocare persino con la tua anima, scherzarci con quella tenerezza, quella divertita profondità, senza perdere mai di vista tutto ciò che tu “sei” e che ti appartiene. Il nostro cervello è davvero una “macchina” straordinaria. Quando più ne ho bisogno, tu arrivi, e sempre nel modo più incredibile, tutto l’incanto e il gioco e il sorprendente che tanto amo. Forse per questo che ho deciso di giocare un po’ anch’io. Un piccolo “colpo di testa”, un taglio nuovo, un tocco di colore, che una persona, facendomi un bellissimo complimento, ha definito “anticonformista con stile, e comunque elegante”. E io penso a quel tuo essere così elegante, in quella maniera così anticonformista, con quel tuo stile unico, che avrebbe sicuramente fatto scuola, se non fosse stato inimitabile, e mi sento un po’ più felice, proprio adesso che la tristezza stava rischiando di appannare un periodo in cui invece succedono (anche) molte cose belle.

La lettrice della domenica – Le città invisibili di Italo Calvino

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Il mio affetto per Calvino risale a tempi quasi preistorici, “Il barone rampante” è uno dei primi romanzi che ricordi di aver letto. Eppure ancora ho alcune lacune per quanto riguarda la sua produzione letteraria, e questa era una di quelle fino a pochissimi giorni fa. Finalmente, uno dei miei viaggi (ultimamente per fortuna frequenti) mi ha permesso di colmarla, e non sono stata per nulla delusa, anzi. Non è un’opera facilmente definibile, e già questa per me è una qualità: non è un romanzo, non è un saggio, non è neppure, propriamente, una serie di racconti, né un diario o una raccolta di impressioni. È un po’ tutto questo, e altro ancora. È la descrizione delle città, di qualunque città, e del nostro modo di viverle e di osservarle. Ognuna delle città immaginarie descrive, di fatto, uno o più aspetti che certamente si possono cogliere nei luoghi che abitiamo, trasfigurato però, dal fatto stesso di essere descritto in modo così “letterario”. Le torri, i bastioni, le ringhiere, le strade, le finestre sono tanto oggetti materiali, riconoscibili dal lettore in quanto parte anche del suo mondo, quanto elementi del sogno, della memoria e del desiderio. Città continue, città capovolte, città che contengono il contrario di sé stesse, città che hanno un rapporto particolare con il cielo, con il mondo sotterraneo e con i morti, ciascuna in un modo che le è proprio, eppure così vicino al nostro: Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.

Il rapporto tra realtà e letteratura mi pare uno dei temi centrali di questo libro (come di molti altri di Calvino), tanto quanto il rapporto tra il viaggiatore e i luoghi. A parlare delle città è infatti Marco Polo, che dialoga con Kublai Khan, ma non è necessariamente lo stesso Marco Polo della storia, è una sorta di fantasma, di pretesto, e di nuovo il rapporto tra immaginario e reale cambia continuamente e diventa chiave di interpretazione:

KUBLAI: Non so quando hai avuto il tempo di visitare tutti i paesi che mi descrivi. A me sembra che tu non ti sia mai mosso da questo giardino. 

POLO: Ogni cosa che vedo e faccio prende senso in uno spazio della mente dove regna la stessa calma di qui, la stessa penombra, lo stesso silenzio percorso da fruscii di foglie. Nel momento in cui mi concentro a riflettere, mi ritrovo sempre in questo giardino, a quest’ora della sera, al tuo augusto cospetto, pur seguitando senza un attimo di sosta a risalire un fiume verde di coccodrilli o a contare i barili di pesce salato che calano nella stiva.

KUBLAI: Neanch’io sono sicuro d’essere qui, a passeggiare tra le fontane di porfido, ascoltando l’eco degli zampilli, e non a cavalcare incrostato di sudore e di sangue alla testa del mio esercito, conquistando i paesi che tu dovrai descrivere, o a mozzare le dita degli assalitori che scalano una fortezza assediata.

POLO: Forse questo giardino esiste solo all’ombra delle nostre palpebre abbassate, e mai abbiamo interrotto, tu di sollevare polvere sui campi di battaglia, io di contrattare sacchi di pepe in lontani mercati, ma ogni volta che socchiudiamo gli occhi in mezzo al frastuono e alla calca ci è concesso di ritirarci qui vestiti di chimoni di seta, a considerare quello che stiamo vedendo e vivendo, a tirare le somme, a contemplare di lontano.

KUBLAI: Forse questo dialogo si sta svolgendo tra due straccioni soprannominati Kublai Khan e Marco Polo, che stanno rovistando in uno scarico di spazzatura, ammucchiando rottami arrugginiti, brandelli di stoffa, cartaccia, e ubriachi per pochi sorsi di cattivo vino vedono intorno a loro splendere tutti i tesori dell’Oriente.

POLO: Forse del mondo è rimasto un terreno vago ricoperto da immondezzai, e il giardino pensile della reggia del Gran Khan. Sono le nostre palpebre che li separano, ma non si sa quale è dentro e quale è fuori.

(Italo Calvino, Le città invisibili, I edizione Oscar Moderni 2016)

Equilibri e sogni

Il sole tramonta rapido, ti sembra quasi di vederlo muoversi, è ancora più difficile a quest’ora credere che sia la Terra, a muoversi, come puoi non credere a qualcosa che i tuoi occhi vedono tanto chiaramente, in cambio di una verità invisibile? Il sole scende veloce, e pare che ti scenda dentro, che andando giù entri dentro la tua pelle, ma il suo rosso cerchio di fuoco resta lontano, inafferrabile. Quello che ti scava dentro è la fine, la scomparsa. Quella bellezza, quella magnificenza che è la magnificenza dell’addio. No, lo vedo, il sole, che rimpicciolisce fino a sparire dietro le colline, un attimo fa era ancora una sfera completa quasi in mezzo al cielo, poi è sprofondato, l’ho osservato chiaramente ridursi a due terzi, poi metà, poi una minuscola striscia, e infine più niente, solo una scia di luce arancione che verso su sbiadisce nel lilla e più su ancora nell’azzurro lattiginoso di questo cielo che non esiste, è solo aria a cui i nostri occhi fallaci danno un colore e quasi una consistenza. Non mi ingannate, è il sole a muoversi, le colline sono immobili, fisse al loro posto, chi ci crederebbe che sia la Terra a girare? Eppure, a pensarci, che cosa affascinante, questo movimento che permette a un pianeta di non perdersi, di mantenere il suo posto nello spazio, di far crescere su di sé qualcosa di vivo e di precariamente stabile. Rotazione e rivoluzione, il moto di un oggetto che permette agli oggetti che porta su di sé di stare in equilibrio. Ho un pensiero però che è come un piccolo squilibrio nel cuore. Se le forme, i colori, la sostanza stessa che crediamo  di vedere dipendono dall’illusione della luce che colpisce i nostri occhi in un modo o nell’altro, se ciò che sembra reale non lo è e forse l’unica cosa reale sono i sogni, se persino la vita è un sogno, non potevo allora sognarti da più vicino?