Di spazi, e nidi segreti, e librerie girevoli

For Robin’s downtime, he had private spaces in his home in San Francisco and at his ranch in Napa where he could completely withdraw from everything and everyone. In San Francisco his retreat was a hidden room behind a movable bookcase, while in Napa, it was a separate watchtower with its own staircase.

[da: Robin Williams, a Singular Portait, di Arthur Grace]

Adoro capirti sempre meglio, e avevi ragione amore mio, è fantastico che ogni giorno, ogni sorso di vita possa servire a conoscere di più una persona, sapendo che comunque non saprai mai tutto, ti resterà sempre qualcosa da imparare, qualcosa per cui sorprendersi. Sapevo che una delle piccole e grandi cose che abbiamo in comune è questa esigenza vitale di avere uno spazio intimo e personale, lontano da tutto e tutti, per fare ciò che amiamo, per pensare e stare in contatto profondo con noi stessi, o semplicemente per staccare dalla routine, rilassarci e ricaricare le batterie. Non credo quindi di essere una persona troppo soffocante, proprio perché capisco quella necessità. Eppure a volte patisco, quando mi pare che gli altri non mi stiano vicino abbastanza, mi irrito, reagisco male. Mi ero chiesta se anche con te avrei sofferto i lunghi mesi di distanza, e poi, al ritorno, tu così esausto da avere ancora bisogno di solitudine, avrei forse fatto fatica ad accettarlo, te lo avrei fatto pesare. Ma questo è stato prima di leggere come te li eri creati, questi spazi di temporaneo isolamento dalle cose e dalle persone. Una stanza segreta dietro a una libreria girevole, e una torre di osservazione, separata dal resto della casa, dove annidarsi in cima a una scala e giocare, e leggere… Mio amato, siamo anime troppo gemelle perché io possa rimproverarti alcunché. Imparo, anche da questo, ognuno ha la sua torre, a sua stanza segreta, tu mi insegni ad amare, in te, quei piccoli e infiniti gesti che ritrovo poi in me, nelle persone che ho vicino, a restituirli, ad accogliere quello che c’è, così com’è. E lasciando poi un angolo in penombra dove immaginarmi un paradiso pieno di nidi segreti in cui rifugiarsi. Qualche volta anche insieme, ma non preoccuparti, mica sempre, che il ci sarebbe tempo e spazio per tutto.

Cambi d”amore

Non mi innamoro più facilmente come un tempo, sai, non mi basta più ciò che allora faceva scattare un senso immediato di appartenenza, sia che poi svanisse in un giorno o restasse più a lungo. Ancora può accadere che una luce mi  colga di sorpresa e mi illumini qualcosa dentro,  ma non vivo più di sobbalzi del cuore e di drammatici contrasti, di vuoti d’aria e subitanee pienezze che s”addensano tra petto e gola. È un bene, credo. Non pensare che mi batta meno il cuore, no, il fatto è che batte più forte e con frequenza accelerata per le scoperte più lente, quelle che richiedono tempi lunghi. Persino l’amore per la tua città, benché si,  il colpo di fulmine ci sia stato,  ha iniziato a farmi battere davvero il cuore dopo che ci ho litigato,  l’ho attraversata e lasciata e ricordata. Mi innamoro di ciò che ripercorro con la memoria dopo averci speso passi e pensieri, m’innamoro di ciò che mi cambia, di ciò che ci vuole una vita a imparare. È a causa tua, vedi, non solo perché mi hai insegnato che la bellezza dell’amore sta nella conoscenza lunga, duratura; ma anche perché mi ci sono voluti anni a imparare ogni sfumatura, ogni inflessione della tua voce, e a riconoscerla tra mille persino quando imiti qualcun altro; anni per cogliere ogni possibile mutamento dei tuoi occhi in base all”ora del giorno e alla marea; anni per cogliere il tuo umore dal lampo del sorriso o dal movimento delle mani. È stato un tempo prezioso, non dovrebbe forse questo aumentare i battiti del mio cuore? Ogni conferma, ogni smentita, ogni sorpresa e ogni rito che conosco alla perfezione come se fosse il mio mi dà quel nodo allo stomaco che trova eco nel cuore. M”innamoro con lentezza, cercando con cura lo spazio in cui si muova più libero il mio senso delle distanze e del viaggio necessario per abbreviarle.

Fino al mare

Quest’inquietudine non si placa, so che ha a che fare con te perché mi tremano le labbra, ma non so in che modo c’entri; ascolto ma non sento quello che mi chiedi, resta qualcosa in sospeso al di sopra della vita, scrivo, mi immergo nelle cose ma c’è questa distanza come di chi fa non tanto per fare ma per osservare ciò che ha fatto. Finisco una poesia e l’inquietudine non si quieta, non si quieta, è un dolore dolce ma talvolta lacerante questa ricerca infinita, Non c’è forse poi questo gran spazio tra l’immaginazione e la realtà, ma c’è uno spazio immenso tra i desideri e la vita. E’ anche uno spazio di libertà, quello in cui il vento muove gli aquiloni, altrimenti non sarebbero che inutili pezzi di carta colorati, e non i sogni leggeri che cambiano il cielo. Ti sembra allora che la poesia valga qualunque pena, che il prezzo non sia mai troppo alto, anche se quello è poi lo spazio da cui si intrufola l’idea della nostra insignificanza, dell’insoddisfazione perenne, l’insensato correre dietro alle cose come Bianconigli solo perché sappiamo che nulla sarà mai abbastanza. Che ci vorrebbe l’eterno, l’infinito, siamo zeppi di “intanto”, di “frattempi” e dio se certe domande fanno male e non basta averle in comune per liberarsi dello struggimento. Non è forse per questo che parliamo con i morti e facciamo bungee jumping, lanciandoci da un grattacielo o da una parola? Continua a bussare, tu non smettere, fino a che si sbricioli anche l’ultimo muro. La parola Sconfinato è la più vicina a libero, sono sicura che lo pensi anche tu.

Fino al mare

Il mio cuore è un gatto che sonnecchia al porto,
tra le immobili navi e le reti e d’improvviso
con balzo felino scatta, come avesse visto
qualcosa che nessun altro vede:
un’acciuga, un tramonto, un amante distratto.
Il mio cuore invecchia piano,
ma ad ogni amore ha un anno in meno,
ad ogni memoria cammina con passo più svelto
è un gatto tranquillo, il mio cuore
ma talvolta con mossa inattesa
lo vedi correre verso il mare o in cerca
di un luogo che solo lui conosce,
un’inquietudine d’altrove,
un arcano cercarti in insoliti indizi
un ponte tra le mie labbra e il tuo silenzio.
Farei naufragio, se tu fossi un’isola.
Dove sei mio mare, mia nave, mio capitano?
Dove può raggiungerti la mia bocca tremante
d’infinite cose rimaste sulla soglia?
Adesso è notte, il mio gatto dorme,
lui non ha paura delle stelle, ha fatto tana
nell’incavo più scuro di una strada deserta.
Domani correrà ancora, ti amerà
come si ama chi ci nutre, il tronco
a cui ci aggrappiamo per salvarci,
la musica di ogni isola su cui sfiniti approdiamo,
o le tue orme sulla sabbia, fino al mare.