Robin’s Monday – Piccole Gemme 4: Robin’s First Tour in Afghanistan

Visto che ne abbiamo parlato. È anche un promemoria per me, perché ancora non l’ho visto, anche se ho visto altri spezzoni di suoi spettacoli per le truppe. Sapete quanto ami questo continuo emergere di cose per me nuove, non finisco mai di stupirmi a causa sua, e lo stupore rinnova i miei sentimenti ogni volta.

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Robin’s Monday – Piccole Gemme 3

L’intervista di Ray Martin in Australia per la presentazione di The Birdcage (Piume di Struzzo, 1996).  Il film è tra l’altro uno dei miei preferiti e se volete trovate la mia recensione qui. Robin ironizza gentilmente sulla scenografia dello studio “è un piacere essere intervistato sopra una meridiana“, dopodiché “parla di Hollywood, politica americana, scuola e qualunque altra cosa che gli passi per quella testa bizzarra e straordinaria” (è il commento che accompagna il video).  Il jet lag, i canguri e la famiglia sono materiali duttili che plasma a suo piacimento, talvolta lasciandosi andare alle sue capacità istrioniche (la sua imitazione dell’accento scozzese-australiano è da antologia), altre con quel tono dolcemente stupito, quasi sommesso, con cui pare sorprendersi lui per primo di ciò che osserva e riporta, mette il dito su piaghe dolorosissime ma lo fa con tale gentilezza che è come se ti mostrasse la ferita che non sapevi di avere e nello stesso tempo maneggiasse con disinvolta maestria gli strumenti per cicatrizzarla.

Ray Martin’s interview to Robin Williams, in Australia to present The Birdcage (1996). Robin makes gently makes fun of the tv studio setting (“it’s nice to do an interview on a sundial“), and then “talks about Hollywood, American politics, school and whatever else crosses his bizarre and amazing mind” (it’s the comment under the video). Jet-lag, kangaroos, family, are all ductile materials he models at leisure, sometimes giving free rein to his histrionic skills (his impression of a Scottish-Australian accent is classic), other times in that sweet, surprised way, almost in an undertone, as if he was astonished himself at what he sees and reports, he puts his finger on very, very sore sports, but so gently that it’s as it he showed you the wound you didn’t know you had, and at the same time handled with nonchalant mastery the instrument to heal it.

Robin’s Monday – Piccole Gemme 2 –

Robin presents the Movie Robots – in which he plays Fender – at the Live! with Regis & Kelly show. Lots of impressions and voices and languages and wonders.

Robin presenta il film Robots – in cui interpreta Fender – al talk show Live! with Regis & Kelly. Imitazioni, voci, un bel po’ di lingue diverse e altre meraviglie.

[eh, lo so, è solo in inglese… un giorno chiederò a qualcuno una collaborazione tecnica per sottotitolare tutte queste interviste che sono come degli stand-up show dal vivo e che io amo forse sopra ogni altra cosa. Comunque volendo si può dare un’occhiata alle transcriptions, sono anche quelle in inglese e sono un po’ approssimative, ma aiutano nei passaggi più veloci, perché alla rapidità di pensiero di Robin spesso corrisponde anche una notevole rapidità di parola…].

Robin’s Monday – Stand up 5, Weapons of Self Destruction

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Oltre cento date, uno spettacolo iniziato nel 2008 quando alla Casa Bianca c’era Bush, proseguito quando si era già insediato Obama, fino alla fine del 2010; 5000 persone a sera, con parte del materiale creato appositamente di volta in volta per ogni città del tour. Salute, politica, pornografia, religione, matrimonio, auto ibride… Attore premio Oscar/scrittore/comico/spirito libero, così ti presentano nel DVD dello show. L’ultima definizione, naturalmente, è quella che mi piace di più.

I tuoi “problemi di cuore”, come ironicamente li chiamavi, sono iniziati dopo 30 spettacoli nel corso della tournée. Facevi dai 30 ai 50 chilometri al giorno in mountain bike e all’improvviso, inaspettatamente hai sentito che le colline non ti erano più amiche. Difficoltà respiratorie, una tosse persistente, l’angiogramma rivela una valvola bruciata. Un po’ come una Chevrolet. Dopo gli spettacoli di solito ti sentivi benissimo, nonostante la stanchezza, a un certo punto invece hai cominciato ad arrivare a fine serata sfinito, in uno stato di affaticamento davvero eccessivo, e ti sei deciso a sottoporti a questa operazione non più rinviabile.

Hai forse pensato di fermarti, dopo? No di certo. Avevi ripreso anche ad andare in bici, anche se non in mountain bike. Non volevo rischiare di trovarmi su un sentiero e sentire la voce di un avvoltoio, ‘oh che peccato, una vera sfortuna per te che tu sia caduto’.

Una seconda chance – un nuovo inizio. Dopo “una valanga di dolore da poterci scrivere un secondo Libro di Giobbe”, chiedeva un giornalista, perché le persone ancora ti amavano tanto e soprattutto si fidavano così tanto di te, del tuo giudizio, da raccontarti le loro battaglie personali che avevano vinto anche grazie a te, alla tua comicità? Capisco che vuoi dire: quale affidabilità ho? Perché chiedono consiglio a me invece di andare da qualcuno più qualificato? Perché non ti vergognavi di parlare di te: non avrebbe senso non parlarne, è quello che è successo e tutti lo sanno. Perché hai affrontato la domanda che prima o poi forse tutti noi, o quasi, ci troviamo a porci: quanto, davvero, voglio vivere? Perché avevi chiuso con l’autocompatimento che è alla base di tante cose che ci bloccano, e mica vale solo per te, sai? Perché avevi potuto parlare di quando mandi affanculo le persone che ti sono vicine fino a trovarti solo, e qui lo hai fatto senza far ridere, lasciando il tuo pubblico in un silenzio attonito ma partecipe, e forse in un certo senso sollevato, perché capita, oh sì, capita a molti.

Pagare i conti, raccontare le trasformazioni dell’America, raccontare quello che era successo nella tua vita, dire sono di nuovo qui, sono vivo! E anche far soldi alla vecchia maniera, porta a porta. Estenuante, certo, ma non ti sei fatto pregare per “tornare sulla strada”, non solo prima dell’operazione: neanche in seguito. Già dopo un mese o due, fosse stato per te, avresti ricominciato. Ci hai anche provato, una notte, ma ti sei trovato col fiato corto e hai capito che non eri ancora del tutto pronto. Ma al terzo mese, hai deciso che potevi farcela, forse appena un po’ più lento di prima, ma non molto. Saranno in pochi ad accorgersene, comunque la prendo un po’ più con calma. Quello che non era rallentato era la tua “perspicacia sui temi riguardanti la società e i più recenti avvenimenti” e l’energia con cui li esprimevi. Forse meno esagitato rispetto ai primi spettacoli, ma non meno divertente.

C’è voluto del coraggio, ma “a Robin Williams il coraggio non è mai mancato” osservava un’altra giornalista

(…) “Negli ultimi due anni, con tutto quello che ha sofferto, il cervello è quello che gli è servito a mantenere il suo spirito positivo”, diceva Crystal. “Credo che lo stand-up gli serva in modo diverso da prima, è un posto sicuro, ma può parlare di certe cose e aiutare se stesso a stare meglio, non solo tutti gli altri”. Ma gli amici dicevano che non era necessario scavare tanto a fondo per trovare il tuo lato sensibile. E secondo Zak tu ti aprivi agli altri “talmente tanto da essere disarmante”. Eppure, quando a proposito di una parte molto divertente dello spettacolo, sui tweet, ti hanno chiesto se usassi i social media hai detto no, per niente: non sento il desiderio di condividere ogni dettaglio della mia vita, tipo ‘sto facendo colazione, tutto va bene’. È la mia vita. Ancora una volta, ci vogliono parecchie contraddizioni per arrivare a cogliere la tua essenza.

Sia come sia, Weapons of Self Destruction è uno spettacolo straordinario. Chapeau!

 (ridotto e adattato dal mio libro)

Robin’s Monday – Stand-up 4, Robin Williams Live On Broadway

È stato come sollevare il mare

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Il tuo ritorno sulle scene per il primo spettacolo dal vivo in dieci anni coincide con il periodo immediatamente successivo all’11 settembre 2001. Motivo di più per un rientro. “Ne abbiamo bisogno”, diceva la gente[1]. Tu, dal canto tuo, avevi bisogno della libertà, di ricaricare le batterie, ma i tempi erano anche maturi per affrontare quelle acque insidiose. Concorsi per Miss Burka Bagnato, tutto l’armamentario di quello che abbiamo passato, le misure di sicurezza. La comicità dal vivo è liberatoria, quella nei film è durissima, ammettevi[2]. L’esigenza si era fatta più forte dopo uno spettacolo di beneficenza a Washington con Whoopi Goldberg, dove ti eri reso conto che la gente si sentiva quasi sotto assedio, perché da tempo nessuno dava spettacolo a Washington, eccetto George [Bush][3]. Allora ho cominciato a esibirmi in qualche club di New York. Ho pensato che se c’era un posto che poteva essere un buon banco di prova era proprio New York. C’è un pubblico fantastico e molto tosto. Mi hanno incoraggiato a parlare di queste cose e allora ho pensato, ‘Okay, forse è il momento di tornare.’ È stato come sollevare il mare. La gente poteva tornare a ridere. Una risata può essere tante cose, una medicina, un’arma, dipende da chi la somministra, aggiungevi. Ma ha davvero questo potere curativo? Curativo non è la parola giusta. Terapeutico, magari, o catartico. Quando vieni da situazioni estreme, si può dire che ti riporta in vita[4].

Non era difficile trovare materiale, con Bush (Jr.), un Presidente che accenna un saluto con la mano a Stevie Wonder[5]. È quasi morto per un pretzel, cioè, abbiamo centinaia di milioni di dollari di copertura aerea sopra i cieli di Washington e lui rischia di morire per uno snack. Puoi parlare di qualunque cosa. Una bella l’ha detta qualcuno nel programma di Letterman, diceva ‘non riescono a trovare Bin Laden? È un Arabo alto due metri in dialisi, basta seguire le tracce nella sabbia’! Non parlo dell’incidente, ma di come il mondo è cambiato in conseguenza. Tipo, non puoi portare tagliaunghie sull’aereo perché hanno paura che possa dirottarlo. ‘Allontanatevi dall’area controlli, subito. Ho una limetta di cartone in mano!’ oppure ‘State seduti e fermi, o la pupa perderà un’unghia!’ George Bush ne fa una diversa ogni giorno e per un comico è un dono del cielo[6].

Prendevi in giro anche san Francisco (con affetto): abbiamo il Golden Gate, e a difenderlo ci sono due Guardie Nazionali in un Colibrì – parlo del fuoristrada militare – in tuta mimetica, che non scendono da quel cazzo di furgone e io dico, sono in tuta mimetica, ma devo dirglielo, il ponte è rosso dorato. Sembra che vengano dalla Scuola di Difesa di Taddeo (dei Looney Toones, una della tue imitazioni che il pubblico adorava) “Be vewwy, vewwy, quiet. I’m wooking for an Awab. Huhuhuhuhuh. E non fanno altro che star seduti lì. […] Però non lasciano attraversare i ciclisti – come se uno potesse nascondere qualcosa in calzoncini talmente stretti che puoi capire di che religione è. È una follia, quello che sta succedendo. Le perquisizioni – un mio amico ha una figlia di 7 mesi e l’hanno perquisita come se potesse avere una granata nel pannolino. Ma come abbiamo visto con il tizio che ci ha provato con le Air Jordan, c’è da stare attenti. Dico quello che ha cercato di dar fuoco a una scarpa ‘signore, questa è una zona per scarpe non fumatrici, si allontani per favore.

“Ci sono i comici, e c’è Robin Williams”, scriveva un altro giornale.[7] “Ci sono battute, e c’è quell’umorismo universale basato sull’esperienza umana con cui Williams è ormai identificato, nel bene e nel male. La vita può essere tanto un gioco crudele quanto una spensierata battaglia di cuscini e Williams domina le sue contraddizioni grazie all’ingegno della sua mente brillante, con raffiche di improvvisazioni così come con le sue osservazioni acute e taglienti”.

Per quanto fossi lontano dai teatri da un po’, le tue capacità non erano in dubbio e il pubblico lo sapeva perfettamente. D’altra parte lo humor, dicevi, aveva subito un colpo duro come tutto il resto, dopo gli attacchi, ma piano piano il pubblico e gli artisti erano arrivati a uno standard comune accettabile. Così, puoi iniziare a parlare di quando i funzionari del governo danno l’allarme sul rischio di terrorismo dicendo ‘non sappiamo dove, non sappiamo quando, ma sappiamo che qualcosa succederà. Buona fortuna. Ma cosa significa CIA, Agenzia Internazionale per le Intuizioni?

Uno spettacolo sfacciato, irriverente, volgare (nel senso buono del termine); nessuna concessione al comune senso del pudore o a qualunque altra forma del cosiddetto senso comune[8].

Sul palco vestivi panni di un personaggio del tutto diverso da Sy Parrish o dall’assassino di Insomnia[9]. Un vero sollievo. Qualcuno direbbe che sto mettendo in atto tutti i pensieri sporchi, facendoli diventare reali; è una sorta di catarsi ed è nato tutto un po’ così, lo spettacolo inizia da quello che sta succedendo, poi diventa politico, religioso e poi all’improvviso tanto primitivo quanto è possibile esserlo. Sul set eri frenetico, un fascio di energia tenuto insieme dalla coerenza comica, dalle risate. Le risate ti tornano indietro, ti nutrono, ti spronano. Il tuo critico più severo era Cody, che a 10 anni ti diceva di darti dei limiti: è fantastico, come avere una piccola donnina che vive insieme a te. È dolcissimo ma molto diretto e onesto.

Sul palco non avevi paura di prendere di mira i politici e i reati societari, ma una giornalista ti aveva chiesto che cosa ti spaventava davvero in quel periodo[10]. Mi spaventa molto il fatto che il surplus di tre miliardi di dollari che avevamo sia scomparso. L’istruzione, anche. E adesso formeremo questa nuova agenzia per la sicurezza, quando non è che quella vecchia abbia funzionato benissimo. Il tema che mi inquieta di più è il Medio Oriente. Ho parlato con persone dell’una e dell’altra parte, Palestinesi e Israeliani, che cercano di trovare una soluzione. E quanto all’approvazione dell’invasione dell’Iraq da parte del Congresso: ah, l’approvazione pubblica del piano segreto! I nostri alleati non la considerano una grande idea perché fa esattamente il gioco di Bin Laden, quando dice ‘è una crociata’. È stata questa la scusa. Vanno dai Curdi a dire ‘tornate con noi, lo rifacciamo di nuovo, e i Curdi ‘sì, certo, come l’altra volta, quando ci avete detto ‘ribellatevi’ e poi lui ha usato il gas nervino su di noi’. E [gli Stati Uniti] lo hanno lasciato stare. Sono loro che lo hanno lasciato lì. È un uomo spregevole? Ha fatto cose orribili? Certo, ma loro gliele hanno lasciate fare. La cosa principale per me sono l’India e il Pakistan. Hanno fatto sette test nucleari ciascuno e la CIA non ne sapeva un cazzo prima che succedesse. Ecco, tutto questo mi angoscia. Io faccio mia la conclusione della giornalista: “continua a dirci come stanno le cose”: perché sai, tu pensavi che a essere davvero importanti fossero i medici, i grandi benefattori, gli scienziati. E magari avevi pure ragione (come sempre). Ma per quanto fossi consapevole di lasciare una qualche eredità, forse, per quella tua tendenza a non prenderti mai troppo sul serio, non ti sei mai reso conto fino in fondo di quanto grande e duratura fosse quell’eredità.

Persino la tua generosità nascondevi, per quanto possibile. Hai fatto infinitamente più bene di quanto sia venuto fuori durante la tua vita. Ma non è questo, è il mutamento della percezione, l’approfondimento delle cose, l’importanza delle domande. Che non cambia mica quando mutano gli scenari, sai? Il mondo va avanti, ma quelli restano punti fermi sempre. Reagan, Bush, Trump, non sono importanti loro, sei importante tu e il modo in cui ti interroghi sulle cose e spingi gli altri a pensarsi, guardarsi dentro. Le contraddizioni della vita le puoi padroneggiare imparando prima di tutto a vederle, poi a comprenderle a fondo. E infine a riderne.

La vita sa essere crudele e spensierata, verissimo. E tu hai cantato come nessun altro la fatica e la meraviglia di essere persone fino in fondo, perché si paga, si paga caro, ma in cambio si riceve qualcosa che non ha prezzo. L’ombra delle farfalle, la bellezza dei bruchi, una vita che basta a se stessa perché è solo quella che racchiude tutto il dolore ma anche l’incanto del quotidiano, dei dettagli in cui si nasconde l’infinito. La libertà è questa, in fondo, non altra. Mi hai lasciato, ci hai lasciato la rabbia, la commozione, il dolore, l’urlo dell’ingiustizia di un male che colpisce così ciecamente da distruggere qualcuno che in vita sua non ha fatto altro che costruire. Ma dietro tutto questo ci hai lasciato un amore infinito per il nostro cuore, per le emozioni e per la ricerca dell’unica verità possibile, una verità in movimento, luminosa e aperta come il cielo della Baia.

[1] Paul Fischer, One Hour Photo, cit.

[2] One Hour Photo Production Notes, cit.

[3] Andrew Phillips, Death to Smoochy Interview, chud.com, cit.

[4] Andy Simmons, Robin Williams Grows Up, cit.

[5] Heather Wadowski, Death to Smoochy Interview for Movie Habit, 26 marzo 2002 (dal Fansite).

[6] Phil Mason, Scottish sex line sheep noise, cit. e Andrew Phillips, Death to Smoochy Interview, cit.

[7] Duane Dudek, Williams Going Nuts over Darker Roles, cit.

[8] Bonnie Laufer, da Tribute, cit.

[9] Paul Fischer, One Hour Photo, cit.

[10] Christine Blosdale, Robin Williams – One Hour Photo, cit.

Robin’s Monday – Stand-up 3, A Night at the Met (aka Live at the Met)

Diretto da: Bruce Gowers
Scritto da: Robin Williams
Registrato il: 9 agosto 1986 (trasmesso su HBO)

La forza dell’autoironia

Parlano di disarmo parziale, è un po’ come la circoncisione parziale. Non ha senso. O vai fino in fondo o ‘fanculo, lascia perdere.

(dal libro)

A Night at the Met (1986) non è stato il tuo primo spettacolo comico importante, ma il primo in cui hai tenuto un palcoscenico prestigioso come quello del Met, il Metropolitan Opera House di New York. Una meraviglia, un incanto, tutta la grazia e la forza di una personalità così fuori del comune da trasformare tutto ciò che tocca. Quando tu e il teatro vi incontrate può succedere di tutto, ma sempre qualcosa di speciale. Qui ti metti a nudo, parli di te perché le tue esperienze possano servire a tutti. Ridere di sé aiuta anche e soprattutto gli altri.
Un periodo difficile, tuo padre era appena morto, il matrimonio con Valerie era finito malamente, gli ultimi tre film erano stati un disastro al botteghino e il tuo “critico interiore” ti tormentava.
Non che non fossi bravo, o che avessi mai lasciato che i problemi personali (o la pigrizia, a cui qualche volta accennavi, anche se io mai l’avrei associata a te) interferissero con la tua ferrea etica professionale, probabilmente, del resto, rafforzata dalla passione. Dicono che tu non sia mai una volta arrivato in ritardo o impreparato. Ma gli eccessi degli anni precedenti, lungi dall’aumentare la tua velocità e liberare energie, ti avevano frenato.
Con tutto questo, il pubblico ti adorava e come comico andavi a pieno ritmo, anzi, a un ritmo praticamente insostenibile per chiunque. Spettacoli su spettacoli in teatri e locali vari; ti ammazzavi di lavoro per tenere a bada quel lato oscuro che aveva rischiato di consumarti. “Per quanto meraviglioso fosse, non era propriamente un pacco dono – ricordava David Steinberg, uno dei tuoi manager, a distanza di qualche anno . – Era un po’ nei guai, con quattro o cinque personalità che cercavano di venir fuori. Il palcoscenico era l’unico luogo dove nessuno potesse manipolarlo”. Perché dopotutto, eri sempre anche Mork, benché fosse soltanto un aspetto della tua poliedrica personalità, e quando il pubblico continuava a identificarti con lui non sbagliava poi di molto. Pronto a sostenere qualunque causa, a esibirti per chiunque lo chiedesse, del tutto privo di difese, secondo Marsha. “E’ facilissimo forzarlo a fare qualcosa. Se gli piacete e volete sfruttarlo, non dovete fare altro che premere il pulsante e lui farà quello che volete”.
Marsha ti aveva accompagnato come assistente nel corso di tutta la tournée che aveva preceduto questo spettacolo finale; Il suo rapporto con Zak andava a gonfie vele, non c’era più bisogno della sua presenza fissa in casa, e questo per lei era un modo di restare in qualche modo nella sua vita. Nessun coinvolgimento sentimentale con te, per carità, tu eri a pezzi e lei non intendeva farsi prosciugare emotivamente. Tuttavia, nella serata di chiusura, mentre tu “facevi la storia” come primo comico ad essersi mai esibito al Metropolitan, hai percepito qualcosa di cui mai ti eri reso conto prima, nelle sue parole e nel suo sostegno. Chissà se è per questo che fin dalla prima volta che l’ho visto, io ho sentito qualcosa in più, in questa performance, qualcosa che forse neppure l’orgoglio e la consapevolezza di essere ormai definitivamente uno dei migliori nel tuo campo poteva bastare a far uscire. Perché ecco, forse qui per la prima volta emergevano in tutto il loro fulgore quei marchi di fabbrica che avrebbero caratterizzato la tua vita artistica: meraviglia, incanto, partecipazione emotiva, empatia, certo, tutto questo e altro ancora. Ma per la prima volta, prima e più di tutto questo, tu apparivi felice.
Che ti muovessi su quel palco con la grazia di una farfalla lo avevo già detto. Nei primi tempi ti abbiamo visto raramente ballare e cantare, di solito accennavi appena qualche nota e qualche passo. Le ballate di Popeye (inclusa I Yam what I Yam, che secondo me ha anche molto dell’autoritratto) sarebbero comunque certo bastate per la vita, anche se non ci fossero stati poi il Genio di Aladdin e il Ramón di Happy Feet, a ricordarmi che sì, sapevi anche cantare. Che con la tua voce facessi quello che volevi è poi cosa arcinota. Non si trattava di un “semplice” strumento musicale, non solo quello, cioè. Eri in grado di catturare tutte le sfumature del mondo circostante, afferrare il tono di uno sconosciuto che parlava tra il pubblico e farne un’imitazione perfetta nel giro di pochi secondi. Potevi essere durissimo e dolcissimo, glaciale ed empatico, buffo, furioso, remissivo, timido e spavaldo. Potevi farci provare una gioia infinita oppure tutto il dolore del mondo. Ma non solo la voce, tutto il tuo corpo, faccia compresa, era uno strumento.
Anche qui, hai intonato giusto un paio di note, a imitazione di Pavarotti e di Placido Domingo (!), ispirate dall’ambientazione, tra carrozze, antiche armature e lampadari di cristallo del peso di una balenottera azzurra (Vorrei ringraziare Imelda Marcos per gli orecchini). Il resto sono voli dell’immaginazione e della fantasia, tanti, e poi passaggi improvvisi sulla realtà, anche la più cruda, con quella capacità fuori del comune di leggerla e restituirla trasformata (Parlano di disarmo parziale, è un po’ come la circoncisione parziale. Non ha senso. O vai fino in fondo o ‘fanculo, lascia perdere).
Molti anni dopo, avresti ammesso che l’unica vera dipendenza della tua vita era sempre stata quella dalle risate del pubblico. Non faccio fatica a crederlo. Il bambino che dava una voce diversa ad ogni soldatino con cui giocava per sentirsi meno solo aveva presto scoperto che quell’antico espediente poteva lenire le ferite altrui quanto aveva fatto con le sue.
Ho pensato a volte di non avere senso dell’umorismo. Sono così pochi i comici che mi fanno ridere, ma davvero molto pochi, potrei fare quattro, cinque nomi al massimo. So di essere un po’ strana (è parte della mia scintilla di follia), ma perché una persona possa farmi veramente ridere fino alle lacrime, bisogna che sappia cos’è il dolore. Il che è tutt’altra cosa dalla tristezza del clown (del resto, non ho mai amato i clown). Qui parliamo di persone che conoscono profondamente le emozioni, le più positive e le più negative, che hanno la capacità e la voglia di entrare in contatto profondo con la propria parte più intima, e usare per gli altri ciò che conoscono di sé.
Posso dire che mi sono piegata in quattro quando hai improvvisato quello scambio di ruoli tra un ipotetico allenatore di football trovatosi a fare il coreografo e un coreografo che dettasse le mosse di una squadra di football. Che per quanto Reagan appartenga alla storia, la sua caricatura diventa una caricatura universale, satira contro la retorica dell’uomo della provvidenza in genere. Che le parti sull’alcol sono commoventi e quasi drammatiche per chi sa da dove hanno origine, eppure io, almeno, non posso fare a meno di ridere, e di pensare che ancora una volta la risata ridimensiona il potere di ciò che spaventa e fa male, lo riporta a misura umana, da problema schiacciante e spaventoso lo fa tornare ad essere qualcosa che si può affrontare e risolvere.
Posso dire tutto questo, ma non so se posso veramente riportare per iscritto la personalità dirompente che dà corpo a battute che magari, dette da un altro o lette, non sarebbero altrettanto efficaci. Perché qui la comicità diventa racconto di una storia, una storia in cui tutte le sfumature di chi la crea entrano in gioco e quindi nessun altro può appropriarsene. Si può solo guardare ed essere contagiati da quel modo di vedere il meraviglioso dovunque. E ridere di quella risata che fa migliore la vita.