Il mio rito propiziatorio

Ho iniziato l’anno con alcune cose preziose, quelle che voglio fortemente portare avanti per tutto il 2020, tra cui guardare i lavori di Robin: ieri ho rivisto, forse per la quinta volta, Weapons of Self Destruction, uno degli spettacoli teatrali che amo di più; e come sempre ho attraversato momenti di feroce commozione e di risate senza freni (oh, il GPS con l’accento scozzese, la cantilena strascicata di Bob Dylan o la voce impostata di un attore britannico; e oh, Christopher Walken che recita un porno…). Come sempre ho pensato che il mondo è sempre lo stesso, che lui sapeva leggerlo come nessun altro e che la sua interpretazione delle cose è ancora la più acuta, la più realistica e la più attuale. E che ridere è per me l’unico rito propiziatorio che funzioni, l’unica magia in cui credo.

Libertà, solitudine e lati segreti

Il buffo è che a vent’anni quasi sicuramente non ti avrei potuto sopportare, se avessi avuto il privilegio di conoscerti personalmente. Parlo dei tuoi vent’anni di casanova sboccato ed esibizionista, alla costante ricerca di attenzione, sia pure “in a very endearing way“; e più ancora dei miei vent’anni, di ragazzina alla disperata ricerca di libertà, ma senza la capacità non dico di conquistarsela, ma neanche di riconoscerla.

Eppure, chissà. Nel gioco che ho fatto recentemente, dei dieci libri della vita, mi sono resa conto che un filo conduttore comune c’è, anche se non ne ero consapevole, ed è proprio questo: voler imparare la libertà. Da Mark Twain a Salgari, da Larsson (Björn) a Calvino, dalla Yourcenar a Fosco Maraini, a Giordano Bruno, a Pippi Calzelunghe, per dire. E fino a concludere, inevitabilmente, con un libro in cui si parli di te. Realizzando che ci sono privilegi che rischiano di costare davvero moltissimo, ma per i quali vale la pena di pagare qualunque prezzo. Qualunque.

Sono stata insofferente, in questi giorni, irrequieta, spesso silenziosa, travolta da parole caotiche che non volevano saperne di riordinarsi in qualsiasi modo. Tanto che mi pareva di avere la mente vuota, e in realtà era colma fino all’orlo. Così ho capito meglio alcune cose che già sapevo, ma non si finisce mai di conoscere qualcuno, anche se quel qualcuno siamo noi stessi. Ho capito, tra l’altro, che più invecchio, meno riesco ad adattarmi; che, ad esempio, non sopporto i villaggi vacanze (anche se per i figli faccio un sacrificio), e avrei voluto, sai, partecipare di più, sapendo che se avessi dimenticato per un momento l’antipatia per le attività organizzate e tutte quelle che richiedono di compiere gli stessi movimenti nello stesso tempo, probabilmente mi sarei anche divertita. Ma non ce l’ho fatta proprio, e questa difficoltà a lasciarmi andare mi pesa ancora, benché abbia imparato a perdonarmela e, grazie a te, a comprenderla meglio.

Soprattutto, ho capito di avere un bisogno assoluto di solitudine, non dico per la mia sopravvivenza, ma quanto meno per essere poi in grado di stare con gli altri. Perché non è che non mi piaccia stare con gli altri, tu capisci. Tutt’altro. È che ci sono parti di noi che neppure con chi ci conosce più da vicino possiamo condividere.

Sono riuscita a leggere un po’, non tanto quanto avrei voluto, ma ho ripreso in mano Huckleberry Finn, perché cercavo una voce, potrei dire così; e il giorno del tuo compleanno l’ho trascorso leggendo la tua biografia, scritta da Dave Itzkoff, a ripassare  le tue meravigliose contraddizioni, quella qualità che ti rendeva, nell’attraversare esperienze tutto sommato ordinarie, così fuori dall’ordinario.

Allora ho capito meglio anche altre cose. Quell’essere uno “sportivo atipico”, un “ribelle atipico”, un “lettore atipico”, insieme agli altri spesso, individualista sempre. Narcisismo e riservatezza, cuore in mano e quel lato segreto, che poi è quello che ti permette di dire “sono forse così, solo perché è così che tu mi definisci”?

Mascherarsi e disvelarsi in un continuo gioco che, come il teatro, del resto, ti consente di andare “oltre” ben più di quanto lo potrebbe una pretesa totale sincerità; presentandoti, poniamo, come uno straniero, parlando una lingua non tua, che, si sa, è uno dei modi migliori per abbattere le barriere della timidezza e dell’abitudine, di mettere a nudo ogni aspetto anche solitamente nascosto della propria personalità, lasciandosi al tempo stesso una via di fuga, perché non si sa mai.

Il desiderio – e la capacità – di esserci sempre, di esserci per tutti, di immedesimarsi profondamente, eppure mantenendo quella distanza che a volte è salvezza, e in altri casi ti soffoca, ti annega in quella strana tentazione di allontanare le persone che ami, di creare il deserto intorno a te, che poi, se approfondisci, non è altro che l’umana e comprensibilissima esigenza di starsene un po’ per conto nostro ad assimilare pensieri ed emozioni di particolare intensità.

La solitudine come rifugio, paura e desiderio, la solitudine sfuggita e cercata, da cui nascono le tue risate e le mie parole. La solitudine, culla della meraviglia, del capovolgimento, del caos primordiale senza il quale nulla di vitale può nascere. La solitudine che ti scava dentro, per arrivare sempre più vicino al nucleo centrale, in una ricerca dolorosa e preziosissima.

E adesso (non intendendo rigorosamente adesso, ma anche, eventualmente, da domani) dovrò tornare a prendermi cura del mio libro su di te, e rimaneggiarlo un bel po’. Non snaturarlo, certo che no. Ma provare comunque a cambiare punto di vista, perché del resto tu continui a farmi ridere, ed è il modo più bello, per me, di cercare la verità, quella più profonda, quella a cui ci si può avvicinare, che si può amare profondamente, ma senza conoscerla mai del tutto. Visto che di biografie ce ne sono già, e anche molto belle, vale forse più la pena di provare a raccontare me, e arrivare alla ragione per cui possa succedere a persona normale (sia pure tra virgolette) di sceglierti come punto di riferimento in modo quasi casuale, e come da qui possa nascere uno degli incontri più magici e meravigliosi che possa capitare di fare nella vita: quello con un’anima che ti mette di fronte alla tua, e te la fa amare.

 

 

Robin’s Monday – politica, religioni e bombe…

… ossia, tutto quello che avreste voluto sapere sul mondo contemporaneo e che pochi saprebbero spiegarvi meglio. Magari bisogna mettere la velocità ridotta e sentirlo due o tre volte, poi però si capisce come tutto ha un senso, anche le (rare) pause, le parole dette tra le righe e le virgole. E quello che non smette di meravigliarmi, è che potrebbe essere stato fatto oggi. Cambierebbe qualche riferimento, ma non la lettura della realtà.

Robin’s Monday – Piccole Gemme 2 –

Robin presents the Movie Robots – in which he plays Fender – at the Live! with Regis & Kelly show. Lots of impressions and voices and languages and wonders.

Robin presenta il film Robots – in cui interpreta Fender – al talk show Live! with Regis & Kelly. Imitazioni, voci, un bel po’ di lingue diverse e altre meraviglie.

[eh, lo so, è solo in inglese… un giorno chiederò a qualcuno una collaborazione tecnica per sottotitolare tutte queste interviste che sono come degli stand-up show dal vivo e che io amo forse sopra ogni altra cosa. Comunque volendo si può dare un’occhiata alle transcriptions, sono anche quelle in inglese e sono un po’ approssimative, ma aiutano nei passaggi più veloci, perché alla rapidità di pensiero di Robin spesso corrisponde anche una notevole rapidità di parola…].

Robin’s Monday – Stand up 5, Weapons of Self Destruction

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Oltre cento date, uno spettacolo iniziato nel 2008 quando alla Casa Bianca c’era Bush, proseguito quando si era già insediato Obama, fino alla fine del 2010; 5000 persone a sera, con parte del materiale creato appositamente di volta in volta per ogni città del tour. Salute, politica, pornografia, religione, matrimonio, auto ibride… Attore premio Oscar/scrittore/comico/spirito libero, così ti presentano nel DVD dello show. L’ultima definizione, naturalmente, è quella che mi piace di più.

I tuoi “problemi di cuore”, come ironicamente li chiamavi, sono iniziati dopo 30 spettacoli nel corso della tournée. Facevi dai 30 ai 50 chilometri al giorno in mountain bike e all’improvviso, inaspettatamente hai sentito che le colline non ti erano più amiche. Difficoltà respiratorie, una tosse persistente, l’angiogramma rivela una valvola bruciata. Un po’ come una Chevrolet. Dopo gli spettacoli di solito ti sentivi benissimo, nonostante la stanchezza, a un certo punto invece hai cominciato ad arrivare a fine serata sfinito, in uno stato di affaticamento davvero eccessivo, e ti sei deciso a sottoporti a questa operazione non più rinviabile.

Hai forse pensato di fermarti, dopo? No di certo. Avevi ripreso anche ad andare in bici, anche se non in mountain bike. Non volevo rischiare di trovarmi su un sentiero e sentire la voce di un avvoltoio, ‘oh che peccato, una vera sfortuna per te che tu sia caduto’.

Una seconda chance – un nuovo inizio. Dopo “una valanga di dolore da poterci scrivere un secondo Libro di Giobbe”, chiedeva un giornalista, perché le persone ancora ti amavano tanto e soprattutto si fidavano così tanto di te, del tuo giudizio, da raccontarti le loro battaglie personali che avevano vinto anche grazie a te, alla tua comicità? Capisco che vuoi dire: quale affidabilità ho? Perché chiedono consiglio a me invece di andare da qualcuno più qualificato? Perché non ti vergognavi di parlare di te: non avrebbe senso non parlarne, è quello che è successo e tutti lo sanno. Perché hai affrontato la domanda che prima o poi forse tutti noi, o quasi, ci troviamo a porci: quanto, davvero, voglio vivere? Perché avevi chiuso con l’autocompatimento che è alla base di tante cose che ci bloccano, e mica vale solo per te, sai? Perché avevi potuto parlare di quando mandi affanculo le persone che ti sono vicine fino a trovarti solo, e qui lo hai fatto senza far ridere, lasciando il tuo pubblico in un silenzio attonito ma partecipe, e forse in un certo senso sollevato, perché capita, oh sì, capita a molti.

Pagare i conti, raccontare le trasformazioni dell’America, raccontare quello che era successo nella tua vita, dire sono di nuovo qui, sono vivo! E anche far soldi alla vecchia maniera, porta a porta. Estenuante, certo, ma non ti sei fatto pregare per “tornare sulla strada”, non solo prima dell’operazione: neanche in seguito. Già dopo un mese o due, fosse stato per te, avresti ricominciato. Ci hai anche provato, una notte, ma ti sei trovato col fiato corto e hai capito che non eri ancora del tutto pronto. Ma al terzo mese, hai deciso che potevi farcela, forse appena un po’ più lento di prima, ma non molto. Saranno in pochi ad accorgersene, comunque la prendo un po’ più con calma. Quello che non era rallentato era la tua “perspicacia sui temi riguardanti la società e i più recenti avvenimenti” e l’energia con cui li esprimevi. Forse meno esagitato rispetto ai primi spettacoli, ma non meno divertente.

C’è voluto del coraggio, ma “a Robin Williams il coraggio non è mai mancato” osservava un’altra giornalista

(…) “Negli ultimi due anni, con tutto quello che ha sofferto, il cervello è quello che gli è servito a mantenere il suo spirito positivo”, diceva Crystal. “Credo che lo stand-up gli serva in modo diverso da prima, è un posto sicuro, ma può parlare di certe cose e aiutare se stesso a stare meglio, non solo tutti gli altri”. Ma gli amici dicevano che non era necessario scavare tanto a fondo per trovare il tuo lato sensibile. E secondo Zak tu ti aprivi agli altri “talmente tanto da essere disarmante”. Eppure, quando a proposito di una parte molto divertente dello spettacolo, sui tweet, ti hanno chiesto se usassi i social media hai detto no, per niente: non sento il desiderio di condividere ogni dettaglio della mia vita, tipo ‘sto facendo colazione, tutto va bene’. È la mia vita. Ancora una volta, ci vogliono parecchie contraddizioni per arrivare a cogliere la tua essenza.

Sia come sia, Weapons of Self Destruction è uno spettacolo straordinario. Chapeau!

 (ridotto e adattato dal mio libro)

Robin’s Monday – Stand-up 4, Robin Williams Live On Broadway

È stato come sollevare il mare

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Il tuo ritorno sulle scene per il primo spettacolo dal vivo in dieci anni coincide con il periodo immediatamente successivo all’11 settembre 2001. Motivo di più per un rientro. “Ne abbiamo bisogno”, diceva la gente[1]. Tu, dal canto tuo, avevi bisogno della libertà, di ricaricare le batterie, ma i tempi erano anche maturi per affrontare quelle acque insidiose. Concorsi per Miss Burka Bagnato, tutto l’armamentario di quello che abbiamo passato, le misure di sicurezza. La comicità dal vivo è liberatoria, quella nei film è durissima, ammettevi[2]. L’esigenza si era fatta più forte dopo uno spettacolo di beneficenza a Washington con Whoopi Goldberg, dove ti eri reso conto che la gente si sentiva quasi sotto assedio, perché da tempo nessuno dava spettacolo a Washington, eccetto George [Bush][3]. Allora ho cominciato a esibirmi in qualche club di New York. Ho pensato che se c’era un posto che poteva essere un buon banco di prova era proprio New York. C’è un pubblico fantastico e molto tosto. Mi hanno incoraggiato a parlare di queste cose e allora ho pensato, ‘Okay, forse è il momento di tornare.’ È stato come sollevare il mare. La gente poteva tornare a ridere. Una risata può essere tante cose, una medicina, un’arma, dipende da chi la somministra, aggiungevi. Ma ha davvero questo potere curativo? Curativo non è la parola giusta. Terapeutico, magari, o catartico. Quando vieni da situazioni estreme, si può dire che ti riporta in vita[4].

Non era difficile trovare materiale, con Bush (Jr.), un Presidente che accenna un saluto con la mano a Stevie Wonder[5]. È quasi morto per un pretzel, cioè, abbiamo centinaia di milioni di dollari di copertura aerea sopra i cieli di Washington e lui rischia di morire per uno snack. Puoi parlare di qualunque cosa. Una bella l’ha detta qualcuno nel programma di Letterman, diceva ‘non riescono a trovare Bin Laden? È un Arabo alto due metri in dialisi, basta seguire le tracce nella sabbia’! Non parlo dell’incidente, ma di come il mondo è cambiato in conseguenza. Tipo, non puoi portare tagliaunghie sull’aereo perché hanno paura che possa dirottarlo. ‘Allontanatevi dall’area controlli, subito. Ho una limetta di cartone in mano!’ oppure ‘State seduti e fermi, o la pupa perderà un’unghia!’ George Bush ne fa una diversa ogni giorno e per un comico è un dono del cielo[6].

Prendevi in giro anche san Francisco (con affetto): abbiamo il Golden Gate, e a difenderlo ci sono due Guardie Nazionali in un Colibrì – parlo del fuoristrada militare – in tuta mimetica, che non scendono da quel cazzo di furgone e io dico, sono in tuta mimetica, ma devo dirglielo, il ponte è rosso dorato. Sembra che vengano dalla Scuola di Difesa di Taddeo (dei Looney Toones, una della tue imitazioni che il pubblico adorava) “Be vewwy, vewwy, quiet. I’m wooking for an Awab. Huhuhuhuhuh. E non fanno altro che star seduti lì. […] Però non lasciano attraversare i ciclisti – come se uno potesse nascondere qualcosa in calzoncini talmente stretti che puoi capire di che religione è. È una follia, quello che sta succedendo. Le perquisizioni – un mio amico ha una figlia di 7 mesi e l’hanno perquisita come se potesse avere una granata nel pannolino. Ma come abbiamo visto con il tizio che ci ha provato con le Air Jordan, c’è da stare attenti. Dico quello che ha cercato di dar fuoco a una scarpa ‘signore, questa è una zona per scarpe non fumatrici, si allontani per favore.

“Ci sono i comici, e c’è Robin Williams”, scriveva un altro giornale.[7] “Ci sono battute, e c’è quell’umorismo universale basato sull’esperienza umana con cui Williams è ormai identificato, nel bene e nel male. La vita può essere tanto un gioco crudele quanto una spensierata battaglia di cuscini e Williams domina le sue contraddizioni grazie all’ingegno della sua mente brillante, con raffiche di improvvisazioni così come con le sue osservazioni acute e taglienti”.

Per quanto fossi lontano dai teatri da un po’, le tue capacità non erano in dubbio e il pubblico lo sapeva perfettamente. D’altra parte lo humor, dicevi, aveva subito un colpo duro come tutto il resto, dopo gli attacchi, ma piano piano il pubblico e gli artisti erano arrivati a uno standard comune accettabile. Così, puoi iniziare a parlare di quando i funzionari del governo danno l’allarme sul rischio di terrorismo dicendo ‘non sappiamo dove, non sappiamo quando, ma sappiamo che qualcosa succederà. Buona fortuna. Ma cosa significa CIA, Agenzia Internazionale per le Intuizioni?

Uno spettacolo sfacciato, irriverente, volgare (nel senso buono del termine); nessuna concessione al comune senso del pudore o a qualunque altra forma del cosiddetto senso comune[8].

Sul palco vestivi panni di un personaggio del tutto diverso da Sy Parrish o dall’assassino di Insomnia[9]. Un vero sollievo. Qualcuno direbbe che sto mettendo in atto tutti i pensieri sporchi, facendoli diventare reali; è una sorta di catarsi ed è nato tutto un po’ così, lo spettacolo inizia da quello che sta succedendo, poi diventa politico, religioso e poi all’improvviso tanto primitivo quanto è possibile esserlo. Sul set eri frenetico, un fascio di energia tenuto insieme dalla coerenza comica, dalle risate. Le risate ti tornano indietro, ti nutrono, ti spronano. Il tuo critico più severo era Cody, che a 10 anni ti diceva di darti dei limiti: è fantastico, come avere una piccola donnina che vive insieme a te. È dolcissimo ma molto diretto e onesto.

Sul palco non avevi paura di prendere di mira i politici e i reati societari, ma una giornalista ti aveva chiesto che cosa ti spaventava davvero in quel periodo[10]. Mi spaventa molto il fatto che il surplus di tre miliardi di dollari che avevamo sia scomparso. L’istruzione, anche. E adesso formeremo questa nuova agenzia per la sicurezza, quando non è che quella vecchia abbia funzionato benissimo. Il tema che mi inquieta di più è il Medio Oriente. Ho parlato con persone dell’una e dell’altra parte, Palestinesi e Israeliani, che cercano di trovare una soluzione. E quanto all’approvazione dell’invasione dell’Iraq da parte del Congresso: ah, l’approvazione pubblica del piano segreto! I nostri alleati non la considerano una grande idea perché fa esattamente il gioco di Bin Laden, quando dice ‘è una crociata’. È stata questa la scusa. Vanno dai Curdi a dire ‘tornate con noi, lo rifacciamo di nuovo, e i Curdi ‘sì, certo, come l’altra volta, quando ci avete detto ‘ribellatevi’ e poi lui ha usato il gas nervino su di noi’. E [gli Stati Uniti] lo hanno lasciato stare. Sono loro che lo hanno lasciato lì. È un uomo spregevole? Ha fatto cose orribili? Certo, ma loro gliele hanno lasciate fare. La cosa principale per me sono l’India e il Pakistan. Hanno fatto sette test nucleari ciascuno e la CIA non ne sapeva un cazzo prima che succedesse. Ecco, tutto questo mi angoscia. Io faccio mia la conclusione della giornalista: “continua a dirci come stanno le cose”: perché sai, tu pensavi che a essere davvero importanti fossero i medici, i grandi benefattori, gli scienziati. E magari avevi pure ragione (come sempre). Ma per quanto fossi consapevole di lasciare una qualche eredità, forse, per quella tua tendenza a non prenderti mai troppo sul serio, non ti sei mai reso conto fino in fondo di quanto grande e duratura fosse quell’eredità.

Persino la tua generosità nascondevi, per quanto possibile. Hai fatto infinitamente più bene di quanto sia venuto fuori durante la tua vita. Ma non è questo, è il mutamento della percezione, l’approfondimento delle cose, l’importanza delle domande. Che non cambia mica quando mutano gli scenari, sai? Il mondo va avanti, ma quelli restano punti fermi sempre. Reagan, Bush, Trump, non sono importanti loro, sei importante tu e il modo in cui ti interroghi sulle cose e spingi gli altri a pensarsi, guardarsi dentro. Le contraddizioni della vita le puoi padroneggiare imparando prima di tutto a vederle, poi a comprenderle a fondo. E infine a riderne.

La vita sa essere crudele e spensierata, verissimo. E tu hai cantato come nessun altro la fatica e la meraviglia di essere persone fino in fondo, perché si paga, si paga caro, ma in cambio si riceve qualcosa che non ha prezzo. L’ombra delle farfalle, la bellezza dei bruchi, una vita che basta a se stessa perché è solo quella che racchiude tutto il dolore ma anche l’incanto del quotidiano, dei dettagli in cui si nasconde l’infinito. La libertà è questa, in fondo, non altra. Mi hai lasciato, ci hai lasciato la rabbia, la commozione, il dolore, l’urlo dell’ingiustizia di un male che colpisce così ciecamente da distruggere qualcuno che in vita sua non ha fatto altro che costruire. Ma dietro tutto questo ci hai lasciato un amore infinito per il nostro cuore, per le emozioni e per la ricerca dell’unica verità possibile, una verità in movimento, luminosa e aperta come il cielo della Baia.

[1] Paul Fischer, One Hour Photo, cit.

[2] One Hour Photo Production Notes, cit.

[3] Andrew Phillips, Death to Smoochy Interview, chud.com, cit.

[4] Andy Simmons, Robin Williams Grows Up, cit.

[5] Heather Wadowski, Death to Smoochy Interview for Movie Habit, 26 marzo 2002 (dal Fansite).

[6] Phil Mason, Scottish sex line sheep noise, cit. e Andrew Phillips, Death to Smoochy Interview, cit.

[7] Duane Dudek, Williams Going Nuts over Darker Roles, cit.

[8] Bonnie Laufer, da Tribute, cit.

[9] Paul Fischer, One Hour Photo, cit.

[10] Christine Blosdale, Robin Williams – One Hour Photo, cit.

Robin’s Monday – Stand-up 3, A Night at the Met (aka Live at the Met)

Diretto da: Bruce Gowers
Scritto da: Robin Williams
Registrato il: 9 agosto 1986 (trasmesso su HBO)

La forza dell’autoironia

Parlano di disarmo parziale, è un po’ come la circoncisione parziale. Non ha senso. O vai fino in fondo o ‘fanculo, lascia perdere.

(dal libro)

A Night at the Met (1986) non è stato il tuo primo spettacolo comico importante, ma il primo in cui hai tenuto un palcoscenico prestigioso come quello del Met, il Metropolitan Opera House di New York. Una meraviglia, un incanto, tutta la grazia e la forza di una personalità così fuori del comune da trasformare tutto ciò che tocca. Quando tu e il teatro vi incontrate può succedere di tutto, ma sempre qualcosa di speciale. Qui ti metti a nudo, parli di te perché le tue esperienze possano servire a tutti. Ridere di sé aiuta anche e soprattutto gli altri.
Un periodo difficile, tuo padre era appena morto, il matrimonio con Valerie era finito malamente, gli ultimi tre film erano stati un disastro al botteghino e il tuo “critico interiore” ti tormentava.
Non che non fossi bravo, o che avessi mai lasciato che i problemi personali (o la pigrizia, a cui qualche volta accennavi, anche se io mai l’avrei associata a te) interferissero con la tua ferrea etica professionale, probabilmente, del resto, rafforzata dalla passione. Dicono che tu non sia mai una volta arrivato in ritardo o impreparato. Ma gli eccessi degli anni precedenti, lungi dall’aumentare la tua velocità e liberare energie, ti avevano frenato.
Con tutto questo, il pubblico ti adorava e come comico andavi a pieno ritmo, anzi, a un ritmo praticamente insostenibile per chiunque. Spettacoli su spettacoli in teatri e locali vari; ti ammazzavi di lavoro per tenere a bada quel lato oscuro che aveva rischiato di consumarti. “Per quanto meraviglioso fosse, non era propriamente un pacco dono – ricordava David Steinberg, uno dei tuoi manager, a distanza di qualche anno . – Era un po’ nei guai, con quattro o cinque personalità che cercavano di venir fuori. Il palcoscenico era l’unico luogo dove nessuno potesse manipolarlo”. Perché dopotutto, eri sempre anche Mork, benché fosse soltanto un aspetto della tua poliedrica personalità, e quando il pubblico continuava a identificarti con lui non sbagliava poi di molto. Pronto a sostenere qualunque causa, a esibirti per chiunque lo chiedesse, del tutto privo di difese, secondo Marsha. “E’ facilissimo forzarlo a fare qualcosa. Se gli piacete e volete sfruttarlo, non dovete fare altro che premere il pulsante e lui farà quello che volete”.
Marsha ti aveva accompagnato come assistente nel corso di tutta la tournée che aveva preceduto questo spettacolo finale; Il suo rapporto con Zak andava a gonfie vele, non c’era più bisogno della sua presenza fissa in casa, e questo per lei era un modo di restare in qualche modo nella sua vita. Nessun coinvolgimento sentimentale con te, per carità, tu eri a pezzi e lei non intendeva farsi prosciugare emotivamente. Tuttavia, nella serata di chiusura, mentre tu “facevi la storia” come primo comico ad essersi mai esibito al Metropolitan, hai percepito qualcosa di cui mai ti eri reso conto prima, nelle sue parole e nel suo sostegno. Chissà se è per questo che fin dalla prima volta che l’ho visto, io ho sentito qualcosa in più, in questa performance, qualcosa che forse neppure l’orgoglio e la consapevolezza di essere ormai definitivamente uno dei migliori nel tuo campo poteva bastare a far uscire. Perché ecco, forse qui per la prima volta emergevano in tutto il loro fulgore quei marchi di fabbrica che avrebbero caratterizzato la tua vita artistica: meraviglia, incanto, partecipazione emotiva, empatia, certo, tutto questo e altro ancora. Ma per la prima volta, prima e più di tutto questo, tu apparivi felice.
Che ti muovessi su quel palco con la grazia di una farfalla lo avevo già detto. Nei primi tempi ti abbiamo visto raramente ballare e cantare, di solito accennavi appena qualche nota e qualche passo. Le ballate di Popeye (inclusa I Yam what I Yam, che secondo me ha anche molto dell’autoritratto) sarebbero comunque certo bastate per la vita, anche se non ci fossero stati poi il Genio di Aladdin e il Ramón di Happy Feet, a ricordarmi che sì, sapevi anche cantare. Che con la tua voce facessi quello che volevi è poi cosa arcinota. Non si trattava di un “semplice” strumento musicale, non solo quello, cioè. Eri in grado di catturare tutte le sfumature del mondo circostante, afferrare il tono di uno sconosciuto che parlava tra il pubblico e farne un’imitazione perfetta nel giro di pochi secondi. Potevi essere durissimo e dolcissimo, glaciale ed empatico, buffo, furioso, remissivo, timido e spavaldo. Potevi farci provare una gioia infinita oppure tutto il dolore del mondo. Ma non solo la voce, tutto il tuo corpo, faccia compresa, era uno strumento.
Anche qui, hai intonato giusto un paio di note, a imitazione di Pavarotti e di Placido Domingo (!), ispirate dall’ambientazione, tra carrozze, antiche armature e lampadari di cristallo del peso di una balenottera azzurra (Vorrei ringraziare Imelda Marcos per gli orecchini). Il resto sono voli dell’immaginazione e della fantasia, tanti, e poi passaggi improvvisi sulla realtà, anche la più cruda, con quella capacità fuori del comune di leggerla e restituirla trasformata (Parlano di disarmo parziale, è un po’ come la circoncisione parziale. Non ha senso. O vai fino in fondo o ‘fanculo, lascia perdere).
Molti anni dopo, avresti ammesso che l’unica vera dipendenza della tua vita era sempre stata quella dalle risate del pubblico. Non faccio fatica a crederlo. Il bambino che dava una voce diversa ad ogni soldatino con cui giocava per sentirsi meno solo aveva presto scoperto che quell’antico espediente poteva lenire le ferite altrui quanto aveva fatto con le sue.
Ho pensato a volte di non avere senso dell’umorismo. Sono così pochi i comici che mi fanno ridere, ma davvero molto pochi, potrei fare quattro, cinque nomi al massimo. So di essere un po’ strana (è parte della mia scintilla di follia), ma perché una persona possa farmi veramente ridere fino alle lacrime, bisogna che sappia cos’è il dolore. Il che è tutt’altra cosa dalla tristezza del clown (del resto, non ho mai amato i clown). Qui parliamo di persone che conoscono profondamente le emozioni, le più positive e le più negative, che hanno la capacità e la voglia di entrare in contatto profondo con la propria parte più intima, e usare per gli altri ciò che conoscono di sé.
Posso dire che mi sono piegata in quattro quando hai improvvisato quello scambio di ruoli tra un ipotetico allenatore di football trovatosi a fare il coreografo e un coreografo che dettasse le mosse di una squadra di football. Che per quanto Reagan appartenga alla storia, la sua caricatura diventa una caricatura universale, satira contro la retorica dell’uomo della provvidenza in genere. Che le parti sull’alcol sono commoventi e quasi drammatiche per chi sa da dove hanno origine, eppure io, almeno, non posso fare a meno di ridere, e di pensare che ancora una volta la risata ridimensiona il potere di ciò che spaventa e fa male, lo riporta a misura umana, da problema schiacciante e spaventoso lo fa tornare ad essere qualcosa che si può affrontare e risolvere.
Posso dire tutto questo, ma non so se posso veramente riportare per iscritto la personalità dirompente che dà corpo a battute che magari, dette da un altro o lette, non sarebbero altrettanto efficaci. Perché qui la comicità diventa racconto di una storia, una storia in cui tutte le sfumature di chi la crea entrano in gioco e quindi nessun altro può appropriarsene. Si può solo guardare ed essere contagiati da quel modo di vedere il meraviglioso dovunque. E ridere di quella risata che fa migliore la vita.

Robin’s Monday – Stand Up 2: An Evening with Robin Williams

Quello che segue, per chi fosse curioso, è tratto dal mio libro. An Evening with Robin Williams è il secondo spettacolo di stand-up importante scritto e portato in scena da Robin (gli show che ha fatto in giro per piccoli e grandi teatri sono innumerevoli ma proprio per questo ho dovuto fare delle scelte, anche se mi sarebbe tanto piaciuto parlare di  tutti). Enjoy!

An Evening With Robin Williams
Diretto da: Don Misscher
Scritto da: Robin Williams e Steven Pearl
Musica: John Sebastian
Registrato nel 1982

Un paio di mesi fa hanno avvistato uno squalo bianco vicino alla costa nei pressi del Marin [il distretto più signorile di San Francisco], e la gente diceva, Grazie a Dio, almeno è bianco!”

[Qui lascio all’immaginazione di chi legge capire che cosa avevi fotografato]: Aspetta, farò per te una foto molto speciale. Eccoci. Sono contento che ci sia impostato il grandangolo. Vorrei proprio essere lì quando la porterai a sviluppare. ‘Oh mio Dio, cos’è quello? Un anaconda premuto contro il vetro di una finestra, cos’è?!” Potresti portarla al National Geographic e dire che è il Mostro di Loch Ness. Qualche scienziato magari dirà: “Mio Dio, non sapevo cbe avesse un occhio solo!”

Benché durante la lavorazione di Garp avessi per qualche tempo interrotto la tua attività dal vivo, non riuscivi comunque a starne lontano a lungo. Nel 1982, per esempio, hai fatto questa serata al San Francisco Music Hall, in cui portavi alcune delle tue battute ricorrenti, ma come sempre molto era lasciato all’improvvisazione, all’ispirazione del momento. Sgusciavi tra la gente, prendendo in prestito qualunque oggetto: un impermeabile, una bandana, una macchina fotografica, una cassa acustica (una piccola radio portatile polacca) per farne materiale di scena. Saltavi di palo in frasca coi tuoi meravigliosi voli pindarici, dallo squalo bianco vittima delle tensioni razziali nei pressi di Oakland, al sesso dei giapponesi con la macchina fotografica, alle Isole Falkland che per l’errore di un cronista erano diventate le ‘Fucking Islands’… Ne avevi per Margaret Thatcher e ne avevi per Alexander Haig, negoziatore della pace per gli Americani: far negoziare la pace ad Alexander Haig è un po’ come far fare l’infermiere a Charles Manson. Quanto ai missili da crociera beh, sono fatti per essere presi in giro, anche se i loro effetti non sono certo divertenti. E che dire della cappa da torero che si è ristretta nell’asciugatrice? O della giacca di pelliccia che scatena una serie di caricature e citazioni, dal documentario del cinema muto Nanuk l’Eschimese a Liberace, dal Gobbo di Notre Dame a Elephant Man? Per poi passare ai sommelier, e ai test della polizia per verificare il tasso alcolico, e a Mr. Happy, naturalmente (Pubertà è quando la natura dice ‘dai la mano a Mr. Happy’. (…) La cosa strana per i maschi della nostra specie è che passiamo nove mesi della nostra vita cercando di uscire dal grembo di una donna e il resto della vita a tentare di entrarci di nuovo). Jeez, avrò visto questo spettacolo almeno sette-otto volte, e ogni volta rido. Quanti sono capaci di questo? Più spesso che no, la prima è già troppo. E quanto eri dolce parlando del bambino in arrivo, e quante cose già sapevi del rapporto genitori-figli! Ancora adesso, nei momenti di difficoltà, mi rifugio nelle tue divertenti ma accuratissime descrizioni e mi consolo rendendomi conto che quasi tutto quello che ci succede è del tutto normale. Family man era un’altra etichetta che ti avevano affibbiato, eppure, di tante, forse una di quelle in cui ti riconoscevi di più.

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A couple of months ago they had a white shark off the coast of Marin, people went ‘thank God, at least it’s white!’

Let’s see, I’ll give you a very special picture. There you go! Yes, I’m glad you have the wide-angle lens on there. I can’t wait till you get that to FotoMat. “My God, what is that? An anaconda pressed against a plate glass window, what is that?!” Maybe you can send it to the National Geographic, going: “It’s the Loch Ness Monster.” And some scientist going: “My God, I didn’t know it had only one eye!”

Although you stopped doing stand-up while working on Garp, you couldn’t stay away from the scene for long. In 1982, for example, you did this gig at the San Francisco Music Hall, where you included a few running jokes, but as always, much was left to improvisation, to the spur of the moment. You slipped through the crowd, borrowing anything that could be used as prop: a coat, a bandana, a camera, a stage speaker (a little Polish Walkman radio). You kept going off on  a tangent in your wonderful flights of fancy, from the white shark involved in the racial tensions off Oakland, to the sex of the Japanese with the camera, to the Falkland islands that due to the mistake of a newscaster had become the ‘Fucking Islands’… You had something to say for Margaret Thatcher and something for Alexander Haig, who was sent to negotiate the peace for the Americans. Having Alexander Haig negotiate the peace is like having Charles Manson as a male nurse. As to the cruise missiles, well, they’re made to be laughed at, although their effects are far from funny. And what about the bulfighter’s cape that’s shrunk in the dryer? Or the fur coat, that triggers an array of impressions and quotes, from the silent documentary film Nanook of the North to Liberace, from the Hunchback of Notre Dame to Elephant Man? Moving on then to sommeliers, to the police drug driving tests, and to Mr. Happy, of course (puberty is when nature says ‘shake hands with Mr. Happy’. (…) isn’t it strange that the male of the species, as men, we spend nine months trying to get out of the womb and the rest of our life trying to get right back in). Jeez, I think I’ve seen this show about seven, eight times at least, and every time I laugh. How many are capable of that? More often than not, once is too much. And how sweet you were, speaking of your soon-to-be-born son, and how much you already knew of the parents-children relationship! Even now, when I’m in trouble, I turn to your funny yet extremely accurate descriptions and find some relief in realizing that almost everything that happens to us is quite normal. Family man was another label applied to you, but of many, maybe the one you identified with most.

 

A little spark of madness / Una scintilla di follia

Finalmente ho scoperto da dove proviene questa citazione che già amavo tanto e adesso anche di più. Riesci sempre a sorprendermi e sei ancora sempre l’unico che sa farmi ridere e piangere nello stesso momento.

You young people don’t remember the old times. I remember World War III, all forty-five seconds of it. […] You see what I mean, you’ve got to be crazy. It’s too late to be sane. Too late.  You’ve got to go full tilt bozo. You’re only given a little spark of madness, Keep some madness in you, yes, just a little touch of it. Just enough so you don’t become stupid. if you lose that, you’re nothing. Don’t. From me to you, don’t ever lose that, ‘cause it keeps you alive. That’s my only law. Crazy. Because there’s no way any government in the world can handle madness, Because you’ve got to fly above it all. Remember angels, they have wings ‘cause they take themselves lightly*. You know, there was an old crazy dude who used to live a long time ago, his name was Lord Buckley**. And he said, a long time ago, he said, ‘People: they’re kinda like flowers, and it’s been a privilege walking in your garden.’. My love goes with you.

 

Voi giovani non ricordate i vecchi tempi. Io mi ricordo della Terza Guerra Mondiale. Tutti i quarantacinque secondi. […] Capite cosa voglio dire, dovete essere folli, è troppo tardi per essere sani, troppo tardi. Dovete saper andare completamente, energicamente via di testa. Vi è data solo una scintilla di follia, conservatene un po’ dentro di voi, appena appena, quel tanto di pazzia che serve a non diventare stupidi. Se perdete quella scintilla, non siete nulla. Non fatelo, detto tra noi, non la perdete mai, perché vi tiene in vita. E la mia unica legge. Pazzi. Perché nessun governo è in grado di gestire la pazzia. Perché dovete volare al di sopra di tutto. Pensate agli angeli, loro hanno le ali perché si prendono alla leggera*. C’era un vecchio matto che viveva tanto, tanto tempo fa, si chiamava Lord Buckley**. E lui diceva, un sacco di tempo fa, diceva ‘le persone sono un po’ come i fiori, ed è stato un privilegio camminare nel vostro giardino’. Vi voglio bene. [certo, l’originale ‘il mio amore viene via con voi/vi accompagna’ è più bello].

* è una citazione da Chesterton

** in realtà un comico noto negli anni ’40 e ‘50

Il tutto è tratto da Reality What a Concept, o meglio, prevalentemente da Live at the Roxy, che era una delle tappe della stessa tournee, con qualche piccola aggiunta dal disco in mio possesso, registrato al ‘Copacabana‘ di New York e al ‘Boarding House’ di San Francisco. 

Robin’s Theater 5. – Bengal Tiger at the Baghdad Zoo

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Dei cinque drammi teatrali a cui Robin ha partecipato, questo (regia di Rajiv Joseph) è l’unico che mi sembra quasi di avere “visto”, anche se purtroppo non è stato così e chissà se ne avrò mai l’occasione, al momento non mi risulta che esistano registrazioni (solo il poster, che ho deciso di ordinare). Credo sia davvero splendido, ha vinto tra l’altro diversi premi, ma come sempre è l’aspetto umano che conta. Avevo invece potuto solo guardare qualche spezzone e più di un’intervista a Robin (ovviamente tutte meravigliose). Ancora una volta, riesce qui a far qualcosa che non assomiglia a nulla di ciò che ha fatto prima, neppure il viso è mai uguale, eppure i suoi infiniti ruoli hanno sempre avuto così tanto di lui. La scelta consapevole di mostrare tutte le maschere possibili, perché è l’unico modo di condividere ogni aspetto di un’intensa complessità, dietro la quale tuttavia c’è un nucleo di coerenza e umanità profonda che permea ogni cosa. Quello che segue è il pezzo che ho scritto per il libro. Per chi non lo sa, il libro è scritto in forma di lettera, direttamente a Robin (di qui l’uso della seconda persona).

Bengal Tiger at the Baghdad Zoo

Finalista al Premio Pulitzer, Bengal Tiger tratta delle vicende irachene in un’ottica particolare. Mi ha colpito profondamente, è davvero molto forte, dicevi in un’intervista. L’ho letto e ho subito pensato che volevo farne parte. Posso entrarci dentro, crearlo da cima a fondo. E poi ho abbastanza pelo da poter essere una tigre.[1]

La maggior parte dei personaggi sono di fatto fantasmi che bighellonano, parlano e acquistano maggiore consapevolezza nel corso del dramma. Avendo recitato nell’88 in una versione di Mike Nichols del dramma di Beckett Waiting for Godot dicevi che questo era persino più cupo, benché sia classificato come commedia nera, e che sarebbe stata dura. Non tutti avevano fiducia che potessi farcela, ma per dirla col giornalista Craig Wolff “è piuttosto sconcertante” che la vastità dei ruoli drammatici da te interpretati, “nonostante tre nomination e un Oscar”, fosse ancora in qualche misura ignorata ogni volta che tornavi a interpretare una parte seria. Si diceva che non saresti riuscito ad attenerti al testo, che “lo scienziato pazzo delle improvvisazioni” sarebbe venuto fuori in qualche modo, che ti saresti appoggiato alla tua “ricca riserva di voci e personalità” come fosse una stampella. Ti etichettano come il maestro del riff, la mitragliatrice che parla a raffica osservavi – senza nessuna amarezza, riferiva Wolff – davanti a un piatto di frittelle al formaggio in un caffè. Qualche volta mi comporto così, altre volte…Buddha diceva, sono forse così, solo perché è così che tu mi definisci? Ma se negli spettacoli dal vivo accennavi appena ai problemi di cuore che avevi vissuto (in più di un senso), era proprio nei ruoli drammatici che a quel dolore attingevi più a fondo, potevi usarlo, per quanto, dicevi tu, con una sorta di cuscinetto protettivo. Wolff aveva assistito alle prove e parlava della tigre come “un filosofo tormentato e astuto, si sarebbe tentati di dire che abbia la scaltrezza perplessa di un Groucho Marx, anche se Groucho non ha mai conosciuto un mondo folle come questo. E allora sembra giusto che di tutte le creature di Dio, sia Robin Williams a essere stato chiamato a impersonare questa particolare tigre – una tigre fantasma, di fatto, che vaga per le strade devastate di Baghdad, Perché quello che serve, qui, è proprio un mago, un prestigiatore”[2].

In piedi al centro della sala prove, raccontava sempre Wolff, evocavi gli spiriti. Quelle che seguono sono citazioni tratte direttamente dall’articolo e (in corsivo) dal monologo cui il giornalista aveva assistito e da lui riportato: “Le cose mi appaiono davanti, così. La conoscenza, le cose dell’universo, fluttuano verso di me, si può dire. Le mani giunte, improvvisamente più umile. O può essere che sia io a fluttuare verso tutto questo. Alza le braccia. In segno di resa? Mai. La sua voce, impregnata di terrore e sfida, tuona. Perché non sono scomparso? Qualcuno può dirmi per favore perché non sono scomparso da qui?”

Rivedevi le battute, ritoccando, ripetendo. “La Tigre curiosa. La Tigre snob. Ancora. Sbalordito, Orgoglioso. Sicuro. Cammina dritto verso gli altri attori, qualcuno sobbalza, mentre lui improvvisamente diventa tutte queste cose insieme”.

Wolff descrive i tuoi occhi come la tua parte forse più tranquilla. “Piccoli, azzurri, allegri – un po’ come gli occhi del capitano di un rimorchiatore in un libro per bambini. Un cervello in grado di balzare da un’idea all’altra e collegarle a rotta di collo è una cosa affascinante, ma se non fosse stato per questa impronta di serenità, forse non avrebbe resistito così a lungo”.

Le tue esperienze in Afghanistan e Iraq, tra i soldati mutilati o sofferenti di disturbo post-traumatico da stress, trovavano un’eco nelle cupe visioni del dramma. Non tanto una polemica contro la Guerra del Golfo quanto uno sguardo sull’oscenità di ogni guerra. Una tua battuta aveva momentaneamente stemperato il clima, ma solo per pochi secondi. Emozione allo stato puro, senza protezione e se un cuscinetto protettivo c’era, osservava Wolff, lo vedevi solo tu. “Un gatto morto confinato in questa città che brucia, non c’è giustizia in tutto questo – grida la Tigre. – Eppure, eccomi qui”.

[1] Dave Itzkoff ‘Bengal Tiger,’ With Robin Williams, Coming to Broadway in March, 10 ottobre 2010 New York Times (dal Fansite)
[2] Craig Wolff, Straight Man, New York Theater, 6 marzo 2011