Si può scrivere senza sporcarsi di “polvere mondana”?

“If I had sooner made my escape into the world, I should have grown hard and rough, and been covered with earthly dust, and my heart might have become callous by rude encounters with the multitude. But living in solitude till the fullness of time was come, I still kept the dew of my youth and the freshness of my heart.”

Con questa citazione, l’articolo del Time che potete trovare qui: Hawthorne History intende provare la misantropia dell’autore della Lettera Scarlatta, il quale, dopo un lungo periodo vissuto in ritiro e in ristrettezze, divenne famoso e per un breve periodo anche ricco grazie a quel romanzo, finendo tuttavia col ripiombare abbastanza presto nelle difficoltà economiche. Tradotta, la frase suona pressappoco così:

“Una più precoce fuga nel mondo mi avrebbe reso duro e brusco e ricoperto di polvere mondana e i rozzi incontri con la moltitudine avrebbero forse indurito il mio cuore. Avendo invece vissuto in solitudine fino che venne il tempo giusto, mantenni la rugiada della mia giovinezza e la freschezza del mio cuore”.

Non ho mai amato Hawthorne, benché sia forse ingiusto dire così: ho provato ai tempi dei tempi a leggere la sua opera più nota senza riuscire a finirla. E mi chiedo oggi se con l’istinto non avessi percepito questa reciproca incomprensione tra l’autore e il mondo. Perché forse, è un pensiero che mi è venuto stasera e prendetelo con le pinze, nel mio leggere in apparenza un po’ come capita, forse un filo conduttore in realtà c’era, almeno tra gli autori che ho amato/amo di più:  anche in quello più atrocemente critico nei confronti dell’umanità (penso per esempio a Swift), si intuisce una rabbia che viene dall’esserci, nel mondo e col mondo, dal vederlo da dentro e dal non riuscire, pur vedendo tutti i suoi difetti, a non amarlo nonostante tutto, pur magari di quell’amore tempestoso e confinante con un odio da amante tradito. Tradito, ma non sconfitto e certo mai imbrigliato e reso semmai più lucido dal fatto che lo spirito di osservazione è acuito tanto dalla delusione quanto dalla passione.

Nemico degli uomini / Enemy to Mankind – recensione della Vera Storia del Pirata Long John Silver / Review of Long John Silver: The True and Eventful Story…

Long John Silver

Ci sono libri – e personaggi – che s’imprimono con particolare forza non solo nella nostra memoria, ma nella nostra stessa vita, e le danno magari una svolta che altrimenti non ci sarebbe stata. Questo sembra essere accaduto a Bjorn Larsson, a seguito del suo incontro con l‘Isola del Tesoro, ma più che altro con Long John Silver: immagino sarebbe diventato scrittore comunque, ma avrebbe scritto d’altro, se non si fosse trovato sulla sua strada questo straordinario pirata colto, evasivo e sfuggente eppure figura di prepotente carisma, narratore inesauribile per amore della menzogna e delle storie, nonché per salvarsi la vita, di cui Stevenson dice relativamente poco ma lascia indovinare molto, facendone un ideale protagonista e narratore di un romanzo come questo: anticonvenzionale, libertario, vitale e spregiudicato come l’uomo (sia pure di carta) dal quale è stato ispirato. Crudele e avvincente e avventuroso come quelli che da ragazzini ci tenevano a leggere sotto le coperte fino a tarda notte per vedere “come va a finire”. Ma anche con la capacità di restituire in modo mirabile le molte domande che accompagnano i nostri ideali più alti e apparentemente indiscutibili, come la giustizia, la liberta, l’umanità e l’uguaglianza, nelle loro applicazioni quotidiane.

L’unica cosa che conta per John Silver è vivere, non esistere, ma vivere. Per questo è disposto a mentire, spergiurare, rimangiarsi promesse e parole d’onore con la massima leggerezza e anche a uccidere. e per questo si serve delle parole come degli uomini senza alcuno scrupolo.

Ma questo amore profondo per la vita è anche capace di restituirlo a molti che sembravano averlo perduto. È quell’amore, e non un malinteso bisogno di sentirsi buono, che lo mette dalla parte della giustizia contro l’ipocrisia e l’inumanità di quelli che, paradossalmente, si sono arrogati il diritto di decidere chi sono gli “uomini”: ed è contro questi in particolare, che John  Silver sembra  aver scelto di diventare un “nemico dell’umanità”.

Di ogni cosa che fa è il solo a prendersi il merito come le colpe, la responsabilità personale è forse quanto di più vicino a un ideale permea la sua vita apparentemente senza ideali. Questo contare solo su se stesso, naturalmente, ha il suo rovescio. La solitudine di John Silver è la sua capacità di vivere un’intera vita con altri esseri umani senza mai capirli fino in fondo, senza mai davvero essere “insieme” a loro, senza “vederli” davvero se non come i riflessi di quella che per lui è la natura speciale di una vita umana, la sua vita. E dunque, John Silver è l’uomo che ci spinge a chiederci se la solitudine non sia il giusto – e inevitabile – prezzo della libertà. E tuttavia, la sua vita non sembra dopotutto meno felice, e forse neanche più crudele, di chi dà al destino le colpe e i meriti di ciò che accade, rassegnandosi o perfino giustificando i propri comportamenti vigliacchi, quando non inumani, alla luce di una presunta provvidenza divina.

Certain books – and characters – stick with particular strength not only in our mind, but in our life, and give it a turn, perhaps, that wouldn’t have happened otherwise. This seems to have been the case for Bjorn Larsson, when he met with Treasure Island and, above all, with Long John Silver. He would have become a writer anyway, I suppose, but he would have written of other things, had his paths not crossed with this extraordinary pirate, cultured, elusive and ambiguous, but a figure of forceful charisma nonetheless, tireless narrator for the love of stories and of fabrication, as well as for the sake of his own life. Stevenson tells little enough of him, leaves much to the imagination, which makes Long John an ideal protagonist and narrator of a novel like this: anticonventional, libertarian, vital and ruthless like the man (although existing only “on paper”) that inspired it. Cruel and engrossing and adventurous like those that as teenagers we kept reading all night under the blankets to see “how it ends”. But also admirably reproposing the many questions that accompany our highest and apparently unquestionable ideals, such as justice, freedom, humanity and equality, when applied in our everyday life.

What counts for him is just living, not existing, but living. This is his aim and for this he is ready to lie, perjure, go back on his word and on his promises with extreme carefulness and even to kill.

And for this aim he exploits words and men equally – and ruthlessly.

On the other hand, he is also able to give this love for life back to those who seemed to have lost it. It is for that love, and not for a misguided ‘feel-good’ attitude, that he takes the side of justice against the hypocrisy and inhumanity of those who have unilaterally appropriated the right to decide who belongs to mankind; and it seems to be mainly against them, that John Silver has become an “enemy to mankind”.

He takes the credit and the blame for whatever he does, personal responsibility is as close to an ideal as he can get in his apparently ideal-less life. Counting exclusively on himself has its drawbacks, of course. The loneliness of John Silver lies in his being able to live all his life with other human beings without ever understanding them entirely, without ever being actually “with” them, without actually “seeing” them, other than as reflections of what is the special nature of a human life to him, his own life. So John Silver leads us to wonder whether loneliness if the fair – and unavoidable – price of freedom. And yet, his life does not seem, after all, to be less happy, or even more cruel, than the life of those who transfer blame and credit for all that happens to destiny, putting up with everything or even justifying their own cowardice, not to speak of viciousness, with claims to divine providence.