UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione – I genitori non sbagliano mai

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Titolo provocatorio, non perché io pensi che esistano genitori perfetti, non parliamo poi di me, ma perché ci facciamo sempre un bel po’ di problemi. Noi genitori, in generale, noi genitori adottivi, in particolare. Qualunque comportamento un po’ fuori dalla norma del nostro pargolo viene sezionato, analizzato, studiato al microscopio, ma più che altro nell’ottica del “che cosa abbiamo fatto di sbagliato?” Appunto. Ci sentiamo responsabili di tutto, anche di ciò che comunque non possiamo cambiare.

Ce lo ha confermato persino la Signora dei Boschi (qualcuno forse ricorderà, era il nome con cui indicavo la psicologa del Centro Adozioni quando raccontavo in forma un po’ fiabesca delle nostre vicissitudini).  Potrebbe sembrare non solo “naturale”, ma anche tutto sommato persino una bella cosa, ci si preoccupa, ci si fa carico del dolore e dell’ansia dei bambini. E lo è, entro certi limiti. Ma quello che noi dobbiamo imparare adesso, e che credo non sia facile per nessuno, è a fare un passo indietro. A trovare un confine.

Chiedersi troppo spesso dove si sta sbagliando finisce per ingigantire i problemi, drammatizzare e appesantire. quando poi, spesso non si tratta di errori. E’ che ognuno di noi è fatto in un certo modo e pensa, agisce, affronta le cose, positive e negative, perché quello è il suo modo, e non è né giusto né sbagliato. E’ il suo modo.

Detto questo, siccome siamo tutti diversi, il nostro modo di prenderci cura di quello che preoccupa i nostri figli potrebbe non essere quello che desiderano. Anche se è quello che magari noi, nella loro situazione, avremmo voluto con tutte le nostre forze. Confrontarsi con altri, cercare alternative e possibili soluzioni è sempre importantissimo e migliorare non solo è possibile ma è una bella sfida densa anche di possibili esperienze positive.

Cambiando, però, quel pensiero che, anche se non espresso con quelle parole, è sempre presente col suo fastidioso ronzio: non “che cosa stiamo sbagliando” ma “cosa possiamo fare di buono per te?”. Consapevoli anche che nemmeno i nostri figli spesso lo sanno perfettamente (anche se “potrebbero” saperlo meglio di noi, ma non è detto). E consapevoli che per accettare una mano tesa, una disponibilità, un sostegno potrebbe anche volerci del tempo, a volte sembra che i bambini e i ragazzi “non vogliano” il nostro sostegno. Possiamo anche farci un po’ da parte, rimanere per qualche tempo dietro le quinte, osservare da non troppo vicino.

Gli errori poi si fanno, certo, ma c’è una cosa sicura, ed è che a “esserci”, con tutto ciò che siamo e che sentiamo, non si sbaglia mai.

UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione

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Ieri sera, devo dirlo, ho un po’ sclerato. Sì, lo so, capita più o meno a tutti e quando ci si confronta su queste cose ci si sente meno soli perché presto o tardi il nostro lato più da strega o da orco emerge, specialmente con gli adolescenti.

Quando ti prepari per l’adozione ti fanno moltissimi discorsi sulla responsabilità, sul fatto che questi ragazzi, specie se arrivati già abbastanza grandi (come ormai è la regola) hanno storie dietro le spalle di cui bisogna sempre tenere conto, perché poi ti metteranno alla prova e tu, a quella prova, dovrai reggere.

Poi, qualche tempo fa, hanno detto che forse hanno talmente sottolineato questo aspetto da farci sentire “fin troppo” responsabili. Responsabili di tutto, sempre. Con quell’idea che bisogna arrivare a tutto, mentre a tutto non si arriva, mai.

E insomma, comunque ieri sera il mio lato isterico si è preso tutto lo spazio che di solito non gli lascio perché? Perché non mi sentivo abbastanza considerata. Dopo ovviamente stavo (molto) peggio di prima e direi che la mia considerazione non era messa meglio di me. Il fatto è che ancora cerco un po’ troppe conferme. Ho detto qualche tempo fa che non sono nata per essere autorevole e forse non devo sforzarmi esageratamente per esserlo. Forse è così, in effetti, ma la convinzione che quello che diciamo ha un valore, quella non deve essere messa in discussione. Per timore dei conflitti, io a volte non mi faccio valere e questo non vale solo in famiglia ovviamente.

Dopo ho trovato un modo credo un po’ migliore, ho parlato con la Bertuccia e lui si è tranquillizzato, ha capito che non stavo affermando una mia presunta superiorità morale, ma che i genitori devono fare i genitori, e i figli devono fare i figli, che l’organizzazione della casa (orari del sonno, nella fattispecie) è compito dei genitori, pur senza negare dialogo e flessibilità, perché i genitori sono più grandi e hanno imparato cose che i ragazzi stanno imparando, altrimenti sarebbero i figli ad andare al lavoro e mantenere i genitori (per esempio) e non il contrario. Lui è molto saggio e maturo per la sua età in alcune cose, però a volte ha la capacità di tirare fuori il peggio di me.

Morale? Questo sarà l’anno in cui perfezionare, da parte mia, tre o quattro cose: autostima (dici niente!), ascolto, determinazione (io devo essere profondamente convinta delle cose che dico, mica le ho tirate fuori un minuto fa dal cappello, ci sono delle ragioni dietro); e fiducia (in sé e negli altri, e in particolare: fare in modo che i figli facciano quello che gli chiediamo per fiducia in noi e non perché imposte, e che però sappiano che comunque le regole della casa, poche ma buone, si rispettano.

UN LEONE A COLAZIONE – Storie di genitori e figli

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Potrebbe anche essere un “Leone a colazione” fuori tempo, questo, ma in realtà credo siano semplicemente riflessioni abbastanza comuni di un genitore qualunque (o quasi qualunque).

Vedo spezzoni delle fiction, delle sitcom e dei cartoni che i miei figli guardano abitualmente e c’è sempre qualche genitore esasperato che ripete quello che noi ci sfiniamo a ripetere ai ragazzi, più o meno con le stesse parole, lo stesso tono irritato e irritante, e non so se mi dà sollievo o se aumenta il mio sconforto. Per la legge del mal comune mezzo gaudio, può esserci d’aiuto sapere che anche ad altri succede di brontolare, mugugnare, intonare litanie monocordi e poi anche di sclerare e persino di urlare istericamente. Non siamo soli, è vero. Ma siamo così banali, così noiosi? Beh, è ovvio che i nostri figli lo dicano, ci sta. Però fa un po’ male. Poi l’altro giorno il “piccolo” (la Bertuccia) mi chiede di fargli una faccia arrabbiata che gli faccia paura. Tento una smorfia spaventevolissima tale da incutere terrore anche negli eroi dai nervi più saldi e lui mi dice ‘sembri un troll’. ‘Beh’ tento una difesa in corner ‘in effetti i troll fanno abbastanza paura, no?’ ‘Sì, ma tu sembri la caricatura di un troll’ è la risposta. Ottimo. No, non credo che siamo sempre così banali e noiosi, dopotutto.

UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione

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Ieri c’è stata, come direbbe Montalbano, una bella sciarratina, una lite coi fiocchi, tema: la fiducia. Argh. Noi (papà e mamma) convinti nella maniera più assoluta che il nostro Bertucciapiccola avesse combinato una marachella e lui, che aveva avuto una giornataccia, ha reagito male. Prima i conti con un razzismo neanche troppo velato che ogni tanto salta fuori nei momenti meno opportuni (non che ci siano momenti opportuni); e poi questa “accusa” che lo ha spinto a una reazione per noi “eccessiva”, ma frutto evidentemente di un sovraccarico di emozioni. E qui entrano in gioco un sacco di cose, almeno due particolarmente importanti: la prima, appunto, è la fiducia, che è un tasto delicatissimo, per me fondamentale e di una complessità di cui ci si rende conto quando ci si deve avere a che fare in concreto. Perché gli adolescenti combinano cose di cui poi si vergognano, hanno segreti che non vogliono raccontare, dicono piccole bugie per le ragioni più impensate e a volte senza ragione, o almeno così sembra, e poi però stanno malissimo se sentono il venir meno di quella fiducia. La fiducia, dico io, bisogna conquistarsela e però in certi casi, quando è stata tradita, bisogna anche che qualcuno ti aiuti a costruirla perché solo così, poi, puoi imparare a non tradirla a tua volta. E quando si tratta di credere o non credere, verità o non verità, si cammina sempre un po’ sulle uova.

La seconda cosa che a me personalmente mette in difficoltà è la gestione delle crisi, che ci stanno tutte, e ne parliamo per fortuna, però c’è sempre il momento che ti trovi lì e le cose vanno in crescendo, si crea una spirale di tensione che non sempre si riesce a interrompere al momento giusto. E forse è in quello che consiste l’autorevolezza. Non l’urlo, non il pretendere un rispetto formale dovuto al ruolo, ma la capacità di contenere, smorzare, tranquillizzare, stemperare le situazioni. Senza giustificare, ma aspettando di essere più calmi tutti per parlarne con altri toni. Tante volte, sdrammatizzare rende più credibili e non il contrario, almeno, questo vedo che succede nei rapporti con la Bertuccia. Non è facile perché intervengono fattori come il nostro stesso nervosismo magari dovuto alle nostre, di giornatacce, la stanchezza, a volte però anche l’orgoglio, un bisogno di essere “riconosciuti” e ubbiditi che raramente ha effetti positivi (forse mai). Leggerezza, parola magica, apparentemente facile, in realtà non tanto. Ma ha tanti di quegli effetti positivi, che vale la pena comunque continuare testardamente a cercare di applicarla…

UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione

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Oggi prendo spunto da una conversazione avuta con i miei due ragazzi riguardo al loro Paese. L’occasione era stata abbastanza curiosa, il maggiore ha notato che una persona che conosce aveva un oggetto con un riferimento alla scuola che aveva frequentato laggiù. La cosa è insolita, dato che non si tratta di università note o simili istituzioni che possono trovarsi anche citate nei souvenir. Comunque, insomma, da lì è venuto il discorso sul passato, il fatto che il “piccolo” frequentava ancora l’asilo ai tempi e aveva orari diversi, un abbigliamento diverso, ecc., le vacanze, i festeggiamenti per l’ultimo giorno di scuola, l’usanza di andare a scuola anche in estate, e così via.

Non è la prima volta, naturalmente, che si parla del passato, visto che sono qui ormai da circa sei anni e mezzo (a volte mi sembra ieri, altre volte mi sembra che siano stati sempre qui). Ma l’argomento “Paese d’origine” è sempre delicato. In generale si consiglia di parlarne nel nodo più spontaneo possibile, senza pressioni, idealmente, anzi, aspettando che siano i figli a prendere l’iniziativa.

Talvolta però succede che i bambini (o i ragazzi) si chiudano molto sul tema e sembrino addirittura avere un atteggiamento di rifiuto. Che ci può anche stare, per qualche tempo. Il rischio, però, è che i genitori reagiscano, senza volere, mettendosi in certa misura “sulle difensive” ogni volta che si accenna al “prima”; e che i figli percepiscano qualche tensione e per questo motivo siano in seguito restii ad affrontare il discorso. Così come può accadere che si abbiano, consapevolmente o meno, certe idee di partenza che non è sempre facile scalzare. Non ultima, quella che i bimbi fossero sempre necessariamente infelici prima di incontrarci e abbiano vissuto un lungo ininterrotto periodo di tristezza e sofferenza. Il che, per fortuna, non è, e accettare la loro storia significa anche accettare che abbiano avuto amici, affetti, momenti di allegria, se non di vera e propria felicità. Accanto, certo, a tanta rabbia e tanta solitudine (e magari tanta sporcizia…). Ma non aiuta né noi né loro pensare che quei primi anni siano stati “solo” quello.

Forse può esserci di conforto pensare che può essere proprio grazie a quei momenti che i nostri figli non hanno disimparato né l’affetto, né la felicità. A volte un profumo, un frutto che si trova solo in una certa terra, un oggetto, una canzone o un cartone animato pescato su Internet nella lingua di origine può risvegliare in loro la parte buona dei ricordi. E sono questi, probabilmente a permettere loro di far pace anche con quelli meno buoni. C’è tutto un pezzo di vita fatto di molte cose; la scelta migliore non sarà certo strapparlo via da sé fingendo che non sia mai esistito. Questo significa anche sentirsi a un tempo parte di due terre, anche di due culture, per quanto una la si sia vissuta meno (ma i bambini arrivano sempre più grandi e la parte vissuta altrove non è quasi mai insignificante). Significa anche, quindi, potersi sentire in qualche misura divisi, lacerati persino, comunque in difficoltà. Ma è importante per noi custodire tutti i frammenti perché possano essere poi uniti a formare un tutto integrato e complesso.

Depositare parte della propria memoria nelle mani dei genitori, del resto, è un grandissimo segno di fiducia. Vuol dire “sono qui, adesso, e posso esserci con tutto me stesso, i miei ricordi, quello che sono stato, quello che sono ora”. Quindi, in queste come in altre situazioni, più che parlare noi, l’essenziale è accogliere quello che i bambini hanno da dire. Ma qualche volta, cogliere una palla al balzo può non essere una cattiva idea 🙂

UN LEONE A COLAZIONE -Storie intorno all’adozione – Ai miei figli

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Forse a queste poesie le avevo postate, ma non ne sono certa, la ricerca non me le mostra e nel caso evidentemente è passato un bel po’ di tempo, per cui… avevo pensato a un articolo sull’autostima, ma stasera sono in mood da poesia 🙂

La prima è per il maggiore, il più taciturno, che si difende da un cuore che al fondo è forse fin troppo tenero. La seconda per il più piccolo, che ormai piccolo non è più, ma resta un gran sognatore. Ancora forse non sa dove i suoi sogni stanno andando, ma sono sicura che sia giò pronto a corrergli dietro. Uno sorride più spesso, l’altro meno, ma quando sorridono, tutti e due rendono il mondo un po’ più luminoso 🙂

L’ansia che ti divora pezzi di parole
ti rantola in gola d’amore non creduto
ma restituiremo quella strada tradita
ai tuoi piedi e alle tue ali di ragazzo
perché ogni ferita è una finestra aperta
e noi ci balleremo, vedrai, su quella strada
la stessa su cui portavi al guinzaglio un abbandono
e un impeto di tenerezza dissacrata
noia a difendere un cuore sotto assedio
perché anche le cose possono tradire
e tutti i cancelli ti si son sempre chiusi dietro.
Ma li apriremo, perdio
con una chiave di vento e di aquiloni
lenzuola colorate stese al sole
e un piccolo paese da costruire così, per gioco
per riportare i giorni persi alle tue mani inquiete.
So che avrai la faccia di chi ha preso il treno alla rovescia
non scelgono forse gli uccelli di migrare?
Non per questo è più dolce il sale dell’oceano
il nido è quotidiano intreccio di spine e foglie
ma è la luce mediterranea di un abbraccio
a illuminarti il volo verso casa.

/

Dicono che sorridi, cucciolo d’uomo
del sorriso forte dei bambini, credo,
quando giocano a essere già grandi
o forse di un sorriso allegro e dolce
che non dimentica quel che non sa di ricordare.
Scricciolo mio, tartarughina,
certo avrai occhi neri di cui non so lo sguardo
spalancati di domande che non possiamo immaginare
e piccole dita a stringere le nostre mani grandi
un orsacchiotto, forse, e un pallone a spicchi bianchi e neri
e un amico segreto a cui racconti
i tuoi sogni di vele, di mari e di pirati
a quale vento affidi tutte le cose che vuoi far viaggiare?
con quali colori pitturi cielo e terra?
Tieni stretti i tuoi sogni, abbine cura
quando saprai dove vanno, allora apri le mani
e corrigli dietro!

UN LEONE A COLAZIONE 21. – Storie intorno all’adozione

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Dopo tanto meditare e rimuginare e domandarmi se, e come, e cosa, sono arrivata a una (possibile e temporanea) conclusione, ossia che non possiamo chiedere a noi stessi di essere quello che non siamo e che, soprattutto, non vogliamo essere. Che si può cambiare su alcune cose, crescere, smussare angoli, cercare strade diverse, ma non andare contro qualcosa che è profondamente radicato nel centro di noi. Per esempio, se io credo nella leggerezza, posso cercare di avvicinarmici, sia pure a piccoli passi, non sempre riuscendoci, ma posso comunque pensare di de-zavorrarmi in qualche cosa, anche per somigliare di più al tipo di madre (di persona) che fa parte del mio ideale, non del tutto irraggiungibile. Al contrario, se non credo nell’autorità e quelle rare volte che impongo (a farcela, poi!) e punisco, le vivo con un malessere pesante, significa che qualcosa non va. Qualcosa di importante. Vuol dire che sto andando contro una parte di me a cui non posso rinunciare senza perdere pezzi di identità.

E’ vero, bisogna essere consapevoli che i limiti sono necessari, perché la libertà in cui si sbanda senza meta e senza argini e punti fermi non è vera libertà. Ma alla fine, anche gli argini e i punti fermi dobbiamo crearceli, faticosamente, ognuno per conto suo. Io posso dare l’idea che ti servono, che anche volare richiede il rispetto di alcune leggi essenziali, senza le quali si cade o si sbatte contro un muro. Posso anche cercare di insegnarle, come so. Posso mettere a disposizione la mia esperienza, lasciando che i figli (ed eventualmente altri) ne facciano l’uso che pensano migliore per loro. Ma il castigo, la punizione, l’imposizione stessa, è qualcosa che va contro la mia natura più intima. Questo non rende le cose più facili, tutt’altro. Bisogna pure che in qualche modo passi il messaggio che libertà non è fare tutto quello che si vuole, che esistono la responsabilità e l’impegno, che non sono brutte parole, ma strumenti probabilmente insostituibili per ottenere qualcosa di importante per la propria persona, per la propria vita. Bisogna pure che si capisca che il rispetto di sé e degli altri è – per usare un altro termine che sopporto poco, ma forse in questo caso ci vuole – un valore non negoziabile. Bisogna che si impari a sentirsi dire dei no, per imparare poi a dire dei no, quando sono necessari e “giusti”. Bisogna comprendere che ci sono regole che vanno rispettate sempre, limiti che non si possono violare senza mettere in discussione l’intero castello della propria personalità e del proprio esserci, con sé e con gli altri. E ci sono regole invece, che per lo stesso motivo non si possono osservare, perché si andrebbe contro di sé e contro la miglior parte della propria umanità.

Tutto questo lo si può trasmettere con le punizioni, con le imposizioni? Forse ci sono persone così profondamente carismatiche, nel senso migliore del termine, da essere in grado di far sentire, insieme alla propria autorità, una coerenza, una qualità empatica e una capacità davvero di trasmettere quello in cui profondamente credono, da poter essere  sia temuti che amati, sia autoritari che rispettosi, sia fonti indiscusse di regole ferree che educatori  capaci di insegnare la libertà. Nella mia esperienza queste cose non sono mai andate insieme, in nessuno degli adulti che ho conosciuto durante tutta la vita. O erano l’uno, o erano l’altro. E quelli che mi hanno cambiato la vita in maniera profonda e positiva, non sono mai stati quelli autoritari.

Io stessa penso di non avere tutte queste doti insieme. E forse è arrivato il momento che faccia la mia scelta in modo più consapevole e definitivo, senza troppo tentennare o chiedermi se starò sbagliando. Forse sì, ma è giusto anche dirsi che quello che si è fatto e si fa, è frutto di una decisione che per come siamo noi, in questo momento, non avrebbe potuto – né dovuto – essere diversa.