La bellezza non mi basta

Lo spicchio di luna stasera era ben più perfetto, nel suo anarchico sporgersi verso ponente, del più impeccabile cerchio. Era accompagnato da un astro luminoso che appariva curiosamente lungo al mio sguardo, Venere, credo, nella sua veste di prima stella della sera (o forse Marte, non ne sono certa).  Tutte le città sono più belle quando il cielo è scuro, ma adesso mi succede che più bello è il luogo in cui vivo, più aspra diventa la nostalgia per la città del mio cuore, il mio luogo d’elezione, di cui ritrovo sprazzi, impressioni, brevi accenni qui e là, una salita, un tratto di mare, un colore, un ricordo. La bellezza non mi basta, mi serve la libertà dell’anima, l’intensità della musica notturna, l’infinito colore della nebbia e dell’aria che tinge di una sfumatura più lieve i desideri forgiati dal vento di mare, un ponte rosso sull’oceano che unisca magia e terra, incanto e dolore, nostalgia e aspettative in un bisogno sensuale e carnale di vivere, di essere fino in fondo.

Questa immagine purtroppo non è mia, è di alcuni Inglesi che osservavano il cielo a Leeds ma devo dire che a parte i cespugli, la luna si presentava proprio così  anche qui da noi

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La vendetta appartiene a Dio

Ormai non sono che una cosa, condannato a restar qui immobile in eterno, senza un ponte a unirmi a nessun altro, ché almeno un ponte, anche tra due confini separati, anche con le guardie armate a controllare, anche con un pedaggio da pagare, resta sempre un passaggio, e da un ponte puoi sempre trovare il modo di andare dall’altra parte e abbracciare qualcuno. Un ponte è luogo di comunicazione, anche quando la comunicazione è fatta di lacrime e di sangue sparso e macerie. Da un ponte Anna mi corse incontro quel giorno, mi buttò le braccia al collo, ed io l’abbracciai. Ma non ho più ponti, adesso. La comunicazione è rotta. Il segnale, quando pure arriva, è così disturbato da essere indecifrabile. O inascoltabile. Assordante.
Ero diverso, allora, ma lei aveva già capito in che cosa mi sarei trasformato, conosceva il selvaggio sotto il manto di cristianesimo, quello che la minaccia dell’inferno aveva trasformato in un topo rintanato, quello che prendeva su di sé il compito di Dio, si credeva Dio, eppure era terrorizzato da se stesso.
Anna aveva strani occhi allungati, e quando ascoltava, quando chiedeva, quando pensava, i suoi occhi si riducevano a due fessure, le sopracciglia si arcuavano e sulla bocca le si disegnava uno strano sorriso, metà scettico, metà trasognato. Il sorriso di una donna che sapeva che le utopie non si realizzano mai, ma non sapeva smettere di crederci.
Non so come, ma so che quel giorno, il giorno in cui l’abbracciai – e sentivo la forza delle sue braccia sulla mia schiena, e fortemente volevo quell’abbraccio – quel giorno il ponte cominciò a sbriciolarsi. Perché già pensavo di tradirla, e già quel tradimento mi aveva fiaccato le ossa, e quell’abbraccio che volevo, non lo avrei mai più saputo dare.
Ma non era solo questo. Era che Anna veniva dall’altra parte del ponte. Non avevo mai pensato a questo, prima. Era la persona che conoscevo meglio al mondo, sapevo il suo colore preferito, i libri che leggeva, conoscevo le sue migliori amiche, sapevo in che negozio comprava i suoi vestiti. E mai, fino a quel giorno, avevo pensato che lei veniva dall’altra parte del ponte. Era una donna, ed io ero un uomo. Non aveva mai avuto importanza da quale parte venivamo.
Io odio il vento. Il vento ti si insinua dentro, ti penetra, ti invade la pelle e le ossa. Il vento è una brutta bestia nera che se ne frega dei ponti e dei confini. E’ il vento nella tua testa che ti fa perdere il controllo, che ti terrorizza fino a che non senti altro nel cervello che un buco nero e il sibilo della burrasca.
Fu il vento a uccidere Anna. Io non avrei mai potuto farlo. Ho sempre avuto controllo del mio corpo, è vero, del mio corpo e di tutto ciò che mi apparteneva, la casa, la terra, i soldi. Ma Anna non mi apparteneva, e il vento fece la mia vendetta, perché non potevo perdonarle di essersi lasciata tradire, e non potevo perdonarle, più di ogni altra cosa, di aver passato quel ponte, mostrandomi, per la prima volta, che eravamo su due sponde diverse. Mi ha fatto conoscere la paura. La colpa. Lei veniva dall’altra parte del ponte. Mi avrebbe chiesto di rinunciare a me stesso, alla mia terra, ai confini, al controllo sul mio corpo, persino a Gesù Cristo, in cambio di un ponte. E sapevo che lo avrei fatto, questa era la mia colpa. Per questo l’ho tradita. Per questo ho lasciato che il vento la uccidesse.
Odio il vento. Il vento compie vendette che non gli appartengono. La vendetta appartiene solo a Dio.

Nuvole barocche

NUVOLE BAROCCHE
FABRIZIO DE ANDRÉ
Poi un’altra giornata di luce
poi un altro di questi tramonti
e portali colonne fontane.
Tu mi hai insegnato a vivere
insegnami a partir.
Ma il cielo è tutto rosso
di nuvole barocche
sul fiume che si sciacqua
sotto l’ultimo sole.
E mentre soffio a soffio
le spinge lo scirocco
sussurra un altro invito
che dice di restare.
Poi carezze lusinghe abbandoni
poi quegli occhi di verde dolcezza
mille e una di queste promesse.
Tu mi hai insegnato il sogno
io voglio la realtà.
E mentre soffio a soffio
le spinge lo scirocco
sussurra un altro invito
che dice devi amare
che dice devi amare.

Il tramonto sul mare ieri era luce, passione, fiamma, coraggio, timore, ombra, parole, silenzi, oro, rosso, blu, poesia, vita, sale, dolcezza, barche, vento, acqua, memoria.

Non ho potuto fotografarlo e questo mi dispiace, ma ce l’ho dentro come un racconto. Spero solo di riuscire a scriverlo. Il vento non era scirocco, era tramontana, ma il senso è quello, l’emozione è quella, mi appartiene, sotto la pelle.