Sì, viaggiare

Viaggia, esplora, scopri il mondo, offerte pazzesche, hotels ai prezzi più bassi di tutti i tempi, sconti strepitosi sui voli, tra un  po’ mi pagheranno per alloggiare in un albergo, prendere un aereo, sperando di guadagnarci poi su altro, ché spendere, chi viaggia spende sempre.

Sai che partirei domani, no, stanotte, tra un’ora, anzi, subito, senza valige o altri ingombri, e sai cosa vorrei vedere, dove mi fermerei, dove abiterei, senza voglia di tornare, se non per poco.

Stamattina mi usciva sangue dal naso, Sciocchezze. Un po’ d’aria secca. Ma ho pensato che voglio ricominciare da zero, no, da zero no, forse ricominciare da tre o quattro, ma ricominciare, portandomi dietro pochissimo. Un luogo dove i vicini, quando arrivi, vengono a salutarti, e se non lo fanno, diventerei capace di farlo io. Una tavola sempre apparecchiata, una casa sempre aperta, ce la farei? Forse, ma comunque da un’altra parte, in un luogo geografico ed emozionale ben preciso, perché qui non mi sto atrofizzando solo io, troppa parte del mondo intorno a me si è atrofizzata, e hai un bel dire devi combattere da dentro, io mi sono stancata di combattere, che sia da dentro o da fuori.

Non è insegnando, che ti trovo, come credevo, sbagliando. È nel cambiamento. Nel cambiamento e nella scrittura e in un luogo che essendo casa tua, è anche necessariamente casa mia. Poi certo, nel frattempo continuo a combattere qui, ora, da dentro e da fuori. Ma in quel posto che sai, c’è sempre il mio cappello. È là che voglio scrivere, è là che voglio essere. Almeno in sogno. Per ora.

Pensieri sul viaggio, seconda parte

Qui la prima parte

Così, l’insicurezza, il perdere le cose, la timidezza che si fa più forte nei posti che non conosco e dove parlo una lingua che non padroneggio, sono curiosamente parte di quello che cerco. Mi arrabbio con me stessa, mi lascio a volte prendere dallo sconforto, persino da qualcosa di simile alla disperazione: e adesso, come faccio?

Poi, in qualche modo si fa. Un po’ di riposo, una doccia, e la prospettiva cambia radicalmente. Trovo risorse, risolvo difficoltà, ridefinisco i miei limiti. Forse sta qui il segreto, è impossibile superare un limite, qualunque esso sia, rimanendo fermi. Naturalmente, esistono molte forme di movimento, non è necessario spostarsi materialmente. Ma per quanto mi riguarda, ho trovato che viaggiare mi aiuta a muovermi anche in altri sensi possibili.

È buffo, ad esempio, che dopo aver accolto con entusiasmo l’incontro in Germania con altri che parlavano italiano, per poter condividere più agevolmente anche le sensazioni provate nel trovarsi all’estero, al mio ritorno in Italia io abbia fatto per qualche giorno particolare attenzione alla lingua tedesca, sia quando realmente qualcuno la parlava, sia anche quando ero io a percepirne implausibilmente gli echi nei suoni, così (apparentemente?) diversi di quella italiana.

Possibile che io sappia essere felice solo sognando il ritorno a casa, e non a casa? Sia ben chiaro, non per motivi legati alle persone che ho accanto, ma a un’insoddisfazione tutta mia e forse anche irrimediabile?

Alcuni incontri occasionali vorrei che si trasformassero in amicizie durature, pur sapendo che se accadesse, non sarebbero altrettanto preziose, o meglio, lo sarebbero in modo diverso, non farebbero più parte del desiderio di tornare là dove sono avvenuti, e certo non diminuirebbero il desiderio di ripartire. Diventerebbero forse parte della nostalgia, e la nostalgia dopotutto è una delle emozioni di cui andiamo in cerca quando viaggiamo, perché altrimenti rivedremmo la casa con gli stessi occhi con cui siamo partiti, e allora, cosa saremmo partiti a fare?

La stessa nostalgia, poi, che ci coglie quando ci troviamo di passaggio in un luogo in cui pensiamo di voler vivere, e in cui non vivremo mai. Infatti, l’unico posto al mondo in cui non ho provato nostalgia (non per il luogo stesso, cioè, né per il ritorno), è anche l’unico in cui voglio davvero vivere.

Forse, e credo di averlo già scritto da qualche parte, sicuramente l’ho già pensato, perché io possa chiamare un luogo “casa”, bisogna che sia esso stesso un luogo in viaggio, e che trasmetta il suo movimento a chi vi abita. Anche in quel caso, spero che la voglia di viaggiare non mi abbandoni mai, ma allora, forse, sarei tanto felice della partenza quanto del ritorno, tanto felice lontano da casa quanto verso casa, e almeno altrettanto a casa. Forse, anzi, viaggerei allora davvero solo per poter tornare.

Pensieri sul viaggio, prima parte

Cosa cerco in questo inseguire il paesaggio che cambia? Il verde intenso delle foreste germaniche, smeraldo scuro, quasi cupo, mantiene un vago senso di inquietudine nonostante la sua bellezza, nonostante la grazia delle cascate di gerani pendenti dalle finestre incorniciate da travi di legno e i pomodori coltivati nei pressi del Bodensee. Nonostante il sole, che fa breccia di frequente tra nuvole in costante movimento: siamo dopotutto in quella che è stata definita la zona più calda e soleggiata della Germania. Ma l’inquietudine è solo sopita, temporaneamente relegata in un angolino, ma non scomparsa.

Tornando in Italia, le morbide colline del centro-sud, con i loro colori già quasi autunnali (scrivevo una decina di giorni fa), apparivano rassicuranti. Non più solo il verde e il rosso, ma infinite tonalità di verde chiaro e scuro, giallo, arancio, castano, lilla, violetto, blu.

Poco dopo, però, la morbidezza dei declivi ha dato luogo a dirupi scoscesi, intervallati da monti che visti dal finestrino dell’autobus da viaggio sembravano altissimi e selvaggi, invasi da boschi impenetrabili – che pure sono stati penetrati, perché qua e là la roccia si fa nuda, e gli scavi dell’uomo profondi, violenti, intrusivi.

Le sporadiche case paiono rifugiarsi nel minuscolo spazio che le pareti a strapiombo hanno lasciato loro,  un anfratto dove nascondersi da certi rischi, affrontandone tuttavia altri non meno gravi.

Perché quella fitta di delusione che avverto quando il mezzo giunge a destinazione? Fitta che poi svanisce, subito dimenticata come se non fosse mai esistita, non appena comincio, messo il primo piede a terra, a esplorare il territorio, muovervi i primi passi incerti e camminare poi con crescente sicurezza, impadronirmi a poco a poco dei nomi delle strade e delle loro direzioni, del loro incontrarsi e allontanarsi.

Trovo altri mezzi di trasporto per spostarmi, inoltrarmi nei segreti del centro, della periferia, e poi spesso anche di luoghi vicini ma separati, con una vita a sé. Mi prende quel caratteristico tuffo al cuore, di quando si inizia a fantasticare su una possibile casa futura, si getta un occhio ai cartelli affissi agli appartamenti in vendita o in affitto, persino ai prezzi, passando davanti a un’agenzia immobiliare, sapendo benissimo che non sarebbe certo quella la meta del prossimo trasferimento, e nondimeno credendo profondamente ai propri sogni momentanei, perché li si fa col cuore, ci si riflette sopra, si valutano pro e contro come se fossero progetti reali.

Trovare il familiare nell’estraneo e l’estraneo nel familiare, scrivevo qualche giorno fa. Credo non fosse tanto diversa l’emozione degli esploratori che piantavano bandiere nei posti in cui l’uomo (o anche solo l’uomo occidentale, sia pure) metteva piede per la prima volta. L’idea di appropriarsi di un frammento di universo, non tanto in senso materiale, quanto cognitivo. Per il sovrano, la bandiera indicava un territorio in più aggiunto al suo dominio, l’ingrandimento del proprio regno e del proprio potere, ma immagino che per gli esploratori avesse piuttosto il senso di una possibilità, di un’ipotesi, l’idea che quel luogo sconosciuto, e come tale inquietante, potesse diventare noto.

Era l’opportunità, che importava. Fino al momento che immediatamente precedeva la sua realizzazione, dopodiché l’ignoto cessava di essere tale, perdeva gran parte del suo fascino, e allora bisognava ripartire.

La lettrice della domenica – La saggezza del mare (segue)

Della Saggezza del Mare ho già parlato nella scorsa “puntata” e potrà sembrare strano che non lo abbia ancora finito, ma ci sono almeno due ragioni: la prima è che ho dovuto affrontare un piccolo trasloco, non ho più lo studio in casa, ho preso in affitto una stanza come ufficio, sono contenta ma un trasloco, anche piccolo, richiede un tempo considerevole  (ed è anche in parte il motivo per cui sono stata meno presente nei vostri blog, a breve tutto dovrebbe tornare a una certa normalità); la seconda ragione è che con Larsson la velocità non funziona bene. È come quello che dice del viaggiare : se è vero che viaggiare consiste nel fare esperienze, e non nel lasciarsi trasportare, il valore del viaggio è inversamente proporzionale alla sua velocità. Mi sa che vale anche per i libri,  e visto che i suoi per me hanno un valore molto alto,  divento lentissima 😀

Torben e io seguivano dunque il sentiero senza incontrare anima viva, tra i prati e le vacche intente a ruminare. L’uni a cosa a cui bisognava fare attenzione era dove mettevamo i piedi,  perché il terreno era disseminato di grossi mucchi di sterco di vacca. All’improvviso Torben si è bloccato a metà di un discorso. ‘Adesso capisco ‘ha esclamato.

Cosa?’

Perché c’è così tanta merda di vacca nei libri di Beckett!’

Sì era chiesto spesso perché Beckett parlasse in continuazione della consistenza e dell”odore della merda di vacca. Ora aveva la spiegazione. Beckett aveva percorso sentieri come quelli. Aveva respirato la stessa aria che respiravamo noi. Come noi, era rimasto sospeso tra cielo e terra, con una vista incomparabile e un’aria cristallina, ma appestata dall’odore di sterco di vacca fresco. 

Torben e io ne abbiamo discusso, e mi sono reso conto che non avremmo mai fatto quella scoperta se non fossimo andati a piedi. Neanche in bicicletta è detto che quelle impressioni avrebbero avuto il tempo di penetrare in noi. (…). Viaggiare,  avevamo stabilito io e Torben, significa fare esperienze.  Ma per fare esperienze c’è una sola velocità, quella dell’essere umano, non quella del mezzo di trasporto. 

Ancora in viaggio

Di nuovo in viaggio, un paio di giorni a Friburgo, poi via a Recanati. Come Larsson, sono felice solo quando sono in movimento. Non so se vivrei in barca a vela, ma non sto bene senza cambiare posto ogni tanto (anzi, ogni poco, direi!). Cerco l’ignoto nel familiare e il familiare nell’ignoto, credo sia questa, tutto sommato, l’idea che ci sta dietro.

Prima di partire, a dire il vero, c’è sempre un momento in cui sono spinosa come un’istrice. Non solo allontanarsi, ma anche prepararsi a farlo spezza la routine, non permette di affidarsi alle abitudini se non in misura minima. Un’emozione ambivalente mi prende ogni volta che cambio qualcosa: un po’ di stress, che sfocia nel timore per i cambiamenti più grandi; ma una paura che ha in sé un lato bello, il nodo allo stomaco di quando sai che ci sarà una svolta, comunque vadano le cose. La notte prima degli esami, la vigilia del primo giorno di lavoro, l’attesa e quella consapevolezza che in realtà non stai semplicemente aspettando, non sei fermo.

Non mi pesa affatto viaggiare da sola, anzi. Guardo le distese coltivate e il cielo, il guard-rail e le nuvole, arruffatissime stasera, le case e gli alberi, la strada che si muove sotto il bus e i paesi arroccati in lontananza, in disordine sparso, senza che nessuno sposti il mio sguardo in un’altra direzione, che, fosse pure più “giusta”, mi permettesse di spaziare su orizzonti migliori, non sarebbe comunque la mia.

 

La lettrice della domenica – Claudio Magris, L’infinito viaggiare

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Questa è stata per qualche tempo una rubrica saltuaria, perché ero (sono) talmente presa, tra lavoro, libro, famiglia e sogni vari che leggere è diventato difficile, però spero di farla ridiventare davvero settimanale perché la passione per la lettura non si è attenuata, anzi.

Ho finalmente ripreso, sia pure a rilento, e non avrei potuto farlo meglio di così: il libro che sto leggendo in questo momento è stupendo! Già dalla prefazione che, dice l’autore:

si addice a una raccolta di pagine di viaggio, perché il viaggio – nel mondo e sulla carta – è di per sé un continuo preambolo, un preludio a qualcosa che deve sempre ancora venire e sta sempre ancora dietro l’angolo; partire, fermarsi, tornare indietro, fare e disfare le valigie, annotare sul taccuino il paesaggio che, mentre lo si attraversa, fugge, si sfalda e si ricompone come una sequenza cinematografica, con le sue dissolvenze e riassestamenti, o come un volto che muta nel tempo.

La prefazione è una specie di valigia, un nécessaire, e quest’ultimo fa parte del viaggio; alla partenza, quando ci si mette dentro le poche cose prevedibilmente indispensabili, dimenticando sempre qualcosa d’essenziale; durante il cammino, quando si raccoglie ciò che si vuole portare a casa; al ritorno, quando si apre il bagaglio e non si trovano le cose che erano sembrate più importanti, mentre saltano fuori oggetti che non ci si ricorda di aver messo dentro. Così accade con la scrittura; qualcosa che, mentre si viaggiava e si viveva, pareva fondamentale è svanito, sulla carta ora non c’è più, mentre prende imperiosamente forma e si impone come essenziale qualcosa che nella vita – nel viaggio della vita – avevamo appena notato.

Il viaggio sempre ricomincia, ha sempre da ricominciare, come l’esistenza, e ogni sua annotazione è un prologo; se il percorso nel mondo si trasferisce nella scrittura, esso si prolunga dalla realtà alla carta – scrivere appunti, ritoccarli, cancellarli parzialmente, riscriverli, spostarli, variarne la disposizione. Montaggio delle parole e delle immagini, colte dal finestrino del treno o attraversando a piedi una strada e girando l’angolo.

[…]

Viaggiare ha dunque a che fare con la morte, come ben sapevano Baudelaire e Gadda, ma è anche un differire la morte; rimandare il più possibile l’arrivo, l’incontro con l’essenziale, come la prefazione differisce la vera e propria lettura, il momento del bilancio definitivo e del giudizio. Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai.

(Claudio Magris, L’infinito viaggiare, Oscar Mondadori)

Diario di viaggio 2. 29.10.2016 – Ancora in volo (ché San Francisco non è mica dietro l’angolo)

Dovessi vivere viaggiando, dicevo alla fine della prima puntata del diario, ci sono cose a cui non mi abituerei mai. La vigilia, il  nodo allo stomaco che ti prende già prima, all’idea di partire, quando la felicità lascia per un istante il posto al pensiero chi me l’ha fatto fare; il nodo in gola di chi lascia qualcosa quando parte e qualcosa quando torna. I controlli infiniti, togli le scarpe, metti le scarpe, via la giacca e la cintura, via gli oggetti dalle tasche, la fila a serpentina con una dozzina di spire e in piedi tre-quattro ore ad aspettare, i documenti rivisti venti volte, le domande assurde sui moduli (hai intenzione di commettere atti di terrorismo?). La ricerca del gate, il cielo degli aeroporti; la rincorsa sulla pista, il vuoto d’aria al decollo. L’alba in aria; la città vista dall’alto (e anche le montagne e i mari); i nembocumuli sospesi nel cielo, leggeri come piume, (credo si chiamino così, Francesco mi correggerà se sbaglio); e i nembostrati(?), invece, che formano un pavimento di nuvole, un pesante materasso di lana sul quale l’aereo sembra potersi appoggiare comodamente; le onde irregolari di un mare rovesciato, bianco a tratti come cotone o neve, in altri momenti grigio come le ali dell’aereo, o ancora velato di giallo, rosa o arancio secondo le ore del giorno; la cresta dorata che fa da contorno e da confine tra le nuvole e il cielo quando il sole sorge, in quella posizione così strana, poi. I colori tanto nitidi da sembrare finti, e un attimo dopo invece d’improvviso quella specie di impalpabile polvere di talco rosa che appare al di sopra dei monti e avvolge l’ala del velivolo nella foschia di un mattino tra le nuvole, immobile e irreale come l’arto gigantesco di un uccello senza penne che si abbandona alla corrente, parte esso stesso della magia del cielo. Persino la condensa sui finestrini si tinge di rosa e oro.

Come una bambina, mi stupisco di tutto, assaporo anche l’orrido caffè graziosamente offerto dalla compagnia francese. Fa parte anche quello dei sapori del viaggio!  Di tanto in tanto una folata più forte delle altre fa ondeggiare appena l’apparecchio, ma subito si rimette in equilibrio per il volo planare. Non mi sorprende che il volo passi in un lampo, è già ora di riallacciare le cinture, siamo in arrivo a Parigi. Neppure al colpo dell’atterraggio mi abituerò mai. E’ anche un inizio, ogni volta uno nuovo, un’avventura diversa. Chissà se sul volo Parigi-Seattle riuscirò a dormire un poco. Qualcosa mi dice che sarà difficile. Mi sono riempita gli occhi d’incanto, la meraviglia è iniziata. Subito.

(Le foto sono ancora le stesse dell’altra puntata. Le altre iniziano da Seattle in poi) 🙂