San Francisco – Diario di viaggio 15 – 6/11/2016 – Pomeriggio tra Sausalito e Tiburon

Dopo Alamo Square, abbiamo ripreso il bus per tornare dall’altra parte del Golden Gate Bridge e fare quella gita a Sausalito che ieri avevamo dovuto saltare. Col senno di poi, l’avrei lasciata per ultima, anche se certo è graziosa.

Nonostante abbiamo fatto abbastanza presto, purtroppo il primo traghetto per Tiburon era nel pomeriggio inoltrato. Abbiamo approfittato per fare un’altra scappata al Molo 39 e vedere i leoni marini

Quando infine siamo partiti per Tiburon, con traghetto oltretutto in ritardo, era quasi sera. Eppure è stato giusto lasciare queste emozioni per ultime. Qui sì, ho potuto immaginarti in maniera più concreta, affacciato a guardare lo stesso scorcio di mare che vedevo io, o a percorrere in bicicletta le stesse strade che io calcavo a piedi. Mi sono commossa e lasciata andare a piangere come da tempo non facevo, ma in modo diverso. E’ stata la dolcezza dell’incontro, che avevo tanto aspettato, tanto voluto. Un dolore grande, a cui sapevo di dovermi aprire per poter poi meglio cogliere l’intensità di tutto, i doni, i rimpianti, le risate, la bellezza. C’è un  legame inscindibile tra tutto questo, lo sento con forza. Avrei voluto avere più tempo per vedere i luoghi ancora più tuoi e magari conoscere qualcuno che potesse raccontarti più da vicino. Dici che è ancora presto? Che devo prendermi il mio tempo anche per questo? Che ho solo rotto il ghiaccio, e ci saranno altre occasioni? lo spero molto e lavorerò perché succeda, per rendere più stretto e profondo quel legame tra tutto quello che mi fa vivere.

San Francisco – Diario di viaggio 13 – 4.11.2016 – Il City Tour

Sto cercando di tenere le fila di tutto ma sono giornate campali lavorativamente parlando. Ho saltato il Sabatoblogger e per diversi giorni non sono riuscita neanche a postare il diario di viaggio, anche perché devo ridimensionare le foto per problemi di spazio e quelle del 4 novembre tra l’altro sono veramente tantissime, non le ho neanche inserite tutte. Certo che questo lavoro di riguardare le foto e copiare gli appunti del diario cartaceo (con pochissime modifiche), comporta un vertiginoso aumento di quella nostalgia che già è una presenza costante in un angolo del cuore. Dopo i primi giorni in cui mi sentivo un po’ travolta, ora ho capito che in qualche modo la mia nostalgia è la mia dimensione. Non per vivere nel passato ma per vivere nel presente e ricordare il passato.  (cit.)

Comunque, eccomi qui.

Ebbene sì, quasi alla fine ci siamo decisi a fare una di quelle cose proprio da turisti (beh, dopo il cable car e il tour della Baia), voglio dire saltare su un autobus di quelli con cui hop on hop off puoi intravedere dall’alto un po’ tutto e poi decidere dove fermarti. L’idea era di andare al Golden Gate Park, che del resto si trova dall’altra parte della città, vedere rapidamente il Conservatory of Flowers e l’Academy of Sciences e poi tornare al Ponte per fare da lì il giro in autobus fino a Sausalito. In realtà le cose non sono andate proprio così…

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Diciamo che all’Academy of Sciences (che tra parentesi è stata progettata da Renzo Piano) mi sono fatta un po’ prendere. Avrò pietà e vi risparmierò una buona parte dell’infinità di foto che ho fatto tra mostra sdui colori della natura, acquario e rainforest con tutte le sue farfalle, perdendoci (parecchio) più tempo del previsto, ma è davvero affascinante. E alla fine abbiamo anche salutato il Dinosauro 🙂

Ancora qualche immagine del Golden Gate Park (Est: la parte Ovest la riservo per quando tornerò, perché tornerò…)

Il giardino giapponese non ho voluto perdermelo, è un po’ caro ma ha dei colori che se non ci si entra non si possono immaginare. Tra templi, lanterne, azalee e bonsai ci si rilassa e si respira a fondo per potersi portare dietro questi profumi inimmaginabili e renderli parte della memoria.

Anche il Conservatory of Flowers mica scherza: colori e forme mai viste.

Al di là del Golden Gate ci siamo arrivati oltre le quattro e quindi niente gita, ma la vista è stato un treat in più. Non c’era tanta nebbia, ma quella leggera foschia aumentava l’incanto. Lo spettacolo è stato (ancora una volta) fuori dell’ordinario, ma non c’è niente di ordinario, qui. Raramente ho visto una città con una personalità così forte e così identificabile, che percorre tutte le sue anime, pur diversissime. Mi sono emozionata., nonostante questo itinerario così turistico, ho immaginato di vedere certi luoghi con i tuoi occhi. E per tutto il percorso, attraversando le zone della città, cercavo ancora di cogliere il tuo respiro. Non avrei potuto riuscirci del tutto, ma a tratti quasi mi sembrava…

San Francisco – Diario di viaggio 11 – 2.11.2016 – Bay Tour e camminata sul “lungo-oceano”(Fort Mason e Marina District)

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Qualche immagine dell’hotel, e poi partenza. Giornata alquanto impegnativa oggi (e mi sono notevolmente scatenata con le foto): prima la camminata fino al Fisherman’s Wharf per il meraviglioso Bay Tour.

 

Poi un giro del Pier 39 e una visitina al Musée Mécanique, che contiene una collezione di oltre 300 giochi meccanici, una delle più grandi collezioni private di questo genere (l’ingresso è gratuito, si paga per mettere in funzione i giochi).

E infine, come da titolo, una bella marcia attraverso la costa, Fort Mason, il Marina District, fino al Palace of Fine Arts e fin quasi a lambire il parco del Presidio che dev’essere qualcosa di stupendo. Eravamo a un passo dal Golden Gate Bridge, che era il mio obiettivo, ma Orsogrande era troppo esausto per proseguire e così abbiamo preso un autobus (facendo ancora un bel pezzetto di strada per tornare indietro alla prima fermata utile e poi per arrivare dal punto di Sutter Street dove siamo scesi fino a quello dove eravamo diretti, che sarà stato un chilometro più in là…) per tornare verso downtown fino in albergo dove, ammetto, mi sono anch’io spaparanzata definitivamente e non mi sono mossa neanche per l’ormai abituale passeggiata della sera.

San Francisco – Diario di viaggio 10. 1.11..2016 Sera al Fisherman’s Wharf

Ho percorso tutta Taylor Street, e non è una sciocchezzuola (ho scoperto dopo che ci sarei arrivata per almeno altre tre strade possibili, ma del resto non sarebbe cambiato granché): in alcuni punti s’inerpica a tal punto da sfidare le leggi della fisica (e la forza di gravità) ed è tutto un saliscendi comunque (e le finestre sghembe poi…). Tra l’altro in questo modo si passa davanti al parco di Ina Coolbrith è un tripudio di colori e panorami, benché non molto grande. Lei era una poetessa, scrittrice, gestiva un salotto letterario e punto di riferimento della San Francisco letteraria. Eì stata la prima Poet Laureate degli Stati Uniti.

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Poi mi è caduto l’occhio su questa strada…

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Quando alla fine dopo aver messo a dura prova polpacci e ginocchia su queste pendenze si arriva a Fisherman’s Wharf… beh… sarà pure una trappola per turisti, ma lo è con ragione.  E dopo la fatica sembra ancora più bello, la miglior ricompensa che si possa immaginare. Tardo pomeriggio-prima serata tra cielo e mare, potevo forse chiedere di più?

Amerei questi luoghi anche se non ti appartenessero, benché forse non così perdutamente. Ancora una volta, mi sento come una bambina che sgrana gli occhi di fronte a ogni cosa, quasi vedessi il mondo per la prima volta. Curiosa di ogni strada, di ogni curva, di ogni casa, dei piatti, degli odori… adoro questo posto. Ti penso spesso, è naturale, anzi, non quanto mi sarei aspettata. A volte la meraviglia prevale su tutto. Ma nella meraviglia ci sei. Mi sembra di non essere mai stata tanto felice come ora, qui. Se lo avessi saputo prima… ma non è un pensiero che mi rattrista. Ognuno di noi ha i suoi se, le strade si incontrano e si disperdono, non è vero che siano ferme, tu pensi di percorrerle ma sono loro a percorrerti e portarti via con sé. Tante cose sarebbero potute andare diversamente, la cosa bella è potersi tenere stretti tutti i se che riusciamo a immaginare, non per togliere nulla alla vita che abbiamo, ma per arricchirla, magari con il sogno di un viaggio dell’anima che poi diventa desiderio e che poi si può realizzare e diventa anche quello vita.

San Francisco – Diario di viaggio 9. 1.11.2016 (segue) Telegraph Hill e Russian Hill

Dopo Chinatown, Telegraph Hill. Che fatica, ma che splendore! Il panorama, gli scalini (i Filbert Steps, da non perdere!), il respiro che manca, le gambe doloranti, il colore del cielo, tutto quanto. In cima alla Coit Tower, 13 piani più due rampe di scale per guardare la meraviglia dall’alto, senza fiato per più di una ragione.

Una volta ridiscesi però mica poteva bastarmi, dovevo risalire dalla parte opposta, verso Russian Hill, la riproduzione della Porziuncola all’interno della chiesa gotica di St. Francis of Assisi, la famosa casa ottagonale vista da una prospettiva strana, e Halloween, un dialogo fra culto, tradizione e ironia, sdrammatizzare per alleggerire, sullo sfondo di una paura che è presente e reale ma con cui si fanno i conti senza lasciarsi mai sopraffare (e altri gradini! It’s not fair!).

Macondray Lane, poi… non ci si crede! Una mattonata in cui il profumo di una cascata di gelsomini e altri fiori sconosciuti sommerge di sensazioni, diventa parte del paesaggio, ti pare quasi di vederlo. E’ un posto magico, incantevole, sono proprio felice di aver fatto questa deviazione, pur dopo aver arrancato per tutta la mattina su salite ripide come credo di non averne mai viste prima e qualcosa come 400 o 500 scalini…

Sulla strada (è proprio il caso di dirlo), di passaggio da North Beach, uno sguardo al Museo Beat e alla Libreria City Lights, creata da Lawrence Ferlinghetti e battezzata in omaggio a un film di Chaplin.

Al ritorno abbiamo ripreso la Columbus, ci siamo offerti un treat in una pasticceria semi-italiana (che consiglierei); e infine, dopo aver chiuso il giro con la Church of St. Peter and Paul antistante il Washington Square Park…

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…abbiamo avuto qualche momento di esitazione, credendo di esserci persi, ma è durato poco. Questa città confonde e chiarisce, la struttura delle sue strade è fatta in modo che le rivedi 500 volte da prospettive diverse. Questo sembra complicare le cose e invece alla fine le semplifica: poche strade che si intersecano e che vanno ovunque. E ovunque tornano.

(segue)

San Francisco – Diario di viaggio 8. 1.11.2016 – Alba a Chinatown

Chinatown, Waverly Place, Portsmouth Square… tutto poco più tardi dell’alba. Ci siamo ripassati poi al ritorno, verso l’una, in pieno fervore di attività, ma io sono ben contenta di essermela girata bene con calma, a negozi chiusi, senza troppo casino. Niente shopping, niente biscotti della fortuna ma colori, luci, contrasti, poche persone, che a me le persone piacciono moltissimo, ma poche alla volta, non tutte insieme 🙂

San Francisco – Diario di viaggio 7. – 31.10.2016 (segue) – breve giretto del pomeriggio

Orsogrande questo pomeriggio ha voluto restare in albergo, io sono uscita, senza fretta, erano le cinque circa, ma voglio prendere confidenza, più la percorro più mi piace, questa città, ti conquista con la sua gentilezza, il sorriso spesso pronto, quel salutare anche gli sconosciuti con how was your day? (già dall’aereo!) che sarà pure una formalità ma io lo adoro, e se pure la giornata non fosse delle migliori, me la rallegrerebbe. Eppure, poi, quanti senzatetto, quanti! Persone che dormono in ogni angolo di strada, in ogni aiuola, nei quartieri più popolari come in quelli upper class. Nessuno, a quanto pare, alza barriere o fa crociate per ripulire la città, nessuno propone muri o deportazioni, però uno si domanda se questa naturalezza nel considerarli parte della città come tutto il resto sia accettazione, indifferenza, cultura della responsabilità individuale, o altro. Certo, nella totale (credo) assenza dello Stato immagino che ognuno possa fare poco, al di là della beneficenza che è considerata, mi par di capire, un dovere morale e sociale, ma sempre beneficenza è.

Insomma, questo sarebbe un aspetto da approfondire, e mette tristezza tanto più ora. Siamo ad Halloween, tutti sono in strada, moltissimi mascherati (mi ha fatto morire il signore molto distinto in giacca e cravatta che chiacchierava amabilmente con una… ehm… scheletressa? o forse era una zombie, ma insomma, ci capiamo). Tutti hanno voglia di festeggiare, divertirsi, mangiare bene e il contrasto stride.

Ho visto il St. Francis Westin Hotel (notevole) e avrei voluto vedere anche il Museum of Craft Arts (ma è chiuso il lunedì) e la Xanadu Gallery (anche quella chiusa, non so se temporaneamente, sarebbe un peccato non poterla visitare). Sono entrata invece, come da suggerimento della guida, nella rotonda del grande magazzino Neiman Marcus, ricoperto in granito italiano multicolore con la cupola in vetro colorato rimasta dal City of Paris, che prima si trovava nello stesso luogo fino al 1982.

Domani si va a Chinatown e North Beach direi, anche se tengo molto al Golden Gate Park e naturalmente alla gita a Tiburon più di ogni altra cosa. Poi ci sarebbe la Napa Valley e Russian Hill, e Telegraph Hill, e Filbert Street e Lombard Street e… aaargh! Prendi il tuo tempo… keep calm and take your time! 🙂

Pur cercando di vedere tutto ciò che è turisticamente consigliato, mi creo i miei personalissimi, eccentrici tragitti. Programmare non piaceva più di tanto al protagonista del mio viaggio e piace poco anche a me. Lo stretto necessario, poi ci si può lasciar trasportare dalla curiosità e dal vento. Finendo per scoprire nessi inediti che dalle piantine non si capiscono, come quello tra il Financial District e l’oceano, che dalla guida sembrerebbero distanti anni luce (e naturalmente lo sono, in un certo senso. Ma non geograficamente, anzi, sono vicinissimi).

La guida la guardo, la leggo, penso a un itinerario possibile, magari da quello inizio. Ma più che altro perché poi adoro prendere deviazioni, traverse, andare in direzione opposta a quella suggerita, o procedere ancora oltre. Con un po’ di disagio da parte di Orsogrande che oggi mi diceva “poi faccio confusione e non so più come tornare”. Lui che di solito si orienta molto meglio di me. E qui invece subentro io, quella che, appunto, non ha mai avuto senso dell’orientamento e adesso mi sento un po’ come se questi luoghi li conoscessi già. Un confronto veloce sulla carta, una conferma al mio intuito, e si va. E’ una sensazione strana, intensa, mi dà sicurezza. Quindi chissà cosa verrà domani. La meraviglia non è mica programmabile.

San Francisco – Diario di viaggio 6. 31/10/2016 – Mattinata al Financial District

Questo albergo è fantastico! Stamattina colazione in una sala che più Old America di così non si può, DEVO fotografarla (nel frattempo ho comunque fotografato il salottino addobbato per Halloween.

Colazione alle 7.30 ma prima delle 9 non siamo riusciti a uscire. Comunque è stata una giornata fantastica. Avrebbe dovuto piovere ancora, in realtà è stato variabile e nel pomeriggio addirittura bello, quando esce il sole qui fa un bel caldo! Non sento neanche tanto l’umidità (che pure dovrebbe essere intorno all’80%… mah), sarà che c’è spesso un bel venticello… 🙂

Abbiamo fatto tutta Sutter Street in discesa, è dove abbiamo l’albergo ma anche una delle strade più centrali di Cisco, per arrivare a Montgomery, dove si trovano alcuni degli edifici più particolari. Siamo in pieno Financial district e tra le altre cose si vede il profilo riconoscibilissimo della transamerica Pyramid, l’edificio più alto della città, con i suoi 260 m (più la guglia di 64,6 m). Si dice che – tra gli altri illustri visitatori – in questo edificio Mark Twain abbia incontrato il pompiere da cui avrebbe tratto ispirazione per il suo Tom Sawyer.

Abbiamo visitato anche il Fargo & Wells Museum. La Fargo & Wells è una società nata in piena epoca di corsa all’oro, dall’iniziativa di questi due lungimiranti personaggi che intuirono – diversamente dagli altri soci della banca a cui appartenevano – le ottime possibilità offerte dal trasporto dell’oro e dai prestiti che si potevano fare a chi partiva speranzoso alla sua ricerca. Il museo contiene quindi diversi strumenti di misurazione, riproduzioni delle antiche diligenze per il trasporto (questa che inserisco è invece originale)…

… strumenti di comunicazione, i principali oggetti trasportati, monete e banconote d’epoca

e inoltre si leggono alcuni interessanti aneddoti: il trasportatore che fermò uno dei più famigerati banditi del tempo, autore fino a quel momento imprendibile di circa una ventina di rapine, segnando l’inizio della sua fine (e ricevendo dalla riconoscente compagnia un fucile col manico decorato con una riproduzione della sparatoria), o quella di Cassie Hill, agente della società, telegrafista e rappresentante della Western Union Telegraph e della Southern Pacific Railroad per l’importante snodo di Roseville, dopo la morte del marito; non si risposò mai, affermando di essere “troppo impegnata” e tra l’altro guidò una delle prima automobili di Roseville fino alla bella età di 85 anni (parliamo del 1940: sarebbe morta 15 anni dopo a 100 anni). O di Delia Haskett Rawson, prima (e probabilmente la più giovane) conduttrice di diligenze, unica donna appartenente ai Pioneer Stage Drivers della California, di cui fu anche vice-presidente.

La Fargo & Wells Bank non può essere fotografata all’interno, “politica aziendale”. Il Mills Building è stato invece una splendida esperienza, non solo perché l’interno è molto bello (e così anche l’entrata ad arco romanico), ma anche per il gentilissimo custode, evidentemente orgogliosissimo del “suo” palazzo, con cui abbiamo conversato per parecchio tempo di bellezza, di Italia, di Brasile, di San Francisco e che ha anche insistito per farci una foto sullo sfondo della scalinata dell’atrio.

Il Palace Hotel è superbo, anche quello fotografabile (adoro quando mi dicono take your time, non è la prima volta che lo sento e lo trovo un bellissimo invito a godere della bellezza che hai intorno senza fretta).

E siccome poi anche l’Embarcadero Center fa parte del Financial District, e in uno degli edifici si svolgerà la conferenza annuale dell’Associazione Americana dei Traduttori a cui parteciperò nei prossimi giorni, ho voluto andare a dare un’occhiata, tanto per capire dove si trova. Ci siamo arrivati da California Street, percorsa fino in fondo ed è una bella camminata. Solo che io in lontananza ho intravisto l’inconfondibile orologio meccanico del Ferry Building e non ho resistito: ci siamo visitati il Farmer’s Market (frutta, verdura e formaggi freschi a San Francisco non mancano mai e sono buonissimi!) e siamo usciti dietro l’edificio, sul molo. L’oceano! Sullo sfondo, il Bay Bridge. L’emozione si fa sempre più forte, sarà che tra le cose con cui più ti identifico c’è sicuramente il mare, ma anche in questo caso, devo prendermi il mio tempo.

Per tornare indietro abbiamo percorso Market Street fino a che incontra di nuovo Sutter Street. Non è per nulla difficile capire come funziona questa città. Anche per una persona con scarso senso dell’orientamento come me (che poi, sto scoprendo di averne di più di quanto credessi, quando devo arrangiarmi), è molto difficile perdersi. Poche strade, non larghissime ma lunghissime, che si incrociano in modo quasi intuitivo. Me ne sto appropriando pezzettino per pezzettino, la sento sempre più mia, più vicina, più casa. Meno di quanto mi aspettassi, inizialmente; e in pochissimo tempo, invece, molto più di quanto mi aspettassi.

(segue)

Diario di viaggio 5. 30 ottobre – sera del primo giorno

Per fortuna non ha piovuto tutto il giorno, a un certo punto siamo riusciti a uscire e abbiamo cominciato ad avventurarci nei dintorni dell’albergo tanto per prendere confidenza coi luoghi, prima di ampliare i nostri orizzonti. Siamo saliti fino alla Grace Cathedral, ci tenevo molto a vederla. La cattedrale domina la (s)Nob Hill – in origine California Hill, perché si trova in cima appunto a California Street. Questa collina (una di 44, per inciso, leggo su Wikipedia, in una città che è circa la metà di Genova. Wow!) ospita alcune tra le residenze più lussuose dei primi del Novecento. I Big Four, ricchi magnati delle ferrovie chiamati appunto Nobs, vi costruirono infatti le proprie dimore, ognuno cercando di surclassare l’altro in termini di sfarzo e ostentazione. Oggi queste residenze, sopravvissute ai terremoti, sono sedi di alberghi, ovviamente per poveracci. Non c’è da stupirsi che il quartiere sia stato ribattezzato Snob Hill.

La cattedrale mi ha debitamente colpita, non so se le foto rendono tanto, è un vero spettacolo. Qui sono state girate alcune scene di Bicentennial Man, quindi per me era un must, ma è un luogo che vale comunque una visita. Leggo dalla guida: La terza cattedrale episcopale più grande della nazione è lunga 100 m e ha una guglia alta 75 m. Fu costruita sul modello di Notre Dame di Parigi. E’ costruita in cemento armato, però, anziché in pietra (per fini antisismici). Tra le altre curiosità, la Singing Tower con un carillon composto da 44 campane di bronzo di vario peso, provenienti dall’inghilterra. Purtroppo non le ho sentite suonare, pare facciano un gioioso frastuono ma per questo devo fidarmi della guida. Su alcune delle finestre ci sono ritratti di personaggi vari come Henry Ford e Albert Einstein. Un labirinto sul pavimento riproduce l’originale in pietra della Cattedrale di Chartres e il percorso simboleggia un pellegrinaggio religioso.

Diario di viaggio 4. Prima notte a San Francisco

A volte mi faccio prendere dall’ansia per delle sciocchezze, ero preoccupatissima all’idea di ritrovarmi nell’aeroporto di una città sconosciuta – che nella mia mente vedevo, tra l’altro, gigantesca e quasi un po’ minacciosa – e non riuscire a trovare un mezzo che ci portasse downtown. In realtà prendere il BART (Bay Area Rapid Transit, una sorta di treno metropolitano veloce che a San Francisco è usatissimo) e persino scendere alla fermata giusta è stato relativamente semplice. Basta chiedere, a volte non serve neanche quello, ti vengono incontro per darti una mano non appena ti vedono con l’aria un po’ smarrita.

Siamo scesi alla Powell Station e quando all’uscita abbiamo avuto l’improvvisa visione dell’AT&T Store illuminato contro il cielo scuro di una sera ormai così inoltrata da essere quasi notte, penso che gli occhi mi siano diventati due volte più grandi. Questa è la San Francisco che cercavo e che posso raccontarvi fino a un certo punto, perché nessuna immagine può rendere l’ooh di meraviglia che mi è uscito spontaneo di fronte al soffitto a cassettoni e ai decori di questo magnifico edificio Liberty, stagliato davanti a me senza nessun preavviso. L’inaspettato, la meraviglia, ancora una volta…

Per una notte abbiamo dovuto prenotare in ostello, perché a suo tempo pensavo partendo il 29 di arrivare necessariamente il 30, non avendo calcolato le 8 ore in meno del fuso orario. Ho provato ad allungare il soggiorno nell’albergo che avevo riservato ma non sono riuscita, è molto richiesto evidentemente. L’ostello era abbastanza terribile, devo dire, per una notte ci si adatta ma c’è stato un problema davvero fastidioso: una sola doccia in corridoio, in comune tra non so quante stanze, costantemente chiusa, presumibilmente occupata, ma a qualunque ora abbiamo provato a entrare, la porta è rimasta fermamente e inesorabilmente serrata.

Stamattina ci hanno chiesto se volessimo farci da noi i nostri pancake con gli ingredienti trovati in cucina. Rapida occhiata alla cucina, rapida consultazione e abbiamo optato per far colazione altrove. In particolare, ci siamo concessi una colazione all-American da Tad’s, con uova al bacon, toast, burro, sciroppo d’acero, caffè lungo, hot chocolate (la cioccolata la fanno con l’acqua…) e tutto l’armamentario. Pagata come un pranzo, ma tanto oggi credo che non mangeremo a mezzogiorno. Uno stile che ai miei occhi di profana sembra un misto tra l’idea americana di arredamento all’europea e la nostra idea di arredamento western. Fotografato, of course, anche se l’immagine non rende assolutamente.

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Al momento siamo finalmente giunti nella sistemazione definitiva, l’hotel Beresford. Prima impressione di San Francisco? Piovosa. Suona un po’ disappointed? Lo è. Ma solo perché scrivo appunto dall’albergo, in Italia sarebbero già le 8:30 di sera ma qui è appena mezzogiorno e mezzo e dovremmo essere a girare come dei matti, non stuck in albergo ad asciugarci. Già, perché per non farci mancare niente, ha cominciato a piovere (forte) nel preciso istante in cui siamo usciti dall’ostello per trasferirci nell’altro hotel. Che è indescrivibilmente meglio, ma questo non può certo compensare il tempo che stiamo perdendo qui… Solo io potevo presentarmi zuppa e gocciolante e con figlio altrettanto soaked through the skin in un albergo che è la quintessenza della discrezione, silenzioso e pieno di moquettes fino all’inverosimile. Consoliamoci col pensiero che da domani è previsto tempo variabile e poi una serie di giornate di sole!