Il mio lato pop: Supernatural

Era da un po’ che volevo scrivere di Supernatural, una serie TV che ho iniziato a guardare poco più di un mese fa, in origine perché piaceva – e piace – moltissimo a mio figlio minore. Non sono mai stata una fan del genere horror, anzi, normalmente lo detesto. Eppure, mi ha catturata quasi dall’inizio. Non è stato propriamente amore a prima vista, ma dopo i primi tre o quattro episodi ero a tutti gli effetti stregata (termine appropriato, visto l’argomento). Di certo, le persone coinvolte (attori, sceneggiatori, registi e tutti gli altri) non si prendono mai troppo sul serio, le situazioni e i dialoghi sono spesso comicamente sopra le righe, se non del tutto folli, e nonostante questo io mi ritrovo costantemente senza fiato per la suspense. Insomma, sono davvero bravi.

Naturalmente, sono innamorata di Jared Padalecki e del suo personaggio Sam Winchester, e chi non lo sarebbe? E’ un uomo di rara forza morale, dolce, coraggioso, gentile, attento, un accanito lettore (un nerd, potremmo definirlo, trasuda letteralmente curiosità intellettuale), un po’ narciso ma tendenzialmente altruista e – non ci sarebbe bisogno di dirlo – incredibilmente bello. Soprattutto, è uno che considera tutte le ragioni del caso, senza scagliarsi a spada tratta, o piuttosto precipitarsi ad armi spianate, qualunque cosa succeda e senza curarsi delle conseguenze. Fa degli errori, ci mancherebbe, anche madornali; e nel tempo, è morto e andato all’inferno (letteralmente, intendo) un mucchio di volte, nel tentativo di sistemare le cose e aiutare gli altri. Da lì, è stato sempre salvato dal fratello maggiore ho-il-mondo-tutto-sulle-mie-spalle Dean, bravo ragazzo e tutto, protettivo e generoso, ma un po’ troppo tirannico con suo fratello, convinto di avere sempre ragione, costantemente arrabbiato, macho-ma-sensibile, sciupafemmine e incapace di restare da solo. Succede anche il contrario, vale a dire, Sam ha salvato il posteriore di Dean un gran numero di volte, ma senza vantarsi della cosa fino a rendersi insopportabile.

Comunque, il personaggio a cui mi sono affezionata di più, nel corso delle otto o nove stagioni in cui è apparso, è Crowley, il re dell’Inferno (Mark Sheppard).  Se Lucifero è l’Antagonista con la A maiuscola, Crowley è sempre un po’ di qua e un po’ di là, e questo mi piace, essendo io sempre molto favorevole alle vie di mezzo e alle zone grigie. Credo sia la sua totale mancanza di interesse verso la bontà e il senso morale, unita al meraviglioso humour britannico, a una buona dose di ironia e all’evidente (sebbene sempre ostinatamente negato) affetto per i Winchester a renderlo adorabile. Mi è piaciuto un sacco un episodio in cui a un certo punto lui tira fuori il cellulare mentre qualcuno sta chiamando, e si capisce che i numeri della rubrica sono divisi tra “Moose” (letteralmente Alce, tradotto in italiano un po’ debolmente come “Testone“, vale a dire Sam) e “Not Moose” (non testone, in pratica quasi solo Dean, alias squirrel, lo Scoiattolo, in italiano Testacalda). Si tratta forse della prima volta in cui Crowley rivela i suoi veri sentimenti nei confronti dei “ragazzi”. La sua malvagità beffarda (a volte, specie nei primi episodi, quasi sprezzante) e quei curiosi rapporti di amicizia/odio tra lui, sua madre Rowena, l’angelo Castiel, Lucifero e i ragazzi sono tra gli aspetti più gustosi e in generale tra le cose migliori della serie. SPOILER ALERT A quanto pare, non sarà presente nelle ultime due stagioni (ancora non arrivate in Italia, l’ultima dovrebbe essere ancora in corso di lavorazione). Spero che chi ha deciso di eliminare il personaggio definitivamente cambi idea: sarebbe davvero un peccato.

Poi c’è il Castiel di Misha Collins, angelo e Dio, senzatetto disperato e guerriero, idiota dalle buone intenzioni e leader straordinariamente capace, affettuoso protettore dell’umanità e killer glaciale, passa da una personalità all’altra fino a sperimentare, in pratica, tutte quelle possibili, sempre apparentemente imperturbabile, capace di dire le cose più surreali senza fare una piega, eppure sempre esprimendo moltissimo con un indefinibile linguaggio non verbale che rivela più di qualunque parolao espressione facciale.

E che dire della deliziosamente orrida, incantevolmente odiosa Rowena (Ruth Connell)? Che dire di Meg, Ruby, Sarah, Eileen, Hannah, Jody, e tutte quelle donne-demone, donne-donne, donne-angelo, cacciatrici e streghe, dalla volontà d’acciaio, estremamente sicure di sé o piene di dubbi e insicurezze (e talvolta entrambe le cose), piene d’amore e umanità o esecrabili (anche qui, spesso entrambe le cose, nello stesso momento o nel corso del tempo), che hanno amato, odiato, tradito, combattuto e vissuto e sono morte (anche loro, in molti casi, più di una volta) per gli altri o per sé stesse nel corso delle quindici stagioni della serie?

Insomma, cos’è che rende questo programma così speciale, almeno per me? In primo luogo, il fatto che l’horror non è affatto l’aspetto principale. Voglio dire, sono sicura che anche i fan dello splatter possano trovare qui pane per i loro denti. Ma personalmente, quello che mi affascina, specialmente in questo particolare momento, e a parte tutta la follia e lo humour e quella testarda, commovente speranza di cui trabocca, sono le domande che pone; domande universali dell’umanità, onnipresenti e non particolarmente originali, forse: vita, sopravvivenza, libertà e sicurezza, giustizia e vendetta, bene e male, coraggio e incoscienza, senso di responsabilità e senso di colpa, amore, perdita e bisogno – non sano – di qualcuno, scelte terribili fatte “in nome di un bene più grande” e scelte giuste fatte nel proprio interesse. Quali sono i confini? Sento l’esigenza di ridisegnarli, di lavorare su queste idee e ridefinirle in qualche misura, e mi sono ritrovata a far tesoro di questo buon vecchio modo di riflettere grazie a una storia che mi coinvolge, e in cui posso immergermi completamente, anche per tenere la testa tra le nuvole per un po’, che serve sempre.

So che ci sono dei punti deboli (in primo luogo, un po’ tanta propaganda pro-USA e pro-armi, temo), ma l’ho amata e la amo incondizionatamente, punti di forza e punti deboli e tutto quanto e quindi, alla fine dei conti, va benissimo così.

Sepùlveda

No, non c’è un senso, è inutile cercarlo. Se c’è, sta semplicemente nel fatto che ci sia data, forse per caso, forse no, una possibilità su un fantastiliardo di avere una coscienza e farne qualcosa. Ecco, Sepùlveda di questa coscienza ne ha fatto più di qualcosa. L’ha usata a fondo, l’ha spremuta, tenuta costantemente sotto pressione, interrogata, amata, se ne è preso cura, l’ha ascoltata e usata fino all’ultima briciola. Questo, almeno, è quello che a me a sempre fatto pensare. Uno che vedeva chiaramente il valore della bontà e dell’allegria, perché la crudeltà e il dolore li aveva vissuti senza risparmiarsi mai. Uno che poteva permettersi di parlare di sogni, perché della realtà conosceva ogni aspetto, e che non ha mai parlato di coraggio perché non ne aveva bisogno, il coraggio gli respirava dentro. Ecco, Sepùlveda è un altro per cui, che ci sia o meno un significato più profondo, di questa possibilità su un fantastiliardo che è stata data anche a me e che mi permette di leggere, ascoltare musica e venire a contatto con certe persone, sono profondamente grata.

DECIMA TESTIMONIANZA
《Quando riposa il lungo treno si riuniscono gli amici…》 Questo treno, don Pablo, si è fermato già da troppo tempo, eppure il presagio della poesia si è compiuto ugualmente. Eccoci qua, noi amici, i Dodici della Fama, i dodici apostoli che tentano la resurrezione di un arrugginito drago britannico. Come tutti gli uomini, vogliamo realizzare un piccolo, minuscolo ma evidente miracolo, e lassù, sopra la macchina, c’è Juan Riquelme, il fuligginoso, uno di quei tanti modesti Juan, illustri sconosciuti, ma sicuri di riuscire a pulirsi le mani sporche di grasso in un pezzo di stoffa o di storia, di accendersi una sigaretta e, senza dare troppa importanza a quanto hanno realizzato, di dire al miracolo, come a Lazzaro, alzati e cammina!
Forse, don Pablo, stiamo scrivendo con ferri vecchi un nuovo verso che tirerà fuori per qualche istante il “lungo treno” dal suo giusto letargo.
E deve farcela. Se riusciamo a smuoverlo anche solo di un centimetro, sarà la vittoria, il trionfo dell’allegria sullo sputo dell’odio. E in questo mare di sabbia, sole, vento e sottile pioggerellina, questi Dodici Argonauti si preparano, perché come ha detto lei, don Pablo, “il ferroviere è marinaio in terra e nei piccoli porti senza mare”. (Da: Incontro d’amore in un paese in guerra).

Chiocciola

Ogni tanto ci provo, a uscire nel mondo, a gettarmi nella mischia, o più semplicemente a cercare di mettermi in gioco, di farmi sentire, di prendere posizione, di lasciare un segno. Forse il problema è che come le chiocciole, il mio guscio ce l’ho sempre dietro, e non potrei neanche liberarmene, senza morire. Forse l’unico segno che lascerò sarà quest’ombra leggera sulle labbra di uno che non sa che l’ho baciato.

il mio silenzio selvaggio stava in bilico
sul ciglio dell’abisso
è tuo da quella sera
che ho incominciato a crederti
quando il mio silenzio l’hai sentito
in mezzo ad altri,
scroscianti, striscianti, laceranti.
In quelle sere, anima nobile,
hai vegliato
quel poco di umano che restava

[…]

Big Fish, ovvero l’ultimo film che ho visto nel 2019

Big Fish, di Tim Burton (2003): allegro, tragico, spiazzante, gioioso, assurdo, poetico, irritante, malinconico. Con una bellissima storia. e attori del calibro di Albert Finney, Ewan McGregor, Billy Crudup, Helena Bonham Carter. Non grandi star, insomma, ma attori seri, che credono molto in quello che fanno e scelgono i ruoli con molta cura.

Nel suo modo Burtoniano, apparentemente leggero, un racconto molto profondo sul significato concreto, il più vero, non sempre facilmente comprensibile dalle persone a noi più vicine, del condurre una “vita straordinaria” e “restare sé stessi”: ossia, prendere la vita come se fosse una storia, comune, dopotutto, ma al tempo stesso unica per il modo in cui la raccontiamo. E secondo me, è proprio raccontare, immaginare, sognare la vita, per Burton, (e io mi identifico e mi riconosco molto in questo), che, appunto nel renderla esagerata, larger than life, coincide con il viverla.

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Non ho tempo, non ho vita (post malinconico ma non troppo)

Dei primi quattro blog aperti oggi, tre parlavano del tempo, come protagonista o come comprimario, ma comunque centrale (questo, questo e questo). Il tempo che determina quello che possiamo e non possiamo fare, che accelera o rallenta secondo le nostre percezioni, che ci definisce e segna i nostri confini, dando vita alla memoria, all’immaginazione del futuro e, nel migliore dei casi, a un’intensa consapevolezza del presente.

Tempo fa, in un seminario per il resto inutile sulla gestione del tempo, una frase mi rimase impressa: il tempo coincide con la vita, per cui, quando diciamo “non ho tempo, non ho avuto tempo”, è come se dicessimo “non ho vita, non ho avuto vita”. Mi colpì in quel momento, e da allora ogni tanto ci torno col pensiero, perché pur non essendo neppure questo, probabilmente, un concetto originalissimo, credo sia molto raro metterlo effettivamente in pratica.

Per che cosa “non abbiamo vita”? Per ciò che ci annoia, ci irrita, ci infuria, ci addolora, o per le cose di cui ci importa realmente, ma che lasciamo per un indefinito “dopo” che forse rischia di non arrivare mai?

Nei limiti del possibile, ho deciso di dedicare il tempo, la vita, non solo e non tanto a “quello che amo” (concetto dai contorni spesso più sfuggenti di quello che saremmo portati a pensare), ma a “quello di cui mi importa”. A volte, questo ha significato dover ribaltare il modo di vedere alcune cose: amo spolverare, lavare i pavimenti, pulire il bagno? Certo che no, ma è importante come cura di me e della mia casa, il  mio nido, il posto in cui vivo (e fermo restando che anche altri ci vivono, e la loro collaborazione è essenziale).

Ho cambiato lavoro anni fa, e per giunta da uno considerato in generale più “prestigioso” e potenzialmente lucroso (tranne che da chi lo esercita), a uno meno socialmente considerato e decisamente più compatibile con i miei talenti, i miei desideri, il mio tempo. Lavoro che non sempre amo, ma che mi importa svolgere al meglio delle mie capacità, per soddisfazione, per orgoglio, per il tempo che ci dedico, e cì, anche per il vile denaro, che mi permette a sua volta (quando va bene) di dedicarmi ad altre cose di cui mi importa moltissimo, come i viaggi, o il giardino.

La scrittura la amo, qualche volta, ma mi capita di odiarla. In ogni caso, me ne importa, e moltissimo. Le persone a me care le amo sempre, ma spesso ho preferito e preferisco la solitudine, purché, naturalmente, temporanea.

Tutto sommato, ogni cosa che scegliamo di fare ha per noi, “in quel momento”, la priorità, tanto da dedicarle pezzi di vita, a scapito di altre. Continuiamo pur sempre a non poter fare tutto, a dover selezionare. Penso sia questo il punto. L’importante è sapere che le priorità cambiano, e che il tempo, la vita, richiede un ascolto costante. Inutile forse rimpiangere le scelte fatte in passato: evidentemente avevano, per noi, un valore; ma utilissimo, secondo me, ripassare ogni tanto quelle scelte, capire se valgono ancora, abolire tutti gli ormai, per non dover poi trovarci a dire alla fine della giornata (in senso reale e metaforico), “non ho  avuto abbastanza vita”.

Long time no hear

È trascorso oltre un mese dal mio ultimo post. Un tempo notevolmente lungo, benché poco dopo l’inizio della vita del blog sia stata quasi due anni senza scrivere niente. Nel frattempo sono successe molte cose, belle e brutte, alcune molto brutte. Altre molto belle. Ma mi sono presa una lunga pausa dalla scrittura, non del tutto voluta. Tutta la scrittura, non solo qui: non una riga, né in prosa, né in versi. È come se, da una parte, la vena si fosse inaridita; dall’altra, stare senza scrivere mi crea talvolta un malessere quasi fisico, eppure non sempre riesco a vedere il senso di farlo. Ma passerà. Credo.

Nell’orrida vicenda di Quargnento, di cui non voglio neanche parlare, è morto tra gli altri un caro amico di mio marito, che veniva in campagna nello stesso posto dove andiamo noi. Una persona d’oro, padre di una bimba spericolata e simpaticissima che adorava suo padre. E che l’ha perduto a causa di uno totalmente vuoto, che sembra incapace non dico di tener conto degli altri, ma anche solo di vederli, di accorgersi che esistono.

Poi ci sono le alluvioni nella zona, il crollo del muro del giardino, la ristrutturazione della casa dove, con un po’ di fortuna, vorremmo andare a vivere in un futuro non troppo lontano,  e di cui mi sto innamorando sempre più, dedicandole cure, attenzioni, tempo ed energie, ma che sta prosciugando le nostre risorse; e ancora, tutte le paure e le gioie legate ai figli e al resto della famiglia “allargata”.

E poi c’è il lavoro, gli alti e bassi, fasi di “stanca”, con tutte le preoccupazioni che comportano, finanziarie e di altra natura, e le fasi di improvvisa esplosione, quando tutto il mondo sembra aver bisogno di te (quasi in senso letterale, visto che ho ricevuto dagli Stati Uniti più lavoro in un mese di quanto me ne fosse arrivato nei precedenti quindici anni) e non riesci nemmeno a respirare. Nel frattempo, sono anche riuscita a ottenere la certificazione ISO. Sì, di pentole sul fuoco ne metto comunque sempre tante, e di solito riesco a non bruciare niente, o quasi.

Negli ultimi giorni, sono riuscita a trovare abbastanza tempo libero da guardarmi tutte le prime quattro stagioni di Downton Abbey, una serie che non avevo mai visto, ed è stato quasi un colpo di fulmine (a scoppio leggermente ritardato, ma non troppo). Ora devo recuperare le ultime due, ma devo trovarle in inglese. Il cofanetto delle prime quattro contiene alcuni episodi in italiano e inglese (con sottotitoli solo in italiano) e alcuni, inspiegabilmente, in italiano e russo. Da traduttrice, capisco bene le difficoltà di doppiaggio e sottotitolazione e capisco che è stato fatto un ottimo lavoro. Resta il fatto che si perde moltissimo. In alcuni casi, con la lingua e la voce sembra cambiare addirittura il carattere dei personaggi, persino l’atmosfera stessa, che dopotutto, è una parte tutt’altro che secondaria del fascino della serie. Comunque, se riesco ne parlerò magari nel prossimo post. Non vorrei passasse di nuovo così tanto tempo tra uno e l’altro.

Però a qualcosa bisogna rinunciare, e per un po’ è stata la scrittura. Spero non sia per molto.

Di malinconia e felicità

A seguito del mio ultimo.post ci tenevo a precisare che malinconia e tristezza per me non sono assolutamente la stessa cosa. Io mi considero una persona felice (e probabilmente lo sono in larga misura appunto perché lo penso, se capite cosa intendo). La malinconia, che è un mio modo di essere e oserei dire, di pensare, è parte strettamente integrante di quella intensità che mi è necessaria per essere felice. Contorto? Forse, ma se mi offrissero una vita senza malinconia non so se accetterei. Magari sì, ma dovrei pensarci bene.

Malinconia di terra e di mare

Malinconia è il mio stato d’animo prevalente, in questi giorni di mare e di terra, di quiete e scrittura e di piccole solitudini condivise con pochissimi.

Per me la malinconia è questo, tutto l’amaro è tutto il.dolce delle cose vive, di quel tempo che è passato e futuro insieme, racchiusi nel presente.

E ancora mi rifugio nei libri e nella dolcezza del tuo sguardo, contro quella parte di mondo che continuamente cerca di tirarmi dentro, ma c’è in me una forza più grande, un’altra parte di mondo che mi appartiene, che combatte con me per uno spazio che resti invalicabile, se non da chi si accosta volando. Impermeabile agli spauracchi, alle brutture inutili, agli omini di burro e ai paesi dei balocchi. Aperto ai falchi pellegrini, agli orsi in fuga, ai ponti color oro rosso, agli amori che ridono in un abisso di stelle.

Bangherang

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Hook è un film magico, l’ho sempre saputo. Fa magie reali, quotidiane, avvicina le persone, mette in contatto ognuno con le sue emozioni, comprende la paura e la rabbia e i loro rischi, e sa che le risate e la commozione sono armi potenti quanto l’amore. “Fa stare bene”, come disse mio figlio un giorno, e come ha sperimentato ancora una volta. Robin, il mio amato Robin, aveva quel tocco che rendeva grandi anche i film meno riusciti (figuriamoci questo, che è una meraviglia), per uno sguardo, una battuta, un piccolo rovesciamento del pensiero. Perché conosceva il senso vero della libertà, della vita e della gioia, e sapeva che niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza mettersi in gioco fino in fondo. Vivere. Vivere può essere un’avventura straordinaria!

E quella capacità di poter essere tutto nello stesso momento, tutto quello che voleva.

Sai quel luogo che sta fra il sogno e la veglia, dove ti ricordi ancora che stavi sognando? Quello è il luogo dove io ti amerò per sempre. È lì che ti aspetterò.

Bangherang Robin!

 

Spostamenti

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Basta un’influenza a scompigliare un po’ tutto. Sono dieci giorni che non scrivo sul blog e non mi ero resa conto che fosse passato tanto tempo. Quando avevo la febbre e gli altri spiacevoli effetti dell’influenza, ero troppo a terra per lavorare o fare altro che dormire e sonnecchiando guardarmi passivamente qualche filmetto carino ma poco impegnativo (la cosa migliore che ho visto? Kate & Leopold, peraltro era la seconda volta).

Quando ho cominciato a star meglio (in un giorno o due, poi, mica una vita), mi sono messa a scrivere e scrivere. Ho tra l’altro editato ancora un po’ il vecchio romanzo che a suo tempo avevo postato anche qui. Un romanzo di persone colte, mi è stato fatto notare. E di persone molto ragionevoli (come io cerco di essere, ovviamente senza riuscirci bene come loro, che sono pur sempre personaggi, benché voglia loro bene come se fossero persone). La cosiddetta “realtà” di cui si parla (che è poi la realtà nel suo aspetto peggiore, non l’unico) ci entra quasi “di straforo”, attraverso il lavoro della protagonista. In effetti, sì, parlo di persone per le quali la cultura è vita, respiro, movimento. Persone che esistono, e che non stanno nei salotti a guardare il mondo da dentro la loro torre d’avorio, ma che amano, soffrono perdite, tradiscono e lavorano e si contraddicono esattamente come gli altri, forse con un po’ di consapevolezza in più, perché hanno qualche strumento in più per leggere sé stessi e ciò che li circonda. Non sono “lontani dalla gente”, sono “gente” anche loro, anche se non si urlano in faccia, non bestemmiano, dicono poche parolacce, si parlano cercando di comunicare in modo per quanto possibile chiaro e onesto.

Perché io credo che la strada sia questa. L’unica strada per la libertà, per venire a patti con la finitezza della vita, per sopportare il dolore e vivere pienamente la bellezza e la gioia. È la mia utopia, ma è anche quello a cui sono arrivata al termine di una ricerca non facile e fatta interamente sulla mia pelle. Di cose brutte potrei parlarne, eccome. Ho preferito dare spazio a quello che secondo me può rendere la vita migliore, perché i mostri che sono dentro di noi sono già in molti a descriverli, e molto meglio di me.

Sono andata avanti anche col nuovo libro, che c’entra col femminismo, con l’ambiente, con i rapporti tra uomini e donne, con il viaggio e la conquista e anche con le trappole del mondo cosiddetto “civilizzato”, ma sempre per una via (tortuosa e se vogliamo anche molto avventurosa e irta di ostacoli) tutta sua.

Ho iniziato una lista di cose da fare “prima di morire”, o piuttosto diciamo nei prossimi dieci anni, possibilmente anche meno. Al momento sono a tre: provare il deltaplano, nuotare con i delfini e vedere i parchi della California (percorrendo, prima, la rotta del Corps of Discovery almeno dal Dakota in poi). Forse arriverò a dieci, o a sette, o mi fermerò qui. Sono tutti numeri magici. Il mondo possiede davvero una stupefacente bellezza, a cui diamo poco valore per via del fatto che siamo mortali, ma potremmo ribaltare la prospettiva e pensare che questo ci dovrebbe “costringere” a dare valore soltanto a ciò che davvero ne ha, ad appassionarci profondamente e a vivere e morire per l’intensità di quello che facciamo e delle emozioni che proviamo.  E sì, sto pensando tra l’altro a Daniele Nardi, che non conoscevo e che aveva una passione che io non ho, ma la cui vicenda mi ha commossa per un aspetto in cui spero un giorno di poter dire di riconoscermi: decidere che vuoi fare una cosa, prendere e andare, perché nessuno può farla al posto tuo e perché vivere è questo, non c’è altro modo, il resto è restare fermi in un posto dove qualcuno ti ha messo a tua insaputa. e rassegnarsi a star lì fino a quando quello stesso qualcuno, sempre a tua insaputa, ti sposterà.