Il bosco (titolo provvisorio) – Parte I

Capitolo 1

I

Un raggio dell’ultimo sole cadde obliquo attraverso le veneziane sul tavolo in noce della sala da pranzo, disegnando un parallelepipedo rosso-dorato nell’angolo in alto a sinistra. Un gioco di luci e ombre metteva in risalto, sulla mensola del caminetto, la foto di due bambine molto piccole, molto felici. Per terra accanto alla parete tre valige di pelle, una nera e le altre due color caffellatte, disposte ordinatamente in fila vicino alla porta che dava sull’ingresso. All’improvviso una cadde, spinta da chissà che cosa, trascinandosi dietro le altre. Elisa vide il viso di suo padre crollare improvvisamente, come se quell’evento insignificante avesse fatto cedere la diga che arginava il suo dolore. Un tic gli contraeva la guancia, di quando in quando.

Eppure sorrideva e quando parlò, il tono era quello di sempre, una battuta per ogni occasione, un sogghigno per ogni sentimento. “Non credete mai troppo all’amore, bimbe, l’amore è dolce come il miele e amaro come il fiele…”

Cristina guardò suo padre con la condiscendenza dei suoi tredici anni. Alla parola “bimbe” aveva avuto uno scatto inquieto, ma non aveva detto niente, e non disse niente neanche dopo. Non era facile sapere cosa pensasse davvero. Non era mai facile leggere dietro quegli occhi chiari – verdi, come quelli della mamma – e quel viso da angelo biondo.

Lui avvicinò il viso al loro come per renderle complici di un segreto, anche quello era un gesto abituale, lo faceva ogni volta che raccontava, improvvisava, creava, ma adesso non sorrideva più, i suoi occhi adesso erano diventati cupi, agitati da un impulso rabbioso che non riusciva più a frenare.  “L’amore è un serpente che inganna e tradisce – disse abbassando la voce. Se mai qualcuno vi farà sentire sulle nuvole, state attente che non sia solo per buttarvi giù”.

Afferrò le due valigie di scatto, parve ripensarci, le rimise giù, le riprese con molta più delicatezza.

“Beh, io vado, allora. Noi… noi ci vediamo”, disse, di nuovo sorridendo ma più incerto, quasi una piega involontaria delle labbra. Poi uscì senza aggiungere altro. Si sarebbero visti, sì, nella sua nuova casa. Ma tutti loro sapevano benissimo che nella casa di ora, quella che era sempre stata la loro casa, lui non sarebbe tornato più. Almeno questo era ormai chiaro, dopo le tante frasi smozzicate e le allusioni misteriose che erano andate avanti per giorni, allo stesso ritmo con cui lui andava e veniva portandosi via ogni volta sacchi, borsoni, scatoloni. Quelle erano le due ultime valigie, non c’erano altri bagagli. Nient’altro da prendere.

Fu allora che Elisa scappò.

Non fu un vero atto di fuga, solo uno strappo alle regole materne, che esigevano rapporti dettagliati su ogni minimo spostamento degli altri membri della famiglia. Non aveva intenzione di andare lontano, solo di stare da sola per un po’ e di non obbedire, per una volta.

Varcò un piccolo muretto di pietra e mattoncini, una specie di malridotta porta d’accesso a un piccolo bosco di querce, pini e un vecchio ciliegio che nessuno curava più.

Da lì procedette a piedi nudi, tenendo in una sola mano – per potersi reggere con l’altra in caso di necessità – sia le scarpe che la bambola Teresa, la vecchia, morbida Teresa-di-Panno, con le lentiggini e le trecce di lana rossa, la sua preferita fino a non molto tempo prima. Per un po’ l’aveva quasi dimenticata, ma quel pomeriggio l’aveva ripescata dal fondo dello scatolone dei giochi, perché d’improvviso le era sembrato di averne bisogno.

Le venne quasi da sorridere pensando a quello che avrebbe detto sua madre vedendola scalza. Certo al suo ritorno i piedi neri di terra avrebbero rivelato comunque questa seconda violazione del galateo, ma non le importava. Le serviva un contatto con la forma del terreno, le serviva sapere dove saliva e dove s’infossava, dove era morbido e cedevole, dove nascondeva pietre o  rovi capaci di graffiare in profondità. Doveva riconoscerlo, ritrovare il nome di tutti i suoi alberi, ripercorrere quella memoria che da sempre era la sua memoria. Quando si sentiva più confusa e smarrita, quando le sembrava di non avere nessuna idea di cosa fare e di dove andare, quello era sempre stato l’unico posto dove non si era mai perduta.

In realtà il bosco era aperto e pubblico e il piccolo muretto quasi interamente sgretolato era solo un ricordo di quando qualcuno aveva tentato di coltivare quel piccolo angolo selvatico, ma scavalcarlo aveva sempre avuto un gusto di trasgressione, anche quando era stata l’unica nella sua vita normalmente ordinata: un po’ come varcare un confine, oltrepassare una soglia verso la possibilità di un’avventura. Cristina era ormai troppo grande per venirci con lei, non c’era mai nessun altro, e così quello per Elisa era diventato un posto solo suo, un mondo incantato, popolato di gnomi, elfi e folletti che ad ogni cambiare del vento portavano odori, sapori e colori nuovi. Anche se da qualche tempo, adesso, il tempo delle fiabe era bruscamente finito e agli gnomi, e ai folletti aveva smesso di crederci per sempre. 

Suo padre aveva una capacità inventiva praticamente inesauribile. Aveva mille volte trasformato per loro le stagioni in spensierate ninfe, i cespugli in nascondigli per le fate, gli alberi in giganti buoni, la spuma del mare in Sirene, Ondine e Nereidi che giocavano in perenne, sorridente rimpiattino in una vita senza drammi. Era sempre riuscito a trarre una fiaba da qualsiasi cosa. Raccontava pezzi di vita che manipolava dando loro una grazia particolare, bugie meravigliose che non erano bugie ma modi diversi di vedere la realtà attraverso i sogni. “Ho conosciuto un americano che sosteneva che la pizza l’aveva inventata un suo trisavolo pensando alla luna come a un cerchio di formaggio e immaginandola condita con salsa di pomodoro. Ho visto un uomo che ogni sera dalle dieci a mezzanotte si sdraiava a guardare le stelle e le contava e ricontava ogni volta per vedere se il loro numero era sempre lo stesso…”. Non c’era niente per lui che non si potesse risolvere con una battuta o una buona storia. Come quando giorni prima aveva detto, a un’Elisa terrorizzata, “non  preoccuparti, in fondo non è successo niente, anzi, adesso avrai anche una casa al mare dove venire a trovarmi”. E si era trovato improvvisamente spiazzato, impotente di fronte alle sue lacrime disperate.

Almeno cento volte, in un passato non troppo lontano, aveva ripetuto, per lei come per Cristina, la storia romantica del suo incontro con la mamma, del loro fidanzamento, di un matrimonio deciso quando avevano capito di essere fatti l’uno per l’altra e che, come nelle fiabe, sarebbero stati sempre insieme e sempre felici.

E adesso era andato via, con quelle parole dure sull’amore che erano rimaste come sospese nell’aria, ed Elisa sentiva in bocca il sapore amaro di essersi accorta per la prima volta che anche gli adulti sanno mentire.

Così, quel giorno di settembre, promise alla bambola Teresa, testimoni gli alberi e qualche passero indifferente, che non si sarebbe innamorata mai.

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