La forza di Genova

Una città spezzata, mi ha detto un’amica, con dolore. Ma Genova, gliel’ho detto, non si spezza mai. È vero, il ponte la univa, ma il giorno stesso della tragedia, le persone che dovevano tornare ripensavano a strade alternative, trovavano soluzioni. Piangendo e lavorando nello stesso momento, perché Genova è una città dura, ma non cinica, tutt’altro. È una città che esprime la commozione scavando nel fango e tra le macerie, donando il sangue, riversandosi dove c’è bisogno. È una città diffidente, questo sì, anche perché l’esperienza le ha dimostrato che se dovesse spezzarsi, sarebbero quaasi sempre quelli che più dovrebbero combattere accanto a lei per unire i pezzi, che invece si precipiterebbero a spartirsela. E quindi, anche per questo, sa che deve tenersi unita in gran parte da sé, con l’aiuto di coloro che la amano davvero, che non fanno annunci “a brettio”, non dicono parole di circostanza (o anche peggio), ma la abbracciano e basta. È  una città che sa accogliere l’affetto e la solidarietà, oltre che darli agli altri quando si trovano in difficoltà, conosce benissimo il valore della vicinanza e sa trarne forza e poi ridistribuirla. Ma si è sempre liberata da sola, senza aspettare che arrivasse qualcuno da fuori a farlo per lei. È misurata, austera, non troppo veloce ad aprirsi, ma comunque mai del tutto chiusa. È orgogliosa, fin troppo consapevole dei suoi difetti, ma non accetta le critiche di chi non la conosce da molto, molto vicino. È ispida e sofferente e bellissima e sicuramente meriterebbe di più, ma non pensate che possa spezzarsi, ha la profondità di chi vive un mare vero, dove appena entri già non tocchi più, e in qualche modo devi comunque tenerti a galla. È come una di quelle vecchie signore che sembrano tenersi in piedi per miracolo, esili e capaci di dolcezza infinita, ma con un’anima d’acciaio. No, non pensatelo neanche per un momento, Genova non si spezzerà mai. Solo, adesso deve imparare a pretendere le cose che le spettano di diritto. Azioni concrete, pensate, silenziose ma “fatte come si deve”. E non dare a niente e a nessuno il potere di dividerci.

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In compagnia di una coccinella

Si può restare mezzora a contemplare estasiati una coccinella che fa avanti e indietro tra tastiera, cavi e coperchio del tuo computer? Beh, se ci si può incantare davanti a un bruco…

Che meraviglia! sembrava voler trovare una strada, poi ripensarci e riprendere a camminare dalla parte opposta. Ogni tanto apriva le alucce un istante, quasi a dire “se davvero volessi andarmene, potrei farlo in qualsiasi momento. Ma come vedi, sono qui”. È un pensiero così dolce, in questi giorni in cui è più che mai preziosa ogni espressione di vita legata a te in qualsiasi modo possibile.

I’m flying

Dormo poco in questo periodo. Mi capita spesso di svegliarmi verso le due, le tre di notte e sentir poi suonare le tre, le quattro, le cinque… poi assopirmi per svegliarmi definitivamente tra le sette e le nove, a volte anche prima, mai più tardi. Dovrei alzarmi e scrivere, tanto so che quando è così, non c’è verso. Non ho sonno, non mi agito, non sono affaticata. Solo, non dormo. Le parole da scrivere scalpitano, questo sì. Forse è segno che dovrei osare davvero, alzarmi, scrivere a quell’ora in cui l’istinto è più attivo, la mente razionale meno allerta.

Stanotte mi sono alzata, ma solo per uscire fuori un momento a guardare il cielo. Non le stelle cadenti, sapevo già che non ne avrei viste, quelle che mi interessano adesso sono le stelle che restano, quel magnifico insieme di puntini che illuminano un percorso, e che ritrovi sempre là, al loro posto, che i desideri li rischiarano, più che realizzarli, perché non è quello il loro compito.

Oggi, nonostante tutto, sono felice. Mi prendo cura di alcune cose importanti, concrete, ed è uno dei modi di prendermi cura dei pensieri che ti appartengono. Non ti aspetto solo in quel luogo tra il sonno e la veglia, ti aspetto mettendo i piedi in terra e ascoltando il modo in cui quel contatto mi vibra dentro, ti aspetto nelle parole che vorrei inventare e in quelle che penso di sapere e che cerco inutilmente, ma ti vivo profondamente nelle parole che arrivano e che metto sul foglio, anche quando poi decido di cambiarle. Cerco nuove angolazioni, strade diverse, mi ribello ed è la tua ribellione poetica, così forte, così impregnata di mondo, di persone, di luoghi.

E penso che questo è un anniversario di vita, non di morte.

I’m flying
Yes, my love”

(da: The World According to Garp)

Gioco

Per ridere davvero, bisogna prendere il proprio dolore e giocarci, diceva Chaplin. Anche per scrivere davvero, mi permetto di aggiungere.

Da bambina mi piacevano, quei giochi in cui costruivi qualcosa e poi cambiavi idea e provavi con altro. Una casa con un prato davanti, qualche albero, animali. A volte un fiume che aggiungevo io, non fatto coi mattoncini, ma con la stagnola. Poi la casa poteva diventare una specie di aereo, o una specie di nave. Sempre una specie di qualcosa, perché tanto brava a costruire non lo sono mai stata, o comunque non ero mai contenta di quello che usciva fuori.

Scrivo così, in questo momento, riparto dalle fondamenta della casa e ci costruisco sopra, invece, una nave; introduco elementi che, come il fiume di stagnola, non facevano parte del gioco originale; prendo gli eventi che hanno dato forma alla mia vita e li trasformo in parole, li porto fuori da me, li rendo leggibili, è un gioco. Penso, aggiungo, tolgo, modifico, plasmo. Sfoltisco, taglio, alleggerisco, e il dolore diventa materiale tangibile, concreto, lavorabile. Non può più nascondersi dentro il mio corpo e farne rifugio, ma così si vede, si sente maggiormente, vive di vita propria. Vicino, lontano, il mare che va è lo stesso mare che torna, ma non è più uguale. Posso sentire le gambe che tremano un po’, le ginocchia forse cederanno, ma non  cadrò.

È pur sempre un gioco.

Corpi a strappo

Corpi stracciati, tirati, spalancati
come scatolette con apertura a strappo
accatastati, o in lunghe file
indiane, come alle poste,
come merci al discount
di un’esile memoria
Corpi anonimi e perfetti
senza l’insulto che riserviamo
ai vivi che non rispettano
le nostre aspettative.
Corpi infranti, vene esangui
perlustrano la coscienza
divaricata tra la fiaba delle ossa
e l‘allegria macabra dei prati,
la luttuosa conta di quanti siamo
a guardare dietro i vetri
la vita divorata in un boccone
dall’innaturale abbandono
a un famelico silenzio.

Una stroncatura

Forse salutare, ma che colpisce duro.

Avevo mandato il mio libro su Robin al Premio Calvino (forse sono stata davvero troppo ambiziosa) e del resto ero ben consapevole che quando si manda un proprio scritto a un concorso che fa delle schede di lettura uno dei propri punti di forza (era uno dei motivi principali per cui lo avevo fatto), ci sta anche il giudizio impietoso.

Struttura rigida, elaborato privo di qualsiasi sistematicità, e soprattutto la figura di Robin ne uscirebbe “sempre impeccabile e perfetta nei tratti (da risultare presto disumanizzata e quindi fortemente irreale, quasi ci si trovasse di fronte a un santone)”, oggetto di una “divinizzazione ossessiva” in un “discorso che finisce per fare dell’autoreferenzialità il suo tratto caratteristico” (cazzo se colpisce duro, a riportarne qui i punti salienti mi fa stare di nuovo malissimo). Anche della scrittura, pur dando atto di una buona padronanza della lingua, viene detto che si muove sempre su territori comodi e (fin troppo) facili”. E dire che io ho sempre timore di non riuscire a scrivere in modo sufficientemente “semplice”.

.Colpisce duro anche perché so che c’è molto di oggettivamente vero. Specialmente in questi ultimi giorni, stavo cominciando a rendermene conto un po’ anch’io, ma non credevo fino a questo punto, e insomma… avevo proprio adesso cominciato a lavorarci di nuovo, pensando di avere trovato una strada migliore, senza dover rivoluzionare tutto, e forse lo penso ancora, ma… oh, cazzo…

(scusate, lo sapete che di solito sono una signora, più o meno, sono solo temporaneamente un po’ out of my mind).

Qui tutto brucia

Qui tutto brucia,
la culla antica
e quella nuova,
i sogni dei vecchi
e i miei.
Questo rigagnolo di fango
non è il mio fiume
questo deserto di sale
non è l’oceano,
solo un letto vuoto
per le ceneri sparse.
Incontro solo briciole
di stelle frantumate
da un pianto inconsolato.
Alla voce del dolore
scivola la nostra innocenza
tra le mani come sabbia
la pietra dello scandalo l’abbiamo
già scagliata molte volte, siamo
senza peccato, senza
un onore da difendere
ci tagliamo i piedi con
percorsi affilati, ci graffiamo
le braccia con errori taglienti
e con artigli di ferro dilaniamo
la nostra carne
e la terra.
Sai che ho spalle forti, mani grandi,
anche se screpolate dalla rabbia,
La cattiveria ci rovina la pelle,
crea inestetismi, indurisce le vene;
ma possiamo affacciare
le nostre labbra sul silenzio,
raccogliere dal pavimento
la sabbia e il latte versato
scrivere perché piova
perché torni l’oceano
a lambire le coste
della nostra fragilità.