Luci del tramonto

Non mi chiedete perché WP abbia inserito alcune delle fotografie girate in modi strani, io le vedevo dritte quando le ho caricate…😦

Comunque, stasera passeggiata tra Piccapietra, De Ferrari e San Matteo (risalente al 1278). Quando ho detto che Sarzano era probabilmente la mia piazza preferita a Genova avevo temporaneamente dimenticato San Matteo. Al momento ci sono delle impalcature e non è al suo meglio, ma è comunque adorabile.

Ritorno con tramonto su Piazza Corvetto e Via dei Santi Giacomo e Filippo

Il figlio dell’ombra – 1

Torniamo a postare cose serie, che ho una reputazione da difendere😀

Questo è un vecchio racconto che amo molto, qualcuno forse lo ricorderà: l’avevo pubblicato tempo fa, poi tolto per un concorso che comunque non ho vinto, per cui… Continua comunque a essere uno dei miei preferiti, forse il “figlio prediletto” tra tutti i racconti che ho scritto. Lo inserisco a puntate perché non è brevissimo.

lupo

Non è che il rapporto tra gli uomini e i lupi sia mai stato facile, questo lo so. Sono un lupo e non sono imparziale, ma non sono qui per dire che i lupi siano creature inoffensive, candidi e dolci come agnellini. Che poi gli agnelli mica sono candidi, sono giallognoli e puzzano, ed è vero che se capita l’occasione ce li mangiamo volentieri… ma questo lo fate anche voi.
Di storie sui lupi però se ne sono raccontate e se ne raccontano tante e qualcuna, se me lo consentite, è un po’ esagerata.
C’era stato un bel pasticcio con quella vicenda di Cappuccetto Rosso, perché dovete sapere che il mio bis-bis-bis-nonno Ezechiele aveva sempre sognato di essere un attore, e tutti nel branco dicevano che aveva le physique du role. Grande e grosso e nero, gli occhi gialli e un ululato la notte che ti metteva male a sentirlo. E se in cambio di un po’ di grana… pardon, di qualche porcellino e un po’ di pollastrelle ha accettato un ruolo da canaglia, beh, sono problemi suoi. Ma sono stati in molti a prendere la scusa al volo per prenderci a pallettoni e pure riempirci la pancia di pietre e affogarci negli stagni, e dopo magari far anche gli eroi. Che, avete sentito niente di più sadico? E poi i malvagi saremmo noi!
D’altra parte posso anche ammettere che tipi che girano di notte ululando alla luna possono ben creare qualche sospetto. Ma non sempre i sospetti coincidono con la verità, questo, almeno, dovreste saperlo meglio di noi.
Io vorrei raccontarvi di un lupo non troppo buono, ma abbastanza da meritarsi una leggenda e racconti intorno al fuoco da parte dei suoi simili e persino da parte di qualcuno dei vostri, su al nord. Se volete sentirla, venite prima che faccia notte dietro il cespuglio di rosa canina, nella radura che chiamate del Vecchio Olmo, io sarò là. E non abbiate paura, che diamine, non vi mangio mica… forse…

Però. Siete venuti davvero, e questo devo dire mi sorprende un poco, e in qualche misura m’inorgoglisce. Tra i miei compagni sono noto come un eccentrico che solo qualche cucciolo sventato potrebbe ammirare quando si mette a inventare quelle sue strane fiabe. Qualcuno potrebbe forse definirmi un griot, un cantastorie, un giullare. Per altri, sono semplicemente un cacciaballe.
Comunque, veniamo alla storia che vi ho promesso.
Il crepuscolo è il momento giusto per parlare di lupi, anche se son lupi senza strane lune, capricci mannari e velleità da star dell’horror.
La storia è quella di Akar, lo chiamerò così perché nella nostra lingua il suo nome non sapreste capirlo, e ancora meno pronunciarlo. Gli uomini lo chiamavano il figlio dell’ombra, perché del suo passaggio tutto ciò che restava erano le sue impronte, a malapena visibili sul terreno. Il figlio dell’ombra, un demonio. Ancora vi accompagnano quelli che chiamate cani, i discendenti dei nostri cuccioli che in altri tempi vi eravate portati via per farli diventare cose vostre, afferrabili e comprensibili. Ma sentite odore di zolfo in tutto quello che non sapete addomesticare, e certo Akar non era tipo da essere addomesticato.
Io so che furono i miei antenati ad accompagnare la madre di Artemide e Febo al luogo del suo parto senza sole, perché solo i lupi vedono nella luce del crepuscolo. Ed è per questo che cantiamo la nostra canzone nelle notti di luna piena, perché alla luna chiediamo la forza, il coraggio e la velocità che un tempo voi chiedevate a noi, quando vi proteggevamo nella caccia e al tempo giusto facevamo da guida alla vostra anima negli inferi. Allora, per intimorire i vostri nemici vi facevate chiamare figli dei lupi, e foste voi a darci questo nome che ha in sé la parola lyk, luce, perché riconoscevate la nostra saggezza antica che scacciava le tenebre. Il vostro Aristotele teneva le sue lezioni nel bosco sacro del lykaion, il territorio del lupo.
Sono tutte cose accadute molto tempo fa, di cui si è perduto anche il ricordo. Eppure chiunque certo sarebbe stato felice di avere anche solo una piccola parte del coraggio e dell’abilità di Akar, quel predatore malandrino e impertinente, elusivo mostro che si prendeva gioco delle vostre trappole e vi lasciava, sgomenti, a chiacchierare di lui nelle vostre tende la sera.

Post precedente (protetto)

Non ho capito se il mio post precedente compare nel lettore e nelle email degli iscritti e insomma se è in qualche modo visibile. L’ho protetto con password perché preferisco che non si possa accedere ‘casualmente’ ma non intendevo che passasse del tutto sotto silenzio, l’opinione di qualcuno in particolare sarebbe importante per me e quindi diciamo che tendenzialmente basta chiedere…. E’ la prima volta e sicuramente avrà molti difetti però… In poche parole, ho provato a sperimentarmi in un racconto erotico, questi sono i versi che lo accompagnano, non credo dicano molto di per sé ma se vi incuriosiscono.

vorrei amarti come tutte le città perdute, come le saline
bianche, segreto del mare in attesa negli abissi, come
il moto perpetuo dei pianeti, come un tremare di terra
e radici quando le stelle volgono lo sguardo altrove.

Ed ecco l’alba di questa mattina…

Da Castelletto stavolta, la spianata, poi giù per Salita della Torretta (in discesa però😀 ), Piazza Portello con la Torre di Palazzo Nicolosio Lomellino (Cinque-Seicento), Piazza Fontane Marose (Palazzo Spinola, risalente alla metà del quattrocento, con molti rimaneggiamenti successivi in parte però recuperato nell’aspetto originario da un successivo restauro), il Teatro Carlo Felice (dedicato all’opera, alla musica classica e al balletto; per i Genovesi dovrebbe in realtà cambiare nome: sarà forse quell’intitolazione infausta a causarne la sorte non proprio fortunata, sempre sull’orlo della chiusura). Infine un paio di foto scattate in via venti ma dedicate alle nuvole che la sovrastano.

Trovarti

Ho capito che in quei momenti in cui ti sento più lontano, è solo per farmi modificare la rotta, affinché io non prenda niente per scontato. Mai abbandonarsi alla mediocrità, alla routine, mai smettere di cambiare, di sperimentarsi e mettersi alla prova, è sempre stata questa la principale molla di ogni tuo coraggio. Nulla resta uguale e rendere straordinaria la propria vita significa prima di tutto mantenere la capacità di stupirsi ogni giorno dei dettagli, perché l’immobilità non si addice né gli oggetti, né ai ricordi e alle persone meno di tutto il resto. E allora cerco di modificare il mio sguardo, non so se riesco a evitare la mediocrità, ma la tua grandezza la vedo e mi serve. Torno a cercarti, amore mio, ti cerco mutando angolature e prospettive e ti trovo dovunque. Negli inizi sfolgoranti e nei finali di fuoco rosso, nelle sfumature tenui dei giorni in cui persino i colori sono stanchi, o forse solo un po’ pigri; nei contrasti e nell’armonia; nelle attese, negli incontri casuali, nei volti tra la folla; nell’insofferenza verso tutto ciò che resta in superficie, nella scalpitante impazienza contro ogni forma di ipocrisia, nella solitudine cercata e subita e nella compassione; tra gli aghi dei pini e nei tronchi delle querce; in un grido di rabbia e di dolore illuminato dal sole dell’alba, nelle prime luci del mattino tra i tetti, nelle nuvole in fuga come rondini in questi cieli dispersi; nel cuore dolce delle cose, nell’onestà inseguita tra parole e fatti; sulle scale, nei giardini, nei viali e su per le mulattiere inerpicate verso ignote altitudini. Su ogni bicicletta, sei lì che crei il tuo itinerario tra le voci che si rincorrono e sei così tanto in mezzo al mondo, così tanto tra la gente, così tanto a modo tuo. Il tuo riso risuona in ogni musica che ascolto, il tuo sorriso s’illumina ogni volta che schiaccio un interruttore, il solco che hai scavato dentro di te ha tracciato la mia strada, nel mio cuore c’è quella ferita che amo così tanto perché è un altro dei luoghi in cui sei e in cui non ti perdo mai, tra ciò che vivo e ciò che immagino, nel silenzio di quello che nasce e di quello che muore, in tutto quello che scrivo e che ho scritto anche prima di saperlo, sai che al mio personaggio più amato ho dato il tuo naso, e neanche me ne ero resa conto, però dopo me ne sono accorta, oh sì, perché sono innamorata anche di quello, sai. Sei nell’amore forte, che è impegno e costruzione e allegria e grazia, a ogni passo una sorpresa e sempre, sempre,  in ognuno di quei passi, in ogni più segreta piega di me, in ogni fibra della mia forza, tu.

59. World’s Greatest Dad

I don’t find the creative process in itself rewarding enough. I have to be honest-I want to reach an audience. (Il processo creativo in sé non è gratificante abbastanza per me. Devo essere sincero – quello che voglio è raggiungere un pubblico).

1-106

Ho ricominciato a ridere e piangere nello stesso film. Questo è un bene, per me. Ne avevo già parlato un po’ qui, perché non sono riuscita a guardarlo tutto d’un fiato, ne ho visto un po’ più della metà la prima volta, oggi l’ho rivisto tutto da principio e fino alla fine.  Ho rivissuto le emozioni due volte, certo, ma almeno in parte, la seconda sapevo cosa aspettarmi. Qualcosa sapevo da tempo, ma solo per sentito dire. E’ ben diverso averlo già provato direttamente. E comunque, la parte che ancora non avevo visto mi è arrivata addosso oggi come un altro pugno allo stomaco. E’ andata a scavare dritto dritto in alcune delle mie paure. Giù a fondo in quella caratteristica tutta umana che è il modo in cui trattiamo i morti, e specialmente chi è morto in circostanze particolari. Quel desiderio, che nasce dalla nostra parte migliore, di sentirli più vicini di quanto non fossero, di attenuarne i difetti. Che però, quando viene portato agli estremi, diventa un sentimentalismo tanto melenso quanto falso (magari involontariamente falso, perché talvolta siamo davvero incapaci di fare i conti con la realtà).

Lance Clayton è un po’ la nemesi di John  Keating: Robin stesso aveva richiamato quel personaggio in un’intervista, proprio per dire che questo è quasi l’opposto: uno scrittore fallito, un professore le cui lezioni sono disertate dagli studenti – i pochi che le frequentano fanno comunque cadere le braccia – e padre di Kyle, un adolescente disturbato, non troppo intelligente, rancoroso e dedito a giochi erotici piuttosto spinti. Lance coltiva ancora il sogno di scrivere un giorno un romanzo di successo, ma si è quasi rassegnato all’idea che si tratti di un sogno inutile, che non si realizzerà mai.

Quando Kyle muore accidentalmente durante uno dei suoi giochi erotici solitari, Lance cerca di far credere che si sia suicidato e scrive una nota d’addio che improvvisamente cambia l’atteggiamento dell’intera scuola. Tutti quelli che un tempo avevano odiato Kyle, ora si scoprono affranti e colpiti dalla sua profondità e sensibilità; lo stesso Lance viene fatto oggetto di attenzioni mai conosciute prima e di una solidarietà tutta basata su un sentimentalismo superficiale, che non regge alla prova dei fatti.

Quando tutti cominciano a chiedergli se Kyle non abbia mai scritto altro, Lance crea dal nulla un diario fittizio che ottiene proprio quel successo che lui aveva inseguito tanto a lungo, e che mai avrebbe voluto ottenere in quel modo. L’unico che rifugge da questa manifestazione ostentata di amore postumo è Andrew, l’amico-vittima di Kyle, che anche su di lui riversava tutto il suo disprezzo, pur continuando a cercarlo.

Bobcat Goldthwait aveva già lavorato con Robin, molti anni prima, in Shakes the Clown, affidandogli il ruolo minuscolo ma a lui congeniale di un mimo, e lui aveva sbrigliato tutta la sua gestualità e la sua carica ironica.

Lo humour di Goldthwait era già nero allora e non è cambiato, ma si è forse ingentilito, o forse tutta la gentilezza viene proprio dallo straordinario sguardo di lui, Robin, che riesce a comunicare solo con gli occhi un’infinita gamma di sentimenti che in una situazione così possono davvero convivere tutti insieme: dolore, consapevolezza dell’ìronia di ciò che accade, senso di colpa, l’idea di approfittare in qualche modo del proprio affetto, il senso di perdita, reso ancor più terribile dal fatto di avere ad oggetto qualcuno che era di per sé odioso, e che pure non potevi fare a meno di amare per il semplice fatto che era tuo figlio; la consapevolezza della propria falsità e dell’ipocrisia di tanti di coloro che ti circondano; il desiderio di piacere comunque a tutte quelle persone e al tempo stesso la voglia, il bisogno quasi fisico di essere libero; e molto altro ancora. Potrei suggerire qualche scena ma sono tutte significative. E’ un altro di quei film anche visivamente particolari.

Da tutto questo sgorga, davvero con la naturalezza dell’acqua, quella citazione  che presa fuori contesto rischia di diventare l’ennesima manifestazione proprio di quel tipo di tributo troppo convenzionalmente mieloso che colpisce chi è già morto, in un certo senso uccidendolo due volte: all’inizio Lance raccontando di sé dice my biggest fear in life is that I’m going to end up all alone (la mia paura peggiore nella vita è di finire completamente solo). Dopo l’accaduto finisce per rendersi conto che l’affetto, l’amore, il vuoto che una persona ti lascia dentro, non ammettono surrogati e tantomeno l’insincerità, sia pure inconsapevole. I used to think the worst thing in life was to end up all alone. It’s not. The worst thing in life is ending up with people who make you feel all alone. (Una volta pensavo che la cosa peggiore nella vita fosse restare solo. Non è così. La cosa peggiore è finire con persone che ti fanno sentire solo). Il finale lascia più di una porta aperta alla speranza, perché da qualche parte la verità delle relazioni è sempre possibile trovarla.