Né l’inizio, né la fine

Questa è la versione italiana del racconto che ho scritto in inglese qui. L’ho immaginato, sognato, sentito in inglese. E poi tradotto. E questa è la canzone che potrebbe accompagnarlo.

Aveva vomitato già tre volte quella sera, e lo fece ancora e ancora, l’ultima volta sulle scale che conducevano all’appartamento di lei, mentre lo trascinava dentro, il corpo scosso dai crampi e dalla nausea, come sommerso da ondate di dolore, o da un oceano di disperazione.

Ho freddo, disse.

Lo so, rispose lei.

Un freddo tremendo, gemette lui. Sto gelando, cazzo.

Lo so, disse lei.

No che non lo sai. Come puoi saperlo? Non sai niente di me.

So parecchie cose, di te.

Era stato di volta in volta giudicato l’uomo più onesto del mondo o un bugiardo matricolato, intelligentissimo o stupido come una scimmia, un amante meravigliosamente appassionato o un pezzo di ghiaccio, timido come uno scoiattolo e triste come il mare d’inverno, o un uragano di parole e allegria. Ma alla fine, era sempre la questione di come gli altri lo vedevano. E lei diceva di sapere qualcosa di lui. Sapeva parecchie cose di lui, così aveva detto. Era la verità? Avrebbe dovuto fidarsi di lei? Di una cosa era certo, che non poteva fidarsi di sé stesso. Si sentì stranamente più forte, perché… sì, perché stava riconoscendo di aver bisogno di aiuto. Era stato in una guerra. Non una guerra in senso stretto, naturalmente. Niente a che fare con armi di distruzione di massa, niente morti o ferite evidenti, incendi e urla di angoscia e terrore. Una guerra più silenziosa, ma non per questo meno mortale. Com’era lui, in realtà? Era felice? Certo che no, altrimenti non si sarebbe trovato in quella stanza, in quel letto, in quel momento e quel luogo. Era tutto sbagliato. Comunque, non era nemmeno infelice. Non era questa la ragione. Com’era, in realtà? Era, e basta.

Sono un relitto umano, disse. Solo un cazzo di relitto. Pronunciò le parole lentamente, quasi assaporandole, in uno strano miscuglio di vittimismo, orgoglio, sferzante autoironia, onestà, rabbia e dolore. Voleva che se ne andasse, che restasse, o nessuna delle due cose? Forse entrambe. Stava forse mettendola alla prova, per vedere quanto era disposta a sopportare? All’inferno, tutto quello che voleva era essere lasciato in pace, e lo esasperava la consapevolezza che voleva altrettanto fortemente averla lì.

Vaffanculo, perché stai facendo tutto questo?

Forse ho la sindrome della crocerossina, disse lei, o una vocazione al martirio, o forse sono semplicemente sola, e pronta ad aggrapparmi al primo uomo che mi capita a tiro. Oppure… sta a te decidere, dopotutto. Puoi scegliere la risposta che ti piace di più.
Già, è quello che faccio sempre. Fanculo, è parte del problema anche questo.
Lei lo guardò dritto negli occhi.
Ti amo, disse. E lo dirò solo questa volta, che tu mi creda o no.
Ti credo, disse lui.
Lei ebbe un sorriso dolceamaro.
Domani non mi riconoscerai nemmeno.
Sì che ti riconoscerò, disse lui.

Ma non la riconobbe.

Dove diavolo sono? E a parte questo, tu chi sei?
E’ importante?
Certo che è importante, cazzo. Penso che dovrei almeno sapere il tuo nome, no?
Mi chiamo… mi chiamo Sandy.
Davvero? Non mi sembri tanto sicura. Io sono…
So chi sei. Conosco il tuo nome e l’anima che c’è dietro, disse lei.

Perché lei sapeva, e questo faceva tutta la differenza del mondo. Prima o poi arriva per ognuno un momento in cui si rende conto che non gli importa niente di niente. O almeno, quel momento era arrivato per lei, e non le importava, non le importava di nient’altro se non delle lacrime di lui, del suo sudore e della sua anima.
Non era stato questo, l’inizio della storia; comunque, non fu nemmeno la fine.

Una sensazione fantastica

È forse la prima volta che un racconto si forma nella mia mente quasi tutto direttamente in inglese, la mia lingua padre, quella che coltivo ogni giorno e in cui penso e sogno così di rado. Così questa volta ho dovuto tradurlo in italiano. Quale che sia il risultato, è una sensazione fantastica. E poi, solo dopo aver scritto il racconto, e aver deciso il titolo, ho scoperto questa canzone che non conoscevo. Intitolata nello stesso modo, e con un mood così simile…

It’s the first time a story comes to my mind almost entirely in English, my father tongue, the language I’ve been nurturing every day for ages and in which I rarely dream and think, though; so this time I had to translate it into Italian. Whatever the result, it’s an amazing feeling. And then, after I’d finished the story and decided its title, I’ve found out this song. With the same title, and with such a similar mood

Neither the beginning, nor the end

P.s. tra poco posterò il racconto in italiano

Neither the beginning, nor the end

He had already thrown up three times, that night, and did it again and again, the last time on the stairs that led to her apartment, while she was dragging him inside, his body shaking with cramps and nausea, as if washed over by waves of pain, or an ocean of despair.

I’m cold, he said.

I know, she said.

Awfully cold, he moaned. I’m fucking freezing.

I know, she said.

You don’t. How could you? You know nothing about me.

I know a lot about you.

He had been labelled the most honest man in the world and a ruthless liar, a brilliant man and a stupid monkey, a wonderful, passionate lover and ice-cold, shy as a squirrel and sad as a sunless sea, and a hurricane of words and joy. But it had always been a matter of what others saw him as. And she said she knew something about him. She knew a lot about him, she said. Or did she? Was he to trust her? What he knew for certain was that he couldn’t trust himself. He felt curiously stronger, because… yes, because he was acknowledging he needed help. He had been in a war. Not a proper war, of course. No weapons of mass destruction involved. No deaths, no apparent wounds, no fires or cries of anguish and fear. A quieter war, but none the less lethal for that. What was he, in truth? Was he happy? Certainly not, or he wouldn’t have been in that room, in that bed, in that moment and place. It was all wrong. Yet, he wasn’t unhappy either. This wasn’t the reason why. What was he? He just was, that’s all.

I’m a human wreck, he said. Just a bloody human wreck. He uttered the words slowly, seemed to savor them, a curious mix of self-pity, pride, self-deprecation, sincerity, anger and pain. Did he want her to go, or to stay, or neither? Maybe both. He wanted to be left alone, wanted it like hell, and it enraged him that he also wanted her so badly to stay. Was he testing her, to see how much she would be willing to take?

Fuck you, why are you doing this?

I may have a white knight syndrome, she said, or a vocation to martyrdom, or maybe I’m just lonely, and I latch on to the first man who comes along. Or maybe… well, that’s up to you. You can choose the answer that suits you best.

Yeah, I always do that. It’s part of the fucking problem.

She looked at him straight in the eyes.
I love you, she said. And I’ll say it only this once, believe it or not.
I do, he said.
She smiled. A sweetly bitter smile.
You won’t even recognize me tomorrow.
I will, he said.

He didn’t.

Where on hell am I? And who are you, anyway?
Does it matter?
Oh, yes, it fucking does. I wish I knew your name, at least.
I’m… I’m Sandy.
Are you? You don’t seem so sure. Well, my name…
I know your name. I know your name, and the soul that goes with it, she said.

Because she knew, and this made all the difference in the world. There comes a time in everyone’s life, when they realize they don’t care. Or, however, there had come that moment in her life, when she didn’t care, she didn’t care about anything, except for his tears, his sweat and his soul.

This wasn’t the beginning of the story. It wasn’t the end, either.

 

Ricetta della pasta sfoglia

Quest’anno, come scrivevo in un post precedente (dell’anno scorso, ormai!), mi sono lanciata a fare per la prima volta la pasta sfoglia:  e visto che ho scoperto che il diavolo non è così brutto come lo si dipinge, ovvero, fare la pasta sfoglia non è poi quella missione impossibile che paventavo, vi do la ricetta, presa da qui e rielaborata leggermente, un po’ perché non ho una planetaria (non sapevo neanche cosa fosse, fino a un paio di settimane fa) e un po’ per cercare di rendere la spiegazione più semplice. Tra l’altro, le foto del post sono le mie, e guardandole si vede perfettamente che forme geometriche e angoli che combaciano non sono esattamente il mio punto forte – e quelle che ho postato sono, ovviamente, quelle che mi sono riuscite meglio! Lo confesso: quando ho letto la ricetta per la prima volta, ho pensato non ce la posso fare, non ci arrivo, non capisco nemmeno di cosa parla. Poi però ho deciso di applicarmi seriamente, in base al principio per cui si dovrebbe imparare qualcosa di nuovo, se non ogni giorno, almeno ogni settimana. E ce l’ho fatta, e alla fine ci ho preso gusto… parecchio gusto! Se pure non vincerà un concorso di bellezza, la mia sfoglia mi ha dato e continua a darmi grandissime soddisfazioni che compensano largamente la fatica e il tempo che richiede. In realtà, è molto più difficile spiegarla che farla! E può essere anche rilassante, un po’ come lavorare il pongo o il das… se avete presente!

Il tempo necessario è forse la nota più dolente, calcolate che occorrerà complessivamente all’incirca una giornata, ma non necessariamente continuativa. Soprattutto, il tempo effettivo di lavoro è molto inferiore (per preparare pastello e panetto non ci vogliono più di venti minuti al massimo, e le pieghe non richiedono che pochissimi minuti). I tempi di riposo tra una piega e l’altra della pasta, del resto, possono variare: il minimo è mezzora per ogni piega, ma la pasta può tranquillamente restare in frigo anche un’ora o due (e forse di più, anche se personalmente non ho provato). Nel frattempo, potete benissimo fare dell’altro.

Dunque, eccoci qui:

Ingredienti:
(per il pastello)
175 g farina
Un bicchiere scarso di acqua molto fredda
Sale 5 g (una presa)
(per il panetto)
250 g burro ammorbidito
150g farina

Preparate il pastello sciogliendo il sale nell’acqua e aggiungendo poi la farina in una ciotola non troppo grande. Lavorate molto rapidamente fino a ottenere un composto liscio e non troppo elastico che dovrete poi roteare all’interno della ciotola per formare una palla. Copritela con pellicola a contatto e lasciate riposare a temperatura ambiente.

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Trasferite il panetto su un piano leggermente infarinato e dategli una forma quadrata aiutandovi con le mani e con il mattarello, pure infarinato; mettetelo poi in un recipiente piatto, ancora una volta leggermente infarinato. Coprite con la pellicola e lasciate riposare a temperatura ambiente per 5 minuti. Se dovesse risultare troppo morbido, invece, tenetelo in frigorifero per una decina di minuti.

Pasta sfoglia_panetto di farina e burro
Ponete il panetto su un piano da lavoro e con un mattarello e pochissima farina stendetelo leggermente fino ad ottenere un quadrato con lato di 20 cm circa, e tenetelo da parte.
Spostate il pastello sul piano di lavoro, sempre leggermente infarinato, e stendetelo col mattarello fino a ottenere un quadrato un po’ più grande (lato di 28 cm circa). Posizionate il panetto sul pastello a rombo e richiudete i lembi facendoli combaciare per quanto possibile, ma senza sovrapporli.

Procedete subito alla prima piega (cd. piega a 3), senza far riposare: stendete la pasta sul piano infarinato, cospargete di farina anche la pasta e il mattarello e stendete la pasta nel verso davanti a voi, in modo da ottenere un rettangolo esteso in lunghezza ma non in larghezza. Aiutatevi con le mani per rendere gli angoli dritti. Girate poi il rettangolo di 90° e appiattitelo ancora leggermente con una passata di mattarello. Portate poi una delle estremità della pasta leggermente oltre il centro del rettangolo, e ripiegatevi sopra “a libro” la parte opposta. Stendete leggermente il panetto con il mattarello, sia in un verso che nell’altro.

Avvolgete la pasta in pellicola da cucina, ponetela su un vassoietto e fate riposare in frigorifero per almeno 30 minuti.
Procedete poi alla seconda piega (cd. piega a 4): stendete la pasta in un lungo rettangolo come prima (fino a ottenere uno spessore di circa mezzo cm), ma questa volta ripiegate entrambi i lati verso il centro, accostandoli (aggiustate gli angoli tirandoli delicatamente con le mani, in modo da farli combaciare perfettamente), e richiudete poi la prima metà sull’altra.

Anche questa volta, fate una leggera pressione con il mattarello e riponete nuovamente la pasta avvolta nella pellicola in frigorifero per almeno mezzora.
Effettuate poi un’altra piega a tre nello stesso modo; e dopo aver fatto riposare la pasta ancora una volta per almeno mezzora, terminate con un’ultima piega a quattro. Se volete, potete fare dei segni sulla pasta con i polpastrelli delle dita ad ogni piega per ricordare a quale numero siete arrivati, soprattutto se trascorre un po’ di tempo tra una lavorazione e l’altra. Avvolgete di nuovo nella pellicola e conservate la sfoglia in frigo per almeno 60 minuti prima di utilizzarla (meglio ancora per una notte). Potete conservare il panetto di pasta sfoglia in frigorifero per 4-5 giorni al massimo, oppure congelarlo. Una volta cotta invece, è consigliabile conservarla per 2 giorni al massimo in un contenitore chiuso ermeticamente. Questo è un disco di pasta sfoglia pronto per essere farcito:

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Ho poi sperimentato diverse torte salate un po’ sfiziose, alcune delle quali le avevo preparate come antipasto per il pranzo in famiglia della vigilia di Natale, altre le ho utilizzate nei giorni successivi come piatto unico  e continuo a sfornarne di nuove. Quindi, credo che seguiranno altre ricette!

Il mio rito propiziatorio

Ho iniziato l’anno con alcune cose preziose, quelle che voglio fortemente portare avanti per tutto il 2020, tra cui guardare i lavori di Robin: ieri ho rivisto, forse per la quinta volta, Weapons of Self Destruction, uno degli spettacoli teatrali che amo di più; e come sempre ho attraversato momenti di feroce commozione e di risate senza freni (oh, il GPS con l’accento scozzese, la cantilena strascicata di Bob Dylan o la voce impostata di un attore britannico; e oh, Christopher Walken che recita un porno…). Come sempre ho pensato che il mondo è sempre lo stesso, che lui sapeva leggerlo come nessun altro e che la sua interpretazione delle cose è ancora la più acuta, la più realistica e la più attuale. E che ridere è per me l’unico rito propiziatorio che funzioni, l’unica magia in cui credo.