La ragazza delle montagne – Capitolo 15

VI

La mattina dopo Lewis mandò Drouillard e Shields a caccia, e chiese agli Indiani di restare al campo, e più in silenzio possibile, temendo che il rumore e il numero di tanti cavalieri spaventasse la selvaggina. Non gli era venuto in mente che questa potesse essere interpretata come una richiesta sospetta, risvegliando i dubbi così faticosamente acquietati. Subito, alcuni giovani si allontanarono, galoppando fino a raggiungere i due uomini, seguendoli poi costantemente come ombre.
Nel frattempo, Lewis, Cameahwait e gli altri proseguivano il cammino sulla pianura. Avevano appena oltrepassato una strettoia tra le valli – luogo ideale per un’imboscata, in effetti – quando uno dei giovani che avevano seguito i cacciatori tornò indietro al galoppo di gran carriera, spronando il cavallo con dei gran colpi di frusta. Il Capo si arrestò, con aria preoccupata. Lewis, a sua volta, fu assalito dall’ansia. Se per disgrazia qualcuno dei nemici degli Scioscioni si fosse trovato lì proprio in quel momento, la circostanza di certo non sarebbe stata interpretata come una semplice coincidenza.
Fortunatamente, si trattava di tutt’altro: il giovane riferì che i due cacciatori avevano ucciso un cervo, e che c’era di che banchettare per tutti.
In un attimo, la marcia relativamente ordinata si trasformò in una corsa sfrenata e selvaggia, polvere e scalpitare di zoccoli e grida di esultanza.
Come i suoi compagni, l’uomo che era a cavallo con Lewis si diede a frustare l’animale con tale veemenza che il povero Lewis, che montava senza sella, sobbalzava e rimbalzava di continuo. Gli chiese di rallentare un po’ i colpi, almeno, ma l’uomo era così impaziente che preferì scendere da cavallo e correre a piedi, benché fossero ancora distanti almeno due chilometri.
Quando arrivarono dove si trovava il cervo, i Nativi si avventarono sulla carne, strappando con le mani pezzi di carne e divorandoli crudi. Diversi di loro erano riusciti ad accaparrarsi bocconi di fegato, trippe, reni e intestini, e rivoli di sangue scendevano dagli angoli delle loro bocche. Se l’appetito di Lewis non fosse stato più forte di certe sottigliezze, per un bel pezzo sicuramente non sarebbe più stato in grado di mangiare.
Lui e i suoi uomini avevano provato sulla loro pelle cosa significava la fame, ma solo per un breve periodo della loro vita; per quei poveri diavoli, pensò, la fame era normale, li accompagnava per tutta la vita. La scena si ripeté praticamente identica con un secondo cervo che Drouillard aveva ucciso e lasciato lì per loro; e quando all’ora di pranzo Drouillard li raggiunse con un terzo cervo, ancora una volta, tolta la porzione che Lewis tenne per il suo gruppo, Cameahwait e i suoi mangiarono tutto, compresa la parte morbida presente all’interno degli zoccoli.

Nel pomeriggio, durante un’altra sosta, Lewis rispiegò a Cameahwait in dettaglio il luogo preciso dove avrebbero incontrato Clark e il tragitto per arrivarci. Il Capo, con fare solenne, coprì il collo e le spalle di Lewis e dei suoi con gli splendidi scialli che egli già aveva avuto modo di notare con ammirazione. Capì subito che lo scopo era quello di mimetizzarli, e la ragione era sempre la stessa, ossia il timore dei loro nemici. Con la sua camicia di pelle di daino, scarmigliato, la pelle dorata dal sole, non era necessario nient’altro per dare a Lewis in tutto e per tutto l’aspetto di un Indiano. Gli altri uomini seguirono il suo esempio e presto la trasformazione fu completa.
Quando non erano ormai a più di tre, quattro chilometri dal bivio di Beaverhead, dove Clark avrebbe dovuto attenderli, divenne chiaro che il Capitano non c’era.
Gli uomini di Cameahwait rallentarono, perplessi e di nuovo diffidenti. Sui volti di qualcuno, il dubbio e l’incertezza andavano lasciando il posto a un’espressione vagamente minacciosa. Lewis pensò che una volta che si fossero fermati del tutto, lui e i suoi uomini sarebbero stati in serio pericolo.
Senza avere la minima idea di cosa fare, ma determinato a recuperare la loro fiducia a qualunque costo, Lewis agì col coraggio della disperazione: diede a Cameahwait la sua pistola e gli disse che se i loro nemici fossero usciti dai cespugli, avrebbe potuto usarla per difendersi. «Io non ho paura di morire», aggiunse. «Se vi convincerete che vi abbiamo ingannato, potrete fare di quella pistola l’uso che volete».
Gli altri seguirono quella mossa audace, consegnando a loro volta le pistole ai Nativi. Avendo sopito i loro timori, almeno per il momento, Lewis cercò di pensare rapidamente a un modo per tranquillizzarli un po’ più a lungo.
Gli venne in mente un foglio con certi appunti che aveva lasciato lì vicino per Clark, e mandò Drouillard con uno degli Indiani a prenderlo. Disse poi a Cameahwait che il biglietto proveniva da Clark, il quale lo avvertiva che erano stati rallentati dalla difficoltà di navigare il fiume Jefferson, e si trovavano al momento appena oltre le montagne. Propose che uno dei loro guerrieri andasse in esplorazione, con uno dei suoi uomini, mentre egli sarebbe rimasto, insieme agli altri due membri della spedizione che erano con lui. Compresero subito, senza bisogno che lo specificasse, che in questo modo, egli si stava offrendo come ostaggio. Detestava mentire, e anche questo piccolo stratagemma, giustificato dalle circostanze, lo metteva a disagio; esporre sé stesso significava tra l’altro una promessa, un impegno personale a garantire gli scopi pacifici della spedizione, su cui così spesso aveva insistito.
Il piano fu accettato, tuttavia, benché la maggior parte dei Nativi sembrasse soddisfatta, alcuni sottolineavano che “gli Americani” continuavano a raccontare storie diverse, e accusavano il Capo Cameahwait di esporli a gravi pericoli senza ragione.
Lewis sapeva che se i Nativi fossero andati via, si sarebbero immediatamente dispersi e nascosti tra le montagne, dove sarebbe stato impossibile trovarli. La sua speranza di ottenere dei cavalli e proseguire la spedizione avrebbe rischiato, ancora una volta, di andare in fumo.
In preda a sua volta a mille pensieri e mille domande sul destino di Clark e del resto del gruppo, Lewis usò tutte le sue risorse per mostrarsi perfettamente tranquillo. Intorno al fuoco acceso con rami di salice, Cameahwait e altri cinque o sei uomini sedettero ad ascoltare, mentre egli raccontava di Sacagawea, la ragazza della loro Nazione che avrebbe fatto da interprete, e del suo coraggio; e di York dalla pelle scura come il noce degli Stati del nordest; e di tutto il cibo e gli oggetti che al loro ritorno la spedizione avrebbe loro portato come compenso per i cavalli.
Nessuno di loro dormì molto, quella notte. Non i Nativi, molti dei quali si erano rifiutati di avvicinarsi all’improvvisato accampamento e al fuoco di Lewis, nascondendosi tra i salici, evidentemente ancora timorosi di un attacco notturno. Non Lewis, i cui pensieri erano interamente occupati dal destino della spedizione, che per lui aveva sempre avuto almeno tanta importanza quanto la sua stessa vita.

E se, invece…

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Un imperativo a metà mi ha accompagnata per tutta la vita: focalizzarmi. Dico a metà, perché sebbene lo sentissi come una necessità impellente, metterlo in pratica è stato sempre tutto un altro paio di maniche. Avrei voluto essere un’esperta conoscitrice di cinema (e, ultimamente e in misura più limitata, anche di TV), oppure parlare correntemente sette lingue, oppure avere una vastissima cultura letteraria, oppure essere una studiosa di relazioni internazionali di fama, il che implica naturalmente un considerevole interesse per la politica, nel senso presumibilmente più nobile del termine, ma poi che dire della musica? Beh, quella più che altro l’ho sempre coltivata da ascoltatrice, ma strimpellavo un paio di strumenti, e se ci avessi dedicato più tempo… Mi sono dilettata varie volta con la cucina, e ho accarezzato l’idea che avrei potuto anche (oppure) studiare cucina seriamente. In tutto questo, avrei voluto avere una casa sempre in ordine e pulitissima, essere sempre impeccabile non solo quando esco, e avere un sito professionale pieno di contenuti, scritti, audio e video coinvolgenti e molto ben confezionati. E non ho ancora parlato di uno dei più importanti aspetti della mia vita, oggi purtroppo difficilmente raggiungibile in tempi di pandemia, ma di cui vorrei occuparmi a tempo quasi pieno (oppure): il giardino.

E se, invece, dovessi limitarmi a prenderne atto, fare pace, alla mia quasi veneranda età, con il fatto che tutte queste cose hanno per me un valore?

Unire, combinare, affratellare, innestare. Cosa implica questo? Non vorrei proprio continuare ad aprire e chiudere pezzi in maniera del tutto disorganizzata, secondo l’uzzolo del momento. Ma continuare a riflettere e poi agire in base a qualcosa di molteplice. Buttare giù idee e trovare un modo per metterle insieme. Magari non un piano, perché mi sa che ai piani, in senso stretto, sono altamente allergica. Ma qualcosa che gli somigli abbastanza da poter finalmente mettere tutte queste idee, questi pezzi di vita e di passione, a disposizione di qualcosa di concreto, per me, e se possibile anche per altri. Qualcosa di variegato, composito, ma in qualche modo intero e non più spezzettato.

E se, invece…

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – 14a puntata

Da un po’ di tempo avevo lasciato i miei avventurosi esploratori alle prese con un gruppo di Nativi Scioscioni molto cordiali ma non del tutto tranquilli sulle intenzioni degli “Americani”. Se vi siete persi le puntate precedenti e volete recuperarle, o eventualmente ripassarle, le trovate qui

V

Il giorno dopo, anche per dar modo a Clark di raggiungerlo, Lewis decise di trascorrere quanto più tempo possibile all’accampamento e ricavare tutte le informazioni che poteva sul territorio.
Non avendo da mangiare altro che un poco di farina e mais riarso e le bacche degli Indiani, Lewis mandò Drouillard e Shields a caccia; gli Scioscioni prestarono loro dei cavalli, e diversi giovani si unirono ai due uomini.
Per lo più, come Lewis aveva avuto modo di apprendere, essi cacciavano antilopi, inseguendole a cavallo e uccidendole con le frecce. Erano cavalieri abilissimi, benché per briglie non avessero che corde di peli di bufalo intrecciate, e per sella una tavola di legno coperta di pelle non conciata.
Le antilopi, animali assai agili e resistenti, non avrebbero potuto essere raggiunte da un solo cavallo, per cui, quando i cacciatori avvistavano un branco, si separavano e si lanciavano in varie direzioni tutt’intorno, generalmente appostandosi poi su qualche altura dominante, mentre solo uno o due di loro rincorrevano il branco a tutta velocità attraverso colline, valli e burroni.
Dopo un inseguimento di una decina di chilometri, intervenivano i cavalli freschi: in tal modo, ovunque i poveri animali si voltassero per fuggire, si trovavano di fronte gruppi di cacciatori al galoppo, e così essi, terrorizzati e confusi, potevano essere facilmente colpiti dalle frecce. Tutto questo impegnava fino a quaranta o cinquanta cacciatori, per catturare non più di due o tre antilopi. Non c’erano alci nella zona, e contro i cervi, abili a nascondersi tra i cespugli, archi e frecce erano armi poco efficaci.
Lewis ebbe anche modo di osservare alcuni uomini fabbricare delle trappole per i lupi e le volpi e affilare delle selci, ammirando la velocità di movimento delle loro dita, e la precisione del risultato.
Archi e frecce e selci erano praticamente gli unici strumenti di cui disponevano; in guerra, usavano l’arco e uno scudo in pelle di bisonte, del tutto a prova di freccia, decorato e preparato con un rito complesso e solenne, grazie al quale avrebbe protetto il suo proprietario da qualunque arma, pallottole comprese.
La caccia durò un paio d’ore e Lewis riuscì a godersi, dalla sua tenda, gran parte di quello spettacolo emozionante, anche se purtroppo, tutti i cacciatori tornarono a mani vuote. Egli fece preparare un impasto di farina e bacche, che assicurò al gruppo un pasto gradevole, ma alquanto modesto.
Quel pomeriggio, Lewis chiese al Capo Cameahwait di descrivergli meglio la geografia del territorio. Drouillard faceva loro da interprete. Come Lewis aveva avuto modo di imparare, la lingua dei segni, oltre ad avere il vantaggio di essere molto simile, per tutte le Nazioni indiane che avevano incontrato sul loro cammino, era sorprendentemente precisa. Certamente, qualche dettaglio poteva andare perduto, qualche malinteso capitava, ma molto meno di quanto egli sarebbe stato portato a pensare.
Dove i gesti non arrivavano, Cameahwait si aiutava disegnando con un legnetto, sul terreno, i contorni dei fiumi, delle montagne e dei passaggi.
Le notizie erano però ben lontane da quelle che Lewis sperava.
«Il fiume», spiegò Cameahwait, «si unisce a un altro corso d’acqua, più a valle. Occorrono almeno tre giorni di marcia, per arrivare là dove essi si incontrano». In quel punto, mentre continuava a parlare e fare ampi segni con le mani, aiutandosi con tutto il corpo e con le espressioni del volto, l’uomo collocò alcuni mucchi di sabbia. Lewis comprese che si trattava di alte montagne, coperte di neve, e che il fiume Salmon proseguiva il suo corso attraverso quella vasta catena di cime rocciose e ripidissime.
«Il Fiume dei Salmoni», continuò Cameahwait. «dalla mia gente viene anche chiamato il Fiume del Non Ritorno. Le montagne racchiudono le due rive così strettamente, che ogni passaggio è impossibile. Il letto è ostruito da rocce appuntite e taglienti come coltelli; i cavalli degli spiriti delle acque sono sempre al galoppo, schiumano sotto lo sforzo, e le alte onde create dalla loro corsa sbattono continuamente le une contro le altre. In questo modo, gli Spiriti tengono lontani gli intrusi».
Lewis cercò una possibile via d’uscita.
«Che mi dite delle montagne? Non potremmo passare di là?».
Cameahwait scosse la testa.
«Sono inaccessibili anch’esse, agli uomini e ai cavalli. Né io, né altri uomini della mia Nazione ci siamo mai spinti lungo il fiume oltre quelle montagne. Tuttavia», proseguì, riaccendendo un minuscolo lumino di speranza nel cuore di Lewis, «verso sudovest, a quanto ho saputo da coloro che abitano al di là del Fiume dei Salmoni, esso prosegue per un lunghissimo percorso verso il luogo dove il sole tramonta, disperdendosi infine in un immenso lago d’acqua dal sapore amaro, dove abitano degli uomini bianchi».
«Ma dunque avete avuto contatti con quelle Nazioni. Siete proprio certo che non ci sia modo di attraversare quelle terre?». Aveva ancora il dubbio che il Capo volesse fargli credere l’impresa più ardua di quello che in realtà era.
«C’è un anziano, nel villaggio», rispose Cameahwait, «che forse vi potrà aiutare. La sua famiglia appartiene a una tribù che vive a circa venti giorni di marcia da qui, non lontano dai bianchi , dai quali acquistano cavalli e muli. Potete parlare con lui, se volete. Lui qualche volta va a trovare la sua famiglia».
Le informazioni dell’anziano, un uomo dalla pelle di cartapecora e dai capelli candidi, non rassicurarono molto Lewis. «Per sette giorni dovrete arrampicarvi su montagne aspre e ripide», spiegò, aiutandosi a sua volta con qualche semplice schizzo sul terreno. «Non troverete nessun animale da cacciare, niente selvaggina lì, solo radici. Lì abita la Nazione dei Mocassini Rotti, loro sono sempre sul piede di guerra. Vivono tra le rocce, come gli orsi, e mangiano radici e la carne dei cavalli che rubano a chi passa dal loro territorio. Infine, vi sono sul terreno pietre appuntite, che feriranno gli zoccoli dei vostri cavalli, e dopo non potranno più camminare.
Se poi riuscirete a superare quella parte del percorso», continuò il vecchio, «dovrete ancora camminare per almeno dieci giorni, in un deserto di sabbia. Lì non troverete proprio niente, non c’è cibo, nemmeno radici, nulla per gli uomini né per i cavalli, e non c’è una sola goccia d’acqua. In questa stagione, il sole ha del tutto seccato l’erba, e prosciugato anche quelle minuscole pozze che avreste potuto trovare in primavera».
Pressappoco al centro di questa pianura desertica, secondo il racconto dell’anziano, avrebbero trovato un ampio fiume, che essi chiamavano il Fiume del Serpente . Le sue acque erano navigabili, ma non vi si trovavano salmoni, né alberi di alcuna specie. I suoi parenti vivevano al di là di questa pianura, in un luogo abbastanza fertile e coperto in parte da foreste, ma ancora assai distante dal Grande Lago Maleodorante, come i Nativi chiamavano l’Oceano.
Uomini meno risoluti avrebbero di certo esitato, di fronte a quella prospettiva assai poco allettante. Ma avevano superato altre difficili prove, e d’altra parte, Lewis sentiva di non avere altra scelta. Se i Nativi, sia pure solo pochi tra essi, erano in grado di attraversare quel lato del fiume e quelle montagne con donne e bambini, avrebbero potuto ben farlo anche loro; e le nazioni che abitavano sul Fiume del Serpente dovevano pur avere qualche mezzo di sussistenza. Avrebbero trovato il modo di sopravvivere.
Chiese poi a Cameahwait di accompagnarlo il giorno seguente con un gruppo dei suoi e una trentina di cavalli fino al fiume Jefferson, dove il Capo bianco che era con lui – il Capitano Clark – era presumibilmente arrivato con gli altri uomini e i bagagli.

La mattina seguente, Lewis si svegliò prestissimo, affamato come un lupo. Non aveva mangiato niente la sera prima, se non una scarsissima porzione di quel tortino di farina e bacche che non sembrava purtroppo in grado di saziare il suo appetito come riusciva a fare con i suoi amici Indiani.
Lewis aveva molta fretta di partire insieme agli Indiani, tuttavia, il Capo dovette nuovamente parlare loro diverse volte, prima che si decidessero a muoversi, sembravano assai riluttanti. Come Lewis aveva temuto, alcuni di loro, spiegò Cameahwait, avevano suggerito che “i pallidi stranieri” potessero essere in combutta con i Pahkees, loro nemici, e intendessero attirarli in un’imboscata. Questo aveva trasmesso una notevole inquietudine anche a tutti gli altri.
Dopo le cerimonie, i balli e le risate condivise, così, come il cibo e la caccia, Lewis aveva sperato di aver superato l’iniziale diffidenza, ma evidentemente non era così. Fin da bambini, gli Snake del gruppo di Cameahwait erano abituati a vedere chiunque come un potenziale nemico, erano pochi e male armati, e gli attacchi erano frequentissimi. Inoltre, nessuno di loro aveva mai visto un bianco in vita sua. Poteva comprendere le loro ragioni, ma era deluso e frustrato.
«Ingannare un nemico è un’azione ignobile», disse a Cameahwait, «ma tradire chi ci ha trattati con amicizia è una condotta talmente vile e vergognosa, che chi lo fa non ha più diritto di chiamarsi uomo. Davvero mi credete capace di questo»?
«Non io», rispose il Capo, «ma alcuni miei uomini».
«Ebbene, se avete così poca fiducia in noi e non ci aiutate, non potremo raggiungere il luogo dove siamo diretti, né tornare indietro qui e portarvi gli utensili e le armi che chiedete». Vedendo Cameahwait quasi convinto, decise di far leva sul suo orgoglio e tirò la stoccata finale.
«Non riesco a credere che nessuno tra voi sia disposto a superare la paura e a venire con me, per sincerarsi coi suoi occhi della verità di quanto dico».
Aveva toccato le corde giuste: vedendo messo in dubbio il coraggio della sua gente, Cameahwait risalì a cavallo per un nuovo discorso, non il primo, né l’ultimo di quei giorni, ma sufficientemente persuasivo perché alcuni dei suoi accettassero di partire.
Molte delle donne più anziane piangevano e imploravano il grande spirito di proteggere i loro cari, quasi si stessero avviando verso una inevitabile rovina. Tuttavia, non avevamo fatto molta strada quando furono raggiunti da un’altra dozzina di uomini. Ben presto, si unirono a loro tutti gli uomini del villaggio, e anche diverse donne. Parevano, insomma, propensi ad agire in base all’impulso del momento, e si mostravano adesso assai allegri e spensierati, tanto quanto due ore prima apparivano scorbutici come diavoli dell’inferno.
Ma cosa ne sarebbe stato di lui, e della spedizione soprattutto, si chiese Lewis con apprensione, se non avessero trovato Clark e il suo gruppo il giorno dopo nel luogo convenuto?

Tortine alle noci

Mescolare bene (eventualmente con una frusta) 100-110 g di zucchero e 100-110 di burro ammorbidito, qualche goccia di acqua di fior d’arancio e volendo una bustina di vanillina. Aggiungere 2 uova, una alla volta, circa 70 g di farina setacciata e 70 g (1/2 tazza) di noci sgusciate e tritate, un cucchiaino di lievito e un pizzico di sale. Amalgamare bene, mettere a cucchiaiate negli stampi e cuocere in forno caldo a 175° per circa mezz’ora. Sfornare, aspettare 5 minuti e togliere dagli stampi. Quando le tortine sono fredde, cospargere di zucchero a velo.

Radici

Come vivono le radici? | ILSA GROUP
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Ogni tanto ci torno sopra… scrivo, e poi riedito, sempre alla ricerca di onestà, che quando si scrive è cosa del tutto diversa dalla verità, credo; rieditare la propria memoria, il racconto di una vita, è cosa delicata, ma va fatto. Perché bisogna essere onesti non solo nel ricordare, ma anche nel raccontare quei ricordi a chi non c’era. E dopo tutto, anche a chi c’era, ma ricorda in modo diverso. Perché la memoria, lo sappiamo bene, è soggettiva, e paradossalmente fragile, per un oggetto da cui traiamo la nostra forza.

Sono nata alle dieci di un mattino di quasi estate, non è mai stato ben chiaro se in anticipo o in ritardo.

Nel dubbio, il dottore salì con le ginocchia sulla pancia di mia madre per costringermi a uscir fuori. Metodo drastico, allora non del tutto inaudito, oggi, spero, caduto definitivamente in disuso. Nel tempo, ho sviluppato una certa  cautela nel mio approccio verso il mondo e le cose, e chissà che la mia brusca venuta al mondo non abbia avuto, in questo, una parte di un certo rilievo. Fu di certo traumatica per mia madre, furiosa per quell’abuso compiuto mentre si trovava in condizione di debolezza e impossibilità di reagire.

Mia madre è un bizzarro miscuglio di femminismo, insicurezza, difficoltà a farsi valere e dire di no, forza interiore, senso di colpa, bisogno di tenerezza e forte difficoltà di comunicazione emotiva.

Ha, o almeno aveva, anche quella convinzione, comune a non poche donne, di doversi assumere, per qualche oscura ragione, la mission impossible di cambiare un uomo estremamente problematico, tralasciando la propria presente infelicità in cambio della speranza di un’irrealistica, futura felicità perfetta.

Non si spiegherebbe altrimenti perché entrambe le relazioni importanti della sua vita siano state con uomini difficilissimi, molto diversi tra loro, ma comunque segnati dalla malattia e dalla violenza, subita o agita.

Quando conobbe mio padre Donald, in Inghilterra – ha sempre amato quel paese, luogo di fuga dalle catene familiari, di libertâ, di amore ancora puro e incorrotto – lui era già stato in guerra in Indocina, e ne era tornato con strani disturbi, di cui si sapeva pochissimo e si diceva ancora meno. Sindrome post traumatica da stress… forse. Nessuno usava quell’espressione. Si era parlato – certo sottovoce – di schizofrenia. I demoni si combattevano in silenzio. Solitudine. Vergogna. Alcool.

L’alcool che lo ha ucciso, fermandogli il cuore a 37 anni.

Mio padre è una ferita mai chiusa, la prima perdita, morto senza che io potessi fare in tempo a conoscerlo, o anche solo sapere di averlo visto; tanto che il mio dolore è rimasto lì, per anni inconsapevole, un sentimento fuori posto, uno spazio vuoto che bruciava, da cui uscivano, a momenti, granellini di rabbia, di paura, di nostalgia; la mancanza di qualcosa di cui non sapevo niente.

In seguito, per lungo tempo tutti i tentativi di mia madre di farmi innamorare dell’inglese fallirono miseramente: non volevo proprio saperne, a nessun costo. Oggi, benché ci siano nel mondo, a parte Genova, almeno tre o quattro luoghi che mi piacerebbe chiamare casa, mi capita spesso di pensare che la mia vera casa non sia un posto, ma una lingua: e quella lingua è l’inglese.

Mio padre, dicevo, era un inglese alto, dal viso angoloso e dolce. Quando si chinava su qualcosa di piccolo e indifeso, il suo sguardo sembrava assorbire e poi ritrasmettere la luce. La tenerezza gli creava piccole rughe sulla bocca, intorno agli occhi, sulle guance; e da quelle pieghe usciva e poi rientrava, come se, attraverso gli altri, lui potesse almeno un po’, almeno per qualche momento, proteggere sé stesso. Lo so perché ho una sua foto in cui mi guarda, minuscolo esserino in culla, io che forse sbadiglio e piango nello stesso momento, coi pugnetti chiusi, e lui che accenna un sorriso. Tu sei l’unica altra persona in cui io abbia rivisto con tanta intensità quello stesso sguardo.

Da lui ho ereditato qualche foto, i suoi occhi azzurri, una lingua; l’amore per la scrittura; un nome che ricorda il suo Paese di nascita, ma non troppo esotico per il Paese in cui aveva scelto di vivere; un legame tra due culture che mi appartengono entrambe, senza che debba sentirmi divisa; e la fortuna di non credere nei confini.

Non ho ereditato la sua malattia.

Mia madre si è portata dietro per anni la paura che i disturbi di mio padre non fossero solo una conseguenza della guerra, e che potesse averli trasmessi a me. Tremava al più piccolo segno di ribellione, e fino a quando non ho saputo la storia che c’era dietro, la disapprovazione che leggevo nel suo sguardo, o nel modo in cui pronunciava il mio nome, anche quando non avevo la minima idea di che cosa, esattamente, ci fosse da disapprovare, ha bloccato sul nascere ogni possibile allontanamento, anche lieve, dalla retta via di una consolidata normalità.

Credo che un po’ mio padre ti somigliasse; che aveste in comune una certa fragilità, acuita dagli eventi, e al tempo stesso una forza dolce, la capacità di non lasciare che le circostanze esterne cambiassero il nucleo essenziale su cui costruivate la vostra visione del mondo. Una bontà profonda, difficile, dura, che richiede molta più forza d’animo del cinismo e della ricerca di un nemico a cui affidare la parte di noi stessi che non ci piace, o la responsabilità del fallimento delle nostre vite.

Fu per suo desiderio che si trasferirono in Italia, a Genova, città d’origine di mia madre, e credo che lei abbia sempre rimpianto quella scelta.

Forse per questo, benché io abbia con Genova un legame molto stretto, ho sempre avuto e ho tuttora nel cuore una porta aperta verso altri luoghi; ma l’ho amata da subito, anche quando, per un lungo periodo, ho creduto di odiarla. È una città strana, ruvida, scorbutica, solitaria, apparentemente chiusa, ma capace di profonde tenerezze e di accoglienza concreta, senza fronzoli.

A Genova sono nata e ci vivo, ma non è per questo che la amo. È che Genova mi sorprende sempre. I suoi mari e le sue nuvole, San Martino alta e bassa, il Chiappeto e Borgoratti, il forte Richelieu, il Santa Tecla e il Puin, Boccadasse e Sampierdarena, Castelletto e la Maddalena, i carruggi e la Via Nuova, la Ripa Maris e il porto, i suoi monti sventrati e le sue divisioni, De André e Caproni, i salotti e i camalli.

Credo che anche il posto dove siamo nati influenzi il nostro carattere. Io non so se definirmi ruvida; scorbutica credo di sì, a volte; solitaria di sicuro, fino addirittura a una forma di lieve misantropia, che non mi impedisce di  incuriosirmi per le altre persone, di qualunque provenienza, e di coltivare (poche) amicizie profonde e durature.  La mia tenerezza l’ho conquistata a fatica con anni di lavoro, e la riservo a persone molto vicine o a piccoli gesti quotidiani, senza quasi mai esprimerla a parole. Il pudore di Genova. Il pudore di mia madre, e del mare. Perché dopotutto sono una donna di mare, benché non vada (per ora) in barca a vela; e lontano dal mare non potrei vivere; i luoghi dove ho immaginato e immagino, più o meno seriamente, di poter abitare sono molto diversi tra loro, ma tutti hanno in comune il mare.

Il mare, si sa, ha un forte simbolismo come luogo di origine e al tempo stesso di partenza, potrà essere pure una radice, ma è una radice instabile, in perpetuo movimento, aperta e infinita; è liquido protettivo ma anche profondo, abissale, anzi; arioso, azzurro e pieno di luce eppure oscuro e segreto. Chiunque sia nato vicino al mare non può non condividere sia pure in minima parte i suoi mutamenti di umore, i passaggi a volte inspiegabili dalla serenità all’agitazione e persino alla tempesta. E io lo so bene, io che passo per un tipo tranquillo e raramente agisco sopra le righe: perché nei miei pensieri – e nei miei improvvisi scatti d’ira – racchiudo tutte le inquietudini di tutti gli oceani del mondo.

 

Forse

Ecco le mie reazioni ancora eccessive, troppo pianto, troppo dolore, rabbia, anche, e tutta quella mancanza, tutta quella mancanza… questo buco che non si riempie mai, perché dopotutto è fatto della stessa materia di cui sono fatta io. Le stesse cellule, lo stesso miscuglio incasinato di ricerca di qualcosa di stabile a cui aggrapparmi e ricerca dell’instabilità come modo di leggere sempre il quotidiano in modo diverso. Forse, se non mi fosse arrivato qualcosa di così simbolico, suggello di un legame esattamente il giorno in cui. Forse, se non avessi aperto proprio quel giornale oggi che è il primo giorno dell’anno e volevo di nuovo ricordare, dopo essermi ripetuta mille volte che era inutile. Forse, se non avessi questa idea balzana dell’indispensabilità dell’inutile. Il fatto è che sei ancora un pezzo della mia mano, della mia caviglia, una qualche parte ribelle del mio stomaco che si ricorda anche quando non ci credo. E allora vorrei dirti che eri sempre tu, sei stato sempre tu, sempre, ma poi penso che forse è solo il mio cuore che batte da solo, e io non lo sento, ma soprattutto, tu non lo senti. Però, finché sei in qualche punto ribelle di me, posso ancora toccarti col pensiero, e sentirne il calore.

Natale con i tuoi

Non mi sento più saggia, tantomeno migliore. Forse, neanche peggiore. Sono più o meno, con i cambiamenti inevitabili che qualsiasi anno porta con sé, figuriamoci questo, la stessa strana donna misteriosa, probabilmente una strega, che vive appartata (benché nel mio caso non da sola) in una casa che non è in mezzo ai boschi, ma per quanto mi riguarda, è come se lo fosse, per i rapporti che ho con i vicini (e del resto, sono sempre più prossima a trasferirmi in una casa che è realmente tra i boschi, e in cima a una collina).

Alla fine, però, sono una persona da abbracci e strette di mano e coccole come chiunque altro. Per quanto da tempo gli scenari apocalittici spopolino in libri, film, e nei nostri incubi, penso che pochi avessero previsto che un abbraccio, una stretta di mano o un caffè con gli amici potessero diventare un pericolo, un atto di incoscienza, un desiderio proibito. E diventa una fortuna avere in casa qualcuno, non dover superare percorsi a ostacoli per incontrare i figli, anche se poi, mancano comunque genitori, zii e zie, fratelli e sorelle, e tante altre persone che qualche volta solo a Natale, o in quei dintorni, si riuscivano a incontrare.

In quest’anno dalle molte ombre, ho festeggiato con insolito calore il risultato delle elezioni USA, che per me ha rappresentato una delle poche luci, ma molto luminosa. La gioia che ho provato è sembrata strana pure a me: ho fatto – letteralmente – i salti, e la mia esultanza chiassosa ha stanato FiglioMinore dal soggiorno e lo ha spinto a chiedermi se avessi bevuto o fumato qualcosa. No, giuro, neanche un bicchierino, una sigaretta, niente. Semplicemente, ero stata praticamente incollata agli aggiornamenti, minuto per minuto, per quattro giorni: per quattro giorni ho seguito numeri, percentuali, commenti, smentite col muso incollato a tutti i siti che sembravano fornire informazioni più affidabili in tempo reale. Se avessi potuto, sarei scesa in strada a danzare e abbracciare le prime persone che capitavano. Un istintivo entusiasmo, una gioia pura, non mediata da niente, come nel 1982 per l’Italia di Bearzot, e con lo stesso urlo liberatorio (da allora il calcio ha perso quasi completamente interesse per me; la Terra, no). E poi ho ascoltato e compreso e anche condiviso dubbi, scetticismi, richiami alla prudenza, ma continua a importarmene poco.

Anche di quella luce mi sono presto dimenticata, e mi fa piacere ricordarla ora, che torno pian piano, e mai del tutto, a uscire di nuovo da quel velo di malinconia che mi accompagna da quando mi ricordo e fa al tempo stesso da protezione e da limite, da coperta calda e da costrizione dentro la quale scalpito per liberarmi. Mi riapproprio anche, in extremis, e non so se definitivamente o meno, ma non importa, della consapevolezza del valore di un desiderio forte, fortemente mio, che continuo ad accantonare per paura di qualcosa, e di cui invece voglio fare la mia forza e la mia luce, ma non contro la fragilità, perché è proprio dalla fragilità che nasce, dalla fragilità che acquista la sua energia.

Quest’anno che non è stato quasi per nessun un anno di nuove decisioni, in cui abbiamo fatto fatica a concentrarci, anche solo per leggere un libro, e le mancanze hanno a volte pesato tanto da spegnere forse persino le idee, o renderle confuse e accavallate, ecco, riappropriarmi di questo desiderio diventa di fondamentale importanza, e quindi l’augurio che voglio fare a chi passerà di qua è questo: riappropriatevi di un desiderio, uno piccolo, grande, che possa realizzarsi in dieci minuti o in dieci anni, ma che sia un desiderio decisamente, intimamente, fortemente vostro. E che l’anno nuovo possa portarvene altri, con la voglia, più forte di qualunque altra cosa, di mettervi sulla strada per farli diventare realtà, qualunque cosa questo comporti.

Bilanci

Avevo promesso di non sparire, e non intendo farlo, ma ebbene sì, questo anno pieno, come per molti, credo, più di sogni, nuovi progetti e nuove idee che di azioni concrete e di realizzazioni ha messo a dura prova tutto. Persino la scrittura, l’unica attività che pensavo sarebbe stata una presenza granitica in ogni momento della mia vita, qualunque cosa potesse succedere.

Non potendo viaggiare, non potendo praticamente vedere nessuno (e avendo scoperto che a me, misantropa quale sono, questa cosa è mancata un casino), mi sono messa a studiare. Un sacco di cose, come sempre. Nello stesso modo caotico e dispersivo con cui nella vita mi sono innamorata e disamorata varie volte di argomenti, passioni, canzoni, qualche volta anche di persone, e, spessissimo, del mondo.

E a guardare serie TV. Una, in effetti. E non so se ringraziare il Cielo e l’Inferno per Supernatural e per Sam e Dean, attraverso i quali ho potuto vivere, se non altro di riflesso, una vita eroica (e per Jared Padalecki, e per altri, che sono pure loro un balsamo per gli occhi), oppure maledire questa ulteriore, ennesima causa di distrazione che mi allontana dai miei obiettivi e, in certa misura, dalla realtà. L’unica cosa di cui ho scritto in questi mesi (in inglese, come vedrete se cliccate sul link), perché mi sono nascosta dietro storie e vite altrui e dietro la passione, questa sì irrinunciabile, per quella lingua che come ho detto altre volte, dovrebbe essere casa mia, e vorrei che lo fosse, e a volte la sento tale, ci provo con tutte le mie forze, perché lì sono metà delle radici del mio albero, e metà della strada su cui cammino.

Sam – dolce, leale, riflessivo, testardo, ironico e coscienzioso Sam del mio cuore, che quando non sa come affrontare un problema, che sia un mostro, la fine del mondo, Dean in pericolo di vita o la ricetta di un incantesimo, legge e studia, anche su Internet, ma preferibilmente sui libri (come non amarlo?). Sam che ha un cuore grande come una casa, ed è a causa di quel cuore che commette i suoi peggiori sbagli. Per essere quello “prescelto” dai demoni da piccolo, ha una commovente fiducia nelle possibilità del bene, anche nei momenti più oscuri. Quando viene toccato negli affetti più cari, diventa spietato e quasi senza scrupoli, ma si finisce per perdonargli anche questo, perché è estremamente generoso e pronto a dare la vita per proteggere o salvare altri (tutti gli altri, se potesse: ogni morte gli pesa come un macigno). Questo gli interessa molto di più che uccidere mostri, cosa che vede più che altro come un mezzo per raggiungere quel risultato: non lo fa per senso del dovere, ma perché ogni singola persona è importante per lui. Frase preferita: there’s always a way (c’è sempre un modo) e I/we will fix it (ce la farò/faremo, sistemerò/sistemeremo le cose). Difetto più grave: adora suo fratello e gli permette di fare il bello e il cattivo tempo anche quando non ce n’è motivo, perché Dean si è preso cura di lui da piccolo e tacitamente continua a farglielo pesare, sicché Sam si sente in colpa ogni volta che tenta di farsi una vita sua, lontano da demoni e mostri.

Dean – il macho che scherza di fronte al pericolo – di fatto il più tormentato dei due, sempre arrabbiato con qualcosa e/o qualcuno, di solito col mondo intero, a mascherare un cuore di panna (è molto più sentimentale di Sam, ma non lo ammetterebbe mai) e, soprattutto, un senso di responsabilità che comprende tutti e nessuno in particolare. Ama il rock classico e il cibo spazzatura, beve troppo e gli piacciono molto le donne: in genere ha molta fortuna con loro, è contento ma anche geloso quando qualcuna gli preferisce Sam, al quale toccano comunque, ovviamente, gli affetti più profondi e duraturi, perché l’unica “creatura” di genere femminile che Dean è in grado di amare nel tempo è Baby, la sua macchina (la famosa Chevrolet Impala del 1967). Dean è quello che irrompe ad armi spianate e spara a qualunque cosa gli sembri lontanamente “non umana”. Crede nel dovere di lottare contro il male, ma non nella possibilità di vincere. È del tutto incapace di stare da solo. A volte mi fa tenerezza, a volte lo detesto. Frase preferita: awesome (fantastico: sia in senso proprio, sia in senso ironico). Difetto più grave: l’arroganza.

Gabriel – che è (un pochino) meno bello ma assai più simpatico di quanto sembri qui. Decisamente il mio arcangelo preferito. Non compare molto (purtroppo), ma tutte le volte che succede è una gioia.

Crowley, il Re dell’Inferno, perfido Inglese, adorabile canaglia (e forse non uo dei più belli, ma sexy da morire!)

Castiel, l’angelo dalle molte personalità e dai magnifici occhi blu

Vero, trovo le sceneggiature di Supernatural alquanto ben scritte, in generale, pur con qualche caduta (ma suvvia, se fosse perfetto ci piacerebbe di meno, no?), e penso che potrei imparare come si scrivono i dialoghi, come dire senza dire, come esprimere emozioni con un breve tratto di penna, un primo piano e un aside.

Ma la verità vera è che se la nostra vita ci bastasse, se non fossimo infinitamente contraddittori e non volessimo cose diverse e in insanabile contrasto tra loro, probabilmente non avremmo inventato né la scrittura, né il cinema e la musica, e nemmeno le serie TV.

Per cui, mentre cerco di capire se voglio rimettermi in gioco ancora una volta, e come, e quanto; se il mio scarso senso pratico mi permetterà di realizzare un progetto che coinvolgerebbe le lingue, l’amore per i viaggi, le mie arrugginite conoscenze giuridiche, un paio di talenti che forse ho e un altro paio che dovrei inventarmi e costruirmi; e se la realizzazione di questo progetto (o sogno, o vaga idea) finirebbe per compromettere irrimediabilmente l’unica cosa che credevo valesse per me più di ogni altra (la scrittura, again, e tutti i suoi contorni e dintorni); mentre continuo a fare bilanci di quest’anno e of the road so far sempre nel modo caotico di cui dicevo, uso Supernatural e lo benedico, sì, perché mi ha messa ancora una volta di fronte al fatto che volevo rendere straordinaria la mia vita e non l’ho (ancora) fatto, non quanto chiedevo a me stessa (peraltro, sono consapevole che mi sono sempre chiesta e continuo a chiedermi parecchio). Di fronte al fatto che volevo lasciare qualche traccia buona nel mondo, qualunque cosa questo potesse costare, e ogni giorno mi arrendo un po’ e poi un pochino riprendo a combattere, contro demoni, parti oscure, stanchezza e molto altro. Che mi piacciono gli eroi, purché siano testardamente leali e non perdano mai la tenerezza (e amino leggere e fare ricerche). E che la mia vita continua a non bastarmi, e io continuo a volere almeno venti cose diverse e in insanabile contrasto tra loro.

E dunque, sono ancora, e di nuovo, qui, oggi, e forse domani, o dopodomani, o tra una settimana o un mese, a preparare il pandolce, questa volta solo per noi quattro, e a domandarmi quanto, davvero, sono disposta a dare e togliere e fare, in concreto, per la scrittura, quanto mi importa di ritrovarla in fondo alle stanze segrete murate nel seminterrato in cui troppe volte la nascondo, e ritirarla fuori e non nasconderla più.

P.S. perdonatemi se ho messo solo foto di personaggi maschili: ci sono alcuni personaggi femminili che adoro, e le donne del cast sono tutte una più bella dell’altra, ma in questi giorni avevo voglia di rifarmi un po’ gli occhi. Magari nei prossimi giorni…

LA RAGAZZA DELLA MONTAGNE – Tredicesima puntata

È passato un po’ di tempo, ma ecco di ritorno Sacagawea, Meriwether Lewis, William Clark e le meravigliose terre esplorate dalla Spedizione dopo l’acquisto della Louisiana. Proprio perché è passato un po’ di tempo, questa puntata è più lunga del solito, ma spero comunque leggibile. Come sempre, trovate le puntate precedenti cliccando sul tag corrispondente qui.

III

Piccoli sbuffi di fumo si alzavano dal gruppetto seduto in un cerchio più o meno regolare intorno al fuoco. Insolitamente, era presente anche Lewis: da qualche tempo, le serate nuvolose gli impedivano ogni osservazione della luna, con suo grande dispiacere, e così si era unito agli altri. C’erano anche Charbonneau e Sacagawea, con il piccolo Pomp che gattonava un po’ qui e un po’ là, senza allontanarsi troppo.
A un tratto, la ragazza si alzò e fece segno di seguirla. Non era sembrata rivolgersi a nessuno in particolare, ma solo Lewis e Clark si alzarono a loro volta. Quando le furono accanto, lei indicò un punto dell’altopiano alla loro destra.
«Quelle colline», disse, «noi le chiamiamo “La testa del castoro”. La vedete»?
I due uomini osservarono per qualche secondo la curiosa forma dei rilievi. «Non ci avrei mai pensato», ammise Lewis, «ma è vero, da questa angolazione, sembrano proprio una testa di castoro».
«Non è lontano dall’accampamento estivo della mia nazione», riprese Sacagawea. «C’è un fiume, oltre le montagne, che scorre verso la direzione in cui il sole tramonta. Lì troveremo la mia gente».
Queste parole furono un balsamo per Lewis. Trovare dei cavalli e ottenere informazioni sul territorio era sempre più indispensabile, e Lewis era determinato a farcela, gli fosse pure costato un mese di viaggio. Se non fosse riuscito nell’intento, avrebbero dovuto abbandonare gran parte delle scorte, che già bastavano a malapena. Proseguire l’esplorazione sarebbe diventato estremamente difficile, se non impossibile.
Oltre che un fallimento, il mancato completamento della missione avrebbe rappresentato, per Lewis, un vero e proprio dolore. Tra fiumi in piena e placidi cieli stellati, deserti di pietra e colline rigogliose di piante sconosciute; e tra bolle e tumefazioni su ogni parte del corpo, dissenteria e zanzare, gelo e caldo rovente, si era definitivamente innamorato di quella terra vasta e selvaggia, a tratti accogliente, a tratti scostante, dura e irta di pericoli. Nel tentare di descriverne la straordinaria geografia, e tutte le innumerevoli specie animali, le formazioni minerali, le specie botaniche, aveva finito per convincersi che il suo mistero sarebbe sempre rimasto in qualche misura impenetrabile; ma aveva deciso che conoscerla sempre più a fondo sarebbe stato, da quel momento, l’obiettivo di tutta la sua vita.

La prima cosa che Lewis vide fu il cavallo.
Aveva deciso di lasciare a Clark la responsabilità del gruppo, e di proseguire con due uomini, Drouillard e Shields, fin oltre le montagne verso il Columbia – il fiume di cui aveva parlato Sacagawea – in cerca dell’accampamento indiano.
Quando Lewis fu in grado di veder meglio l’Indiano a cavallo, si rese subito conto, dai suoi abiti, e dalla foggia dell’arco e delle frecce, che apparteneva a una nazione diversa da quelle finora viste. Il cuore gli si riempì di gioia. Di certo era uno Snake, appartenente alla Nazione di Sacagawea. Montava con eleganza, senza sella, e una cordicella attaccata alla parte inferiore del muso gli faceva da briglia.
Temendo che interpretasse la presenza di tre uomini come una minaccia, Lewis fece segno a Drouillard e Shields di fermarsi, ma loro parvero non accorgersene e continuarono ad avanzare.
Quando furono a circa quattrocento metri da lui, l’Indiano si fermò, e così fece Lewis: tirò fuori la coperta dallo zaino e la prese tra le mani ai due angoli. Per tre volte, la lanciò in aria sopra la testa, facendola poi ricadere come per distenderla. Era il segno dell’amicizia usato dagli Indiani delle Montagne Rocciose e a quelli del Missouri. L’origine di quel gesto, come Lewis aveva appreso nei suoi viaggi, veniva dalla loro abitudine di stendere un mantello o una pelle d’animale affinché gli ospiti che li visitavano potessero sedervisi sopra.
Tuttavia, l’uomo a cavallo mantenne la propria posizione, e parve guardare con sospetto Drouillard e Shields. Lewis avrebbe voluto ordinare loro di fermarsi, ma erano troppo distanti per udire la sua voce, mentre se avesse inviato loro dei segnali, probabilmente non avrebbe fatto altro che accrescere il sospetto dell’Indiano che avessero cattive intenzioni nei suoi confronti. Tirò allora fuori dallo zaino alcune perline, una lente d’ingrandimento e altra chincaglieria, e avanzò verso di lui disarmato.
L’uomo rimase immobile nella stessa posizione fino a quando Lewis fu a circa duecento passi da lui, allorché girò il cavallo e iniziò ad allontanarsi lentamente; Lewis lo chiamò a gran voce, ripetendo la parola tab-ba-bone, che a quanto ne sapeva, in molti dei dialetti nativi significava uomo bianco[i]. L’uomo si fermò, pare quasi voler aspettare Lewis, ma di tanto in tanto lanciava uno sguardo dietro le sue spalle, verso Drouillard e Shields, che continuavano ad avanzare. Possibile che non avessero abbastanza cervello da rendersi conto che stavano intralciando i suoi tentativi di avvicinare l’Indiano? A quel punto, non potendo fare altro, cercò di attirare la loro attenzione con i gesti, perché non si avvicinassero oltre. Drouillard obbedì subito, ma Shields non si accorse di nulla.
Lewis ripeté le parole tab-ba-bone e mostrò gli oggetti che aveva con sé, mentre si dirigeva verso l’uomo lentamente, con passo tranquillo. Tuttavia, quando fu a pochi passi da lui, questi voltò nuovamente il cavallo, con un colpo di frusta gli fece saltare il torrente e scomparve in un istante tra i salici, forse per colpa di Shields.
Lewis e i due uomini provarono a mettersi sulle tracce del cavallo, sperando di essere condotti all’accampamento. Tuttavia, in breve giunsero a un terreno aperto, e Lewis si rese conto che la traccia proseguiva verso le alte colline verso nord, e che dalle cime li avrebbero facilmente avvistati. Il rischio era di allarmare tutti gli abitanti del villaggio e farli fuggire ancora più lontano, dove non sarebbero più riusciti a trovarli.
Si fermarono dunque a far colazione e preparare un assortimento di oggetti, che Lewis attaccò all’estremità di un palo piantato vicino al fuoco: se gli Indiani fossero tornati in esplorazione, avrebbero compreso che non avevano intenzioni ostili. Poco dopo, iniziò a piovere e grandinare, e per quel giorno, ogni speranza di poter seguire ancora le tracce del cavallo dovette essere definitivamente abbandonata.

IV

Proseguendo lungo il sentiero indiano verso ovest, Lewis e gli altri due oltrepassarono una profonda valle solcata da un ampio fiume, ai piedi di una catena di monti con le pendici ricoperte di pini e le cime parzialmente innevate[1].
Le valli della zona, benché assai belle, erano piuttosto poco fertili, come Lewis ebbe modo di osservare: il suolo era argilloso e non produceva quasi nient’altro che fichi d’India. Ve n’erano infatti ben tre specie diverse, due comuni anche alle zone del Missouri; la terza caratteristica di quel territorio, con piccole foglie spesse e rotonde, irta di spine acuminate e taglienti, e per giunta ricoperte di una specie di barba che sembrava saldare insieme foglie e spine in maniera indissolubile: se solo una spina toccava un mocassino, infatti, vi aderiva immediatamente e si portava dietro la sua foglia, ricoperta in ogni direzione da un’infinità di altre spine. Delle tre specie, quella era di gran lunga la più fastidiosa.
D’un tratto, uno degli uomini fece segno a Lewis, indicando in silenzio un punto poco lontano. Lewis guardò, e solo allora si rese conto di essere a pochissima distanza da tre donne indiane, che al vederli apparvero terrorizzate: essendo troppo tardi per fuggire, sedettero sul pavimento, reggendosi il capo, quasi si aspettassero la morte certa.
Subito, Lewis posò la pistola e si diresse verso di loro. Due erano molto giovani, la terza più anziana. Prese quest’ultima per mano e la fece alzare, ripetendo più volte la parola tab-ba-bone e tirando su la manica della camicia perché vedesse la sua pelle. Voleva che capisse che erano bianchi, e non membri di una tribù nemica, visto che il loro viso e le mani erano stati esposti così a lungo al sole che erano ormai scuri quanto quelli di un Nativo.
Lewis diede loro alcune perline, dei punteruoli usati per fabbricare i mocassini e altri piccoli oggetti. Questo rassicurò molto le tre donne, che apparivano ora molto più calme e felici dei doni.
Pitturò quindi le loro guance con del colore vermiglio, che sapeva essere simbolo di pace presso la loro nazione, poi spiegò loro, a gesti, con l’aiuto di Drouillard, che essi desideravano moltissimo visitare il loro campo, per conoscere i capi e i guerrieri della Nazione.
Le donne non si fecero pregare, e subito partirono tutti insieme.
Dopo tre o quattro chilometri, si imbatterono in un gruppo di una sessantina di guerrieri, in groppa a splendidi cavalli, che si avvicinavano a grande velocità. Quando arrivarono presso di loro, Lewis avanzò verso di loro con la bandiera aperta.
Il Capo e altri due uomini, che erano un po’ più avanti rispetto agli altri, parlarono con le due donne, le quali mostrarono i piccoli regali ricevuti con grande contentezza. A questo, i tre uomini abbracciarono Lewis con molto calore; anche troppo, per quanto lo riguardava. Ciascuno di loro, poi, abbracciò a turno Drouillard e Shields, nello stesso modo, che era evidentemente quello per loro usuale: ognuno poneva il braccio sinistro sulla spalla destra dell’altro, cingendogli la schiena e appoggiando la guancia sinistra alla sua. Poiché i guerrieri si dipingevano il viso e tutto il corpo con una pittura oleosa e attaccaticcia, il fervido abbraccio nazionale li lasciò in breve tutti completamente impiastricciati.
Finalmente, esaurita quella parte dei convenevoli, Lewis fece accendere le pipe e diede loro da fumare: essi sedettero in circolo e si levarono i mocassini prima di accettare. Spiegarono poi che questo indicava un sacro obbligo di sincerità.
«Togliere le scarpe significa: “Fumando la pipa abbiamo preso un impegno di amicizia con te. Che Manitù ci faccia andare scalzi per sempre, se dovessimo comportarci in modo sleale”.
Non la si poteva certo definire una punizione da nulla, pensò Lewis, se hai da marciare su quell’accidentato territorio a piedi nudi.
Li accompagnarono al loro accampamento, e qui entrarono in una tenda di cuoio e sedettero su rami e pelli di antilope.
Uno dei guerrieri alzò l’erba al centro della tenda, formando un piccolo cerchio; il Capo tirò fuori una pipa di pietra serpentina verde e del tabacco, e una lunga cerimonia ebbe inizio.
Tutti tolsero i mocassini, quindi il Capo, di fronte al cerchio magico con la pipa accesa, pronunciò un discorso di diversi minuti, a conclusione del quale puntò il cannello della pipa verso i quattro punti cardinali, partendo da est e terminando a nord. Porse poi la pipa a Lewis come per offrirgliela, ma quando egli allungò la mano per prenderla, la trasse indietro.
Il Capo ripeté lo stesso rito tre volte, dopodiché puntò il cannello prima al cielo e poi verso il centro del cerchio magico, aspirò dalla pipa e ne trasse tre sbuffi di fumo, poi la tenne per Lewis fino a quando questi ebbe aspirato tante boccate quanto gli parve appropriato, passandola poi a ciascuna delle persone bianche presenti, e infine la diede ai suoi guerrieri.
Dopo la cerimonia, Lewis spiegò al Capo Cameahwait le ragioni del loro viaggio. Un nugolo di giovani donne, bambini e ragazzini si era radunato intorno alla tenda e li osservava con grande curiosità, essendo i primi bianchi che avessero visto nella loro vita. Dopo aver parlato con il Capo, Lewis distribuì a tutti altri piccoli oggetti.
A quel punto era ormai sera inoltrata, e Lewis e i suoi non toccavano cibo dalla sera prima.  Gli stessi Nativi, del resto, non avevano granché da mangiare. Il capo diede loro alcuni tortini di amelanchier e delle bacche di sambuco nero seccate al sole.
Lewis s’incamminò poi verso il fiume che scorreva accanto all’accampamento, le cui acque assai rapide e trasparenti scorrono tra rive basse e scoscese.
Il Capo gli aveva detto che quel corso d’acqua sfociava in un altro fiume più ampio, a circa una mezza giornata di cammino[2]. Questo secondo fiume, assai rapido e roccioso, era stretto tra montagne inaccessibili: secondo Cameahwait, era impossibile attraversare quella zona, sia per via di terra che d’acqua. Non era certo una buona notizia: Lewis poteva solo sperare che avesse esagerato apposta, per indurli a desistere o a trattenersi più a lungo presso l’accampamento.
Più tardi, uno dei guerrieri invitò Lewis presso la sua tenda, e condivise con lui della carne di antilope bollita e del salmone fresco arrostito; era il primo salmone che vedeva, e oltre a essere grato del gesto generoso, tantopiù che aveva ancora una gran fame, questo lo convinse definitivamente di trovarsi già sulle acque del Pacifico.
Il Columbia era stato scoperto da Robert Gray appena una dozzina di anni prima. Nel preparare la Spedizione, Lewis e Jefferson avevano sottostimato le distanze tra le sorgenti del Missouri verso il Mississippi ad est, e quelle del Columbia che andava a gettarsi a ovest nel Pacifico. Avevano immaginato un percorso relativamente breve, facile da percorrere con le carovane, che nell’idea di Jefferson, avrebbero trasportato le merci da un fiume all’altro per il commercio. In realtà, come gli uomini della Spedizione avevano capito ben presto, il percorso non era né breve, né facile. Ma ancora non si erano resi del tutto conto di quanto lungo e difficoltoso fosse.
L’interno di tutte le tende del campo era confortevole, spazioso e fresco, e sempre pervaso dall’odore, per lui assai gradevole, del fumo delle pipe e del cuoio con cui fabbricavano gran parte dei loro strumenti e dei loro abiti. La luce proveniente dall’unica apertura dell’abitazione, sul tetto, creava talvolta l’effetto suggestivo di una colonna dorata posta al centro di un salone.
Dopo la frugale cena, i Nativi si intrattennero con danze quasi tutta la notte. Lewis si ritirò verso la mezzanotte, ma i suoi uomini restarono a lungo a divertirsi con loro. Diverse volte egli fu svegliato da grida e risate, ma era troppo esausto per lasciarsi distogliere da una notte di riposo quanto meno decente.

[1] Lewis stava in effetti guardando i Monti Lemhi, e la valle del fiume omonimo (oggi Lewis River) nell’odierna Lemhi County, nell’Idaho.

[2] Il fiume Salmon.

[i] Le fonti non sono concordi su questo termine, che alcuni ritengono significasse “straniero”, altre che non avesse alcun significato nella lingua Scioscione. Si ritiene che Lewis intendesse in realtà Ti-yo bo-nin, che vuol dire “Sono un uomo bianco, vedi!”, da Ti-you, che indica pressappoco “chi viene dalle terre del sole nascente”. È comunque più che possibile che a quel tempo gli Scioscione non avessero alcuna espressione specifica per riferirsi agli “uomini bianchi”, non avendo avuto precedenti incontri con essi.

Al mio Genio, nel giorno della sua nascita / To my Genie, who was born today

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Mork               Dr. Litney, io non le piaccio, non è così?
[…]. Ora, venendo a quel test a causa del quale mi odia…

Dr. Litney       Vostro Onore, io non odio quest’uomo, ma ieri, durante uno dei miei test, ha cercato di infilare un piolo quadrato in un foro rotondo.
Mork               Ma ci sono riuscito, Vostro Onore.
Dr. Litney       C’è riuscito, c’è riuscito, non so come abbia fatto, ma il pezzo non è più venuto fuori. Mi ha rovinato un’ottima tavola da gioco!

Il mio Genio, nato oggi, continua da Ork ad essere lo stesso  square peg in a round hole, un piolo quadrato in un foro rotondo, quel misto di onestà e dolcezza, leggerezza e profondità, quell’essere anticonvenzionalmente anticonvenzionale, ancora e sempre unico, ancora e sempre il mio amato Genio.

Mork             Dr. Litney, you don’t like me, do you? Now, about these tests you ran that made you hate me.
Dr. Litney:   Your Honor, I don’t hate this man, but yesterday, during one of my tests, he tried to put a square peg into a round hole.
Mork            But I did it, Your Honor.
Dr. Litney:    He did. He did. I don’t know how he did it, but I can’t get the peg out now, and it ruined a perfectly good board.

My Genie was born on this day. Now he continues, from Ork, to be the same square peg in a round hole, that unique combination of tough honesty, sharp eye and gentleness, lightness and depth; always unconventionally unconventional, always my beloved Genie/Genius. And my guiding light.