Crescere

(riflessione personale). Tendiamo a dimenticarci quanto difficile sia stato, crescere, quando è toccato a noi. Quanto sia ancora difficile. Non possiamo chiedere ai nostri figli di essere pronti per qualcosa per cui noi siamo impreparati da molti anni.

PADRI

Le cose che volano,
come la polvere che siamo
portano messaggi al cielo in altre lingue,
un canto d’ali che freme
tra le scapole e il cuore.
Penso a te, padre mio:
raccontami come stai,
come si vive camminando su una fune
trasportando paglia per il nido
da uno spazio a un altro.
E penso a tutti i padri che mi sono costruita,
che ho immaginato e scritto;
i padri d’albero e di lingua,
di casa e di viaggio e di mani e piedi
di penna e di spada, di tenebra e colore.
I padri dei miei libri, della mia voglia inaffermata,
delle cose inanimate che prendono vita
nella mia testa scarruffata
e di quelle che muoiono piano, sottovoce,
perdute senza far rumore e senza drammi.
Padri miei di cielo e terra, oggi
vi amo tutti ad uno ad uno
nella mia lingua, l’unica che so.
Vi sono debitrice di queste pagine di fuoco,
dell’ombra del gatto tra le tende,
degli sbagli scintillanti che ho adoperato ad ogni bivio
perché di andare dritti non è il caso
e per diverse che siano le mie e le vostre ali
tutto quello che vola si somiglia
della mia lingua d’albero voi siete i rami
della mia casa siete le mani e la penna
e siete la voglia dei miei libri, la spada
di tutto quello che non fa rumore,
la terra dove si ritrovano
tutte le cose perdute.

La ragazza delle montagne – Capitolo 15

VI

La mattina dopo Lewis mandò Drouillard e Shields a caccia, e chiese agli Indiani di restare al campo, e più in silenzio possibile, temendo che il rumore e il numero di tanti cavalieri spaventasse la selvaggina. Non gli era venuto in mente che questa potesse essere interpretata come una richiesta sospetta, risvegliando i dubbi così faticosamente acquietati. Subito, alcuni giovani si allontanarono, galoppando fino a raggiungere i due uomini, seguendoli poi costantemente come ombre.
Nel frattempo, Lewis, Cameahwait e gli altri proseguivano il cammino sulla pianura. Avevano appena oltrepassato una strettoia tra le valli – luogo ideale per un’imboscata, in effetti – quando uno dei giovani che avevano seguito i cacciatori tornò indietro al galoppo di gran carriera, spronando il cavallo con dei gran colpi di frusta. Il Capo si arrestò, con aria preoccupata. Lewis, a sua volta, fu assalito dall’ansia. Se per disgrazia qualcuno dei nemici degli Scioscioni si fosse trovato lì proprio in quel momento, la circostanza di certo non sarebbe stata interpretata come una semplice coincidenza.
Fortunatamente, si trattava di tutt’altro: il giovane riferì che i due cacciatori avevano ucciso un cervo, e che c’era di che banchettare per tutti.
In un attimo, la marcia relativamente ordinata si trasformò in una corsa sfrenata e selvaggia, polvere e scalpitare di zoccoli e grida di esultanza.
Come i suoi compagni, l’uomo che era a cavallo con Lewis si diede a frustare l’animale con tale veemenza che il povero Lewis, che montava senza sella, sobbalzava e rimbalzava di continuo. Gli chiese di rallentare un po’ i colpi, almeno, ma l’uomo era così impaziente che preferì scendere da cavallo e correre a piedi, benché fossero ancora distanti almeno due chilometri.
Quando arrivarono dove si trovava il cervo, i Nativi si avventarono sulla carne, strappando con le mani pezzi di carne e divorandoli crudi. Diversi di loro erano riusciti ad accaparrarsi bocconi di fegato, trippe, reni e intestini, e rivoli di sangue scendevano dagli angoli delle loro bocche. Se l’appetito di Lewis non fosse stato più forte di certe sottigliezze, per un bel pezzo sicuramente non sarebbe più stato in grado di mangiare.
Lui e i suoi uomini avevano provato sulla loro pelle cosa significava la fame, ma solo per un breve periodo della loro vita; per quei poveri diavoli, pensò, la fame era normale, li accompagnava per tutta la vita. La scena si ripeté praticamente identica con un secondo cervo che Drouillard aveva ucciso e lasciato lì per loro; e quando all’ora di pranzo Drouillard li raggiunse con un terzo cervo, ancora una volta, tolta la porzione che Lewis tenne per il suo gruppo, Cameahwait e i suoi mangiarono tutto, compresa la parte morbida presente all’interno degli zoccoli.

Nel pomeriggio, durante un’altra sosta, Lewis rispiegò a Cameahwait in dettaglio il luogo preciso dove avrebbero incontrato Clark e il tragitto per arrivarci. Il Capo, con fare solenne, coprì il collo e le spalle di Lewis e dei suoi con gli splendidi scialli che egli già aveva avuto modo di notare con ammirazione. Capì subito che lo scopo era quello di mimetizzarli, e la ragione era sempre la stessa, ossia il timore dei loro nemici. Con la sua camicia di pelle di daino, scarmigliato, la pelle dorata dal sole, non era necessario nient’altro per dare a Lewis in tutto e per tutto l’aspetto di un Indiano. Gli altri uomini seguirono il suo esempio e presto la trasformazione fu completa.
Quando non erano ormai a più di tre, quattro chilometri dal bivio di Beaverhead, dove Clark avrebbe dovuto attenderli, divenne chiaro che il Capitano non c’era.
Gli uomini di Cameahwait rallentarono, perplessi e di nuovo diffidenti. Sui volti di qualcuno, il dubbio e l’incertezza andavano lasciando il posto a un’espressione vagamente minacciosa. Lewis pensò che una volta che si fossero fermati del tutto, lui e i suoi uomini sarebbero stati in serio pericolo.
Senza avere la minima idea di cosa fare, ma determinato a recuperare la loro fiducia a qualunque costo, Lewis agì col coraggio della disperazione: diede a Cameahwait la sua pistola e gli disse che se i loro nemici fossero usciti dai cespugli, avrebbe potuto usarla per difendersi. «Io non ho paura di morire», aggiunse. «Se vi convincerete che vi abbiamo ingannato, potrete fare di quella pistola l’uso che volete».
Gli altri seguirono quella mossa audace, consegnando a loro volta le pistole ai Nativi. Avendo sopito i loro timori, almeno per il momento, Lewis cercò di pensare rapidamente a un modo per tranquillizzarli un po’ più a lungo.
Gli venne in mente un foglio con certi appunti che aveva lasciato lì vicino per Clark, e mandò Drouillard con uno degli Indiani a prenderlo. Disse poi a Cameahwait che il biglietto proveniva da Clark, il quale lo avvertiva che erano stati rallentati dalla difficoltà di navigare il fiume Jefferson, e si trovavano al momento appena oltre le montagne. Propose che uno dei loro guerrieri andasse in esplorazione, con uno dei suoi uomini, mentre egli sarebbe rimasto, insieme agli altri due membri della spedizione che erano con lui. Compresero subito, senza bisogno che lo specificasse, che in questo modo, egli si stava offrendo come ostaggio. Detestava mentire, e anche questo piccolo stratagemma, giustificato dalle circostanze, lo metteva a disagio; esporre sé stesso significava tra l’altro una promessa, un impegno personale a garantire gli scopi pacifici della spedizione, su cui così spesso aveva insistito.
Il piano fu accettato, tuttavia, benché la maggior parte dei Nativi sembrasse soddisfatta, alcuni sottolineavano che “gli Americani” continuavano a raccontare storie diverse, e accusavano il Capo Cameahwait di esporli a gravi pericoli senza ragione.
Lewis sapeva che se i Nativi fossero andati via, si sarebbero immediatamente dispersi e nascosti tra le montagne, dove sarebbe stato impossibile trovarli. La sua speranza di ottenere dei cavalli e proseguire la spedizione avrebbe rischiato, ancora una volta, di andare in fumo.
In preda a sua volta a mille pensieri e mille domande sul destino di Clark e del resto del gruppo, Lewis usò tutte le sue risorse per mostrarsi perfettamente tranquillo. Intorno al fuoco acceso con rami di salice, Cameahwait e altri cinque o sei uomini sedettero ad ascoltare, mentre egli raccontava di Sacagawea, la ragazza della loro Nazione che avrebbe fatto da interprete, e del suo coraggio; e di York dalla pelle scura come il noce degli Stati del nordest; e di tutto il cibo e gli oggetti che al loro ritorno la spedizione avrebbe loro portato come compenso per i cavalli.
Nessuno di loro dormì molto, quella notte. Non i Nativi, molti dei quali si erano rifiutati di avvicinarsi all’improvvisato accampamento e al fuoco di Lewis, nascondendosi tra i salici, evidentemente ancora timorosi di un attacco notturno. Non Lewis, i cui pensieri erano interamente occupati dal destino della spedizione, che per lui aveva sempre avuto almeno tanta importanza quanto la sua stessa vita.

E se, invece…

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Un imperativo a metà mi ha accompagnata per tutta la vita: focalizzarmi. Dico a metà, perché sebbene lo sentissi come una necessità impellente, metterlo in pratica è stato sempre tutto un altro paio di maniche. Avrei voluto essere un’esperta conoscitrice di cinema (e, ultimamente e in misura più limitata, anche di TV), oppure parlare correntemente sette lingue, oppure avere una vastissima cultura letteraria, oppure essere una studiosa di relazioni internazionali di fama, il che implica naturalmente un considerevole interesse per la politica, nel senso presumibilmente più nobile del termine, ma poi che dire della musica? Beh, quella più che altro l’ho sempre coltivata da ascoltatrice, ma strimpellavo un paio di strumenti, e se ci avessi dedicato più tempo… Mi sono dilettata varie volta con la cucina, e ho accarezzato l’idea che avrei potuto anche (oppure) studiare cucina seriamente. In tutto questo, avrei voluto avere una casa sempre in ordine e pulitissima, essere sempre impeccabile non solo quando esco, e avere un sito professionale pieno di contenuti, scritti, audio e video coinvolgenti e molto ben confezionati. E non ho ancora parlato di uno dei più importanti aspetti della mia vita, oggi purtroppo difficilmente raggiungibile in tempi di pandemia, ma di cui vorrei occuparmi a tempo quasi pieno (oppure): il giardino.

E se, invece, dovessi limitarmi a prenderne atto, fare pace, alla mia quasi veneranda età, con il fatto che tutte queste cose hanno per me un valore?

Unire, combinare, affratellare, innestare. Cosa implica questo? Non vorrei proprio continuare ad aprire e chiudere pezzi in maniera del tutto disorganizzata, secondo l’uzzolo del momento. Ma continuare a riflettere e poi agire in base a qualcosa di molteplice. Buttare giù idee e trovare un modo per metterle insieme. Magari non un piano, perché mi sa che ai piani, in senso stretto, sono altamente allergica. Ma qualcosa che gli somigli abbastanza da poter finalmente mettere tutte queste idee, questi pezzi di vita e di passione, a disposizione di qualcosa di concreto, per me, e se possibile anche per altri. Qualcosa di variegato, composito, ma in qualche modo intero e non più spezzettato.

E se, invece…

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – 14a puntata

Da un po’ di tempo avevo lasciato i miei avventurosi esploratori alle prese con un gruppo di Nativi Scioscioni molto cordiali ma non del tutto tranquilli sulle intenzioni degli “Americani”. Se vi siete persi le puntate precedenti e volete recuperarle, o eventualmente ripassarle, le trovate qui

V

Il giorno dopo, anche per dar modo a Clark di raggiungerlo, Lewis decise di trascorrere quanto più tempo possibile all’accampamento e ricavare tutte le informazioni che poteva sul territorio.
Non avendo da mangiare altro che un poco di farina e mais riarso e le bacche degli Indiani, Lewis mandò Drouillard e Shields a caccia; gli Scioscioni prestarono loro dei cavalli, e diversi giovani si unirono ai due uomini.
Per lo più, come Lewis aveva avuto modo di apprendere, essi cacciavano antilopi, inseguendole a cavallo e uccidendole con le frecce. Erano cavalieri abilissimi, benché per briglie non avessero che corde di peli di bufalo intrecciate, e per sella una tavola di legno coperta di pelle non conciata.
Le antilopi, animali assai agili e resistenti, non avrebbero potuto essere raggiunte da un solo cavallo, per cui, quando i cacciatori avvistavano un branco, si separavano e si lanciavano in varie direzioni tutt’intorno, generalmente appostandosi poi su qualche altura dominante, mentre solo uno o due di loro rincorrevano il branco a tutta velocità attraverso colline, valli e burroni.
Dopo un inseguimento di una decina di chilometri, intervenivano i cavalli freschi: in tal modo, ovunque i poveri animali si voltassero per fuggire, si trovavano di fronte gruppi di cacciatori al galoppo, e così essi, terrorizzati e confusi, potevano essere facilmente colpiti dalle frecce. Tutto questo impegnava fino a quaranta o cinquanta cacciatori, per catturare non più di due o tre antilopi. Non c’erano alci nella zona, e contro i cervi, abili a nascondersi tra i cespugli, archi e frecce erano armi poco efficaci.
Lewis ebbe anche modo di osservare alcuni uomini fabbricare delle trappole per i lupi e le volpi e affilare delle selci, ammirando la velocità di movimento delle loro dita, e la precisione del risultato.
Archi e frecce e selci erano praticamente gli unici strumenti di cui disponevano; in guerra, usavano l’arco e uno scudo in pelle di bisonte, del tutto a prova di freccia, decorato e preparato con un rito complesso e solenne, grazie al quale avrebbe protetto il suo proprietario da qualunque arma, pallottole comprese.
La caccia durò un paio d’ore e Lewis riuscì a godersi, dalla sua tenda, gran parte di quello spettacolo emozionante, anche se purtroppo, tutti i cacciatori tornarono a mani vuote. Egli fece preparare un impasto di farina e bacche, che assicurò al gruppo un pasto gradevole, ma alquanto modesto.
Quel pomeriggio, Lewis chiese al Capo Cameahwait di descrivergli meglio la geografia del territorio. Drouillard faceva loro da interprete. Come Lewis aveva avuto modo di imparare, la lingua dei segni, oltre ad avere il vantaggio di essere molto simile, per tutte le Nazioni indiane che avevano incontrato sul loro cammino, era sorprendentemente precisa. Certamente, qualche dettaglio poteva andare perduto, qualche malinteso capitava, ma molto meno di quanto egli sarebbe stato portato a pensare.
Dove i gesti non arrivavano, Cameahwait si aiutava disegnando con un legnetto, sul terreno, i contorni dei fiumi, delle montagne e dei passaggi.
Le notizie erano però ben lontane da quelle che Lewis sperava.
«Il fiume», spiegò Cameahwait, «si unisce a un altro corso d’acqua, più a valle. Occorrono almeno tre giorni di marcia, per arrivare là dove essi si incontrano». In quel punto, mentre continuava a parlare e fare ampi segni con le mani, aiutandosi con tutto il corpo e con le espressioni del volto, l’uomo collocò alcuni mucchi di sabbia. Lewis comprese che si trattava di alte montagne, coperte di neve, e che il fiume Salmon proseguiva il suo corso attraverso quella vasta catena di cime rocciose e ripidissime.
«Il Fiume dei Salmoni», continuò Cameahwait. «dalla mia gente viene anche chiamato il Fiume del Non Ritorno. Le montagne racchiudono le due rive così strettamente, che ogni passaggio è impossibile. Il letto è ostruito da rocce appuntite e taglienti come coltelli; i cavalli degli spiriti delle acque sono sempre al galoppo, schiumano sotto lo sforzo, e le alte onde create dalla loro corsa sbattono continuamente le une contro le altre. In questo modo, gli Spiriti tengono lontani gli intrusi».
Lewis cercò una possibile via d’uscita.
«Che mi dite delle montagne? Non potremmo passare di là?».
Cameahwait scosse la testa.
«Sono inaccessibili anch’esse, agli uomini e ai cavalli. Né io, né altri uomini della mia Nazione ci siamo mai spinti lungo il fiume oltre quelle montagne. Tuttavia», proseguì, riaccendendo un minuscolo lumino di speranza nel cuore di Lewis, «verso sudovest, a quanto ho saputo da coloro che abitano al di là del Fiume dei Salmoni, esso prosegue per un lunghissimo percorso verso il luogo dove il sole tramonta, disperdendosi infine in un immenso lago d’acqua dal sapore amaro, dove abitano degli uomini bianchi».
«Ma dunque avete avuto contatti con quelle Nazioni. Siete proprio certo che non ci sia modo di attraversare quelle terre?». Aveva ancora il dubbio che il Capo volesse fargli credere l’impresa più ardua di quello che in realtà era.
«C’è un anziano, nel villaggio», rispose Cameahwait, «che forse vi potrà aiutare. La sua famiglia appartiene a una tribù che vive a circa venti giorni di marcia da qui, non lontano dai bianchi , dai quali acquistano cavalli e muli. Potete parlare con lui, se volete. Lui qualche volta va a trovare la sua famiglia».
Le informazioni dell’anziano, un uomo dalla pelle di cartapecora e dai capelli candidi, non rassicurarono molto Lewis. «Per sette giorni dovrete arrampicarvi su montagne aspre e ripide», spiegò, aiutandosi a sua volta con qualche semplice schizzo sul terreno. «Non troverete nessun animale da cacciare, niente selvaggina lì, solo radici. Lì abita la Nazione dei Mocassini Rotti, loro sono sempre sul piede di guerra. Vivono tra le rocce, come gli orsi, e mangiano radici e la carne dei cavalli che rubano a chi passa dal loro territorio. Infine, vi sono sul terreno pietre appuntite, che feriranno gli zoccoli dei vostri cavalli, e dopo non potranno più camminare.
Se poi riuscirete a superare quella parte del percorso», continuò il vecchio, «dovrete ancora camminare per almeno dieci giorni, in un deserto di sabbia. Lì non troverete proprio niente, non c’è cibo, nemmeno radici, nulla per gli uomini né per i cavalli, e non c’è una sola goccia d’acqua. In questa stagione, il sole ha del tutto seccato l’erba, e prosciugato anche quelle minuscole pozze che avreste potuto trovare in primavera».
Pressappoco al centro di questa pianura desertica, secondo il racconto dell’anziano, avrebbero trovato un ampio fiume, che essi chiamavano il Fiume del Serpente . Le sue acque erano navigabili, ma non vi si trovavano salmoni, né alberi di alcuna specie. I suoi parenti vivevano al di là di questa pianura, in un luogo abbastanza fertile e coperto in parte da foreste, ma ancora assai distante dal Grande Lago Maleodorante, come i Nativi chiamavano l’Oceano.
Uomini meno risoluti avrebbero di certo esitato, di fronte a quella prospettiva assai poco allettante. Ma avevano superato altre difficili prove, e d’altra parte, Lewis sentiva di non avere altra scelta. Se i Nativi, sia pure solo pochi tra essi, erano in grado di attraversare quel lato del fiume e quelle montagne con donne e bambini, avrebbero potuto ben farlo anche loro; e le nazioni che abitavano sul Fiume del Serpente dovevano pur avere qualche mezzo di sussistenza. Avrebbero trovato il modo di sopravvivere.
Chiese poi a Cameahwait di accompagnarlo il giorno seguente con un gruppo dei suoi e una trentina di cavalli fino al fiume Jefferson, dove il Capo bianco che era con lui – il Capitano Clark – era presumibilmente arrivato con gli altri uomini e i bagagli.

La mattina seguente, Lewis si svegliò prestissimo, affamato come un lupo. Non aveva mangiato niente la sera prima, se non una scarsissima porzione di quel tortino di farina e bacche che non sembrava purtroppo in grado di saziare il suo appetito come riusciva a fare con i suoi amici Indiani.
Lewis aveva molta fretta di partire insieme agli Indiani, tuttavia, il Capo dovette nuovamente parlare loro diverse volte, prima che si decidessero a muoversi, sembravano assai riluttanti. Come Lewis aveva temuto, alcuni di loro, spiegò Cameahwait, avevano suggerito che “i pallidi stranieri” potessero essere in combutta con i Pahkees, loro nemici, e intendessero attirarli in un’imboscata. Questo aveva trasmesso una notevole inquietudine anche a tutti gli altri.
Dopo le cerimonie, i balli e le risate condivise, così, come il cibo e la caccia, Lewis aveva sperato di aver superato l’iniziale diffidenza, ma evidentemente non era così. Fin da bambini, gli Snake del gruppo di Cameahwait erano abituati a vedere chiunque come un potenziale nemico, erano pochi e male armati, e gli attacchi erano frequentissimi. Inoltre, nessuno di loro aveva mai visto un bianco in vita sua. Poteva comprendere le loro ragioni, ma era deluso e frustrato.
«Ingannare un nemico è un’azione ignobile», disse a Cameahwait, «ma tradire chi ci ha trattati con amicizia è una condotta talmente vile e vergognosa, che chi lo fa non ha più diritto di chiamarsi uomo. Davvero mi credete capace di questo»?
«Non io», rispose il Capo, «ma alcuni miei uomini».
«Ebbene, se avete così poca fiducia in noi e non ci aiutate, non potremo raggiungere il luogo dove siamo diretti, né tornare indietro qui e portarvi gli utensili e le armi che chiedete». Vedendo Cameahwait quasi convinto, decise di far leva sul suo orgoglio e tirò la stoccata finale.
«Non riesco a credere che nessuno tra voi sia disposto a superare la paura e a venire con me, per sincerarsi coi suoi occhi della verità di quanto dico».
Aveva toccato le corde giuste: vedendo messo in dubbio il coraggio della sua gente, Cameahwait risalì a cavallo per un nuovo discorso, non il primo, né l’ultimo di quei giorni, ma sufficientemente persuasivo perché alcuni dei suoi accettassero di partire.
Molte delle donne più anziane piangevano e imploravano il grande spirito di proteggere i loro cari, quasi si stessero avviando verso una inevitabile rovina. Tuttavia, non avevamo fatto molta strada quando furono raggiunti da un’altra dozzina di uomini. Ben presto, si unirono a loro tutti gli uomini del villaggio, e anche diverse donne. Parevano, insomma, propensi ad agire in base all’impulso del momento, e si mostravano adesso assai allegri e spensierati, tanto quanto due ore prima apparivano scorbutici come diavoli dell’inferno.
Ma cosa ne sarebbe stato di lui, e della spedizione soprattutto, si chiese Lewis con apprensione, se non avessero trovato Clark e il suo gruppo il giorno dopo nel luogo convenuto?

Tortine alle noci

Mescolare bene (eventualmente con una frusta) 100-110 g di zucchero e 100-110 di burro ammorbidito, qualche goccia di acqua di fior d’arancio e volendo una bustina di vanillina. Aggiungere 2 uova, una alla volta, circa 70 g di farina setacciata e 70 g (1/2 tazza) di noci sgusciate e tritate, un cucchiaino di lievito e un pizzico di sale. Amalgamare bene, mettere a cucchiaiate negli stampi e cuocere in forno caldo a 175° per circa mezz’ora. Sfornare, aspettare 5 minuti e togliere dagli stampi. Quando le tortine sono fredde, cospargere di zucchero a velo.

Radici

Come vivono le radici? | ILSA GROUP
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Ogni tanto ci torno sopra… scrivo, e poi riedito, sempre alla ricerca di onestà, che quando si scrive è cosa del tutto diversa dalla verità, credo; rieditare la propria memoria, il racconto di una vita, è cosa delicata, ma va fatto. Perché bisogna essere onesti non solo nel ricordare, ma anche nel raccontare quei ricordi a chi non c’era. E dopo tutto, anche a chi c’era, ma ricorda in modo diverso. Perché la memoria, lo sappiamo bene, è soggettiva, e paradossalmente fragile, per un oggetto da cui traiamo la nostra forza.

Sono nata alle dieci di un mattino di quasi estate, non è mai stato ben chiaro se in anticipo o in ritardo.

Nel dubbio, il dottore salì con le ginocchia sulla pancia di mia madre per costringermi a uscir fuori. Metodo drastico, allora non del tutto inaudito, oggi, spero, caduto definitivamente in disuso. Nel tempo, ho sviluppato una certa  cautela nel mio approccio verso il mondo e le cose, e chissà che la mia brusca venuta al mondo non abbia avuto, in questo, una parte di un certo rilievo. Fu di certo traumatica per mia madre, furiosa per quell’abuso compiuto mentre si trovava in condizione di debolezza e impossibilità di reagire.

Mia madre è un bizzarro miscuglio di femminismo, insicurezza, difficoltà a farsi valere e dire di no, forza interiore, senso di colpa, bisogno di tenerezza e forte difficoltà di comunicazione emotiva.

Ha, o almeno aveva, anche quella convinzione, comune a non poche donne, di doversi assumere, per qualche oscura ragione, la mission impossible di cambiare un uomo estremamente problematico, tralasciando la propria presente infelicità in cambio della speranza di un’irrealistica, futura felicità perfetta.

Non si spiegherebbe altrimenti perché entrambe le relazioni importanti della sua vita siano state con uomini difficilissimi, molto diversi tra loro, ma comunque segnati dalla malattia e dalla violenza, subita o agita.

Quando conobbe mio padre Donald, in Inghilterra – ha sempre amato quel paese, luogo di fuga dalle catene familiari, di libertâ, di amore ancora puro e incorrotto – lui era già stato in guerra in Indocina, e ne era tornato con strani disturbi, di cui si sapeva pochissimo e si diceva ancora meno. Sindrome post traumatica da stress… forse. Nessuno usava quell’espressione. Si era parlato – certo sottovoce – di schizofrenia. I demoni si combattevano in silenzio. Solitudine. Vergogna. Alcool.

L’alcool che lo ha ucciso, fermandogli il cuore a 37 anni.

Mio padre è una ferita mai chiusa, la prima perdita, morto senza che io potessi fare in tempo a conoscerlo, o anche solo sapere di averlo visto; tanto che il mio dolore è rimasto lì, per anni inconsapevole, un sentimento fuori posto, uno spazio vuoto che bruciava, da cui uscivano, a momenti, granellini di rabbia, di paura, di nostalgia; la mancanza di qualcosa di cui non sapevo niente.

In seguito, per lungo tempo tutti i tentativi di mia madre di farmi innamorare dell’inglese fallirono miseramente: non volevo proprio saperne, a nessun costo. Oggi, benché ci siano nel mondo, a parte Genova, almeno tre o quattro luoghi che mi piacerebbe chiamare casa, mi capita spesso di pensare che la mia vera casa non sia un posto, ma una lingua: e quella lingua è l’inglese.

Mio padre, dicevo, era un inglese alto, dal viso angoloso e dolce. Quando si chinava su qualcosa di piccolo e indifeso, il suo sguardo sembrava assorbire e poi ritrasmettere la luce. La tenerezza gli creava piccole rughe sulla bocca, intorno agli occhi, sulle guance; e da quelle pieghe usciva e poi rientrava, come se, attraverso gli altri, lui potesse almeno un po’, almeno per qualche momento, proteggere sé stesso. Lo so perché ho una sua foto in cui mi guarda, minuscolo esserino in culla, io che forse sbadiglio e piango nello stesso momento, coi pugnetti chiusi, e lui che accenna un sorriso. Tu sei l’unica altra persona in cui io abbia rivisto con tanta intensità quello stesso sguardo.

Da lui ho ereditato qualche foto, i suoi occhi azzurri, una lingua; l’amore per la scrittura; un nome che ricorda il suo Paese di nascita, ma non troppo esotico per il Paese in cui aveva scelto di vivere; un legame tra due culture che mi appartengono entrambe, senza che debba sentirmi divisa; e la fortuna di non credere nei confini.

Non ho ereditato la sua malattia.

Mia madre si è portata dietro per anni la paura che i disturbi di mio padre non fossero solo una conseguenza della guerra, e che potesse averli trasmessi a me. Tremava al più piccolo segno di ribellione, e fino a quando non ho saputo la storia che c’era dietro, la disapprovazione che leggevo nel suo sguardo, o nel modo in cui pronunciava il mio nome, anche quando non avevo la minima idea di che cosa, esattamente, ci fosse da disapprovare, ha bloccato sul nascere ogni possibile allontanamento, anche lieve, dalla retta via di una consolidata normalità.

Credo che un po’ mio padre ti somigliasse; che aveste in comune una certa fragilità, acuita dagli eventi, e al tempo stesso una forza dolce, la capacità di non lasciare che le circostanze esterne cambiassero il nucleo essenziale su cui costruivate la vostra visione del mondo. Una bontà profonda, difficile, dura, che richiede molta più forza d’animo del cinismo e della ricerca di un nemico a cui affidare la parte di noi stessi che non ci piace, o la responsabilità del fallimento delle nostre vite.

Fu per suo desiderio che si trasferirono in Italia, a Genova, città d’origine di mia madre, e credo che lei abbia sempre rimpianto quella scelta.

Forse per questo, benché io abbia con Genova un legame molto stretto, ho sempre avuto e ho tuttora nel cuore una porta aperta verso altri luoghi; ma l’ho amata da subito, anche quando, per un lungo periodo, ho creduto di odiarla. È una città strana, ruvida, scorbutica, solitaria, apparentemente chiusa, ma capace di profonde tenerezze e di accoglienza concreta, senza fronzoli.

A Genova sono nata e ci vivo, ma non è per questo che la amo. È che Genova mi sorprende sempre. I suoi mari e le sue nuvole, San Martino alta e bassa, il Chiappeto e Borgoratti, il forte Richelieu, il Santa Tecla e il Puin, Boccadasse e Sampierdarena, Castelletto e la Maddalena, i carruggi e la Via Nuova, la Ripa Maris e il porto, i suoi monti sventrati e le sue divisioni, De André e Caproni, i salotti e i camalli.

Credo che anche il posto dove siamo nati influenzi il nostro carattere. Io non so se definirmi ruvida; scorbutica credo di sì, a volte; solitaria di sicuro, fino addirittura a una forma di lieve misantropia, che non mi impedisce di  incuriosirmi per le altre persone, di qualunque provenienza, e di coltivare (poche) amicizie profonde e durature.  La mia tenerezza l’ho conquistata a fatica con anni di lavoro, e la riservo a persone molto vicine o a piccoli gesti quotidiani, senza quasi mai esprimerla a parole. Il pudore di Genova. Il pudore di mia madre, e del mare. Perché dopotutto sono una donna di mare, benché non vada (per ora) in barca a vela; e lontano dal mare non potrei vivere; i luoghi dove ho immaginato e immagino, più o meno seriamente, di poter abitare sono molto diversi tra loro, ma tutti hanno in comune il mare.

Il mare, si sa, ha un forte simbolismo come luogo di origine e al tempo stesso di partenza, potrà essere pure una radice, ma è una radice instabile, in perpetuo movimento, aperta e infinita; è liquido protettivo ma anche profondo, abissale, anzi; arioso, azzurro e pieno di luce eppure oscuro e segreto. Chiunque sia nato vicino al mare non può non condividere sia pure in minima parte i suoi mutamenti di umore, i passaggi a volte inspiegabili dalla serenità all’agitazione e persino alla tempesta. E io lo so bene, io che passo per un tipo tranquillo e raramente agisco sopra le righe: perché nei miei pensieri – e nei miei improvvisi scatti d’ira – racchiudo tutte le inquietudini di tutti gli oceani del mondo.

 

Forse

Ecco le mie reazioni ancora eccessive, troppo pianto, troppo dolore, rabbia, anche, e tutta quella mancanza, tutta quella mancanza… questo buco che non si riempie mai, perché dopotutto è fatto della stessa materia di cui sono fatta io. Le stesse cellule, lo stesso miscuglio incasinato di ricerca di qualcosa di stabile a cui aggrapparmi e ricerca dell’instabilità come modo di leggere sempre il quotidiano in modo diverso. Forse, se non mi fosse arrivato qualcosa di così simbolico, suggello di un legame esattamente il giorno in cui. Forse, se non avessi aperto proprio quel giornale oggi che è il primo giorno dell’anno e volevo di nuovo ricordare, dopo essermi ripetuta mille volte che era inutile. Forse, se non avessi questa idea balzana dell’indispensabilità dell’inutile. Il fatto è che sei ancora un pezzo della mia mano, della mia caviglia, una qualche parte ribelle del mio stomaco che si ricorda anche quando non ci credo. E allora vorrei dirti che eri sempre tu, sei stato sempre tu, sempre, ma poi penso che forse è solo il mio cuore che batte da solo, e io non lo sento, ma soprattutto, tu non lo senti. Però, finché sei in qualche punto ribelle di me, posso ancora toccarti col pensiero, e sentirne il calore.

Natale con i tuoi

Non mi sento più saggia, tantomeno migliore. Forse, neanche peggiore. Sono più o meno, con i cambiamenti inevitabili che qualsiasi anno porta con sé, figuriamoci questo, la stessa strana donna misteriosa, probabilmente una strega, che vive appartata (benché nel mio caso non da sola) in una casa che non è in mezzo ai boschi, ma per quanto mi riguarda, è come se lo fosse, per i rapporti che ho con i vicini (e del resto, sono sempre più prossima a trasferirmi in una casa che è realmente tra i boschi, e in cima a una collina).

Alla fine, però, sono una persona da abbracci e strette di mano e coccole come chiunque altro. Per quanto da tempo gli scenari apocalittici spopolino in libri, film, e nei nostri incubi, penso che pochi avessero previsto che un abbraccio, una stretta di mano o un caffè con gli amici potessero diventare un pericolo, un atto di incoscienza, un desiderio proibito. E diventa una fortuna avere in casa qualcuno, non dover superare percorsi a ostacoli per incontrare i figli, anche se poi, mancano comunque genitori, zii e zie, fratelli e sorelle, e tante altre persone che qualche volta solo a Natale, o in quei dintorni, si riuscivano a incontrare.

In quest’anno dalle molte ombre, ho festeggiato con insolito calore il risultato delle elezioni USA, che per me ha rappresentato una delle poche luci, ma molto luminosa. La gioia che ho provato è sembrata strana pure a me: ho fatto – letteralmente – i salti, e la mia esultanza chiassosa ha stanato FiglioMinore dal soggiorno e lo ha spinto a chiedermi se avessi bevuto o fumato qualcosa. No, giuro, neanche un bicchierino, una sigaretta, niente. Semplicemente, ero stata praticamente incollata agli aggiornamenti, minuto per minuto, per quattro giorni: per quattro giorni ho seguito numeri, percentuali, commenti, smentite col muso incollato a tutti i siti che sembravano fornire informazioni più affidabili in tempo reale. Se avessi potuto, sarei scesa in strada a danzare e abbracciare le prime persone che capitavano. Un istintivo entusiasmo, una gioia pura, non mediata da niente, come nel 1982 per l’Italia di Bearzot, e con lo stesso urlo liberatorio (da allora il calcio ha perso quasi completamente interesse per me; la Terra, no). E poi ho ascoltato e compreso e anche condiviso dubbi, scetticismi, richiami alla prudenza, ma continua a importarmene poco.

Anche di quella luce mi sono presto dimenticata, e mi fa piacere ricordarla ora, che torno pian piano, e mai del tutto, a uscire di nuovo da quel velo di malinconia che mi accompagna da quando mi ricordo e fa al tempo stesso da protezione e da limite, da coperta calda e da costrizione dentro la quale scalpito per liberarmi. Mi riapproprio anche, in extremis, e non so se definitivamente o meno, ma non importa, della consapevolezza del valore di un desiderio forte, fortemente mio, che continuo ad accantonare per paura di qualcosa, e di cui invece voglio fare la mia forza e la mia luce, ma non contro la fragilità, perché è proprio dalla fragilità che nasce, dalla fragilità che acquista la sua energia.

Quest’anno che non è stato quasi per nessun un anno di nuove decisioni, in cui abbiamo fatto fatica a concentrarci, anche solo per leggere un libro, e le mancanze hanno a volte pesato tanto da spegnere forse persino le idee, o renderle confuse e accavallate, ecco, riappropriarmi di questo desiderio diventa di fondamentale importanza, e quindi l’augurio che voglio fare a chi passerà di qua è questo: riappropriatevi di un desiderio, uno piccolo, grande, che possa realizzarsi in dieci minuti o in dieci anni, ma che sia un desiderio decisamente, intimamente, fortemente vostro. E che l’anno nuovo possa portarvene altri, con la voglia, più forte di qualunque altra cosa, di mettervi sulla strada per farli diventare realtà, qualunque cosa questo comporti.