Sono a casa

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Immagine presa da qui

Sono a casa, un po’ stanchina dopo nove giorni in ospedale, di cui cinque a digiuno, nutrita via flebo, ma tutto sommato ho ancora buone riserve di energia. Un po’ preoccupata per l’operazione che non mi hanno fatto ma che a quanto pare è solo rimandata, e da fare in tempi non lunghissimi (e sì, l’ho capito che è una sciocchezza, e sono ben felice che non sia niente di più grave, ma comunque a me le operazioni preoccupano, anche le più semplici), ma comunque abbastanza tranquilla. Adesso piano piano riprendo le fila. Del mio blog, dei vostri, della scrittura, del lavoro, di tante cose. Ma prima di tutto, di me stessa.

Lascio da parte i disaccordi tra dottori, il male e la paura e mi porto dietro almeno tre cose importanti: la prima, il mio piccolo che è venuto a trovarmi, e lo so io quanto è stato difficile per lui; la seconda, una bellissima nuova conoscenza con la mia compagna di letto, con la quale forse non ci saremmo mai incrociate, non avevamo nemmeno un’amicizia in comune e a Genova non è facile, da un’occasione non bella è nata una cosa piacevolissima; la terza, non meno importante, l’idea di alleggerire ancor più il viaggio per dare spazio a  quello che è veramente prioritario per me, non tanto per correre meno (che sarebbe sicuramente positivo in sé), ma soprattutto per creare un’alleanza più forte con il mio tempo.

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Consolazioni

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Ieri sera ho finito di lavorare alle 11 passate, in pratica dopo 15 ore, ero bella cotta, ma la mia città sa (quasi) sempre consolarmi.

Pensieri su un pomeriggio denso

La protagonista del mio romanzo ha la sua “voce”, il co-protagonista anche, scrivo e scrivo, lavoro e scrivo, visito bellissime mostre e scrivo, guardo vecchi film e scrivo, sono orgogliosa dei miei figli e scrivo, scrivo, la malinconia degli ultimi giorni si dirada e mi sento quasi felice.

Stasera riguardavo una piccola parte di Moscow on the Hudson e anche quello è stato un piccolo frammento di felicità. Manchi da togliere il respiro, ma sono felice anche di questo, nel mio strano modo contorto, sono felice della nostalgia, e del fatto che né l’assenza, né un mondo così diverso da quello che immaginavi e che avresti voluto, né qualunque altra cosa della vita ha mai avuto il potere di togliermi il tuo pensiero dal cuore.

Vie di mezzo

Ci sono momenti in cui niente mi sembra abbastanza, altri in cui tutto mi sembra troppo, momenti in cui non riuscirei a spostare uno spillo, altri in cui datemi una leva e vi solleverò il mondo. C’è stato un tempo in cui credevo di essere tra quelli che si trovano sempre a scegliere la via di mezzo, e non ne ero troppo felice. In realtà comincio a pensare che forse la mia via di mezzo è la media tra due estremi…

Pienezza

È venerdì 13 e sto pensando che sono davvero molto fortunata. Magari domani non mi sentirò così, ma penso sia importante scriverlo, fotografare questa sensazione, che c’è nonostante certe fatiche anche abbastanza pesanti, ma che sono ampiamente ripagate.

Sono fortunata perché le mie scelte mi rispecchiano, in fondo è sempre stato così, anche quando poi, nel tempo, sono cambiata. Alcune cose non le rifarei, ma quando le ho fatte, era giusto così. Ho dei rimpianti, non credo sia possibile non averne neanche uno; ma sono molto dentro a quello che ho, a quello che faccio. La mia famiglia, la mia scrittura, e molto di tutto il resto. La sensazione di quando finisco qualcosa di importante, qualcosa che mi coinvolge davvero molto. Quel vuoto che non è un vuoto, ma attesa e vortice, seguito immediatamente dal senso di pienezza, dall’intensità che precede un’altra storia, un altro pezzo di strada.

Pensieri sul viaggio, seconda parte

Qui la prima parte

Così, l’insicurezza, il perdere le cose, la timidezza che si fa più forte nei posti che non conosco e dove parlo una lingua che non padroneggio, sono curiosamente parte di quello che cerco. Mi arrabbio con me stessa, mi lascio a volte prendere dallo sconforto, persino da qualcosa di simile alla disperazione: e adesso, come faccio?

Poi, in qualche modo si fa. Un po’ di riposo, una doccia, e la prospettiva cambia radicalmente. Trovo risorse, risolvo difficoltà, ridefinisco i miei limiti. Forse sta qui il segreto, è impossibile superare un limite, qualunque esso sia, rimanendo fermi. Naturalmente, esistono molte forme di movimento, non è necessario spostarsi materialmente. Ma per quanto mi riguarda, ho trovato che viaggiare mi aiuta a muovermi anche in altri sensi possibili.

È buffo, ad esempio, che dopo aver accolto con entusiasmo l’incontro in Germania con altri che parlavano italiano, per poter condividere più agevolmente anche le sensazioni provate nel trovarsi all’estero, al mio ritorno in Italia io abbia fatto per qualche giorno particolare attenzione alla lingua tedesca, sia quando realmente qualcuno la parlava, sia anche quando ero io a percepirne implausibilmente gli echi nei suoni, così (apparentemente?) diversi di quella italiana.

Possibile che io sappia essere felice solo sognando il ritorno a casa, e non a casa? Sia ben chiaro, non per motivi legati alle persone che ho accanto, ma a un’insoddisfazione tutta mia e forse anche irrimediabile?

Alcuni incontri occasionali vorrei che si trasformassero in amicizie durature, pur sapendo che se accadesse, non sarebbero altrettanto preziose, o meglio, lo sarebbero in modo diverso, non farebbero più parte del desiderio di tornare là dove sono avvenuti, e certo non diminuirebbero il desiderio di ripartire. Diventerebbero forse parte della nostalgia, e la nostalgia dopotutto è una delle emozioni di cui andiamo in cerca quando viaggiamo, perché altrimenti rivedremmo la casa con gli stessi occhi con cui siamo partiti, e allora, cosa saremmo partiti a fare?

La stessa nostalgia, poi, che ci coglie quando ci troviamo di passaggio in un luogo in cui pensiamo di voler vivere, e in cui non vivremo mai. Infatti, l’unico posto al mondo in cui non ho provato nostalgia (non per il luogo stesso, cioè, né per il ritorno), è anche l’unico in cui voglio davvero vivere.

Forse, e credo di averlo già scritto da qualche parte, sicuramente l’ho già pensato, perché io possa chiamare un luogo “casa”, bisogna che sia esso stesso un luogo in viaggio, e che trasmetta il suo movimento a chi vi abita. Anche in quel caso, spero che la voglia di viaggiare non mi abbandoni mai, ma allora, forse, sarei tanto felice della partenza quanto del ritorno, tanto felice lontano da casa quanto verso casa, e almeno altrettanto a casa. Forse, anzi, viaggerei allora davvero solo per poter tornare.

Il cuore non tradisce

Ma il cuore, il cuore non tradisce mai, siamo noi semmai a tradirlo, e a scaricargli poi addosso la colpa di ogni nostro affanno, di ogni malessere fisico e di ogni dolore, persino della nostra morte. Si è fermato il cuore… no, il cuore non si ferma senza ragione. Non lo ascoltiamo, nemmeno quando manda dei chiari segnali che qualcosa non va, ma lui ci ascolta, invece, ci ascolta e resta con noi sempre,  in attesa che capiamo finalmente quando è tempo di restare, e quando viene quello di andare.