All’inferno e ritorno – 8a parte (fine)

L'inferno di Hieronymus Bosch

L’inferno di Hieronymus Bosch

    Il periodo che seguì fu durissimo.

   Avevo accarezzato l’idea per alcuni giorni di fare il doppio gioco. Tornare da Giannino con delle informazioni preziose. Dimostrargli la mia lealtà. Stavo buttando a puttane gli uomini che erano stati per me padri e fratelli per oltre quindici anni, infame ai miei stessi occhi, ultimo anello di un verme. Ma quelle tre righe continuavano a danzarmi beffarde davanti alla faccia.

   E poi c’erano i giornali. Mai ero stato sul giornale nella mia lunga vita di delinquente, se non in minuscoli trafiletti ignorati praticamente da tutti. Ma inevitabilmente nel nostro “lavoro” avevamo avuto rapporti con persone dalla maschera molto più immacolata della mia. Medici che facevano certificati falsi per far uscire qualcuno dal carcere per motivi di salute; avvocati e notai che andavano per i loro clienti ben più in là di quanto richiesto dalla professione; tutte persone di cui la gente normalmente crede qualunque cosa purché turpe. Loro però sapevano difendersi bene. Sapevano che c’è solo una categoria di persone che la gente disprezza più di un criminale, ed è quella degli “infami”, dei pentiti. Io avevo sovvertito ogni regola. Non quando avevo intrapreso la carriera criminale. Un criminale lo disprezzi, ma lo capisci. Un infame non puoi capirlo. Mente o dice la verità? E’ realmente pentito o solo un opportunista? E’ la destabilizzazione che la gente non perdona. I giornali mi misero a nudo, inventando dove la verità non bastava. Mi chiamarono mostro e animale, per reati che mai avevo commesso. Ero spacciatore e complice di assassini, ma per quanto possa riuscire difficile accettarlo a un estraneo, c’erano cose per me più in basso nella scala morale.

   – Mi tiro indietro – dissi al dottor Rossi. – Stavo cercando di aiutarvi, e mi creda, mi faccio schifo da solo. Credevo di essere disposto ad accettare qualsiasi cosa, ma questo è troppo.

   – Non posso aiutarla. Coi giornalisti parlo il meno possibile in questa fase delle indagini e ovviamente non ho diffuso io queste cose. Ho cercato di darle quest’occasione di uscirne, ma mi interessa più che altro nella misura in cui mi è utile per le indagini. Sta a lei accettarla o meno. Non sarà l’ultima volta che lei si troverà in una situazione difficile. Le ho spiegato come stavano le cose prima che lei iniziasse a collaborare con noi, le ho detto che non doveva aspettarsi un letto di rose. Lei ha fatto la sua scelta anni fa, adesso può andare avanti con quella scelta oppure tornare indietro. Ma non può aspettarsi che sia facile. Non lo sarà.

   Non lo fu.

   Mille volte mi svegliai di notte credendo che Giannino mi avesse trovato. Mille volte mi svegliai sognando cadaveri con la bocca spalancata e gli occhi fuori dalle orbite. Mille volte pregai di morire, desiderai non essere mai nato. E per tutti i cinque lunghi anni in cui rimasi in carcere, ogni volta che sembrava esserci una qualunque anche vaga possibilità di uscire, a un tratto diventavo aggressivo. Insultavo le guardie, prendevo a pugni il compagno di cella per una parola. Così regolarmente il tribunale di sorveglianza respingeva la richiesta di scarcerazione, io andavo in escandescenze e mi sentivo lasciato solo e tradito, ma la volta dopo mi comportavo allo stesso modo. Perché non sapevo se avrei avuto il coraggio di affrontare la vita fuori. Abituarmi a uno stipendio per me da fame, e spesso in ritardo, a quanto mi dicevano. La perdita della mia identità, dei miei luoghi. La paura. Gli incubi. Il carcere era un luogo relativamente protetto.

   Ricordo il pezzo di mondo che si vedeva dalla finestra della cella. Un pezzo molto piccolo. Strada, angolo di una casa, facciata di un’altra casa, mezzo albero. E ricordo parola per parola quello che dissi alla psicologa, in uno degli ultimi colloqui prima che finalmente mi permettessi di uscire da lì.

  “Darei la vita perché ci fosse Dio. Che la frase è assurda me ne rendo conto benissimo anch’io. Ma ho una paura fottuta e un pezzo di me scompare per sempre ogni volta che parlo, ogni volta che faccio un pezzetto di strada. Un pezzettino della mia vita di meno. Stanno diventando tanti, troppi quei pezzi di vita persa per cercare di ritrovare un senso. Un senso per chi? Se questa è l’unica vita che abbiamo, chi diavolo se ne importa quanto è lunga, e quanto male possiamo fare, e quanto male possono farci. Dopo finisce, kaputt, cancellato.

   Se non c’è Dio, per chi dovrei tornare ad avere una coscienza? Perché dovrei sentirmi vivo di più adesso, più di quando giocavo con la vita e la fottevo ogni giorno, e non c’erano finestre da abbracciare questo pezzo di strada, non c’era fuoco che bruciasse abbastanza forte da incendiarmi il cuore, non c’erano occhi abbastanza grandi per voltarsi mai a guardare indietro?”

   Forse neanche oggi so rispondere a quelle domande. Il senso non l’ho mai trovato, e non so perché mi sento vivo. Eppure oggi sono qui. Qui nel negozio dove lavoro, dove tutti i giorni le persone passano, comprano e mi salutano, come se fossi una persona normale. Dove ogni tanto una donna entrando o uscendo mi sorride e io mi chiedo se un giorno mi permetterò di avere bisogno di qualcuno. Ho capito che posso essere un uomo senza essere un santo, un eroe o un assassino.

   Ho ancora gli incubi qualche volta. Ma non ho più paura del buio e del silenzio.

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All’inferno e ritorno – 7a parte

L'inferno di Hieronymus Bosch

L’inferno di Hieronymus Bosch

Due giorni dopo Viola venne a trovarmi.

– Ma in che guaio ti sei cacciato? – Era molto meno spaventata di quello che mi sarei aspettato, e sembrava determinata a starmi vicino.

– Non preoccuparti, ne uscirò vivo – le dissi, col mio abituale sorriso sportivo. – Me la caverò. Adesso è bene che tu sparisca e non ti faccia vedere per un po’ di tempo.

Lei mi guardò.

– Sparire?

Cominciavo a diventare impaziente.

– Senti, non che ci sia veramente pericolo ma non voglio che tu e la piccola siate coinvolti in nessun modo. Cambia città, fammi scrivere da qualcuno di cui ti fidi se vuoi, ma il meno possibile. Passerà presto vedrai. – Avevo paura e non avrei voluto farglielo capire, ma stava diventando evidente che c’era più di quello che avevo lasciato trasparire.

– E tu come puoi farcela da solo? Hai bisogno di me, adesso più che mai. No, non intendo abbandonarti. Io e la bambina saremo qui, voglio essere vicina se dovesse servirti qualcosa.

Avevo davvero paura di non farcela. Ma che lei mettesse a nudo la mia debolezza era una cosa che non potevo permettere.

– di te? – Le dissi con un sorriso di scherno. – Io non ho bisogno di nessuno, meno che mai di te, piccola. Vedi bene di mettere in salvo la bambina, perché è di lei che mi importa. Tu stai con uno che combatte dalla parte sbagliata della trincea. Ma chi credi di essere? Credi di potermi cambiare, sarebbe un bel trofeo per te, vero? Un delinquente riportato sulla buona strada. Non hai capito mai niente di me. Beh, lascia che ti dica una cosa. E’ con me che ti sei messa, è con me che stai, se non ti piaceva potevi scegliere un altro. Non voglio più vedervi, né te né lei, mai finché avrò vita, hai capito?

Non avevo mai usato parole così dure con nessuna donna. Sapevo, nel momento stesso in cui le dicevo, che stavo ferendola senza nessuna ragione valida tranne il mio orgoglio idiota. Mi piacerebbe dire che davvero in quel momento pensavo alla sicurezza sua e della bambina, ma non era così. Più tardi ho capito che perdere mia figlia è stato il vero castigo, il peggiore. Avrei accettato non uno ma tre ergastoli, se mi avessero permesso di rivederla. Ma mi capitava di pensare, nei momenti più neri, che forse le avevo salvato la vita, e anche se non fosse stato così, almeno l’avevo salvata da uno che non sapeva essere padre.

All’inferno e ritorno – 6a parte

L'inferno di Hieronymus Bosch

L’inferno di Hieronymus Bosch

Il mio rapporto con le donne era cambiato con la stessa inebriante velocità di tutto il resto. Fu una di loro a portarmi appena un po’ più avanti su quella lastra di ghiaccio sottile su cui inconsapevolmente avevo cominciato a muovermi da quando mi ero permesso di avere gli incubi di notte e di farmi penetrare di giorno da qualche sporadico pensiero inquieto.

Viola  era piccolina, minuta, con occhi grandi da cerbiatto e labbra morbide, dal sapore dolce. E aveva un bellissimo cane.

La vidi uscire da un portone con questo cane, e fin da subito decisi che volevo conoscerla. Sapevo che non mi sarebbe stato difficile. Non ero più il ragazzino che sedeva su un albero e guardava passare le ragazze sognando ad occhi aperti. Di ragazze ne avevo avute molte, e quasi sempre sapevo quale era l’approccio giusto per ognuna di loro. Sapevo essere seducente, se volevo, tenero, ardente, appassionato, duro, a seconda delle situazioni. Erano strati che mi attaccavo addosso come la pelle nuova di un serpente, secondo quello che mi serviva.

Lasciai che passasse qualche giorno, ogni volta la vedevo uscire, più o meno alla stessa ora, verso sera, con il suo bellissimo cane, in jeans e maglietta.

Dopo una settimana, passai all’attacco.

– Ti vedo passare spesso di qua. – Le dissi con un sorriso, il sorriso rassicurante da bravo ragazzo che sapevo usare molto bene quando mi era utile. Accennai al cane: – che razza è?

– E’ un pastore bergamasco. – Rispose lei. Attaccammo bottone e le chiesi se voleva uscire, una di quelle sere.

– Tu, io e il cane. Così, capirai che non ho brutte intenzioni, perché se mai mi comportassi male, lui mi sistemerebbe di sicuro – Dissi, e lei rise. In quel momento, forse, cominciai a innamorarmene, perché aveva riso per me, perché mi guardava con quegli occhi così grandi e rideva per me, con me, e mi sembrava una cosa così intima, così bella.

Da tempo non rimanevo con una ragazza più di qualche settimana. Esordivo sempre mettendo bene in chiaro che per me sarebbe stata solo un’avventura e non avevo nessuna intenzione di impegnarmi. Spesso funzionava. Qualche volta ne trovavo una per cui la tentazione di essere quella che mi avrebbe fatto impegnare funzionava come il miele per un’ape. Mi ero trovato costretto un paio di volte a troncare di netto, perché una storia seria con una donna che non fosse del nostro ambiente poteva diventare un pericolo

Ma con Viola lasciai che passassero mesi, e quando mi resi conto del ginepraio in cui mi stavo mettendo era troppo tardi. Lei era rimasta incinta.

Così andammo a vivere insieme, benché Giannino avesse cercato di dissuadermi fino all’ultimo.

– Non puoi permettertelo. – Aveva detto, e sapevo cosa intendeva. Sapevo anche che aveva ragione, ma ero innamorato di lei, anche se non fui mai capace di amarla. Mi ero appropriato del suo corpo come di ogni altra cosa che volevo per me, e mi sarei impadronito anche della sua anima, se avessi saputo come farlo e avessi pensato che poteva essermi utile. Ma in realtà credevo che fosse già mia.

Le avevo detto più di quanto avessi mai detto a un’altra donna prima, ma sempre solo lo stretto indispensabile per giustificare occasionali sudori freddi, telefonate notturne e amicizie di un certo tipo. Le avevo detto che mi ero infilato in un brutto giro, facendole capire che mi ero fortemente indebitato con gente che non avrebbe perdonato un ritardo.

La cosa andò talmente avanti che la bambina aveva già due anni, quando per forza di cose lei dovette avere almeno un’idea di come realmente stavano le cose, perché mi arrestarono per spaccio internazionale di stupefacenti.

Avevo trascorso alcuni periodi in carcere, specialmente all’inizio della mia “carriera”, ma sempre per cose di poco conto, secondo il nostro metro di valutazione almeno. Furti, rapine (mai a mano armata. Non volevo incidenti). Qualche piccolo spaccio, un paio di bustine. Ma questa volta era diverso.

Giannino fu il primo a venirmi a trovare, solo qualche ora dopo l’arresto.

– Stai attento, mi raccomando – mi disse, e ancora una volta non volli capire. Mi illusi fosse l’avvertimento di un amico. Mai avrei pensato che lui potesse temere da me un tradimento. Perché mai avrei pensato che lui potesse tradirmi.

Erano gli anni ’90, e i collaboratori di giustizia cominciavano ad essere usati su larga scala.

Durante un interrogatorio il pubblico ministero che si occupava del mio caso, chiamiamolo dottor Rossi, mi propose di diventare anch’io un collaboratore. Mi spiegò chiaramente come stavano le cose. Qualcuno più in basso aveva già cominciato a dare delle informazioni, e indagando erano arrivati fino a me “e a chi tiene le fila insieme a lei”. Quindi probabilmente anche a Giannino. Avevano bisogno dei riscontri, per esempio che io confermassi loro il luogo dove precisamente nascondevamo la droga, di cui loro sapevano già a grandi linee, e che avvalorassi alcune cose che altri interrogati avevano ammesso. Mi disse che poteva essere l’occasione per venirne fuori prima di essere coinvolto in qualcosa di anche peggiore di quello per cui rischiavo la condanna.

– Può scordarselo. – Dissi freddamente. – Fa parte del gioco. Qualsiasi cosa il gruppo a cui appartengo abbia fatto, io ci sono dentro. – Feci per alzarmi, ma il magistrato mi fermò con un gesto.

– D’accordo, come vuole – disse. – Però prima vorrei che leggesse questo. Tanto perché sappia quali sono le cose in cui pensa di essere dentro.

Mi tese uno dei fascicoli delle indagini che mi riguardavano, quello che conteneva interrogatori e intercettazioni telefoniche. – Avrebbe comunque diritto di vederlo, perché riguarda fatti per i quali lei è già ufficialmente indagato. Ma vorrei che lo leggesse subito. Tanto abbiamo tutto il tempo.

Cominciai a scorrere le prime righe, e mi ritrovai indifeso come non avrei più pensato di poter essere, sopraffatto dall’orrore che all’improvviso mi inseguiva in quei segni neri. Mi parve di essere vuoto di sangue. Avevo sentito vagamente il peso della morte quando avevo assistito all’impotente distruggersi di Ago, perché era un amico. Mi ero salvato con la solita scusa di tutti noi. Se uno vuole drogarsi, la scelta è sua. Se non gliela vendiamo noi, gliela venderà un altro. Non gli avevo dato io la dose che l’aveva ucciso. Ma adesso, adesso gli Agostino erano diventati decine tra quei fogli. Leggevo di ragnatele intrecciate di violenza e di comode amicizie, del terrore abilmente instillato, di racket costati la vita a più di un uomo. Come ho detto, i miei amici dicevano che ero buono. Quelle cose che sapevo – perché non avrei potuto essere nella posizione in cui ero altrimenti – ma che avevo deliberatamente ignorato per restare aggrappato a quel fantasma erano come una metastasi che mi portava via pezzo per pezzo la mia umanità, quella che avevo difeso per anni. Non c’era più niente da difendere.

Il Pubblico Ministero uscì dalla stanza lasciandomi da solo con l’avvocato d’ufficio che cercava di leggere da sopra la mia spalla e con i poliziotti che mi avevano scortato per l’interrogatorio. Assorbivano con me tutta quella merda improvvisa.

Credevo che non potesse esserci niente di peggio, fino a che arrivai a quelle tre righe maledette di un’ennesima intercettazione telefonica, una delle ultime, del giorno successivo a quello in cui mi avevano arrestato. Giannino stava parlando con un altro dei nostri, Silvano detto Lillo.

“L’hanno beccato?” chiedeva Lillo.

“Sì, ma non abbiamo da preoccuparci, è un buon amico” rispondeva Giannino. “E poi ha una bella moglie, e vuole bene a lei e a sua figlia. Un uomo che vuole bene alla sua famiglia è un uomo per bene”. Quelle parole finirono di annientarmi, perché sapevo quello che significavano. Una minaccia. Dalle persone con cui da anni dividevo non solo i soldi, ma il pane, il sangue, la memoria, tutta la mia vita. Allora seppi che non m’importava più di morire.

Quando il Pubblico Ministero rientrò nella stanza, dissi:

– a mia moglie e a mia figlia non dovrà succedere niente.

Lui annuì.

Dall’inferno e ritorno – V parte

L'inferno di Hieronymus Bosch

L’inferno di Hieronymus Bosch

Le cose cominciarono a cambiare, ma dapprima quasi impercettibilmente, dopo la morte di Agostino. Ago era un nostro “cavallo”, un corriere, e fui io a trovarlo su una panchina, rantolante. Per la prima volta mi resi conto di quanto fosse magro, sparuto, consumato dal dolore. E in quel momento anche dal terrore, perché sapeva che non ce l’avrebbe fatta, e aveva addosso demoni immaginari più forti di quelli dell’inferno. Gli presi una mano, sentii quelle dita diafane, tremanti nelle convulsioni. Avrei voluto piangere o pregare, ma mi accorsi che non potevo. Non potevo più. In un angolo di me volevo disperatamente che i demoni che avevano devastato le ultime ore della sua vita non avessero accesso alla sua morte, che un San Pietro o un angelo con la spada fiammeggiante li cacciasse perché quell’immenso dolore non lo percuotesse più dopo morto. Ma non potevo pregare. Sapevo che mi stavo guardando in uno specchio. Deformato, distorto, ma uno specchio, perché negli occhi disperati di quel relitto morente c’ero dentro anch’io.

Non fu abbastanza per smettere. Solo perché i miei incubi diventassero meno imprecisi e più frequenti.

Sognavo sempre un uomo, un uomo a cui si era staccata l’anima. Lo seguiva, lo precedeva, scompariva a volte, facendo le bizze come l’ombra scucita di Peter Pan. A piedi nudi su un prato coperto di vetri rotti, cocci delle innumerevoli bottiglie bevute da lui e da altri, infiniti altri. E come meta, una discarica di auto, cadaveri semibruciati, carcasse a cui erano state tolte parti vitali molto prima della loro distruzione fisica. Un uomo senza pelle, il sangue vivo che adesso scorreva davanti agli occhi di tutti, non più nascosto agli sguardi dalla decenza del tessuto cutaneo, che come una maschera inservibile era caduto, accartocciato in un angolo, morto lì nella generale indifferenza.

Del mio mondo di un tempo mi erano rimasti i libri. Leggevo ovunque e in qualunque momento. Era l’unica cosa su cui derisione e sguardi di compatimento non avevano e non avrebbero mai avuto alcun potere. E un’altra cosa, mi sono portato dietro a lungo, ben oltre la perdita degli ultimi stracci della mia ingenuità e della mia innocenza: la faccia d’angelo, l’aspetto del giovanotto che aiuta le vecchiette ad attraversare la strada e rispetta le ragazze. Del resto queste cose erano vere. Nel mio ambiente dicevano che avevo l’animo gentile, per tutti gli altri, e forse anche per te stesso, quando sei un criminale questo cancella qualsiasi altro aspetto della tua personalità. Eppure, con tutto quello che ho fatto, non ho mai fatto male né ai vecchi né ai bambini, e per quanto mi è stato possibile, neppure alle donne. Se può essere una consolazione.

All’inferno e ritorno – 4a parte

L'inferno di Hieronymus Bosch

L’inferno di Hieronymus Bosch

Da quel giorno Giannino veniva spesso in cella da me, a volte per insegnarmi “qualcosa della vita” come diceva lui con un misto di ironia e serietà, altre volte semplicemente per stare seduto lì, in silenzio, per ore.

   Non so se abbia mai capito che gli ero grato per questo, forse più ancora che per avermi salvato. Perché l’essere intervenuto in mio favore poteva avere avuto mille ragioni, magari lo aveva fatto per pietà, o per convenienza, e poi in qualche modo essere salvati da altri ti pone comunque ancora una volta di fronte alla tua debolezza. Ma il fatto che mi desse lezioni su come muovermi nel suo mondo, il fatto, soprattutto, che venisse a sedersi lì, solo per scambiare quattro parole in un’ora, solo per stare con me, poteva significare solo che gli faceva piacere la mia compagnia e questo ai miei occhi lo rendeva meraviglioso.

   Forse lo aveva capito, dopotutto. In seguito ho imparato a conoscerlo meglio, una volta che si è allontanata dai miei occhi la nebbia della gratitudine e di quel disperato bisogno di amicizia che avevo. Ho imparato a vederlo più chiaramente, e ho capito che aveva un grandissimo dono, un intuito che gli faceva capire quasi subito la natura delle persone, i loro bisogni, prima ancora di rendersene conto con la testa. Lui stesso conosceva questo dono, e aveva imparato a fidarsi di quell’istinto al punto da seguirlo quasi ciecamente. Si comportava sempre nel modo più giusto, secondo il soggetto con cui aveva a che fare, e riusciva a conquistare la fiducia di chiunque volesse. Per molto tempo ho pensato, ho voluto credere che lo facesse inconsapevolmente. Ma in buona parte la sua era una dote affinata con il tempo e con la pazienza, ché certo la pazienza non gli mancava. C’era in lui una non piccola dose di opportunismo, e spesso usava le sue qualità per manipolare le persone e sfruttare le situazioni in modo da trarne il massimo vantaggio.

   In effetti è sempre stato difficile, con lui, distinguere le cose che faceva per pura amicizia, da quelle che faceva per calcolo. E d’altra parte, era altrettanto pronto a perdonare un torto quanto a rompere un legame durato anni.

   In ogni caso, credo che in qualche modo sapesse che comportandosi come faceva nei miei confronti, si sarebbe guadagnato la mia gratitudine incondizionata.

    Il primo pacchetto lo consegnai per lui, il giorno stesso in cui uscii dal carcere.

   – Droga? – Gli avevo domandato, con un filo di voce.

   Lui mi aveva guardato senza rispondere. Presto avrei imparato molto bene la Prima Regola del mio nuovo modo di vivere: il silenzio.

   Ma come avrei potuto sottrarmi, dopo quello che lui aveva fatto per me?

     I miei genitori non erano venuti a trovarmi. Qualche volta il mio cuore sanguinava dolorosamente per la mia disperata voglia di sperare, di credere, che sarebbero venuti, che “dovevano” venire. Era così stupido lasciarsi ferire il cuore, quando la testa sapeva bene che non sarebbero venuti mai.

   Mia madre aveva un salutare orrore per luoghi come le prigioni e gli ospedali. Luoghi che avrebbero potuto compromettere il fragilissimo equilibrio su cui aveva costruito il suo mondo, un equilibrio basato sulla ostinata convinzione di essere assolutamente perfetta, e soprattutto, incontaminabile dalle brutture del mondo.

   Naturalmente, io dovevo aver dato a questo equilibrio un certo scrollone, ma lei non lo avrebbe mai ammesso. In realtà, penso che forse quello che volevo era proprio distruggerlo alle fondamenta. Forse ci sono riuscito, non so. Oggi non lo desidero più, ma non posso comunque tornare indietro.

   Il dolore a quel punto era già diventato rabbia, e si sarebbe presto trasformato in indifferenza, incapacità di sentire, o meglio, precisa volontà di non sentire, di non vedere gli altri come persone. Avrei potuto rubare, rapinare, picchiare, drogare chiunque, perché potevo far finta di non sapere che quello che derubavo, rapinavo, picchiavo e drogavo era un uomo. Se avessi capito questo, avrei capito molto prima che rivolgevo la mia violenza contro gli altri soltanto perché non potevo derubare, picchiare e rapinare me stesso.

   Potevo drogarmi, comunque. Dall’indifferenza, dalla morte delle emozioni e dell’anima alla droga c’è davvero poca strada. Ho sempre tenuto a dire che non sono mai stato tossicodipendente. Ho assunto droga, quasi ogni tipo di droga, senza mai arrivare al punto di dipenderne. Quello che non avevo capito, era che non avevo bisogno di dipendere dalla droga, perché la mia rabbia, il mio odio avevano già fatto il suo lavoro, uccidendo in me la consapevolezza di quello che stavo facendo, e quindi la capacità di soffrirne.
Dopo ci furono solo i soldi. Il senso di potere quasi clandestino che avevo provato quella prima volta in cui Giannino mi aveva pagato non era nulla, paragonato al trionfo di poter maneggiare centinaia di migliaia di lire al giorno. Niente più terrore, niente più falsa arroganza, niente angoscia, rabbia e neppure orrore. Tutto seppellito sotto una montagna di soldi.

Dalle consegne dei pacchetti passai a ritirare i pagamenti, sempre più grossi, e poi a comprare quantità sempre maggiori, e poi a trovare i fornitori.

In capo a qualche anno mi trovai in mano un’industria. Ero diventato il numero due. L’allievo finirà per superare il maestro, mi diceva ogni tanto Giannino, quando era di buon umore e non si chiudeva nei suoi prolungati silenzi mistici. E come un qualunque imprenditore di pochi scrupoli, mi curavo poco di quello che succedeva sotto di me. Compravamo, controllavamo la qualità, assaggiavamo, smistavamo, rivendevamo ai dettaglianti, che poi l’avrebbero venduta agli spacciatori medi, e questi ai più piccoli, fino ai più disperati che vendevano una bustina alla volta, con enormi crisi di coscienza, per procurarsi la loro dose. Erano mille anni che quelle crisi non erano più mie. Avevo strani incubi, la notte, ma erano confusi, evanescenti, lasciavano solo uno stordimento che io ero bravissimo a scrollarmi di dosso immediatamente appena sveglio.

All’inferno e ritorno – 3a parte

L'inferno di Hieronymus Bosch

L’inferno di Hieronymus Bosch

Ricordo quanto fu facile rubare quel catorcio di motorino. Stranamente facile, se ripenso allo stupido ragazzetto che ero.

Era lì senza catena, esposto a quella che le leggi chiamano “pubblica fede”. Cioè all’onestà dei ladri. La mancanza di difese è un’aggravante, chiaro. Perché la tua lealtà di delinquente dovrebbe spingerti a rubare un motorino chiuso in un garage, protetto dalla catena, da un sofisticato sistema di allarme e dal dobermann tenuto a scorrazzare libero nel giardino.

Ma no, sto sbagliando ancora. Neppure oggi sono un santo e a volte lascio parlare il ragazzino sedicenne che è ancora dentro di me e che capisce tutto a rovescio.

Una spinta incosciente a qualcuno che passava per caso mentre scappavo, gesto idiota di chi neanche sa cosa sta facendo, trasformò il furto in rapina. E forse avrei potuto comunque cavarmela, se non avessi mascherato la paura con l’arroganza.

I carabinieri a casa mia, il mondo spezzato di mia madre, tre mesi di riformatorio. Quando mi condannarono, in segreto dentro di me piansi, ma non mostrai le mie lacrime a nessuno. Fu allora, credo, che cominciò a nascere in me l’idea che se il mondo non mi voleva, tanto valeva che io escludessi il mondo.

Vidi cose che non so se riuscirò mai a descrivere. Le umiliazioni, le botte, la ferocia. Toni. Toni che mi vide smarrito, diverso da tutti loro, spaurito e stupido. Toni che aveva solo diciassette anni e nessuno scrupolo. Toni che sarebbe rimasto per sempre nella mia memoria come un incubo, quando la notte mi svegliavo senza più la paura della violenza altrui, ma della mia, quando senza mai dirlo a nessuno, avevo capito di essere diventato come lui.

E Giannino, l’unico di cui Toni avesse paura. Si diceva che fosse dentro per un reato molto grave, e le voci correvano, ma nessuno lo sapeva con sicurezza, perché un’altra delle regole del carcere è che nessuno parla dei fatti suoi, nemmeno con i più cari amici. Nessuno che conti qualcosa, naturalmente. Toni era il tipo che doveva vantarsi delle sue imprese, raccontare ai quattro venti quello che era stato capace di fare. Questa era la differenza fondamentale tra lui e Giannino, e il motivo per cui Giannino era riuscito ad ottenere il rispetto che Toni, con la sua violenza e il terrore che incuteva, non aveva mai avuto.

Toni era alto, muscoloso, orgogliosissimo del suo aspetto fisico, che, diceva, gli procurava tutte le ragazze che voleva. Giannino era alto e magro, e il suo fascino stava tutto negli occhi, neri e vivacissimi, pieni di un’intelligenza ironica e strafottente, e di una calma che disarmava l’avversario più agguerrito.

Le parole e la faccia di Toni le ho marchiate a fuoco dentro, come il giorno in cui persi l’innocenza per sempre.

– Sai, a me piace qualche scopata ogni tanto, così uno si deve adattare, no? Qui ragazze non ce ne sono… Intendiamoci, io non sono un finocchio. A me vanno le ragazze, e di quelle carine. Però sai, se tu fossi un po’ più disponibile, un po’ più aperto, diciamo, magari i rapporti tra noi potrebbero migliorare, non credi?

I due scagnozzi che lo accompagnavano sempre mi afferrarono per le braccia. Mi divincolai, gridando, e mi accorsi che non riuscivo a trattenere le lacrime. Lacrime di paura, di rabbia, di orrore, che mi facevano sentire la mia debolezza. Per la prima volta, sentii con più forza non il disprezzo degli altri, ma il mio stesso disprezzo. Avrei voluto scomparire, essere inghiottito dalla terra, trovarmi all’inferno, pur di non essere lì in quel momento, e non perché quei due uomini mi tenevano e il terzo mi stava brutalmente spogliando, ma perché io, di fronte a quella situazione, non sapevo fare nient’altro che piangere.

– Io volevo che fosse un piacere per tutti e due – mormorò Toni. – Ma tu lo sai che quello che gli altri non mi danno spontaneamente, me lo prendo da solo.

– Sei un mostro! – Gridai. – Sei un pervertito, un finocchio!”
Sapevo che quello era il peggiore degli insulti, ma in quel momento non mi importava più della paura, volevo solo ferirlo, colpirlo in qualche modo, perché le mie lacrime bruciassero meno.

Per tutta risposta, Toni mi colpì con un pugno nello stomaco che mi provocò altre lacrime di dolore.

– Non sei nella condizione di fare il furbo, lo capisci, vero? – Disse, sempre a bassa voce. Usava quel tono quando voleva essere ancora più minaccioso, e in genere ci riusciva. Ma io ero uscito fuori di testa, non sapevo né quello che facevo né quello che dicevo, e continuai a insultarlo. Pensavo che presto o tardi qualcuno avrebbe sentito le urla, sarebbe intervenuto. E qualcuno intervenne, ma non furono le guardie.

Sentii solo una voce pacata che diceva:

– Se non lasci stare quel ragazzo, ti ritrovi con questo nella pancia.

Toni mi lasciò andare, e io girandomi vidi Giannino, con un coltello nella mano sinistra. Così, ancora scioccato da quello che era successo e da quello che avrebbe potuto succedere, mi chiesi solo come mai lo tenesse nella sinistra. In seguito lui me lo spiegò, quando cominciò a darmi brutali ma efficaci “lezioni di autodifesa”: – Devi saper usare il coltello nella mano sinistra come nella destra, perché ti può capitare facilmente di dover usare tutte e due le mani. Sparare con la sinistra è più difficile, e anche tirare pugni, se non sei mancino. Quindi, è meglio che impari ad usare il coltello. –

E me lo aveva insegnato, con lunghe, pazienti lezioni, simulando aggressioni, sempre con il coltello nella sua mano destra, mentre io dovevo tenerlo con la sinistra, fino a quando ero diventato bravo quasi come lui.

Per me era inconcepibile, in quel momento. Non il coltello nella mano sinistra, intendo. Intendo il coltello. Un’arma, un’arma qualsiasi. Colpire un altro essere umano.

Ma Giannino mi aveva salvato, proprio come se mi avesse salvato la vita, perché a quella violenza ne sarebbero seguite altre, più brutali ancora, e io non avrei mai imparato a difendermi da solo, e un giorno probabilmente mi avrebbero ammazzato, e nessuno se ne sarebbe neppure accorto.

Così, sull’onda della gratitudine, che veniva ad aggiungersi ad un’ammirazione che quasi mio malgrado avevo provato per lui fin dall’inizio, gli avevo promesso che avrei fatto qualsiasi cosa per sdebitarmi.

– Non fare promesse che poi non sei sicuro di mantenere – Mi rispose lui, con quel suo strano accento, a metà napoletano, a metà settentrionale, così difficile da identificare con precisione.

– Giuro che manterrò la mia promessa. – Dissi io, solennemente.

Credo di essere stato, in quei giorni,  come un uomo trascinato da un vortice, che ogni volta che si aggrappa a qualcosa che sembra potergli dare la salvezza, scopre poi che era una trappola mortale. Eppure credo anche che ci fosse, in me, una smania di andare oltre. Forse, in fondo a me stesso, volevo proprio quello, impegnarmi senza possibilità di ritorno, diventare, una volta per tutte, “uno di loro”. Se anche questo avesse significato rubare, rapinare, e magari uccidere, almeno avrei, finalmente, saputo chi ero. L’orgogliosa, presuntuosa solitudine in cui mi ero volontariamente chiuso, convinto di essere la vittima della stupidità altrui, l’unico sano in un mondo di pazzi aveva come risvolto un doloroso senso di vuoto, l’idea che nessuno mi voleva, che non appartenevo a nessuno. Per questo, forse, avevo fatto a Giannino quella dichiarazione, che in fondo era una dichiarazione di resa, di sottomissione. Avevo chiesto, o almeno avevo implicitamente accettato, di essere suo schiavo. Appartenere a qualcuno. Questo volevo, dentro di me, e per questo ero disposto a gettarmi in quel vortice, sapendo, dopotutto, che sarei finito sempre più giù.

All’inferno e ritorno – 2a parte

L'inferno di Hieronymus Bosch

L’inferno di Hieronymus Bosch

Oggi mi conoscono col nome di Luca, e userò questo. E’ un nome come un altro. Avrei voluto un nome così, per me. Il nome con cui sono nato ho perso il diritto di usarlo molto tempo fa.

   Sono nato … ma questo non ha importanza. Ho cambiato città e anche paese da tanto, tanto tempo. Del mio luogo di origine ho a volte qualche memoria inaspettata, di cose che da ragazzo non credo di aver mai notato, se non con quella parte di inconscio che poi viene a tormentarti quando meno te lo aspetti tirando fuori cose che non gli hai mai chiesto, come fotogrammi disordinati di una vita che non ti appartiene da secoli. La pietra grezza di una chiesa romanica, i colori vivaci eppure morbidi delle case sulla riva del mare, l’ombra dominante in lontananza di una fortezza antica.

   Neanche la mia età ha importanza, diciamo che vado verso i quarant’anni, e che tutto è cominciato più di vent’anni fa. Un’adolescenza tormentata e apatica di cui ho solo pochi, vaghi ricordi, non so quanto veritieri. Le facce sono maschere sarcastiche, le parole sferzanti, il tono sempre beffardo.

– Guardate il secchione. Studia perché quello che ha nei pantaloni non gli funziona e così non ha nient’altro da fare. Scommettiamo che se si porta dietro un bel pezzo di fica, poi sta lì a parlarle in poesia?

Solitudine. Rabbia. Il bisogno di essere cercato, di essere ammirato. Il bisogno di essere parte del “gruppo” e l’arroganza di sentirmi diverso. La rispettabilità, la stima dei professori, le aspettative dei miei: il mio orgoglio e la mia dannazione.

    Forse è stata questa lacerazione a perdermi. Forse è impossibile capire perché le cose succedono. Ci vogliono miriadi di piccoli tasselli che si infilano l’uno dentro l’altro, piano piano, finché alla fine le cose succedono e basta.

   Così, la mia prima ribellione sembrò improvvisa, e stranamente “forte”. Una vera ribellione. Di più, una rivoluzione. Come se, da un giorno all’altro, fossi diventato un altro. Ma naturalmente non era così. Era solo che quei piccoli tasselli erano andati tutti al loro posto.

    Avevamo marinato la scuola. Una trasgressione lieve per chiunque, ma non per me. Forse è per questo che più tardi sono andato così in là.  Per come ero fatto, se mi fossi limitato a quella piccola violazione dei miei doveri di rispettabilità, ne avrei sofferto per troppo tempo. E avrei continuato a soffrire, per tutta la vita, ogni volta che avessi commesso il più minuscolo errore, la più insignificante devianza dal modello della mia “normalità”.

   Ma ho dovuto andare fino in fondo, scoprire cosa significa spezzare tutte le regole, lacerare le più elementari norme di civiltà, e fare, e farmi, tanto male da scoprire quanto quelle regole erano davvero insignificanti. Quanto la vergogna sia inutile. E quanto sia bello essere orgogliosi di se stessi.