La lettrice della domenica – Il Dio del Mare, di Pierluigi Cappello

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Un libro stupendo. Le prose di un poeta, uno dei pochi contemporanei che davvero riesce a entrarmi nell’anima, e mi dispiace averlo scoperto tardi, ma adesso mi cercherò tutti i suoi libri.

È questa l’ebrietudine d’origine, è questo, mi dico, il corso dei poeti, sbarbicare le parole dal silenzio, farle intatte – rosa di Paracelso -, sentirle pesanti sul palmo, come le teste dei re, dentro il cerchio concluso di monete d’oro o di rame.

(Pierluigi Cappello, Il dio del mare, ed. BUR Contemporanea)

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La lettrice della domenica – Runaway, di Alice Munro

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Splendida giornata, oggi. Non che abbiamo fatto niente di particolare, anzi, a dire la verità abbiamo lavorato tutto il giorno, ma insieme, abbiamo messo a posto cose che aspettavano da tempo, ci siamo presi cura della casa e di noi e l’uno dell’altro, e quando è così sembra davvero di acchiappare un pezzo di felicità, senza nessun bisogno di grandi cose. Ora farò la mia recensione domenicale e poi mi metterò a scrivere o guardare un bel film anni ’20 o entrambe le cose, e mi creerò ancora un altro angoletto di cose belle.

La recensione per la rubrica di oggi è forse la cosa più impegnativa della giornata. Ho comprato questo libro d’istinto, ho letto i primi quattro racconti (ossia circa la metà) quasi d’un fiato, complice forse anche l’influenza, poi mi sono arenata. C’è qualcosa che mi piace molto, e penso che potrebbe essere l’introspezione, visto che credo di avere in anch’io una scrittura introspettiva. O forse all’opposto, temendo di avere una scrittura “troppo” introspettiva mi aggrappo alle descrizioni più oggettive, ai dialoghi rivelatori, ai dettagli che mostrano più di tante riflessioni raccontate.

Qualcosa però mi respinge. Forse l’introspezione, forse le descrizioni oggettive, forse qualcosa di un po’ asettico, forse “il dolore e la desolazione sotto la superficie” (dalla quarta di copertina), uniti a quella forma “portata all’estrema perfezione, e senza alcun tentennamento”, che invidio ma che mi impediscono in qualche modo di sentire quell’empatia, che pure si dice che la scrittura della Munro possieda.

I racconti certamente riguardano le vite di persone comuni, avvenimenti cardine in vite ordinarie, ma anche questi avvenimenti sono spesso (anche se non sempre) di per sé ordinari, cambiano una vita a seconda del contesto e del carattere di coloro a cui capitano. Al tempo stesso, però, personalmente non riesco a rispecchiarmici, mi paiono storie di vite perdute in una specie di fango grigiastro, di nebbia di inutilità, che forse ottiene il miracolo di raccontarci esattamente cosa significa essere umani, come dice il Times, ma io tutto sommato spero di no.

La lettrice della domenica – Le città invisibili di Italo Calvino

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Il mio affetto per Calvino risale a tempi quasi preistorici, “Il barone rampante” è uno dei primi romanzi che ricordi di aver letto. Eppure ancora ho alcune lacune per quanto riguarda la sua produzione letteraria, e questa era una di quelle fino a pochissimi giorni fa. Finalmente, uno dei miei viaggi (ultimamente per fortuna frequenti) mi ha permesso di colmarla, e non sono stata per nulla delusa, anzi. Non è un’opera facilmente definibile, e già questa per me è una qualità: non è un romanzo, non è un saggio, non è neppure, propriamente, una serie di racconti, né un diario o una raccolta di impressioni. È un po’ tutto questo, e altro ancora. È la descrizione delle città, di qualunque città, e del nostro modo di viverle e di osservarle. Ognuna delle città immaginarie descrive, di fatto, uno o più aspetti che certamente si possono cogliere nei luoghi che abitiamo, trasfigurato però, dal fatto stesso di essere descritto in modo così “letterario”. Le torri, i bastioni, le ringhiere, le strade, le finestre sono tanto oggetti materiali, riconoscibili dal lettore in quanto parte anche del suo mondo, quanto elementi del sogno, della memoria e del desiderio. Città continue, città capovolte, città che contengono il contrario di sé stesse, città che hanno un rapporto particolare con il cielo, con il mondo sotterraneo e con i morti, ciascuna in un modo che le è proprio, eppure così vicino al nostro: Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.

Il rapporto tra realtà e letteratura mi pare uno dei temi centrali di questo libro (come di molti altri di Calvino), tanto quanto il rapporto tra il viaggiatore e i luoghi. A parlare delle città è infatti Marco Polo, che dialoga con Kublai Khan, ma non è necessariamente lo stesso Marco Polo della storia, è una sorta di fantasma, di pretesto, e di nuovo il rapporto tra immaginario e reale cambia continuamente e diventa chiave di interpretazione:

KUBLAI: Non so quando hai avuto il tempo di visitare tutti i paesi che mi descrivi. A me sembra che tu non ti sia mai mosso da questo giardino. 

POLO: Ogni cosa che vedo e faccio prende senso in uno spazio della mente dove regna la stessa calma di qui, la stessa penombra, lo stesso silenzio percorso da fruscii di foglie. Nel momento in cui mi concentro a riflettere, mi ritrovo sempre in questo giardino, a quest’ora della sera, al tuo augusto cospetto, pur seguitando senza un attimo di sosta a risalire un fiume verde di coccodrilli o a contare i barili di pesce salato che calano nella stiva.

KUBLAI: Neanch’io sono sicuro d’essere qui, a passeggiare tra le fontane di porfido, ascoltando l’eco degli zampilli, e non a cavalcare incrostato di sudore e di sangue alla testa del mio esercito, conquistando i paesi che tu dovrai descrivere, o a mozzare le dita degli assalitori che scalano una fortezza assediata.

POLO: Forse questo giardino esiste solo all’ombra delle nostre palpebre abbassate, e mai abbiamo interrotto, tu di sollevare polvere sui campi di battaglia, io di contrattare sacchi di pepe in lontani mercati, ma ogni volta che socchiudiamo gli occhi in mezzo al frastuono e alla calca ci è concesso di ritirarci qui vestiti di chimoni di seta, a considerare quello che stiamo vedendo e vivendo, a tirare le somme, a contemplare di lontano.

KUBLAI: Forse questo dialogo si sta svolgendo tra due straccioni soprannominati Kublai Khan e Marco Polo, che stanno rovistando in uno scarico di spazzatura, ammucchiando rottami arrugginiti, brandelli di stoffa, cartaccia, e ubriachi per pochi sorsi di cattivo vino vedono intorno a loro splendere tutti i tesori dell’Oriente.

POLO: Forse del mondo è rimasto un terreno vago ricoperto da immondezzai, e il giardino pensile della reggia del Gran Khan. Sono le nostre palpebre che li separano, ma non si sa quale è dentro e quale è fuori.

(Italo Calvino, Le città invisibili, I edizione Oscar Moderni 2016)

La lettrice della domenica – nuovi libri e altre storie

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Biblioteca arricchita grazie al buono libri ricevuto come seconda classificata al Premio di Poesia Maria Maddalena Morelli – Corilla Olimpica, molto ben organizzato dall’Associazione Etruria Faber Music. (questa la pagina Facebook=. Personaggio interessante lei, tra l’altro, parlo dell’artista a cui il premio è intitolato: poetessa improvvisatrice del Settecento, appartenente all’Arcadia, incoronata in Campidoglio, decisamente non conforme al ruolo femminile tradizionale. Sono doppiamente orgogliosa quindi di questo riconoscimento in nome di una persona anticonvenzionale.

La poesia premiata è Vento in fiamme.

Nel frattempo non trascuro i vecchi amori. Di Claudio Magris e del suo bellissimo libro L’infinito viaggiare ho già parlato, e ne ho anche recentemente tratto una citazione, ma è uno di quelli di cui non mi stanco mai. Leggo meno di quanto vorrei, ma mi capitano quasi sempre libri splendidi, e infatti non mi limito a leggerli, ci viaggio dentro, in un tempo dilatato: letture che un tempo avrei completato in un paio d’ore, mi occupano giorni, mesi, talvolta non finiscono proprio, perché continuo a riprenderle, scorgendovi segreti sempre nuovi, proprio come in un luogo familiare, abitato o visitato migliaia di volte, sarà sempre possibile scoprire un segreto nuovo, un angolo, uno scorcio, una strada, o anche solo il fugace riflesso di una luce o un’ombra mai osservata prima, e che non si ripeterà.

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Così anche le parole non sono mai uguali, la stessa frase cambia suono secondo il nostro umore, il periodo che stiamo vivendo, o semplicemente il momento del giorno, della sera o della notte in cui l leggiamo. Se piove, il senso di quella frase non sarà lo stesso di quando il cielo è sereno. Ogni nuvola e ogni sbuffo di vento pure cambierà qualcosa.

Quello di Magris è un libro che racconta naturalmente di viaggi, sia pure in senso lato, e mi capita di leggerlo quasi solo mentre sono in viaggio. Quando ne scorro qualche pagina a casa, la sera, non lo trovo certo meno bello, tutt’altro, ma diverso. Leggerlo in viaggio mette in moto una serie di pensieri, di osservazioni, di modi di guardare la realtà fuori dal finestrino, su qualunque mezzo mi trovi, alzando spesso gli occhi dal libro; mentre quando sono ferma in poltrona mi lascio trascinare solo dal ritmo delle pagine, come se, non spostandosi il mio corpo, anche la mia mente si muovesse di meno. Ma anche questa temporanea immobilità è necessaria, per lasciarsi attraversare dalle parole altrui, senza interromperle con le proprie. Ci vogliono entrambe le cose, un equilibrio tra il lasciarsi ispirare e il lasciarsi trascinare, tra una lettura che diventa movimento e azione e una che invece celebra l’otium e uno spazio di quiete e silenzio al riparo da tutto, anche dai pensieri.

E poi in questo momento rifletto molto sul significato della scrittura, e della poesia in particolare, e anche questo mi dà uno sguardo diverso su un libro che di per sé, come molte cose belle, ha tanti strati, è semplice senza perdere la sua complessità, e viceversa.

La lettrice della domenica – sulla bontà, citazione da “L’infinito viaggiare” di Magris

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L’immagine della bontà è spesso collegata a un rapporto confidenziale e amichevole con le cose, a una rispettosa familiarità con gli oggetti, a un’attenta e sapiente capacità di maneggiarli con abilità, ma anche con cura e riguardo. La gentilezza rivolta alle persone, agli animali, alle piante si estende, spontaneamente, alle cose. al bicchiere in cui infila il fiore; la bontà è anche nelle mani, nel modo in cui si tendono verso altre o prendono un portacenere dal tavolo. L’attenzione, è stato detto, è una forma di preghiera, il riconoscimento della realtà oggettiva, di un ordine, di confini; un modo di guardare al di là e al di sopra del proprio Io, di sapere che nessuno è il satrapo tirannico e capriccioso del mondo né può devastarlo a suo arbitrio, come ci accade in quei penosi e impotenti scatti di collera in cui, non potendo distruggere noi stessi, gli altri o l’universo, facciamo a pezzi il primo oggetto che ci viene a tiro. C’è una robusta bontà delle mani, proprio di chi bada all’altro e non si concentra sterilmente solo sulle proprie smanie; assomiglia all’infanzia, la cui fantasia si accende per un sasso o per una scatola di fiammiferi vuota, e assomiglia soprattutto all’arte, che non esiste senza questa sensuale, curiosa e scrupolosa passione per la concretezza fisica e sensibile dei particolari, per le forme, i colori, gli odori, per una superficie liscia o spigolosa, per la rivelazione che può venire dall’orlo della risacca o dal bottone fuori posto di una giacca.

Claudio Magris, L’infinito viaggiare, Oscar Mondadori

La lettrice della domenica – Le Braci di Sandor Marai

Oggi ero a San Martino in Campo  (Perugia) dove non ero finalista ma ho avuto l’onore di avere due poesie incluse in un’antologia di cui fa parte Rodolfo Vettorello e già questo di per sé sarebbe un premio.  Aggiungetevi la grazia di Perugia e la bellezza della dimora storica con parco rispettosamente convertita in albergo in cui si è svolto l’evento e dove abbiamo dormito. E aggiungete pure che ne ho approfittato per leggere finalmente uno dei libri che avevo in programma da tempo, quello appunto che dà il titolo al post e che come pensavo è un libro incredibilmente bello. Insomma mi sono trattata bene questo weekend.

Il libro racconta di un incontro lungamente. atteso, di un segreto lungamente celato, e di quali siano le cose alle quali dobbiamo fedeltà. Una scrittura magistrale in cui ogni parola dice esattamente quello che vuole e che deve dire.

 

La lettrice della domenica – citazione dal Pittore di Battaglie

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Ho già recensito questo libro, e come dicevo allora, qualcosa mi attrae molto, soprattutto a livello cerebrale, qualcosa mi respinge, a livello del cuore. È un libro freddo in maniera per me quasi insopportabile, eppure ci torno e ritorno sopra. Credo sia proprio la distanza rispetto a un punto di vista così diverso dal mio, che lo rende interessante ma anche ostico. Comunque, vi presento un’altra citazione, uno dei frammenti che più mi hanno colpito e che sono andata a ricercarmi, forse uno dei pochi in cui una certa emozione si percepisce:

A proposito di posti, commentò Markovic, non so se la pensa come me. In guerra sopravvivi grazie agli accidenti del terreno. E la cosa lascia un senso speciale del paesaggio. Non le sembra?  Il ricordo del posto da cui sei passato non si cancella mai, anche se si dimenticano altri particolari. Parlo del prato che osservi sperando di vedere apparire il nemico, della forma della collina che risali sotto il fuoco, del fondo del fossato che protegge da un bombardamento… Capisce quello che dico, signor Falques?

“Perfettamente.”

Il croato rimase un momento in silenzio. La brace della sigaretta brillò per l’ultima volta prima che lui la spegnesse.

“Ci sono posti” aggiunse “da cui non si torna mai.” 

(Arturo Pérez-Reverte, Il pittore di battaglie, Tropea, traduzione di Roberta Bovaia)