La lettrice della domenica (e che importa se è lunedì) – Mario Soldati, La sposa americana

Lunedì o no, sempre una lettrice della domenica sono.

Questa volta, come sempre senza nessuna logica o coerenza di genere, periodo o provenienza geografica, ho deciso che era il momento giusto per leggere qualcosa di Mario Soldati. Non conoscevo nessuno dei suoi libri, né i suoi film, ma avendo dato qualche occhiata ai suoi documentari, mi ero fatta l’idea che valesse la pena di provarci. E l’idea mi è rimasta, benché La sposa americana sia stato per molti aspetti una delusione. Probabilmente non il suo migliore (infatti non è citato tra i più importanti nella sua biografia). È la storia di un triangolo in cui non si capisce bene chi ama chi, il protagonista sostiene come una specie di giustificazione di aver amato una sola donna e che proprio i suoi tradimenti, e soprattutto quello più “importante” erano dettati appunto dall’amore, resi da esso inevitabili, addirittura.

Ne esce il ritratto di un uomo estremamente egocentrico, inutilmente tortuoso, che si fa (e ci racconta) un sacco di elucubrazioni mentali senza costrutto e non ama, di fatto, nessuno. Lo stile scorrevole mi ha indotto a proseguire la lettura, ma neanche nei personaggi femminili ho trovato quegli elementi di fascino adombrati nella quarta di copertina. A un certo punto il romanzo sembra virare verso il giallo, ma non dico di più per non svelare troppo. Lo consiglierei? Non se vi piacciono i romanzi con molti dialoghi serrati e i personaggi che agiscono più che pensare, e attraverso le azioni rivelano la propria personalità; sì se invece amate questo tipo di narrazione introspettiva.

La cosa che ho apprezzato di più? Le descrizioni di certi scenari di San Francisco!

Sto leggendo…

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Libro amaro, rabbioso, ribelle, commovente, umano, sarcastico. Dalle radici ebreo-ortodosse a una vera e propria battaglia con Dio, conflitto-riavvicinamento-messa in discussione costante che ha molti elementi in comune con il rapporto padre-figlio, o forse più ancora il rapporto di un uomo adulto con il sé stesso padre e il sé stesso bambino represso e oppresso. Dietro ogni ironia, ogni battuta c’è un senso di profonda ingiustizia che colpisce allo stomaco, la consapevolezza del rischio di perdersi, ma anche la consapevolezza della possibilità di trovarsi, anche usando la stessa rabbia in modo diverso, in mezzo a un labirinto di esperienze, immaginarie e reali, di letture e scritture, di incontri e di scontri che conducono a superare in qualche modo quel senso di ingiustizia, sapendo che ha lasciato segni ma anche che si può sempre andare oltre.

Cominciavo a sentirmi anch’io un po’ come un prepuzio. […] Reciso dal mio passato, incerto sul mio futuro, insanguinato, pestato, buttato via. Mi chiesi se esistesse un posto dove i prepuzi possono andare, un posto in cui possono vivere insieme in pace, amati, voluti, una nazione di prepuzi, fatta dai prepuzi, per i prepuzi. (Shalom Auslander, il lamento del prepuzio, Guanda).

Fiamma e metamorfosi

Se vediamo da vicino questo pezzo di legno, come ci appare in queste pagine, poche righe, scopriamo subito che è titolare di un destino misto e drammatico. Viene definito legno da mettere nelle stufe e nei caminetti; più avanti, maestro Ciliegia lo dirà legno «da buttar sul fuoco», per «far bollire una pentola di fagioli». Dunque, legno da ardere, da consumare in fiamma, per sopravvivere agli inclementi inverni e per nutrirsi. Ma insieme un altro destino lo insegue: quello di essere lavorato: maestro Ciliegia vuol farne «una gamba di tavolino». E di altre metamorfosi presto sapremo. Ma quel che costantemente noteremo è che i due destini sono paralleli: quel legno è materia che chiama la distruzione e la cenere, e insieme vuole diventare e trasformarsi.

Se scrutiamo poi tra parola e parola vedremo dell’altro: che mai significa quel «capitò»? L’impressione è che il pezzo di legno abbia scelto di recarsi in quella bottega; e che un legno vada da un falegname ha certamente il suo significato. Possiamo suggerire che codesto legno si propone ad una trasformazione, una nascita? E donde viene? Non è verosimile che, a sbalzi e strattoni, bambinesco e cocciuto,ma fatalmente mosso, sia giunto fin qui per prati e sentieri, dopo essersi staccato dalla materia iniziale di una foresta materna? Presto lo sapremo capace di sgarbati strattoni, ed a quel modo si sarà staccato da una qualche madrepianta, e si sarà mosso in cerca di una bottega pervasa dall’odore fraterno di tutte le forme e i modi del legno.

(Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, Adelphi)

Sto leggendo…

Libro preso un po’ per caso, vagando con lo sguardo e poi con la scala in recessi sempre meno a portata di mano, non so se vi succede, ne afferrate diversi, uno dopo l’altro, e vi sembra di non essere nel giusto mood per nessuno, finché alla fine ne scegliete uno, non convinti fino in fondo, ma perché ricordate che c’era stato un momento in cui averlo era sembrato imprescindibile e una ragione doveva pur esserci.

Una ragione c’era, infatti, e leggendo la sto riscoprendo. È un libro bellissimo, inquietante, dalla scrittura magnifica, severa, sicura e insieme aperta a mille altri dubbi, domande, possibilità, nuove interpretazioni, pensieri anche recalcitranti e ribelli, in disaccordo. Un libro fertile, ecco.

Volevo qualcosa che mi coinvolgesse profondamente, che anche senza rispecchiarmi del tutto, mi appartenesse al punto da rendere difficile staccarmi dalle sue pagine. L’ho trovato.

La lettrice della Domenica – “Madre Notte”, di Kurt Vonnegut

L’ho appena finito, proprio in questo momento,  in quattro ore, dirante il viaggio di ritorno da Pordenone. Forse era davvero il momento giusto. Sono più forte, quando viaggio. Credo che sia meglio trovarsi in un momento in cui ci si sente forti, per leggerlo.  L’ho trovato estremamente duro, nel suo mettere a nudo la parte disgustosa che ci si può trovare a recitare in situazioni in cui la scelta morale è davvero difficile, forse non esiste, come può essere una guerra, anche la più “giusta”. Durante la seconda guerra mondiale, nell’agire per il suo Paese e contro il nazismo, Howard Campbell si trova a dover fingere idee ripugnanti, ma finge talmente bene da commettere più di un crimine contro sé stesso e la propria identità. Talmente bene, che si potrebbe dire che la sua molto peculiare forma di eroismo consista proprio nell’accettare di perdere del tutto e definitivamente la propria innocenza.

Sabatoblogger e Lettrice della Domenica – Due in uno

Sono talmente esausta da essere praticamente priva di energie, stasera, sarà il contrasto tra il freddo e il caldo, o il lavorare di zappa di ieri e oggi, a cui dallo scorso autunno non sono più abituata, come che sia, sono distrutta. Visto che ieri non ero riuscita a postare per la rubrica dei Blog del sabato, ho pensato di unire quella alla “Lettrice della Domenica”, così vi segnalo il post La seta e l’uragano, di Emanuele Somma, recensione di un libro che mi sembra interessante. Il post è tratto dal blog La Stanza 101, di Valentina Zanotto, appassionata di cucina, arte e fotografia, ma soprattutto di libri.