La lettrice della domenica – Sono il guardiano del faro

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Vi avevo accennato qualche giorno fa, parlando del Salone di Torino, alla Casa Editrice Racconti. Come vi dicevo, hanno iniziato l’attività da circa un anno e il loro catalogo mi sembra di tutto rispetto, per quanto riguarda i titoli, e curatissimo nella presentazione.

L’impressione è confermata dalla lettura di questo libro poco voluminoso ma densissimo, una raccolta di racconti aventi come filo conduttore il tema del viaggio come percorso dell’immaginazione, e anche come vita, certo, catturata nel suo eterno movimento e nelle sue curve inattese, nei suoi bruschi cambi di direzione e nella sua inquietudine.

Nove racconti che sono come nove quadri, o nove fotografie sospese tra il realistico e l’onirico, fino all’ultimo, che dà il titolo alla raccolta e ci lascia con una domanda: non siamo forse tutti guardiani del faro, in attesa di qualcosa, sospesi tra solitudine e necessità di condividere il viaggio con altri, tra immobilità e richiamo irresistibile verso l’ignoto, l’altrove, verso l’incessante movimento del mare?

non ho mai visto che aspetto abbia il nostro treno dall’esterno. Come molti dei miei simili, sono nato a bordo, ci sono cresciuto ed è qui che ho la mia vita. Ignoro che aspetto abbia, eppure posso immaginarlo osservando l’altro treno circolare sul binario parallelo, nel nostro stesso senso, dandoci prova che non siamo i soli a fare un simile viaggio. […] Antonia è l’amore della mia vita; ma è sull’altro treno. Dovrei dire: Antonia è l’amore della mia vita perché è sull’altro treno. […] Nessuno fa grandi progetti, tanto appare utopica l’idea di una sosta. Ognuno vive la sua vita. A volte, una ragazza sposa un ragazzo di un’altra carrozza, un po’ più lontano. In generale, bisogna riconoscere che siamo, come dire, piuttosto statici – anche se questo termine sembra paradossale, visto che il treno continua a viaggare, senza sosta. Con questo voglio dire che ognuno resta in un determinato scompartimento e non ha voglia di andare a vedere quello che non succede in coda o in testa. E presto o tardi, ognuno si sposa, cresce i suoi figli, trova un lavoro, rimane tranquillo, anche se, senza dirlo, non pensa ad altro che al giorno dell’arrivo. Quel giorno non viene. I miei compagni, per stanchezza o conformismo, si sono sposati. Anche loro, in passato, rimasero affascinati da una sirena dell’altro lato. Uno dopo l’altro si sono rassegnati e hanno preso in sposa una donna di qui, a portata di mano, a portata di spirito. […] Lo so, è vano, ma guardo spesso Antonia e lei lo sente. Quando appaio, mette una collana, sempre la stessa. Nella luce autunnale, scintilla. Poi, alla svelta, quando viene l’inverno, quando si forma la brina sui finestrini, devo cercare un interstizio per scorgerla ancora un’ora o due. Ogni inverno, con un’angoscia che sfiora l’insopportabile, mi ritiro a porte chiuse nel treno e lei fa lo stesso nel suo. Magari arriveremo presto alla stazione. Magari il paesaggio cambierà, magari lasceremo questa pianura. […]

[Éric Faye, Sono il guardiano del faro, Racconti Edizioni, 2016, traduzione di Valentina D’Onofrio]

LA LETTRICE DELLA DOMENICA – Il pittore di battaglie

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Il pittore di battaglie

Era tanto che volevo leggere questo libro. Qualche giorno fa mi è proprio “saltato agli occhi”, per così dire, mentre curiosavo tra gli scaffali in cerca di qualcosa che mi ispirasse. Non posso dire che mi abbia deluso, è scritto molto bene e tratta di temi in parte crudelissimi, in parte affascinanti, che sono poi i temi universali: la guerra, il modo in cui ti cambia entrarci in contatto, che sia da vittima, da carnefice o da semplice “spettatore” esterno; l’amore; la natura umana; la vendetta, e altro ancora.

Avverto però una freddezza di fondo che mi mette a disagio. Credo sia voluta, perché ci aono continui rimandi alle formule, alle lineee, alle regole geometriche che governano le azioni e l’universo in genere, all’arte come “strumento impassibile per contemplare la vita”. Resta il fatto che mi pare di aver perso la possibilità, per me importante, di entrare davvero dentro la storia, di non limitarmi a leggerla – anche con interesse – ma di sentirla, di sentirmene parte.

C’è un uomo, Faulques, un ex fotoreporter di guerra che si è ritirato a vivere in un faro per dipingere un immenso affresco, imprimere i suoi ricordi su un supporto che d’altra parte è tutt’altro che duraturo, anzi, sta già mostrando le prime crepe mentre ancora Faulques non ha completato il suo lavoro. Al tempo stesso, quei ricordi passano attraverso molti altri assedi della storia, in cui l’ex fotografo inserisce delle scene che ha visto direttamente, sul presupposto che quegli assedi “sono sempre lo stesso assedio”.

Faulques si tiene lontano dalle altre persone, tuttavia un giorno arriva sull’isola un uomo che sembra conoscerlo. Lui non se ne ricorda, ma l’uomo è stato il protagonista involontario di una delle sue fotografie più riuscite e più famose. Markovic, questo il nome dello straniero, ha avuto la vita cambiata da quella fotografia, e non certo in meglio. Così è venuto per uccidere Falques, e glielo dice molto tranquillamente, in una scena che nel contesto ha un suo senso, ma aggiunge ancora un tassello a questo senso di estraniamento.

“È la ragione per cui mi vuole uccidere? … Per vendicare tutto questo? “

Sulla faccia di Markovic riapparve quel sorriso freddo, quasi indifferente.

“Effetto Farfalla, ha detto. Che ironia.  Un nome così delicato “.

I due uomini portano avanti, con l’andare dei giorni, una conversazione in cui Markovic racconta la sua storia e spiega – all’altro, ma sembrerebbe anche a se stesso – le ragioni della decisione di uccidere Falques, e quest’ultimo ascolta, risponde, ricorda, riflette; si potrebbe quasi dire che ciascuno dei due ricostruisce la propria vita attraverso gli occhi dell’altro, o meglio, attraverso l’ascolto dell’altro. La crudeltà, l’orrore dettano una filosofia tragica in cui l’intelligenza “fa eccellere e rende più attraente la  malvagità“. Il carattere predatorio dell’uomo visto scientificamente come una sua “proprietà stabile”. Simmetrie e risposte a simmetrie. Mi interessa e sento che tocca punti di verità, ma mi sento anche molto lontana da tutto questo. “Lei non è un uomo compassionevole, signor Falques”, dice Markovic; “Non lo sono. Ma è singolare che sia lei a dirmelo”, ribatte Faulques.

“Ho appena capito che non ne ha mai sofferto. Neppure adesso. Quello che ha visto non l’ha resa migliore né più solidale. Il fatto è che le sue foto non le bastavano più. Le è successo quello che capita con certe parole: a forza di usarle perdono il senso. Forse è per questo che adesso dipinge. Però dipinti, foto o parole, per lei non fanno differenza. Secondo me, lei prova la stessa compassione del ricercatore che osserva, attraverso il microscopio, la battaglia nell’infezione di una ferita. Microbi contro amebe”

“Leucociti”, lo corresse Falques. “Sono i leucociti che combattono i microbi. Globuli bianchi”.

“D’accordo. Leucociti contro microbi. Lei osserva e prende nota”.

Faulques indietreggiò fino a raggiungerlo, asciugandosi le mani nello straccio. I due rimasero per un po’ in silenzio, a guardare il dipinto.

“Può darsi che abbia ragione” dosse il pittore.

“Questo la renderebbe peggiore di me”.

E in questa non-compassione sta forse la ragione del mio non-amore per un libro che comunque sto leggendo fino in fondo. Mi prende molto, di testa, anche se non coinvolge il cuore.

SALONE DI TORINO

Ieri sono stata al Salone. Mariangela di Nuvole sparse tra le dita è stata così gentile da invitarmi a una informale chiacchierata con i suoi studenti riguardo alla traduzione, che è il mio mestiere. Lì abbiamo anche incontrato Dora di Almeno tu, che ha presentato il suo libro in cui tratta dell’abuso sui minori. Per inciso, pur non avendolo ancora letto, sono sicura, per come scrive lei, che sia un libro delicato, ben scritto, intimo e personale ma al tempo stesso una storia che può riguardare tutti da vicino.

Ne ho approfittato naturalmente per farmi un giro tra gli stand e ho fatto provviste, non per l’inverno, in questo caso, ma per l’estate, stagione nella quale conto di recuperare dopo un periodo in cui ho letto meno per varie ragioni. Non ho visto tutto ma ho visto cose belle. Per prima Bianco e Nero, una casa editrice dedicata a chi ha difficoltà a leggere (per dislessia ma non solo). Ho trovato i libri adattati in una maniera non semplicistica, una buona attenzione a stile e contenuti, e ne ho presi cinque tra quelli che ho più amato ma ne avrei presi molti di più. C’è anche il CD e questo è un aspetto importante che può invogliare chi, come mio figlio grande, ama le storie ma fa davvero fatica con libri voluminosi e magari tradotti in maniera non attualissima. Dettaglio non da poco, il carattere leggibilissimo.

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Racconti è, come dice il nome, una casa editrice specializzata in short stories, con uno splendido catalogo, per essere nata solo da un anno. Io ho preso questo

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ma ancora una volta, mi sono (molto) limitata! L’ho quasi finito e mi piace moltissimo, ne farò una recensione a parte.

Lascio per ultima la casa editrice che più mi ha colpita favorevolmente, Fazi. Naturalmente già la conoscevo, ma principalmente per i noir, genere che di solito non è il mio; in realtà hanno molti interessi e l’impressione è che di qualunque cosa si occupino, tirino fuori gioielli inestimabili. Avrei davvero comprato tutto. Non l’ho fatto, ma ho comprato parecchio, diciamo. E la breve chiacchierata che ho fatto allo stand ha confermato una passione vera e palpabile che diventa conoscenza approfondita dei libri che scelgono di pubblicare, amati e curati con affetto.

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Non sono una bellezza?

Parlando di tranquillità e di equilibrio…

Si parlava di crearsi angoli di tranquillità e di equilibrio… ecco, questo doveva essere un weekend di relax, niente lavoro dopo dieci giorni di delirio. La campagna, la primavera, i primi fiorellini in boccio, la pace, il cuore che canta… no, vabbè, quella ero io ma non è che cantavo, ululavo per il male perché da ieri sera sono stata in preda a coliche addominali lancinanti. Un po’ sapevo di cosa si trattava quindi non mi sono proprio spaventata, però in certe situazioni uno un po’ ipocondriaco lo diventa. Comunque ho vinto io. Stasera sto bene (incrocio le dita), vi posto qui una citazione dal libro che sto leggendo (da un po’, ma che ci vogliamo fare, è un periodo così) e poi dopo mi metto a guardare un altro film del 1920. E se poi mi deprimo troppo, torno sul moderno e al mio Robin che ha il potere di tirarmi su di morale sempre. Anche quando piango.

“Nel Principio speranza” Bloch dice che la Heimat, la patria, la casa natale che ognuno nella sua nostalgia crede di vedere nell’infanzia, si trova invece alla fine del viaggio. Quest’ultimo è circolare: si parte da casa, si attraversa il mondo e si ritorna a casa, anche se a una casa molto diversa da quella lasciata, perché ha acquistato significato grazie alla partenza, alla scissione originaria. Ulisse torna a Itaca, ma Itaca non sarebbe tale se egli non l’avesse abbandonata per andare alla guerra di Troia, se egli non avesse infranto i legami viscerali e immediati con essa, per poterla ritrovare con maggiore autenticità”. (Cluudio Magris, L’infinito viaggiare, Oscar Mondadori).

E noi sappiamo, aggiungo io, che Itaca non è necessariamente un luogo esterno, Itaca è la nostra casa interiore, possiamo trovarla ovunque, nella nostra città natale o altrove, ma è proprio perché Itaca siamo noi, è la nostra anima come potremo conoscerla solo alla fine del viaggio, che per trovarla bisogna prima smarrirsi, allontanarsene per riuscire a guardarla da fuori e riconoscerla.

La lettrice della domenica – Claudio Magris, L’infinito viaggiare

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Questa è stata per qualche tempo una rubrica saltuaria, perché ero (sono) talmente presa, tra lavoro, libro, famiglia e sogni vari che leggere è diventato difficile, però spero di farla ridiventare davvero settimanale perché la passione per la lettura non si è attenuata, anzi.

Ho finalmente ripreso, sia pure a rilento, e non avrei potuto farlo meglio di così: il libro che sto leggendo in questo momento è stupendo! Già dalla prefazione che, dice l’autore:

si addice a una raccolta di pagine di viaggio, perché il viaggio – nel mondo e sulla carta – è di per sé un continuo preambolo, un preludio a qualcosa che deve sempre ancora venire e sta sempre ancora dietro l’angolo; partire, fermarsi, tornare indietro, fare e disfare le valigie, annotare sul taccuino il paesaggio che, mentre lo si attraversa, fugge, si sfalda e si ricompone come una sequenza cinematografica, con le sue dissolvenze e riassestamenti, o come un volto che muta nel tempo.

La prefazione è una specie di valigia, un nécessaire, e quest’ultimo fa parte del viaggio; alla partenza, quando ci si mette dentro le poche cose prevedibilmente indispensabili, dimenticando sempre qualcosa d’essenziale; durante il cammino, quando si raccoglie ciò che si vuole portare a casa; al ritorno, quando si apre il bagaglio e non si trovano le cose che erano sembrate più importanti, mentre saltano fuori oggetti che non ci si ricorda di aver messo dentro. Così accade con la scrittura; qualcosa che, mentre si viaggiava e si viveva, pareva fondamentale è svanito, sulla carta ora non c’è più, mentre prende imperiosamente forma e si impone come essenziale qualcosa che nella vita – nel viaggio della vita – avevamo appena notato.

Il viaggio sempre ricomincia, ha sempre da ricominciare, come l’esistenza, e ogni sua annotazione è un prologo; se il percorso nel mondo si trasferisce nella scrittura, esso si prolunga dalla realtà alla carta – scrivere appunti, ritoccarli, cancellarli parzialmente, riscriverli, spostarli, variarne la disposizione. Montaggio delle parole e delle immagini, colte dal finestrino del treno o attraversando a piedi una strada e girando l’angolo.

[…]

Viaggiare ha dunque a che fare con la morte, come ben sapevano Baudelaire e Gadda, ma è anche un differire la morte; rimandare il più possibile l’arrivo, l’incontro con l’essenziale, come la prefazione differisce la vera e propria lettura, il momento del bilancio definitivo e del giudizio. Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai.

(Claudio Magris, L’infinito viaggiare, Oscar Mondadori)

– 6 Sensi di viaggio

Puoi restare fermo, immobile e attendere che l’ombra diventi un sottile bordo nero e lentamente si sposti, si giri attorno, si accorci, si nasconda sotto i tuoi piedi, quasi a scomparire, poi si riaffacci per allungarsi verso oriente fino a svanire stringendosi nel buio. Oppure muoverti, farla impazzire con cambi repentini, con passi zigzaganti, salendo e scendendo lungo i sentieri e le strade.

[…]

Il viaggio nasce nella testa, matura, ma per esistere ha bisogno di assorbire linfa attraverso i sensi, toccare, sentire, annusare, assaggiare. Quello mentale è un sogno, non un viaggio. Puoi deciderne i tempi, le condizioni, i ritmi, le pause. Non sollecita i sensi. Il viaggio, quello vero, ti fa sopportare caldi inebrianti e freddi carichi d’oblio, patire venti indiscreti, godere del primo tepore di un’alba. Non sempre decidi tu dove fermarti, dove dormire, quando dormire. Nel viaggio mentale non c’è neppure bisogno di riposare.

[…]

Ecco perché il viaggio mentale non è viaggio. Perché è solitario per natura e non per scelta o per mancanza di scelta, perché è fatto di nessun saluto, e il saluto ti avvicina a ciò che ti è caro, perché non ha attese negli aeroporti.

[…]

L’immagine di cento fiammelle in equilibrio su piccole lampade ricavate da lattine usate, che illuminano appena le bancarelle del mercato di Bohicon. Il viola malinconico delle Dolomiti quando il giorno le abbandona. I mille volti della sabbia del deserto, pronti a tradire la tua memoria a ogni battito di ciglia del sole. Era rosa quella duna, un attimo fa. Ora è gialla, ma basta distrarsi un attimo e diverrà grigia.

Il dilatarsi angosciante e tenero del cielo sulla savana, il rosso che rincorre il blu per poi cedere entrambi al silenzio della notte, nera come il cuore del papavero.

Quali occhi ha la mente? Come può vedere tutto questo? Può inventarlo? Sì, può, ma solo dopo averlo visto accadere.

 Sei giorni alla partenza e sono pur sempre immersa nella normalità, nel consuetudinario. Lavoro, faccio letti, preparo da mangiare, stiro, lavoro, scrivo: tutte attività tendenzialmente quotidiane. Il viaggio appartiene ancora alla dimensione del sogno, benché cominci a sentirne la concretezza, come quando tieni in mano una stoffa che ancora non è tua, per saggiarne la consistenza, le cuciture, verificare che faccia per te, non solo il colore, ma il tessuto, l’intreccio, l’orlo, l’armonizzazione di tutti gli elementi nel risultato finale. Lentamente, così, il sogno si avvicina al reale e impercettibilmente comincia a modificarlo essendone, al tempo stesso, modificato.

Marco Aime è sicuramente uno dei miei scrittori preferiti, da tempi ormai anche abbastanza lontani: mi trovai per caso ad ascoltare una sua conferenza al Museo delle Culture del Mondo, al Castello d’Albertis di Genova, senza averne mai (lo ammetto) sentito parlare prima. Una di quelle decisioni dell’ultimo minuto, ché l’idea di prendersi del tempo incontra sempre un po’ di resistenza. L’argomento mi interessava, ma le cose da fare si accavallavano. Avevo già visitato il museo, forse era il momento di tornare a casa. Già che ero lì, però, tanto valeva dare un’occhiata. Dopo cinque minuti, sapevo che sarei rimasta ad ascoltarlo per ore.

Io sono timida, meno di un tempo ma pur sempre in misura considerevole. Quindi avrete un’idea del fascino che il suo racconto ha esercitato su di me se vi dico che alla fine della conferenza mi sono fermata a chiedergli, diretta e senza troppi giri di parole, se potevo presentare un suo libro nell’ambito delle attività di Bookcrossing a cui allora partecipavo. Un’altra di quelle cose che si fanno d’istinto, appena ti vengono in mente, senza lasciarti il tempo di cambiare idea. In seguito ho saputo che Aime, professore universitario, antropologo, viaggiatore, scrittore, ospite regolare di conferenze, co-sceneggiatore di spettacoli teatrali, a Genova è una specie di istituzione (per quanto dubito che lui si definirebbe così: è un altro che tende all’understatement, quando si tratta di sé, e una persona estremamente alla mano, tanto che in quell’occasione non ci pensò due volte e mi disse subito di sì).

La presentazione è stata uno dei momenti più belli della mia vita, e ha riguardato questo libro Sensi di Viaggio, che ancora tengo caro, con tutti i bigliettini infilati allora per ricordarmi i punti che mi avevano colpito di più, con le mie note, con il suo autografo. Mi sono documentata talmente tanto su antropologia, viaggi, scienze sociali, che alla fine dal pubblico qualcuno mi ha chiesto se fossi anch’io un’antropologa. Non è che voglia imbrodarmi, ma credetemi che di poche cose vado così tanto orgogliosa, a distanza di anni.

Visto che da tempo ho interrotto la rubrica La Lettrice della Domenica, perché in questo momento, purtroppo, leggo pochissimo (o meglio, leggo moltissimo, ma non libri), e visto che oggi è, appunto, domenica, valeva la pena di postare qualche citazione da questo libro tanto amato, che è anche uno di quelli che sicuramente mi porterò dietro in viaggio. I suoi racconti mi terranno compagnia, mi sembrerà quasi di sentire gli odori di Wasso, intravedere gli dei che ci si fermano ad ascoltare la musica e guardano gli uomini giocare a owari e le donne danzare, mi parrà di entrare nella via degli aquiloni a Jaipur, percorrere la Gola della Nariz del Diable dove si arrampica a zigzag il trenino che in Ecuador collega la piana di Guayaquil con il paese di Alausi, a 2600 metri di quota. E tutto questo mentre in realtà respiro odori diversi, ascolto altri suoni, guardo e tocco e gusto cose che non c’entrano con il racconto.  Perché è vero che il viaggio può diventare racconto, spesso spinge a un altro viaggio, ma un racconto non è un viaggio. L’importante è che gli odori, i sapori, i suoni non siano quelli di sempre, quelli di casa. Lasciare che la nostra ombra cambi, in modo da accorgerci di ciò che in noi stessi è cambiato. Quanti volti ci sono nella tua stanza? Se hai viaggiato, nello specchio non vedrai solo la tua immagine, ma il tuo volto arricchito dalle tracce degli incontri e dei percorsi.

LA LETTRICE DELLA DOMENICA – Shakespeare, finalmente! – La tempesta

Avrete forse intuito che in questo momento sono in città e ho la mia amata connessione continua (amata ma talvolta perniciosa, lo ammetto). Insomma, mi sbizzarrisco, pubblico il più possibile nei prossimi due o tre giorni, poi sarò di nuovo meno presente per un po’.

Oggi sono andata un po’ a spulciare nelle mie vecchie recensioni di Anobii in cerca di materiale per la rubrica della domenica, ma anche di libri da rileggere, e ho deciso finalmente di proporvi uno dei più bei pezzi teatrali di Shakespeare (che comunque sarà ospite d’onore altre volte senz’altro, nelle puntate prossime). Perché io Shakespeare lo adoro senza se e senza ma, è il più grande conoscitore dell’animo umano che ci sia, sa trattare meravigliosamente il turbinio delle emozioni, la saggezza, la follia, l’amore, la poetica, la bellezza e il tormento della scrittura, l’ambizione, il coraggio; sa dosare la suspense come il più grande giallista, sa far ridere e piangere a sua discrezione, è tenero e durissimo, spietato e partecipe, ironico e talvolta sarcastico, persino cinico, ma in realtà solo contro chi lo merita, contro chi ha un’idea spropositata di sé senza alcun fondamento. Quanto agli altri, legge nei loro cuori, ama con loro, soffre con loro, comprende le loro debolezze, sapendo che comunque costeranno loro tutto, perché è così che vanno le cose, ma questo non ci impedisce affatto di sentirli vicini; anzi, è proprio per questo che sentiamo ogni personaggio come se fosse una parte di noi.

Parlerò questa volta della Tempesta, uno dei suoi ultimi lavori, spesso considerata come il suo testamento.

Da anni il duca di Milano Prospero, perduto il suo titolo a causa del tradimento del fratello, vive con la figlia Miranda su un’isola deserta, un tempo appartenente al “mostro” Caliban, dal quale ha appreso le arti magiche e che ha poi reso suo schiavo.
Un giorno il traditore giunge con il figlio Ferdinando nei pressi dell’isola. Prospero con la magia causa un naufragio dal quale tutti si salvano, ma all’insaputa l’uno dell’altro.
Alla fine ci saranno pentimento e riconciliazione e tutti lasceranno l’isola definitivamente.
Si pensa comunemente che l’ultimo monologo di Prospero, alla fine di questa “commedia” (commedia perché è a lieto fine, ma è alquanto cupa) sia il canto del cigno del poeta che si separa dagli strumenti della sua arte, e al tempo stesso li rinnega, come qualcosa che resta necessariamente rozzo, incapace di dare piena sostanza agli elementi (i sentimenti umani?) che evoca.

« PROSPERO – Now my charms are all o’erthrown,
And what strength I have’s mine own,
Which is most faint: now, ‘tis true,
I must be here confined by you,
Or sent to Naples. Let me not,
Since I have my dukedom got
And pardon’d the deceiver, dwell
In this bare island by your spell;
But release me from my bands
With the help of your good hands:
Gentle breath of yours my sails
Must fill, or else my project fails,
Which was to please. Now I want
Spirits to enforce, art to enchant,
And my ending is despair,
Unless I be relieved by prayer,
Which pierces so that it assaults
Mercy itself and frees all faults.
As you from crimes would pardon’d be,
Let your indulgence set me free.
»

« PROSPERO – Ora i miei incanti son tutti spezzati,
e quella forza che ho è mia soltanto
e assai debole. Ora senza dubbio
potete confinarmi qua
o farmi andare a Napoli. Non vogliate,
giacché ho riavuto il mio ducato
e perdonato al traditore, che io resti ad abitare,
in grazia del vostro magico potere, questa isola;
ma liberatemi da ogni inceppo
con l’aiuto delle vostre valide mani.
Un gentil vostro soffio deve gonfiar le mie vele,
altrimenti fallisce il mio scopo
che era quello di divertire. Ora non ho
spiriti a cui comandare, né arte da far incantesimi,
e la mia fine sarà disperata
a meno che non sia soccorso da una preghiera
che sia così commovente da vincere
la stessa divina misericordia e liberare da ogni peccato.
E come voi vorreste esser perdonati di ogni colpa,
fate che io sia affrancato dalla vostra indulgenza. »