Il cavallo d’acciaio, come ti costruisco l’America

Sono raffreddatissima, forse influenzata, adesso mi guardo un altro film ma volevo raccontarvi brevemente Il Cavallo d’acciaio, un altro di quei film che hanno contribuito a costruire il mito americano. Bello, bellissimo, talmente espressivo che ti sembra di sentirli parlare i personaggi, benché sia un film muto. E ancora una volta, gli ingredienti classici, ma molto sapientemente dosati: un progetto ambizioso che cambierà per sempre la faccia dell’America unendo l’est all’ovest, sogni, spirito di iniziativa, magnifici paesaggi, amore, indiani, cavalli, bufali, e tanto,  tanto lavoro, portato avanti da irlandesi, italiani, cinesi…

https://m.youtube.com/watch?v=BLxKxD3USrgBLxKxD3USrg

 

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Ancora qualche film del 1924

Ecco i film che sono riuscita a vedere in questi giorni, tutti del 1924, ne manca ancora qualcuno che vorrei vedere, ma direi non più di due o tre perché poi devo passare ai successivi, altrimenti non ci arrivo più. Se siete curiosi di trovarne altri, inclusi quelli cecoslovacchi e quelli di Murnau e altri che non ho neanche il coraggio di provare a vedere, la mia fonte è questa.

America, di D.W. Griffith: Griffith è considerato uno dei padri del cinema, da questa pellicola mi parrebbe anche uno dei padri del mito fondativo americano. La rivolta contro la madrepatria, che condurrà alla Dichiarazione d’indipendenza, è anche l’occasione per buttar li un paio di valori, veri o presunti, e di tratti del carattere che si vorrebbero caratteristici degli Americani, appunto. Quindi la libertà in primo luogo, lo spirito di iniziativa, l’amore e la fede nella giustizia che danno forza tale da vincere su un nemico più forte e meglio armato, la cavalleria che arriva all’ultimo momento a salvare la situazione, ecc. Coraggio, romanticismo e libera impresa. E un bel po’ di razzismo. Neanche a quell’epoca tutti accettavano l’idea di considerare gli Indiani solo come dei selvaggi. Però è un film che tiene benissimo la tensione, con una storia avvincente, una famiglia divisa da opposti ideali, un amore contrastato per via della diversa condizione dei due giovani in questione, ambizioni personali, tradimenti… Grande cinema, e anche visivamente notevole.

A proposito di Griffith e di iniziativa personale, ci sarebbe anche Isn’t Life Wonderful, ma non sono riuscita a trovare la versione completa, solo questa:

che arriva a meno di metà. È la romantica storia di un amore in tempo di guerra.

The Navigator, con Buster Keaton: un incanto, ho già cambiato idea su di lui, il primo che avevo visto non mi aveva divertito molto, questo è delizioso, un gioiellino. Storia di un ragazzo un po’ sciocco e molto innamorato che per una serie di vicende si trova su una nave alla deriva con la ragazza dei suoi sogni. I due dovranno ingegnarsi, novelli Robinson Crusoe, e si troveranno persino ad affrontare i cannibali, ma la fortuna spesso aiuta gli ingenui alla Giufa’…

E altrettanto delizioso è Sherlock jr. (La Palla n. 13 in italiano),

buffa storia di un giovane che si improvvisa investigatore per ingenuo spirito di avventura, per amore e per difendersi da un’accusa ingiusta.

Poi c’è Erich Von Stroheim. Ho voluto vedere questo suo “Greed“, considerato tra i massimi capolavori della storia del cinema, tra l’altro nella versione del 1999,  che ha cercato di ricostruire il film vicino a com’era in origine, senza i tagli imposti dalla produzione, che lo avevano ridotto quasi della metà.

Ero dell’idea che non mi sarebbe piaciuto, quindi potete pure considerarsi prevenuta, ma in questo caso non l’ho cambiata affatto. Nonostante una tecnica sicuramente da grande cinema, nonostante il racconto dipanato con maestria prevalentemente attraverso scene statiche come fotografie, ma che in molti casi hanno l’espressività di quadri.

Detesto però cordialmente il suo moralismo. Alla madre del protagonista, inizialmente un minatore nelle cave della California, si rimprovera di aver avuto per il figlio l’ambizione di qualcosa di meglio. Il padre del ragazzo è un alcolizzato della peggior specie. Il giovane riesce a farsi assumere come assistente di un dentista che sembra in realtà più un ciarlatano, e in seguito apre un suo studio. Conosce Trina e se ne innamora, ma “sotto a tutto ciò che c’era di buono in lui, scorreva il male ereditario”. What??!!

Quasi tutti i personaggi sono tremendi, in alcuni casi sembrano più maschere grottesche che persone, esemplari di una miseria morale infinita, e non sarebbe un male se non fosse che si vede solo quella, come se fosse l’unico aspetto umano esistente, o l’unico degno di essere raccontato. Fortemente melodrammatico e al tempo stesso stranamente freddo, i suoi personaggi non escono dal ruolo di esemplari da laboratorio. Non l’ho ancora finito, non so in effetti se lo finirò.

Infine ho provato con Ridolini, in particolare questo

che in effetti è del 1922, ma non ho trovato a quale corrisponde “Il re della risata” che dovrebbe essere del 1924. Poco male. Non so se ritenterò, probabilmente no.

Insomma, ce n’è per tutti i gusti, a voi la scelta!

Film anni ’20 – Entr’acte

Uno dei primissimi film di René Clair, non potevo non vederlo. molto particolare, lontanissimo peraltro dalle commedie a cui ci avrebbe poi abituato. Pellicola dadaista, a cui hanno partecipato come attori alcuni amici del regista appartenenti a quella cerchia: Erik Satie, autore anche della musica, Francis Picabia, sceneggiatore e autore del libro su cui il film si basa, Jean Börlin, a cui si devono le coreografie, e poi Man Ray, Marcel Duchamp e lo stesso Clair. Nasce come intermezzo, appunto, per una produzione del Balletto Svedese al Teatro degli Champs Elysées di Parigi ed è di fatto un gioco di immagini, rovesciate, sovrapposte, accelerate, rallentate. Altre tecniche utilizzate sono la dissolvenza incrociata, lo split-screen, il primo piano, la fuga-inseguimento, la sparizione alla Meliés. Benché nelle parole di Beylie, il film non voglia “affatto scioccare, ma solo divertire”, l’ho trovato a tratti inquietante, ma ci sta, se lo scopo, rilevava Picabia, era quello di un “…intermezzo alle imbecillità quotidiane e alla monotonia della vita.” Le immagini vengono inizialmente sparate da un cannone, c’è un corteo funebre trainato da un cammello, occhi rovesciati sullo sfondo del mare, un cacciatore che spara a un uovo, che si moltiplica e lascia uscire una colomba, un secondo cacciatore che spara alla colomba e uccide invece il primo cacciatore… e naturalmente, questo è un elemento in comune con le successive opere di Clair, Parigi…

(alcune informazioni sono tratte da Wikipedia)

The Thief of Bagdad / Il ladro di Bagdad

Ho sviluppato una notevole ammirazione per Douglas Fairbanks (sr.): i film in cui recitava (e di cui spesso era anche il produttore) sono caratterizzati da un’ironia a volte evidentissima, a volte più fine, ma sempre presente. Spesso, poi, una critica sociale traspare in modo abbastanza chiaro anche nelle pellicole che sembrano di puro intrattenimento, che restano divertentissime e avvincenti, lasciando al tempo stesso la piacevole sensazione di non avere “perso del tempo”.

Per questa ragione, in primo luogo, avevo deciso che nella mia selezione di film del 1924 non poteva mancare questo Ladro di Bagdad, che infatti non mi ha deluso. Guardandolo, ho capito inoltre che si tratta quasi sicuramente di un antenato di Aladdin, film che come sapete amo appassionatamente, non solo (anche se in buona parte, of course) per via del Genio. Anche la musica iniziale mi pare sia stata ripresa in Arabian Nights, una delle canzoni della colonna sonora originale di Aladdin.

Aladdin mischiava in realtà due o tre storie (quella del Ladro di Bagdad con Aladino e la lampada magica e nei sequel anche Alì Babà e i Quaranta Ladroni), ma il tessuto principale del racconto viene da qui: il ladruncolo di strada che si innamora delle principessa e si mescola ai pretendenti di alto lignaggio fingendosi principe (di nuovo, la scena della parata dei vari nobili, ricchissimi e tronfi e pieni di titoli e glorie non si sa quanto reali è stata ampiamente ripresa in Aladdin), trovandosi a fare i conti con un rivale malvagio e ambizioso e restando invischiato nella propria stessa tela, non sapendo più come rivelare alla principessa la verità.

La regia è di Raoul Walsh, che in seguito avrebbe diretto molte pellicole anche del cinema sonoro, lavorando, tra gli altri, con attori come Humphrey Bogart, Gregory Peck, John Wayne, James Cagney e molti altri e attrici come Dolores Del Rio, Marlene Dietrich, Ida Lupino, Olivia de Haviland…

Le scenografie del Ladro di Bagdad lasciano un po’ a desiderare, almeno secondo la mia opinione di profana, e l’idea dell’Arabia è quella ottocentesca, odalische, magia, indovini che pretendono il futuro, tigri e scimmie a guardia del palazzo (anche questa è un’idea che Aladdin ha mantenuto, rivisitandola in chiave un po’ più moderna). Non pretendiamo troppo, comunque, l’epoca era quella che era, e benché ci fossero registi in grado di stupire anche da quel punto di vista (penso per esempio a Lubitsch o Rex Ingram), mi pare che in genere quella sensazione di falso fosse onnipresente. In ogni caso questo distoglie solo marginalmente lo sguardo e l’interesse dalla trama e dalle prestazioni acrobatiche di Douglas Fairbanks, ottimamente coreografate tanto quanto, ancora una volta, largamente ironiche. Credo che includere il film nella mia watching list per il 1924 sia stata un’ottima scelta 😀

Film 1922 – The Pest e The Prisoner of Zenda

Un frammento di un film più lungo (forse andato perduto, da quanto ho capito) in cui Stan Laurel, alle prese con un cane che non vuole lasciarlo uscire di casa, si traveste da cane a sua volta ma rischia di finire… nella rete degli accalappiacani. Non sono riuscita a trovare altre parti del film, che pure apparentemente dovrebbero esserci. Questa comunque è molto divertente. Anche la regia era di Stan Laurel, il quale già da circa un decennio era noto come comico prima di incontrare Oliver Hardy.

The Prisoner of Zenda è una delle varie versioni tratte dall’omonimo romanzo d’avventure scritto da Anthony Hope nel 1894. In questo caso la regia è di Rex Ingram, che aveva in precedenza diretto The Four Horsemen of the Apocalypse (I quattro cavalieri dell’apocalisse) con Rodolfo (Rudolph) Valentino. Quando avevo parlato di quello, avevo anche inserito una breve biografia di Ingram.

The Prisoner of Zenda ha come protagonisti Lewis Stone, davvero un bel tipo, capelli precocemente ingrigiti ma viso interessante e recitazione niente male, e Alice Terry, bella e aggraziata. Meno efficace secondo me Stuart Holmes nel ruolo del Duca “nero” Michael, ma forse è solo che all’epoca i malvagi dovevano apparire tali senza dubbi di sorta, e le perfide smorfie erano requisito essenziale (a tratti sono talmente accentuate da apparire buffe). Troppo svenevole Barbara La Marr nel ruolo di Antoinette, amante del Duca, ma anche lì, lo erano quasi tutte, ai tempi. Ramon Novarro in un ruolo secondario sarebbe in seguito succeduto a Rodolfo Valentino come latin lover in vari film, qui è uno degli scagnozzi del duca, ma come cattivo non è granché credibile.

Il film è ambientato in un immaginario regno, presumibilmente in Europa Orientale, Ruritania, alle prese con problemi di successione al trono. Quello che dovrebbe essere il legittimo sovrano, Rudolph, è debole e alcolizzato, e suo fratello trama nell’ombra per prendere il suo posto.

Quando il futuro re viene prima drogato e poi rapito, l’arrivo inatteso di un cugino inglese della casata, Rudolph Rassendyl, che è il perfetto sosia dell’altro Rudolph, sembra un dono del destino per sventare i piani del malvagio Michael. Un Rassendyl un po’ recalcitrante prende infatti il posto del re all’incoronazione, ma rischia di prendere il suo posto anche nel cuore della bella principessa Flavia, che per ragioni di stato dovrebbe sposare re Rudolph, benché non le piaccia molto. Rudolph Rassendyl, che è molto più deciso e virile, le piace invece eccome.

Nel frattempo sia Rassendyl che re Rudolph rischiano di finire vittime dei loschi piani del truce Michael…

Un buon film, non all’altezza del miglior Ingram, si dice, in effetti è in alcuni momenti forse un po’ troppo lungo, e benché all’epoca avesse ricevuto nel complesso recensioni positive, è stato criticato tra l’altro per una ragione curiosa per un film muto, il fatto cioè che si “parlasse troppo”. E devo dire che è un po’ spiazzante in effetti “vedere” questo ampio dispiegamento di dialoghi che non si sentono e non sono neanche, in buona parte, riportati nelle didascalie.

Consiglierei anche di mettere a zero il volume della musica, è di una monotonia da fare spavento, rasenta l’ossessione, forse più che di musica si potrebbe parlare di una sorta di accompagnamento ritmico che dopo un po’ diventa davvero fastidioso.

A parte questi che sono tutto sommato difettucci, è un bel film, l’avventura e la suspence non mancano e ho scoperto due attori, Stone e Alice Terry, ma in particolare il primo, che non conoscevo per niente e che valeva invece la pena di conoscere.

Kissing Day

Il mio contributo all’International Kissing Day, il famoso bacio di Notorious: Hitchcock trovò il modo di eludere il Codice di Produzione che impediva baci che superassero i tre secondi, facendo staccare Ingrid Bergman e Cary Grant ogni tre secondi, per una durata totale di due minuti e mezzo, e con buona pace dei censori, questa è considerata una delle scene più hot non solo dei suoi tempi.

Io oggi ho ricevuto il mio personale bacio, o una carezza, una coccola, comunque.

Avevo ordinato questo meraviglioso libro (non è solo per il soggetto, ho cominciato a scorrerlo ed è davvero bello) a marzo.

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Avrebbe dovuto arrivarmi a maggio, che già mi sembrava se la stessero prendendo comoda, ma ok. Dopo un po’ mi arriva una comunicazione delle dogane che hanno bloccato un pacco a me indirizzato e di fornire copia del mio ordine e del pagamento. Non mi hanno nemmeno dato modo di capire a che ordine si riferissero, in realtà, niente dati, provenienza, niente di niente. Meno male che in quel periodo avevo fatto solo un ordine e comprendeva questo libro e due copie della serie tv “The Crazy Ones”. Forse pensavano a un traffico illecito di un libro due copie di un dvd? Ditemi, c’è un mercato clandestino, una borsa nera di materiale di e su Robin Williams? No perché se c’è mi sarebbe utile saperlo.

Va beh, invio il tutto con riferimento a questo ordine (regolarmente pagato, tengo a precisare, e destinato a uso strettamente personale e non commerciale), dopo qualche giorno mi arriva  The Crazy Ones, e penso, bene, risolto. Invece del libro si perdono le tracce. A fine giugno mi rassegno al fatto che solo quello sia stato ritenuto idoneo a iniziare una qualche attività sediziosa di scambio di pensieri e idee sottobanco e rimandato indietro.

E invece eccolo. Ho dovuto andarmelo a ritirare in posta e trascinarmelo dietro per mezza città entre facevo l’iscrizione al ginnasio di figlio junior (anche questa completata: yupee, alè ooo!!), ma naturalmente, questo e altro. E posso dire che ne valeva ampiamente la pena. Ne subirete citazioni a iosa nei prossimi giorni, mi sa 😀

 

E comunque anche questo è cinema

Già che il mio blog parla anche (tanticchia) di cinema, forse qualche parola su Villaggio sarebbe anche giusto che la dicessi, non saprei, forse no, è sempre difficile in questi casi, quando non sei d’accordo neanche con te stesso e una parte di te dice che faresti meglio tutto sommato a startene in silenzio  Però anche ignorarlo non mi parrebbe giusto.

Il fatto è che non ho mai amato Villaggio. Non l’ho amato da bambina, quando non avevo fatto ancora in tempo a leggere le critiche fatte “col sopracciglio alzato” da chi in seguito è stato additato come snob (e magari alcuni erano un po’ fuorviati dall’idea che ciò che è popolare non può essere “importante”). Non l’ho amato dopo, quando, come spesso succede, è stato rivalutato anche tanto per moda, perché a un certo punto è successo che se prima per essere intelligente dovevi disprezzare la sua comicità, dopo per essere intelligente dovevi osannarla. E a me non faceva ridere prima, e neanche dopo. Né adesso. Dietro ci ho sempre sentito una disperazione senza rimedio, un pessimismo cosmico, addirittura uno svilimento delle persone che raccontava (con molta rabbia e con molto rancore, secondo me) tale da sfociare nella rassegnazione, nel non provare neppure a pensare che potesse esistere un modo diverso di essere.

Non ho letto i suoi libri, ho forse visto un paio dei film che perfino i più altolocati critici cinematografici avevano approvato, senza cambiare mai idea sui suoi personaggi comici, e senza restarne particolarmente impressionata. Non credo che apprezzerebbe un omaggio fatto solo perché è morto, non lo amo e credo che a chi mi segue sia molto chiaro il perché. Detesto la cattiveria, soprattutto poi quando sfocia in una sorta di complicità – pur involontaria, sicuramente. Non lasciare speranza di cambiamento rischia di giustificare chi si crogiola in quegli stessi difetti che si volevano mettere alla berlina.  La mia idea è che certi aspetti del mondo e della vita faranno pure schifo, e nel mostrare quello schifo si potrà pure riuscire a far ridere (che richiede indubbiamente un talento), ma poi ci si ferma lì, non si riesce a intravedere un “oltre”. E io credo che l’oltre sia tanto importante quanto quello che vedi, probabilmente di più. Se non immagini che si possa arrivarci, non puoi arrivarci.

E’ come con i bambini: se vuoi davvero farli crescere, con l’affetto e fiducia nelle loro potenzialità, facendo leva sui loro lati migliori, ottieni smisuratamente di più. Da lì potrai poi partire per criticare poi quelli peggiori (e naturalmente anche facendo ridere, se si è capaci, anzi, sarebbe il modo migliore; e anche con ferocia, se ci si rivolge agli adulti), senza però mai disprezzare e deridere o lanciare il messaggio “sei così, non cambierai mai, finirai male”; o magari “sei una merdaccia”.

Detto questo, c’è però una cosa che capisco molto bene, ed è il dolore per qualcuno che ha in qualche modo, anche indirettamente e a distanza, avuto un ruolo più o meno importante nella nostra vita. Quando muore una persona nota, accanto al ricordo di chi l’ha apprezzata c’è sempre chi dice “vabbè, ma tutto questo casino solo perché era famoso”. Io penso che chi dice così non abbia capito molto del meccanismo del successo. Se hai successo, grande o limitato che sia, vuol dire che sei stato capace di esprimere in modo efficace le idee, le emozioni, i desideri, i timori, il coraggio e direi la vita, forse l’anima di un certo numero di persone. Mai di tutte, ovviamente, perché questo è legato alle differenze individuali, così come ciascuno di quelli che ti apprezzano lo farà in modo e per motivi diversi, ma comunque arrivare al cuore e all’intelligenza di  persone resta è una bella capacità, e in questo senso, dopotutto, credo che Villaggio sia stato comunque grande. Il ritratto che ha fatto di alcune caratteristiche umane era sicuramente accurato e forse anche, come molti pensano, geniale; non gli toglie nulla il fatto che fosse un ritratto parziale e volutamente grottesco. Mi dispiace molto che sia morto, per chi gli ha voluto bene da vicino o da lontano. Io continuerò a non guardare i suoi film ma credo che in fin dei conti non se ne farà un cruccio.