Cita un libro 7 – #ioleggoperché (fuori concorso)

Il tema proposto per l’iniziativa Io leggo perché – Cita un libro dalla vincitrice della scorsa “puntata, Murasaki, quello della morte, è “affascinante” soprattutto (per me) in quanto così inestricabilmente legato alla vita. Per questo vorrei partecipare alla discussione, anche se sono fuori tempo massimo per la partecipazione al “concorso” 🙂

Il libro che ho scelto è definito una “favola notturna”, e forse per questo mi è piaciuto molto.

Lezioni di volo per sonnambuli

La trama è questa: Michael (Mikey) è un adolescente cresciuto in una iperprotettiva, perbenista famiglia borghese, nella quale si è sempre sentito “come uno che ha cominciato a morire fin dal giorno in cui è nato, soffocato dai caloriferi tenuti troppo alti”. La sua segreta passione è quella dei tuffi, il suo modello, il più famoso “clavadista” al mondo, un messicano che “vola” da altezze vertiginose in pochi metri d’acqua, rischiando il tutto per tutto ogni volta.

In un maldestro tentativo di emularlo, Mikey subisce una caduta che avrà conseguenze fatali: risvegliatosi da due anni di coma, scopre infatti di non essere più in grado di dormire, per cui non gli restano più di quindici giorni di vita. Sceglie allora di realizzare i sogni dei suoi più cari amici e per questo si infila in un mare di guai, si innamora, perde la paura per sé ma non quella per gli altri e resta “ancora un essere interamente umano”.

Non svelo ovviamente il finale, che del resto non è, tutto sommato, più importante di tutto il resto del libro, che è, come piace a me, denso di avventura, e di una commozione tutt’altro che celata dalla durezza della lingua. Si potrebbe dire: duro e dolce come il tempo di chi ama la vita davvero molto.

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Il Bosco (titolo provvisorio) (continuazione)

Questa è la prosecuzione di un romanzo di cui avevo pubblicato le prime pagine qui e qui

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III

   Lo Studio di Architettura Gaggero & Martini era diventato in pochi anni una realtà consolidata. La competenza dei due soci era fuori discussione, ma forse aveva contato anche il curioso contrasto tra l’atteggiamento verso i clienti di Emanuele Gaggero, professionale fino alla freddezza, e la capacità di penetrazione psicologica e di partecipazione umana di Fabrizio Martini. Fabrizio aveva trentanove anni, il suo socio uno di meno. Entrambi avrebbero avuto l’età per poter essere, forse, i “giovani di studio” di qualche pezzo grosso, qualunque cosa questo potesse significare, ma nessuno dei due aveva mai rimpianto la spericolata decisione di mettersi in proprio, presa cinque anni prima.

Emanuele Gaggero, detto Lele, aveva lasciato un posto di assistente in cui il suo compito era stato occuparsi dei progetti che il titolare dello studio s’impegnava a curare “personalmente”, fargli da fattorino ed entro certi limiti, da domestico personale. Fabrizio Martini era stato quasi sul punto di diventare socio più giovane in un prestigioso studio associato milanese quando invece aveva deciso di tornare a Genova. Una scelta che colleghi, amici, familiari e conoscenti avevano giudicato, quasi all’unanimità, una follia. Quasi. Una delle eccezioni era stata rappresentata da Lele Gaggero, vecchio compagno di studi, nonché di “antiche ragazzate e giovanil cazzate”, come lui stesso amava esprimersi, di Fabrizio. Aveva condiviso con lui anche la Resistenza, per un brevissimo periodo, sebbene nessuno dei due sentisse un particolare bisogno di ricordarlo, in un’epoca in cui tanti si precipitavano a far valere reali o presunte benemerenze antifasciste. Diversamente da molti compagni, erano sopravvissuti e questa era una ricompensa più che sufficiente per loro.

“Hai fatto bene”, aveva detto Lele a Fabrizio. “Se stai lontano abbastanza a lungo, ti accorgi che non esiste al mondo un’altra città come questa, unica nel bene e nel male, e il bene e il male qui sono legati inestricabilmente, non puoi amarla senza odiarla ma neanche puoi odiarla senza amarla. Certo non si lascia dimenticare. Per un architetto Genova è la sfida più alta, una sfida all’idea stessa di città, una rosa nel giardino e una spina nel fianco”.

Nonostante la tendenza alla retorica, Fabrizio aveva ritrovato in Lele Gaggero, oltre a un vecchio amico cui lo legava l’affinità di sempre, anche il socio ideale. E viceversa. Si erano trovati un posto a San Donato, luogo simbolo della bellezza e dell’abbandono della città storica. Davanti a un Manhattan ottimamente preparato dal barista di un locale dei dintorni, avevano iniziato a compilare una lista di promesse reciproche. Al terzo Manhattan (l’ultimo, a onor del vero), la lista definitiva era pronta: primo, non assumere mai un “negro” per lavorare al loro posto; secondo, non avere nulla a che fare con alcun progetto collegato anche lontanamente con l’ondata speculativa che stava deturpando Genova (“non mettersi a far le bagasce al soldo dei palazzinari”, nelle parole di Lele); terzo, non chiedere finanziamenti alle banche; quarto, diventare ricchi. Benché a rigor di termini al momento solo le prime tre promesse fossero state mantenute, lo Studio Gaggero & Martini navigava in acque più che tranquille.

Quella mattina Fabrizio Martini era uscito da casa più presto del solito. Aveva molti pensieri a tenergli il corpo sveglio e la mente occupata.

Le stelle impallidivano in un presagio d’alba; a guardar bene, ancora si poteva scorgerne la luce fioca contro il cielo che rapido si schiariva e già ad est lasciava intravedere il sole. Non erano ancora le sette, quando scese da Sarzano giù per lo Stradone di Sant’Agostino, verso la Piazza delle Erbe e l’intrico di vicoli in cui si annidava lo scagno, come lui e Lele affettuosamente chiamavano il loro ufficio. Un percorso conosciuto ormai a memoria, lo stesso da cinque anni, ma Fabrizio non se ne era ancora stancato e in effetti sapeva benissimo che non se ne sarebbe mai stancato, come non si sarebbe mai stancato del suo lavoro. Semplicemente, non era nella sua natura stancarsi delle cose e delle persone che amava. Quando aveva tempo, come quella mattina, si fermava ad ammirare una volta di più le meraviglie romaniche, sia pur ampiamente rimaneggiate, di San Donato, con il suo magnifico tiburio e la torre soprastante, il portale e le absidiole ricostruite dal grande D’Andrade, e nella navata destra quella Madonna con Bambino di Nicolò da Voltri che ogni volta gli faceva quasi venire le lacrime agli occhi. Niente ai suoi occhi eguagliava in spiritualità e arte le tavole dei Maestri del Trecento e del Quattrocento. A volte si spingeva fino a San Cosimo dove, tra le forme medievali e gli interni di antica semplicità della chiesa dei Santi Cosma e Damiano, si sentiva ancora capace di una religiosità intensa, seppure eterodossa.

L’idea che tutto questo potesse un giorno sparire, inghiottito dalla ruspa risanatrice, gli era intollerabile. Il piano regolatore entrato in vigore tre anni prima aveva suscitato un vespaio di polemiche e personalmente lo aveva infuriato. E a maggior ragione lo infuriavano le varianti che si stavano discutendo proprio in quel periodo. L’unico progetto su cui quel piano si fondava era la più avida speculazione, l’unica idea era venire incontro alle richieste delle grandi famiglie genovesi che avevano perso la volontà e la capacità stessa di rischiare e non avevano più alcuno slancio se non verso la sicurezza del “mattone”.

In cambio dell’acciaio Genova, città all’incrocio dei venti, si era quasi rassegnata a perdere i suoi mercanti sognatori e spregiudicati, i suoi viaggiatori incantati dall’ignoto, il miscuglio magico della sua lingua e dei colori delle sue stoffe, forse persino i suoi venti, acquietati dal frastuono di un’industria che pareva immortale.

Invece adesso l’acciaio moriva di morte lenta e la Superba si accorgeva di aver rischiato di cedere il proprio orgoglio per un piatto di lenticchie, di lasciar annientare il suo spirito pionieristico e ribelle per qualche aiuto di Stato, mentre la fame di soldi facili fagocitava le sue colline dopo aver divorato le sue coste affastellando case, molte delle quali sarebbero rimaste vuote. C’era solo da sperare che le macerie della guerra ancora ben visibili in larghe aree della zona non suggerissero l’idea di abbattere per riqualificare e modernizzare. Viste le brucianti esperienze degli ultimi anni, il rischio di una simile barbarie era tutt’altro che remoto. E lui, a costo di passare per un inascoltato rompiballe, scriveva e raccontava e si presentava alle sedute dei consigli comunali e si sorbiva ore di bofonchiamenti, travolgenti urla di finta passione, circonvoluzioni e torture inflitte tanto alla lingua italiana quanto al buon senso, per non lasciar nulla d’intentato, per non restare all’oscuro, perché nulla potesse accadere di cui fosse un giorno costretto a dire ‘se solo lo avessi saputo prima’.

Questo gli ricordò il progetto cui stava lavorando in quei giorni e, di conseguenza, uno dei pensieri che lo arrovellavano: come conciliare le esigenze di comfort e funzionalità del proprietario di un villino, cultore del contemporaneo, tenendo conto del contesto. Magari una distribuzione inedita degli spazi all’interno, lasciando inalterati gli esterni, perché dopotutto la collina di Struppa, nonostante l’alta densità di speculazione, manteneva ancora un aspetto quasi rurale, da zona agricola alle porte del centro cittadino.

Stava ancora pensando a questo quando arrivò finalmente in ufficio, e continuò a pensarci a lungo, disegnando schizzi su schizzi, aggiungendo e cancellando, appallottolando i fogli e gettandoli nella carta straccia quando un’ipotesi gli pareva da scartare, creando modellini delle strutture e degli arredi per meglio visualizzare le varie possibilità.

NAVI NEL DESERTO

navi nel deserto

immagine presa da qui

I miei piedi sono pieni di sabbia. Anche quelli di Leyla lo sono, come se il deserto ci attraversasse il corpo attraverso le nostre scarpe. A piedi nudi sarebbe forse meglio, potremmo lasciare che la sabbia faccia a modo suo, completamente. O sdraiate, così che ogni poro della nostra pelle potesse essere riempito da un granello di deserto. E alla fine soffocarci dentro, annegare in questo mare aranciato dove puoi dissetarti soltanto con i miraggi.

L’amicizia è dura, così mi hanno detto, è aspra e irta di spine e di punte d’acciaio, poiché deve sempre oltrepassare una solitudine.

Certe solitudini sono veloci, vanno di corsa, come la fotografia di qualcuno che già quando la guardi non lo riconosci più, non è più lui o è lui in qualche modo del tutto diverso. Come una stanza, che secondo l’angolatura da cui la guardi può avere, seppur deserta, la luce delle cose vissute oppure, benché abitata, può non apparire che come un cumulo di rovine fumanti dopo un incendio.

Altre sono solitudini lente, che non si prestano a essere fermate in una frazione di secondo ma richiedono lunghi appostamenti segreti, l’accumulo di tessere di solitudine in un mosaico infinito, la pazienza del tempo, che trasforma le terre fertili in deserti.

Così era la mia. Costruita pezzo a pezzo, faticosa e intima, tessuta e dipinta per avere davanti agli occhi solo ciò che volevo e dimenticare il resto. Ma Leyla dice che bisogna ricordare, e nella tela riappaiono cose che nella mia mente puzzano di putrido. Leyla dice che senza memoria siamo morti e io non so se sono più capace di morire. Dice che solo se sappiamo vedere possiamo vivere e io non so se sono ancora capace di vivere. Dice che la guerra e la morte cementano l’amicizia, io l’amo e la odio ma non voglio conoscerla. L’amicizia mi è estranea.

Leyla dice che non devo preoccuparmi, che domani andremo a Timbuktu, la città di sponda, sulle rive del deserto, la città da cui sempre resti deluso, prima di accoglierla nel tuo cuore e lasciarla lì per sempre.

Domani, forse.

Orfeo

Sono io l’Orfeo sperduto in ciò che non è stato
che con musica e canto va risvegliando i sassi
in un dolore fuori luogo, immaginario e spaesato
che della morte va contando i lenti passi.
Ma ho rabbia di far mia la vita ad ogni costo,
ho appeso la cetra al chiodo che mi graffiò le braccia
il passato può solo lasciar segni al loro posto
rughe che danno il ritmo alla mia faccia
amo il tuo esser uomo, e non troppo straordinario
il vivermi accanto senz’altro scopo che viaggiare
non dalla terra all’Ade, ma il contrario
percorrere a ritroso questo eterno andare
e ritrovarsi ogni giorno alla partenza
di un infinito gioco dell’oca occasionale
inventato da un dio che alla nostra impazienza
sorride, e ruba nostalgie con un soffio di maestrale

raro tentativo di poesia in rima…

Cita un libro #ioleggoperché 22-3-2015

E’ un po’ che penso di partecipare al gioco di cita un libro, avendo conosciuto tramite altri blog l’iniziativa di #ioleggoperché ed essendomi prontamente innamorata di questa cosa delle citazioni.

Avendo gaberricci, vincitore della scorsa settimana, proposto un tema sfizioso come quello delle storie (per me che credo che si possa avvicinare chiunque all’amore per la lettura, semplicemente facendo leva sull’amore che tutti, senza eccezione direi, abbiamo per le storie), ho pensato immediatamente a questo libro splendido. Ne amo ogni parola, e del resto per tutto il libro si respira a tal punto l’amore per le storie, che avrei potuto aprirlo a caso e avrei comunque trovato qualcosa di “giusto”. I rapporti, peraltro in continua evoluzione e spesso in contrasto, tra libertà, verità, solitudine, capacità di esprimersi a fondo e di capire gli altri a fondo, umanità, istinto di sopravvivenza, giustizia e amore per la vita costituiscono una delle molte chiavi di questo libro straordinario. Tra tanti personaggi pseudo-indimenticabili, io sono certa che Long John Silver è uno dei pochi che davvero, se lo incontrate, non potrete scordare mai.

Trovate una mia recensione più dettagliata qui.

Dialogo mamma-figlio / A mother & son conversation

Dialogo svoltosi qualche giorno fa, ultime battute, in realtà, di un fuoco di fila di domande esistenziali, racconti di sogni e delle loro relazioni con la realtà (tipo: qualche volta succede che quello che sogno poi si realizza; ma se sogno di volare significa che posso raggiungere qualcosa di bello?), riflessioni sulla solitudine…/ A conversation we had a few days ago, the home straight, actually, of a barrage of existential questions, accounts of dreams and their link to reality (such as: it sometimes happens that what I dream happens in real life. If I dream of flying, does it mean I can achieve something?), thoughts on loneliness…

Figlio (dodicenne) / Son (twelve years old): mamma, qual è la cosa vuoi di più di più nella vita, quello che ti piacerebbe tantissimo ottenere? / mum, what is that you want most in life, that you really really want to get?

Io (mamma) (dopo un momento spiazzamento) / Me (mother) (taken aback for a moment, then): essere felice e rendere felici altre persone / be happy and make some other people happy

Figlio / son : io vorrei più di tutto una vita normale / me, I want a normal, life, most of all

Io /me: cosa è normale per te? / What is “normal” for you?

Figlio / son: non so, è che mi sento diverso a volte / I don’t really know, it’s that I feel different (from others) sometimes…

Io (un po’ a corto di parole) / me (a bit at a loss for words): cosa significa “diverso” per te? / what is “different” for you?

Figlio / son:  non lo so di preciso…. però possiamo fare una pausa adesso? / I don’t exactly know… but can we take a break now?

Io / me: Sì, certo, possiamo fare una pausa (retro-pensiero: meno male!) / Yeah, sure we can (while I was thinking to myself: thank goodness!)

Ma… continua… (ne sono certa)

But… to be continued… (I’m pretty sure of it)

🙂

Si può scrivere senza sporcarsi di “polvere mondana”?

“If I had sooner made my escape into the world, I should have grown hard and rough, and been covered with earthly dust, and my heart might have become callous by rude encounters with the multitude. But living in solitude till the fullness of time was come, I still kept the dew of my youth and the freshness of my heart.”

Con questa citazione, l’articolo del Time che potete trovare qui: Hawthorne History intende provare la misantropia dell’autore della Lettera Scarlatta, il quale, dopo un lungo periodo vissuto in ritiro e in ristrettezze, divenne famoso e per un breve periodo anche ricco grazie a quel romanzo, finendo tuttavia col ripiombare abbastanza presto nelle difficoltà economiche. Tradotta, la frase suona pressappoco così:

“Una più precoce fuga nel mondo mi avrebbe reso duro e brusco e ricoperto di polvere mondana e i rozzi incontri con la moltitudine avrebbero forse indurito il mio cuore. Avendo invece vissuto in solitudine fino che venne il tempo giusto, mantenni la rugiada della mia giovinezza e la freschezza del mio cuore”.

Non ho mai amato Hawthorne, benché sia forse ingiusto dire così: ho provato ai tempi dei tempi a leggere la sua opera più nota senza riuscire a finirla. E mi chiedo oggi se con l’istinto non avessi percepito questa reciproca incomprensione tra l’autore e il mondo. Perché forse, è un pensiero che mi è venuto stasera e prendetelo con le pinze, nel mio leggere in apparenza un po’ come capita, forse un filo conduttore in realtà c’era, almeno tra gli autori che ho amato/amo di più:  anche in quello più atrocemente critico nei confronti dell’umanità (penso per esempio a Swift), si intuisce una rabbia che viene dall’esserci, nel mondo e col mondo, dal vederlo da dentro e dal non riuscire, pur vedendo tutti i suoi difetti, a non amarlo nonostante tutto, pur magari di quell’amore tempestoso e confinante con un odio da amante tradito. Tradito, ma non sconfitto e certo mai imbrigliato e reso semmai più lucido dal fatto che lo spirito di osservazione è acuito tanto dalla delusione quanto dalla passione.