Di sciarpe e berretti e lupi e altre cose / Of scarves and caps and wolves and other things

Wolf-shaped cap

Wolf-shaped cap

Tre giorni fa, lezione d’inglese coi bambini di terza/quarta elementare (ma ce n’è anche uno di seconda). Ogni volta un rebus, cerca attività adatte ai vari livelli, cerca di farli divertire, cerca di farli lavorare, parla solo inglese, anche se non capiscono pazienza, non parlare solo inglese altrimenti non capiscono…

Poi, agli ultimi quindici-venti minuti, il lampo di genio, o piuttosto, il colpo di fortuna (e meno male che non era quello della strega, che un po’ qualcuno forse già mi vede in quella veste). Uno dei bambini, che già non vedeva l’ora di prepararsi per andare via, s’infila un berretto di lana a forma di lupo. E’ fatta! Glielo chiedo in prestito e comincio a portarlo in giro, infilato a mo’ di marionetta mostrandolo agli altri. Hai paura del lupo? Ti piacciono i lupi? Conosci Cappuccetto Rosso? E intanto Qualche ruggito ci scappa, anche se in realtà, gli ululati sarebbero stati più in carattere. Così riesco a salvare capra, cavoli e anche il lupo e la lezione: inglese, divertimento, risate, parole e strutture nuove…

Così ho ripensato a quella volta in cui hai creato, con la sciarpa chiesta a una ragazza tra il pubblico, uno dei tuoi momenti straordinari fatti di piccole cose ordinarie e quella sciarpa è diventata tutto, improvvisazione, magia, libertà totale di espressione della mente e del corpo. E’ quella magia, quella libertà che voglio, e l’avrò, e saprò trasmetterla, da insegnante, a tutti quelli che vorranno sentirla e capirla e viverla.

Three days ago, English lesson with the third/fourth-graders (and one is a second-grader). inspired guesswork is needed every time: look for activities that may be suitable for each level, try to make them have fun, try to make them work, speak only in English, never mind if they don’t understand, don’t speak only in English, otherwise they don’t understand…

And then, there were just 15-20 minutes left, a sudden stroke of genius! (A stroke of luck, more likely, and it was just as well that it wasn’t that back strain we call colpo della strega, or witch’s stroke, as “my” kids probably already see me as one): one of the kids, who couldn’t wait to get ready to go, apparently, put on a woollen wolf-shaped cap. That was it! I borrowed it, put it on my hand puppet-like and began to show it around: ‘are you afraid of wolves?’ ‘Do you like wolves?’ ‘Have you ever heard of “Red-Riding Hood?’ And some roars came out too, even though howls would have been more appropriate, I suppose. So I’ve run with the hares, hunted with the hounds, and brought all of them safely home 🙂 I mean everything was there, the lesson, English language, fun, laughs, new words and structures…

Then I’ve thought of that time when you created, with the scarf of a girl among the public, one of your extraordinary moments made of very little, ordinary things and that scarf became everything: magic, improvisation, total freedom of expression, mind and body. It’s that magic, that liberty I want, and I’ll have it and I’ll learn how to pass it on, as a teacher, to everyone that wants to feel it and understand it.

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Nemico degli uomini / Enemy to Mankind – recensione della Vera Storia del Pirata Long John Silver / Review of Long John Silver: The True and Eventful Story…

Long John Silver

Ci sono libri – e personaggi – che s’imprimono con particolare forza non solo nella nostra memoria, ma nella nostra stessa vita, e le danno magari una svolta che altrimenti non ci sarebbe stata. Questo sembra essere accaduto a Bjorn Larsson, a seguito del suo incontro con l‘Isola del Tesoro, ma più che altro con Long John Silver: immagino sarebbe diventato scrittore comunque, ma avrebbe scritto d’altro, se non si fosse trovato sulla sua strada questo straordinario pirata colto, evasivo e sfuggente eppure figura di prepotente carisma, narratore inesauribile per amore della menzogna e delle storie, nonché per salvarsi la vita, di cui Stevenson dice relativamente poco ma lascia indovinare molto, facendone un ideale protagonista e narratore di un romanzo come questo: anticonvenzionale, libertario, vitale e spregiudicato come l’uomo (sia pure di carta) dal quale è stato ispirato. Crudele e avvincente e avventuroso come quelli che da ragazzini ci tenevano a leggere sotto le coperte fino a tarda notte per vedere “come va a finire”. Ma anche con la capacità di restituire in modo mirabile le molte domande che accompagnano i nostri ideali più alti e apparentemente indiscutibili, come la giustizia, la liberta, l’umanità e l’uguaglianza, nelle loro applicazioni quotidiane.

L’unica cosa che conta per John Silver è vivere, non esistere, ma vivere. Per questo è disposto a mentire, spergiurare, rimangiarsi promesse e parole d’onore con la massima leggerezza e anche a uccidere. e per questo si serve delle parole come degli uomini senza alcuno scrupolo.

Ma questo amore profondo per la vita è anche capace di restituirlo a molti che sembravano averlo perduto. È quell’amore, e non un malinteso bisogno di sentirsi buono, che lo mette dalla parte della giustizia contro l’ipocrisia e l’inumanità di quelli che, paradossalmente, si sono arrogati il diritto di decidere chi sono gli “uomini”: ed è contro questi in particolare, che John  Silver sembra  aver scelto di diventare un “nemico dell’umanità”.

Di ogni cosa che fa è il solo a prendersi il merito come le colpe, la responsabilità personale è forse quanto di più vicino a un ideale permea la sua vita apparentemente senza ideali. Questo contare solo su se stesso, naturalmente, ha il suo rovescio. La solitudine di John Silver è la sua capacità di vivere un’intera vita con altri esseri umani senza mai capirli fino in fondo, senza mai davvero essere “insieme” a loro, senza “vederli” davvero se non come i riflessi di quella che per lui è la natura speciale di una vita umana, la sua vita. E dunque, John Silver è l’uomo che ci spinge a chiederci se la solitudine non sia il giusto – e inevitabile – prezzo della libertà. E tuttavia, la sua vita non sembra dopotutto meno felice, e forse neanche più crudele, di chi dà al destino le colpe e i meriti di ciò che accade, rassegnandosi o perfino giustificando i propri comportamenti vigliacchi, quando non inumani, alla luce di una presunta provvidenza divina.

Certain books – and characters – stick with particular strength not only in our mind, but in our life, and give it a turn, perhaps, that wouldn’t have happened otherwise. This seems to have been the case for Bjorn Larsson, when he met with Treasure Island and, above all, with Long John Silver. He would have become a writer anyway, I suppose, but he would have written of other things, had his paths not crossed with this extraordinary pirate, cultured, elusive and ambiguous, but a figure of forceful charisma nonetheless, tireless narrator for the love of stories and of fabrication, as well as for the sake of his own life. Stevenson tells little enough of him, leaves much to the imagination, which makes Long John an ideal protagonist and narrator of a novel like this: anticonventional, libertarian, vital and ruthless like the man (although existing only “on paper”) that inspired it. Cruel and engrossing and adventurous like those that as teenagers we kept reading all night under the blankets to see “how it ends”. But also admirably reproposing the many questions that accompany our highest and apparently unquestionable ideals, such as justice, freedom, humanity and equality, when applied in our everyday life.

What counts for him is just living, not existing, but living. This is his aim and for this he is ready to lie, perjure, go back on his word and on his promises with extreme carefulness and even to kill.

And for this aim he exploits words and men equally – and ruthlessly.

On the other hand, he is also able to give this love for life back to those who seemed to have lost it. It is for that love, and not for a misguided ‘feel-good’ attitude, that he takes the side of justice against the hypocrisy and inhumanity of those who have unilaterally appropriated the right to decide who belongs to mankind; and it seems to be mainly against them, that John Silver has become an “enemy to mankind”.

He takes the credit and the blame for whatever he does, personal responsibility is as close to an ideal as he can get in his apparently ideal-less life. Counting exclusively on himself has its drawbacks, of course. The loneliness of John Silver lies in his being able to live all his life with other human beings without ever understanding them entirely, without ever being actually “with” them, without actually “seeing” them, other than as reflections of what is the special nature of a human life to him, his own life. So John Silver leads us to wonder whether loneliness if the fair – and unavoidable – price of freedom. And yet, his life does not seem, after all, to be less happy, or even more cruel, than the life of those who transfer blame and credit for all that happens to destiny, putting up with everything or even justifying their own cowardice, not to speak of viciousness, with claims to divine providence.

Adam Zagajewski, La città in cui vorrei abitare

A parte i frassini e i pioppi e il fiume (che c’è, ma vivace non è la parola che userei per descriverlo, è lento e sonnacchioso e preso talvolta da furia improvvisa), per il resto è la città in cui abito. E di solito, ma non sempre, anche quella in cui vorrei abitare.

Il sasso nello stagno di AnGre

07Emilio Tadini - Citt_110825045324 dipinto di Emilio Tadini

Adam Zagajewski, Dalla vita degli oggetti, Biblioteca Adelphi

Adam Zadajewski - La città in cui vorrei abitare

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Pizza approvata

La mia pizza mi ha dato grandi soddisfazioni, in primo luogo nella famiglia ristretta (appena è pronta già scompare, una delle poche cose che superano la velocità della luce, forse persino del pensiero). A Natale poi ha avuto anche l’imprimatur da chi ci è venuto a trovare da Napoli (famiglia allargata), per cui… sdoganata definitivamente!

Peccato che di recente sia stata costretta a una dieta (cosa alla quale avevo sempre opposto un netto rifiuto, la mia nemesi si chiama glicemia alta), ma ci sono pur sempre marito e figli (e sì, un assaggio ci scappa anche per me).

Tra l’altro: anche la mia focaccia al formaggio piace, e a Genova anche questo è un onore 🙂20141220_212647[1]20141220_214343[1]

Björn Larsson

So bene che talvolta i grandi scrittori ci “deludono” per i loro comportamenti nella vita quotidiana. Io però con un tocco di presunzione credo di avere sviluppato una sorta di sesto senso: almeno per quanto riguarda i viventi, direi che quando ho avuto la ventura di conoscere – o almeno di sentire “dal vivo” – gli scrittori che ammiro di più, mi è successo molto raramente, se non mai, che la mia sensazione positiva fosse smentita. Ora, Björn Larsson ha scritto quello che io considero uno dei romanzi più belli che abbia letto nella mia vita, ovvero “La vera storia del pirata Long John Silver” (seguirà recensione spero in tempi brevissimi). Stasera sono stata a mo’ di meteora alla presentazione di un suo libro, purtroppo non sono riucita a seguirla tutta, ma per quanto ho ascoltato, mi pare che anche nel suo caso, l’essere un grande scrittore non gli impedisca affatto di essere una grande persona. E anzi, come secondo me in realtà accade più di quanto pensiamo, le due cose sono strettamente legate.

I’m well aware that great writers “disappoint” us sometimes, with their behaviour in everyday life. Even if it may sound a touch overconfident, though, I think I’ve developed a sort of sixth sense: at least as far as living writers are concerned, I’d say, when I’ve had the luck of meeting  those I admire most – or at least, of hearing them “firsthand” – my positive feeling has seldom, if ever, been proved wrong. Well, Björn Larsson has written a book which, to me, is one of the most beautiful stories I’ve read in all my life, i.e. “Long John Silver: The true and Eventful History of My Life of Liberty and Adventure as a Gentleman of Fortune & Enemy to Mankind” (a review will follow presently, I hope). This evening I was – for a very short time, sort of like a flash in the pan – at the presentation of his new book, unfortunately I was unable to stay to the end, but from what I’ve heard, it seems to me that once again, his being a great writer doesn’t prevent him in any way from being a great person. Indeed, and as I think happens more often that we assume, the two things are closely related.

Tra nuvole e marciapiedi / Between clouds and sidewalks

Quando sarà che ho fatto l’ultimo giro in giostra?
E’ così tanto tempo che neppure più ricordo
il colore e la forma, o in che giardino mi trovavo.
Abito qui, ora, tra nuvole e marciapiedi,
volo tra i rami degli ulivi e ridiscendo a volte
per l’occasionale dolcezza dei lamponi;
ho traslocato da poco e forse
non sarà l’ultima volta che succede.
Faccio ancora castelli che viaggiano sull’aria,
i miei occhi sono sempre ben aperti quando sogno
e lancio ancora piccoli sassi dentro il mare,
ch’è il mio modo di rompere la quiete
per riaggiustarla dopo a cose fatte;
ma non penso più che sia la spiaggia l’importante,
solo qualche granello ogni tanto, o qualche fiore
dimenticato tra le sdraio alla fine del tramonto.
Ho anche riordinato un poco le mie cose,
lo spazio l’ho trovato gettando via i rimpianti.
La nostalgia no, ché può sempre venir bene:
sta a portata di mano in un cassetto semi-chiuso;
e poi non pensare ch’io non viva,
ho da stendere i panni e far le lavatrici,
ho figli e tastiere e giorni d’incastri e gambe stanche,
e un gatto che s’arrotola in improbabili pose nella cesta;
ho tempo per amare e prendo anche il raffreddore,
ma tengo un sole di riserva nella tasca
per qualche anomala stagione delle piogge.
Però ti prego, accarezza ancora dolcemente
le semicancellate linee dei miei fragili confini
perché svaniscano del tutto sotto le tue dita.
S’intersecano i tuoi passi disallineati
sui duri solchi delle mie pietre natali
creando quel mosaico di molteplici percorsi
tra le tue personali vie dei canti e i miei colori.
So cosa diresti di queste brecce offese,
delle crepe nei muri che esplodono
crollando in polvere inflessibile,
di queste nebbie che screpolano il cielo.
Si scioglierebbe ancora in parole la tua faccia
e riconoscerei tra mille quella smorfia ferita
che spegnerebbe i tuoi occhi appena un attimo prima
che l’illumini la compassione un’altra volta,
lo sprazzo del tuo fulmineo riso
ad inventarci una bellezza temporanea ed infinita
nascosta tra gli anfratti della nostra pelle stanca.
Per questo mi accoccolo tra i tuoi pensieri
e ti ritrovo, come sempre, dentro i miei.

Wall crack (original image on http://lokiev.deviantart.com/art/Crack-in-the-Wall-182406671)

Crack in the Wall by Lokiev

When was I last on a merry-go-round?
It’s been so long I don’t even remember
the colour and shape, or the garden I was in.
I live here now, between clouds and sidewalks,
I fly through olive branches and come down at times
for the occasional sweetness of raspberries;
it’s not long since I’ve moved house, and perhaps
it won’t be the last time either.
I still make castles and have them travel in the air,
my eyes are always wide open when I dream
and I still throw pebbles into the sea,
it’s my way to break the quiet to then fix it late in the day;
but I no longer think that it’s the beach that counts,
only some grains, now and then, or some flower
forgotten among the loungers at the end of sunset.
I’ve also tidied up my things a little bit,
I’ve made room by throwing regrets away.
Not longing, though, as it can always come in handy
It’s at my fingertips, in a drawer that I keep ajar;
and then, don’t you think I’m not living,
I’ve got to do my wash and hang the laundry out to dry
I’ve got children, and keyboards,
days with so much to wedge in, and legs that hurt
and a cat that rolls up in unlikely positions in his basket;
I’ve got time to love and sometimes catch a cold
but keep a spare sun in my pocket
for some unexpected rainy season.
But please, keep fingering with your sweetness
the semi-deleted lines of my fragile boundaries
so they will melt completely at your touch.
Your out-of-line footprints cross at times
the unyielding groove in my native stones
and create that mosaic of multiple paths
with your personal songlines and my colours.
I know what you’d say of these injured breaches,
of the cracks in the walls that blow up and collapse
into an inflexible dust,
of these fogs that chap the sky.
Your face would break up in words once again
and anywhere would I recognize that hurt frown
that would turn off your eyes just before
they’re lightened up by compassion once again,
the spark of your lightning-quick laugh
that would invent for us a temporary beauty without end
hidden in the clefts of our weary skin.
that’s why I nestle into your thoughts
and find you, as always, within mine.