#Cinema anni ’20: Ernst Lubitsch – Anna Boleyn

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Proseguendo nel mio fantastico viaggio nei film del 1920 mi sono imbattuta in Lubitsch, e precisamente in Anna Boleyn. Avendo molto amato Ninotchka sono stata doppiamente incuriosita e infatti non sono rimasta delusa. E’ davvero bello, con una storia che si segue benissimo (anche per me che sono partita con un notevole pregiudizio nei confronti del muto, proprio perché senza le parole la mia capacità di comprensione si riduce drasticamente) ed è anche appassionante. Gli ingredienti del resto c’erano già tutti nella vera storia, per quanto esagerata dai nemici del casato dei Tudor: amori clandestini, un re che si liberava delle sue mogli con considerevole leggerezza, una figlia resa illegittima dall’annullamento del matrimonio tra Henry VIII e Anna, motivato anche con accuse di stregoneria (non riportate nel film). Vale anche la pena ricordare che quella figlia, dopo varie vicissitudini, sarebbe diventata una delle più grandi regine della storia, in qualche modo vendicando la madre (anche di questo non si parla nel film, che finisce con la condanna di Anna Bolena). Pare, ma ancora una volta Lubitsch sorvola, che una delle ragioni per cui il matrimonio finì per guastarsi nella realtà fosse l’eccessiva intelligenza e l’acume politico di Anna, doti che evidentemente trasmise alla figlia (per quanto anche Enrico pare fosse molto accorto politicamente, e non semplicemente un satiro avvinazzato e dedito alle gozzoviglie come spesso viene dipinto – anche in questo caso). Qui Pola Negri nel ruolo di Anna riesce a dare l’idea di una donna combattuta tra l’amore romantico, forse un’infatuazione in realtà, per il bel Henry Norris e la lusinghiera corte del Re, la possibilità di essere regina d’Inghilterra. Assume però poi il ruolo di regina, moglie e madre con una certa compostezza (per i canoni dell’epoca, e probabilmente le espressioni più eccessive erano necessarie proprio per compensare l’assenza del parlato, facendo comprendere in altro modo le emozioni provate dai protagonisti). Naturalmente, ogni tanto si appende a qualche ringhiera o a qualche tenda, ma questo per i ruoli femminili dell’epoca era inevitabile come gli svenimenti. Emil Jannings è un Enrico VIII quasi luciferino, fedele all’impietoso cliché di cui si diceva e al tempo stesso non privo di un certo fascino, che rende credibile il suo ruolo di seduttore, per quanto i suoi eccessi tendano a ridicolizzarlo e farne una figura in buona misura caricaturale, benché temibile nelle sue collere improvvise e spesso ingiustificate.

Ernst Lubitsch (1892–1947) was a German American film director, producer, writer, and actor. His urbane comedies of manners gave him the reputation of being Hollywood’s most elegant and sophisticated director; as his prestige grew, his films were promoted as having “the Lubitsch touch”.

In 1946, he received an Honorary Academy Award for his distinguished contributions to the art of the motion picture (he had gained more than one nomination during his life).

Among its most renowned works are classics of the silent cinema such as Anna Boleyn (Deception), Madame du Barry (Passion) and Carmen (Gypsy Blood): all three were in the New York Times list of the 15 most important movies of 1921. After the advent of talkies, he became known for musicals such as The Love Parade, Monte Carlo, The Smiling Lieutenant and The Merry Widow, and for comedies, the most important being Ninotchka with Greta Garbo and Melvyn Douglas (famously promoted with the tagline Garbo laughs!, as she was known for her serious roles). Other later movies were The Shop Around the Corner (starring James Stewart and Margaret Sullivan), with a plot that – I noticed – curiously resembled that of You’ve Got Mail, before finding out that this latter is in fact a remake; To  Be or Not to Be; Heaven Can Wait.

(text adapted from Wikipedia)

Ernst Lubitsch (1892-1947) è stato un regista, produttore, sceneggiatore e attore di origine tedesca, naturalizzato americano. Le sue garbate commedie di costume hanno fatto sì che fosse conosciuto come il regista più elegante e sofisticato di Hollywood; raggiunse un tale prestigio che per promuovere i suoi film si faceva riferimento al fatto che avessero il “tocco di Lubitsch”.

Vinse un Oscar alla carriera nel 1946 per il contributo dato all’arte cinematografica (ed ebbe più di una nomination nel corso della sua vita).

Tra i lavori più noti, alcuni classici del muto come Anna Bolena, Madame Du Barry Carmen, tutti e tre inclusi nella lista del New York Times dei film più importanti del 1921. Dopo l’avvento del sonoro, divenne famoso per alcuni musical come Il Principe Consorte, Montecarlo, L’allegro tenente La vedova allegra, oltre che per le commedie, la più importante delle quali è Ninotchka, con Greta Garbo e Melvyn Douglas (pubblicizzata con il famoso slogan “la Garbo ride”, in quanto l’attrice era nota per i suoi ruoli drammatici). Tra i film successivi, Scrivimi fermo posta ha una trama di cui avevo notato che ricordava curiosamente quella di C’è posta per te, prima di scoprire che quest è in effetti un remake di quello; Vogliamo vivere! Il cielo può attendere.

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8 Pensieri su &Idquo;#Cinema anni ’20: Ernst Lubitsch – Anna Boleyn

  1. Interessante post, ho appeso qualcosa. Il cinema muto non mi aveva mai incuriosito. In un certo senso è cinema puro: immagini senza il supporto dell’audio.

    • Ti dico, anch’io non ero troppo attratta, amo molto il cinema ma in quella maniera un po’ confusionaria e senza fili conduttori con cui spesso mi innamoro delle cose. A volte però quando la passione aumenta (perché qualche volta aumenta, anziché attenuarsi), la curiosità mi spinge a cercare quel filo, mi lancio poi in imprese impossibili nel tentativo di conoscere non dico tutto, ma le linee principali di ciò che amo. Forse poi interromperò a metà strada, chissà. Ci sono cose che riesco a portare a termine, altre no. Intanto sono contenta di aver suscitato interesse 🙂
      Grazie, a presto
      Alexandra

    • sono in tanti a sostenere che i vertici, artistici intendo, raggiunti dalle avanguardie europee del muto negli anni Venti non si sono più raggiunti…
      poi ovviamente il cinema muto e di più difficile fruizione, per ns. assuefazione al cinema sonoro…
      belli però in tal senso i progetti che accostano musiche moderne al cinema muto…

      • Io diffido sempre (pur essendo una persona che ama molto la nostalgia o forse proprio per questo) di queste visioni che mi sembrano un po’ manichee, nel passato tutto il buono, poi mai più… mi pare invece che siano stare raggiunte altissime vette anche nel nostro tempo, ma come sempre le vette si raggiungono anche grazie ai passi (magari a volte faticosi e stentati, e comunque meno “attrezzati”, anche se certo non meno fondamentali) di chi è venuto prima. Mi piace anzi questo percorso che sto facendo per capire poi come si è arrivati a ciò che più amo delle cose che mi hanno accompagnata e mi accompagnano. Le tecnologie cambiano e migliorano ma cambia anche in parte il mondo intorno a noi e abbiamo bisogno di “essere raccontati”, di “riconoscerci” quanto ne avevano i nostri avi, anche se poi certe emozioni sono universali.
        Quello che ho notato è quanto il cinema abbia, negli anni, sempre preso dalla pittura. certe scene di allora sembravano quadri, e se penso a “Toys” (Giocattoli) o “What Dreams May Come” (“Al di là dei sogni”), credo che una delle cose che mi fanno amare un film è un’associazione, persino inconscia, con le emozioni “visive” a cui sono più affezionata. Non basta, naturalmente (e i dialoghi e colonna sonora non hanno certo un ruolo secondario), però è un aspetto importante.

      • Beh si, non si possono paragonare Caligari e Pulp fiction, per dirne due che hanno innovato tantissimo, uno nel periodo del muto, uno nel post moderno… come dici bene (e come diceva anche Einstein) chi arriva dopo ha la fortuna di potersi sedere sulle spalle dei giganti che li hanno preceduti (più o meno la citazione di Einstein era così)… poi è vero che scoprire le origini delle cose dà soddisfazioni grandi a chi ha sete di conoscenza… ad es io tempo fa feci un percorso di visioni sul cinema delle origini andando a vedermi tutti i primi film che avevano fatto qualcosa (prima carrellata, prima soggettiva, primo raccordo sull’asse ecc. Ecc.)… quanto al rapporto tra cinema e pittura certi direttori della fotografia sono dei veri maestri in tal senso…. Penso a Giuseppe Rotunno o a quello che lavorava con David Lean e di cui adesso non ricordo il nome…

      • Sono estremamente ignorante in materia di fotografia, scenografia e direzione artistica. L’unico di cui ho sentito parlare è proprio Ferdinando Scarfiotti, ma solo perché studiavo tutto ciò che aveva a che fare con i film in cui recitava robin Williams. Dopo ho scoperto che Scarfiotti era un mostro sacro, ma indubbiamente anche agli occhi di un profano, l’aspetto visivo di Toys era estremamente particolare, direi quasi magnetico.

    • Sì, concordo assolutamente. E’ un aspetto interessante e nelle mani di un bravo scenografo e un bravo tecnico della fotografia può diventare trascinante. Accennavo a Toys, film impietosamente stroncato (secondo me del tutto immeritatamente, anche se io sono spudoratamente di parte), eppure candidato all’Oscar per le scenografie di Scarfiotti, universalmente considerate splendide. Ecco, io non dico che questo lato artistico possa salvare un film, però quando è così bello, in qualche modo trasmette anche al film questa bellezza. E non parliamo di “Al di là dei sogni” che è visivamente emozionante in maniera quasi inverosimile 🙂

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