LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – 14a puntata

Da un po’ di tempo avevo lasciato i miei avventurosi esploratori alle prese con un gruppo di Nativi Scioscioni molto cordiali ma non del tutto tranquilli sulle intenzioni degli “Americani”. Se vi siete persi le puntate precedenti e volete recuperarle, o eventualmente ripassarle, le trovate qui

V

Il giorno dopo, anche per dar modo a Clark di raggiungerlo, Lewis decise di trascorrere quanto più tempo possibile all’accampamento e ricavare tutte le informazioni che poteva sul territorio.
Non avendo da mangiare altro che un poco di farina e mais riarso e le bacche degli Indiani, Lewis mandò Drouillard e Shields a caccia; gli Scioscioni prestarono loro dei cavalli, e diversi giovani si unirono ai due uomini.
Per lo più, come Lewis aveva avuto modo di apprendere, essi cacciavano antilopi, inseguendole a cavallo e uccidendole con le frecce. Erano cavalieri abilissimi, benché per briglie non avessero che corde di peli di bufalo intrecciate, e per sella una tavola di legno coperta di pelle non conciata.
Le antilopi, animali assai agili e resistenti, non avrebbero potuto essere raggiunte da un solo cavallo, per cui, quando i cacciatori avvistavano un branco, si separavano e si lanciavano in varie direzioni tutt’intorno, generalmente appostandosi poi su qualche altura dominante, mentre solo uno o due di loro rincorrevano il branco a tutta velocità attraverso colline, valli e burroni.
Dopo un inseguimento di una decina di chilometri, intervenivano i cavalli freschi: in tal modo, ovunque i poveri animali si voltassero per fuggire, si trovavano di fronte gruppi di cacciatori al galoppo, e così essi, terrorizzati e confusi, potevano essere facilmente colpiti dalle frecce. Tutto questo impegnava fino a quaranta o cinquanta cacciatori, per catturare non più di due o tre antilopi. Non c’erano alci nella zona, e contro i cervi, abili a nascondersi tra i cespugli, archi e frecce erano armi poco efficaci.
Lewis ebbe anche modo di osservare alcuni uomini fabbricare delle trappole per i lupi e le volpi e affilare delle selci, ammirando la velocità di movimento delle loro dita, e la precisione del risultato.
Archi e frecce e selci erano praticamente gli unici strumenti di cui disponevano; in guerra, usavano l’arco e uno scudo in pelle di bisonte, del tutto a prova di freccia, decorato e preparato con un rito complesso e solenne, grazie al quale avrebbe protetto il suo proprietario da qualunque arma, pallottole comprese.
La caccia durò un paio d’ore e Lewis riuscì a godersi, dalla sua tenda, gran parte di quello spettacolo emozionante, anche se purtroppo, tutti i cacciatori tornarono a mani vuote. Egli fece preparare un impasto di farina e bacche, che assicurò al gruppo un pasto gradevole, ma alquanto modesto.
Quel pomeriggio, Lewis chiese al Capo Cameahwait di descrivergli meglio la geografia del territorio. Drouillard faceva loro da interprete. Come Lewis aveva avuto modo di imparare, la lingua dei segni, oltre ad avere il vantaggio di essere molto simile, per tutte le Nazioni indiane che avevano incontrato sul loro cammino, era sorprendentemente precisa. Certamente, qualche dettaglio poteva andare perduto, qualche malinteso capitava, ma molto meno di quanto egli sarebbe stato portato a pensare.
Dove i gesti non arrivavano, Cameahwait si aiutava disegnando con un legnetto, sul terreno, i contorni dei fiumi, delle montagne e dei passaggi.
Le notizie erano però ben lontane da quelle che Lewis sperava.
«Il fiume», spiegò Cameahwait, «si unisce a un altro corso d’acqua, più a valle. Occorrono almeno tre giorni di marcia, per arrivare là dove essi si incontrano». In quel punto, mentre continuava a parlare e fare ampi segni con le mani, aiutandosi con tutto il corpo e con le espressioni del volto, l’uomo collocò alcuni mucchi di sabbia. Lewis comprese che si trattava di alte montagne, coperte di neve, e che il fiume Salmon proseguiva il suo corso attraverso quella vasta catena di cime rocciose e ripidissime.
«Il Fiume dei Salmoni», continuò Cameahwait. «dalla mia gente viene anche chiamato il Fiume del Non Ritorno. Le montagne racchiudono le due rive così strettamente, che ogni passaggio è impossibile. Il letto è ostruito da rocce appuntite e taglienti come coltelli; i cavalli degli spiriti delle acque sono sempre al galoppo, schiumano sotto lo sforzo, e le alte onde create dalla loro corsa sbattono continuamente le une contro le altre. In questo modo, gli Spiriti tengono lontani gli intrusi».
Lewis cercò una possibile via d’uscita.
«Che mi dite delle montagne? Non potremmo passare di là?».
Cameahwait scosse la testa.
«Sono inaccessibili anch’esse, agli uomini e ai cavalli. Né io, né altri uomini della mia Nazione ci siamo mai spinti lungo il fiume oltre quelle montagne. Tuttavia», proseguì, riaccendendo un minuscolo lumino di speranza nel cuore di Lewis, «verso sudovest, a quanto ho saputo da coloro che abitano al di là del Fiume dei Salmoni, esso prosegue per un lunghissimo percorso verso il luogo dove il sole tramonta, disperdendosi infine in un immenso lago d’acqua dal sapore amaro, dove abitano degli uomini bianchi».
«Ma dunque avete avuto contatti con quelle Nazioni. Siete proprio certo che non ci sia modo di attraversare quelle terre?». Aveva ancora il dubbio che il Capo volesse fargli credere l’impresa più ardua di quello che in realtà era.
«C’è un anziano, nel villaggio», rispose Cameahwait, «che forse vi potrà aiutare. La sua famiglia appartiene a una tribù che vive a circa venti giorni di marcia da qui, non lontano dai bianchi , dai quali acquistano cavalli e muli. Potete parlare con lui, se volete. Lui qualche volta va a trovare la sua famiglia».
Le informazioni dell’anziano, un uomo dalla pelle di cartapecora e dai capelli candidi, non rassicurarono molto Lewis. «Per sette giorni dovrete arrampicarvi su montagne aspre e ripide», spiegò, aiutandosi a sua volta con qualche semplice schizzo sul terreno. «Non troverete nessun animale da cacciare, niente selvaggina lì, solo radici. Lì abita la Nazione dei Mocassini Rotti, loro sono sempre sul piede di guerra. Vivono tra le rocce, come gli orsi, e mangiano radici e la carne dei cavalli che rubano a chi passa dal loro territorio. Infine, vi sono sul terreno pietre appuntite, che feriranno gli zoccoli dei vostri cavalli, e dopo non potranno più camminare.
Se poi riuscirete a superare quella parte del percorso», continuò il vecchio, «dovrete ancora camminare per almeno dieci giorni, in un deserto di sabbia. Lì non troverete proprio niente, non c’è cibo, nemmeno radici, nulla per gli uomini né per i cavalli, e non c’è una sola goccia d’acqua. In questa stagione, il sole ha del tutto seccato l’erba, e prosciugato anche quelle minuscole pozze che avreste potuto trovare in primavera».
Pressappoco al centro di questa pianura desertica, secondo il racconto dell’anziano, avrebbero trovato un ampio fiume, che essi chiamavano il Fiume del Serpente . Le sue acque erano navigabili, ma non vi si trovavano salmoni, né alberi di alcuna specie. I suoi parenti vivevano al di là di questa pianura, in un luogo abbastanza fertile e coperto in parte da foreste, ma ancora assai distante dal Grande Lago Maleodorante, come i Nativi chiamavano l’Oceano.
Uomini meno risoluti avrebbero di certo esitato, di fronte a quella prospettiva assai poco allettante. Ma avevano superato altre difficili prove, e d’altra parte, Lewis sentiva di non avere altra scelta. Se i Nativi, sia pure solo pochi tra essi, erano in grado di attraversare quel lato del fiume e quelle montagne con donne e bambini, avrebbero potuto ben farlo anche loro; e le nazioni che abitavano sul Fiume del Serpente dovevano pur avere qualche mezzo di sussistenza. Avrebbero trovato il modo di sopravvivere.
Chiese poi a Cameahwait di accompagnarlo il giorno seguente con un gruppo dei suoi e una trentina di cavalli fino al fiume Jefferson, dove il Capo bianco che era con lui – il Capitano Clark – era presumibilmente arrivato con gli altri uomini e i bagagli.

La mattina seguente, Lewis si svegliò prestissimo, affamato come un lupo. Non aveva mangiato niente la sera prima, se non una scarsissima porzione di quel tortino di farina e bacche che non sembrava purtroppo in grado di saziare il suo appetito come riusciva a fare con i suoi amici Indiani.
Lewis aveva molta fretta di partire insieme agli Indiani, tuttavia, il Capo dovette nuovamente parlare loro diverse volte, prima che si decidessero a muoversi, sembravano assai riluttanti. Come Lewis aveva temuto, alcuni di loro, spiegò Cameahwait, avevano suggerito che “i pallidi stranieri” potessero essere in combutta con i Pahkees, loro nemici, e intendessero attirarli in un’imboscata. Questo aveva trasmesso una notevole inquietudine anche a tutti gli altri.
Dopo le cerimonie, i balli e le risate condivise, così, come il cibo e la caccia, Lewis aveva sperato di aver superato l’iniziale diffidenza, ma evidentemente non era così. Fin da bambini, gli Snake del gruppo di Cameahwait erano abituati a vedere chiunque come un potenziale nemico, erano pochi e male armati, e gli attacchi erano frequentissimi. Inoltre, nessuno di loro aveva mai visto un bianco in vita sua. Poteva comprendere le loro ragioni, ma era deluso e frustrato.
«Ingannare un nemico è un’azione ignobile», disse a Cameahwait, «ma tradire chi ci ha trattati con amicizia è una condotta talmente vile e vergognosa, che chi lo fa non ha più diritto di chiamarsi uomo. Davvero mi credete capace di questo»?
«Non io», rispose il Capo, «ma alcuni miei uomini».
«Ebbene, se avete così poca fiducia in noi e non ci aiutate, non potremo raggiungere il luogo dove siamo diretti, né tornare indietro qui e portarvi gli utensili e le armi che chiedete». Vedendo Cameahwait quasi convinto, decise di far leva sul suo orgoglio e tirò la stoccata finale.
«Non riesco a credere che nessuno tra voi sia disposto a superare la paura e a venire con me, per sincerarsi coi suoi occhi della verità di quanto dico».
Aveva toccato le corde giuste: vedendo messo in dubbio il coraggio della sua gente, Cameahwait risalì a cavallo per un nuovo discorso, non il primo, né l’ultimo di quei giorni, ma sufficientemente persuasivo perché alcuni dei suoi accettassero di partire.
Molte delle donne più anziane piangevano e imploravano il grande spirito di proteggere i loro cari, quasi si stessero avviando verso una inevitabile rovina. Tuttavia, non avevamo fatto molta strada quando furono raggiunti da un’altra dozzina di uomini. Ben presto, si unirono a loro tutti gli uomini del villaggio, e anche diverse donne. Parevano, insomma, propensi ad agire in base all’impulso del momento, e si mostravano adesso assai allegri e spensierati, tanto quanto due ore prima apparivano scorbutici come diavoli dell’inferno.
Ma cosa ne sarebbe stato di lui, e della spedizione soprattutto, si chiese Lewis con apprensione, se non avessero trovato Clark e il suo gruppo il giorno dopo nel luogo convenuto?

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